Nei dintorni di Djokovic: il nuovo Nole, qui e ora. “Ho più fiducia in me stesso”

Interviste

Nei dintorni di Djokovic: il nuovo Nole, qui e ora. “Ho più fiducia in me stesso”

Il serbo racconta come l’infortunio lo abbia cambiato (“Mi ha obbligato a guardarmi dentro”), tra riflessioni serie e aneddoti divertenti. Come quello che ha per protagonista (mancato) Michael Jordan…

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Le recenti sconfitte di Novak Djokovic, rispettivamente a Indian Wells contro Kohlschreiber e a Miami contro Bautista Agut, hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme tra i sostenitori del fuoriclasse serbo. Ad alimentare le loro preoccupazioni anche alcune dichiarazioni del loro beniamino (“Può essere che troppe cose fuori dal campo mi abbiano influenzato negativamente”), che hanno fatto percepire un disagio extra-tennistico del tennista belgradese. E di conseguenza l’associazione con il ricordo ancora fresco del biennius horribilis di Nole (luglio 2016- giugno 2018), dove oltre all’infortunio al gomito destro ci furono anche alcuni problemi personali che contribuirono a farlo scivolare in quella prolungata spirale negativa.

Sia chiaro, può semplicemente trattarsi di un incidente di percorso, forse causato dalla cinque settimane di assenza dal circuito dopo la trionfale cavalcata all’Australian Open. Come peraltro ipotizzato da Nole stesso, che infatti subito dopo essere stato eliminato a Miami ha inserito nella sua programmazione il torneo di Montecarlo. Evidente l’intenzione di non ripetere l’errore e di arrivare con un rodaggio adeguato al suo prossimo grande obiettivo: il bis al Roland Garros e di conseguenza il secondo “Nole Slam” della carriera. Per cercare allora di capire se non è niente di serio ed i suoi sostenitori possono dormire sonni tranquilli, può essere utile andare a leggere l’ampia sintesi della video-intervista che proprio prima della trasferta americana il n.1 del mondo ha rilasciato alla pagina serba del portale “Vice” che vi proponiamo nel seguito dell’articolo.

Tra i tanti argomenti toccati nell’intervista, molto spazio è stato dato ovviamente all’infortunio e al clamoroso comeback. Che ad un certo punto sembrava impossibile, leggasi dopo la sconfitta con Cecchinato a Parigi, come ammesso in più occasioni dallo stesso Nole. E pensare che accadeva solo dieci mesi fa. “L’infortunio ha sicuramente rappresentato una grande punto di svolta della mia vita. Non solo dal punto di vista tennistico, ma anche da quello personale e caratteriale. In qualche modo sono stato obbligato a guardarmi profondamente dentro e probabilmente a scoprire parti di me che avevo nascosto per anni, che sono venute a galla quando le cose non giravano più nel verso giusto”.

Un punto di svolta che Djokovic ha deciso di affrontare con i suoi tempi dopo aver trascinato il problema al gomito troppo a lungo (“In realtà era iniziato più di due anni e mezzo prima, ma sono andato avanti – sbagliando – ad antinfiammatori, fino a quando non sono più riuscito ad impugnare la racchetta, nei quarti di finale di Wimbledon, e mi sono dovuto ritirare”). E che a posteriori ritiene fosse necessario per lui. “Credo fermamente sia stato questo potere più alto, semplicemente, a volermi dire in questo modo che – ok, ora devi fermarti e devi prenderti una pausa. Ho preso una pausa più lunga rispetto a quanto alcuni medici mi avevano, diciamo così, prescritto. Dicevano che dopo 3-4 mesi sarei stato a posto. Io ho detto no, ho bisogno di sei mesi, perché ho bisogno di una pausa mentale, per – come dire – ricaricare completamente le batterie dal punto di vista emotivo… Ero talmente saturo…”.

 
il ritiro contro Tomas Berdych

Proprio con riferimento a questo aspetto, il fuoriclasse serbo ha ammesso che dopo aver finalmente vinto il Roland Garros ha provato sì tanta soddisfazione ed orgoglio per aver raggiunto un traguardo inseguito così a lungo (la sua prima partecipazione risaliva al 2005, la prima delle sue otto semifinali – compresa quella del trionfo 2016 – al 2007), ma allo stesso tempo anche un senso di vuoto che non aveva mai provato sino ad allora (Mi chiedevo: “Qual è il passo successivo?”. “E adesso?”). Le riflessioni che ne sono derivate erano anche collegate alla cosa più bella che fosse accaduta nella vita di Novak, la paternità (al tempo di Stefan, poi è arrivata anche Tara). “Quando sono diventato padre, questo mi ha dato una spinta ed un entusiasmo incredibili, ho avuto i 15 mesi migliori mesi della mia carriera… Ma dopo quel Roland Garros, dopo quella sensazione, il fatto di essere un genitore mi ha fatto rendere conto del fatto che c’è molto di più nella vita. E che non avevo, come posso dire, dedicato sufficiente attenzione ad alcune parti di me, che forse erano rimaste in una sorta di zona d’ombra”.

Ed è qui il passaggio che può rassicurare i suoi tifosi relativamente all’accidentalità delle sconfitte subite nel Sunshine Double, rispetto a quanto accaduto ormai quasi tre anni fa. “Ora ho molta più fiducia e stabilità emotiva. Fiducia in me stesso, nelle mie possibilità e nelle mie qualità. So chi sono, cosa sono e cosa posso fare. E se alla fine non riesco in quello che mi ero prefissato, accetto la cosa molto meglio”.

Si entra così in quell’insieme di argomenti – la crescita personale e la ricerca interiore, le terapie alternative e l’alimentazione – in cui l’approccio non tradizionale di Djokovic agli stessi nel periodo dell’infortunio è stato spesso additato come la vera causa del suo calo. Basta ricordare le polemiche sulla sua frequentazione del “guru” Pepe Imaz. Il tutto forse causato dal fatto che l’approccio e le scelte di Djokovic non erano state spiegate nei dettagli. E magari anche dal fatto che non era stato sottolineato come certe pratiche erano per lui usuali anche quando vinceva tutto quello che c’era da vincere. A partire dalla meditazione.

Sì, pratico la meditazione già da quasi dieci anni. La meditazione è anche lavare i piatti, è osservare le stelle. La meditazione è tutto ciò che porta un uomo ad essere totalmente presente. Beh, noi siamo un po’, come posso dire, tradizionalisti, conservatori da questo punto di vista, e tutto ciò che è, per così dire, al di fuori di quello che conosciamo viene accettato con qualche riserva. E c’è stata quindi qualche incomprensione. Io pratico quella meditazione che conoscono tutti, quella del mainstream: mi siedo, respiro, sono consapevole della mia respirazione, sono cosciente dei miei pensieri, ma li lascio passare senza soffermarmicisi e in questo modo cerco di calmarmi”.

L’osservazione che viene fatta spesso a Djokovic – soprattutto da coloro che non simpatizzano per il 31enne tennista belgradese – è quella che questo approccio “zen” alla vita che traspare dalle sue parole spesso non trova riscontro sul terreno di gioco, dove diverse volte alcune sue reazioni non lo fanno di certo associare all’immagine di un monaco buddista. Nole non si nasconde. “Siamo persone, sbagliamo e ci ritroviamo in situazioni in cui non riusciamo a controllare le emozioni, non riusciamo a controllare le reazioni. Ci arrabbiamo, imprechiamo, rompiamo qualcosa e cose del genere. A me succede sul campo da gioco. Io rompo le racchette. In quel momento non ne sono certamente orgoglioso, perché so che non mando un bel messaggio a tutti i giovani che mi seguono, perché come sportivi godiamo di un grande seguito e molti giovani nel mondo ci prendono ad esempio perché vogliono diventare dei grandi atleti di successo come noi.

Ne sono consapevole e cerco di agire di conseguenza. E cerco di fare in modo che le mie parole e ciò che faccio siano allineati in questo. Ma non è sempre così. E lo accetto, come un gradino di una mia crescita. Col passare del tempo mi sono reso conto che è impossibile essere sempre positivi. E in secondo luogo mi sono reso conto che questo mio lato negativo e queste emozioni che si manifestano, non sono qualcosa di ostile, qualcosa che è entrato dentro di me, ma fanno parte di me… Io adesso cerco molto di più di ‘fare amicizia’ con il mio ego e in questo modo di controllarlo, invece di entrarci in conflitto come se fosse il nemico, come se fosse qualcosa di estraneo e in questo modo uscire sconfitto.” Insomma, a sentire il campione di Belgrado da quel tunnel in cui si è infilato poco meno di tre anni è uscito un Novak diverso. Un Novak che ha “smesso di cercare, per essere”.

“Passo meno tempo nel futuro e di più nel presente. Perché quando dici che stai cercando qualcosa, che sia la fortuna, l’amore, l’appartenenza, qualsiasi cosa sia, significa che praticamente in qualche modo tieni te stesso bloccato in un futuro e nell’incertezza che quel qualcosa accadrà, su quello che devi fare per realizzarlo. Io invece credo, e la applico praticamente ogni giorno, nel potere della visualizzazione. Questa è una pratica conosciuta dagli sportivi, non è qualcosa di cui parlo io adesso, i più grandi sportivi l’hanno utilizzata e la utilizzano. Immagino me stesso, come immaginavo me stesso quando avevo sette anni vincere un giorno il torneo di Wimbledon e mi ero anche costruito il trofeo con quello che avevo trovato in casa. La visualizzazione è una strumento molto potente, ma deve essere equilibrata con la tua capacità di stare nel presente. E tutto questo io lo vedo come uno sviluppo personale, non come la ricerca di un qualcosa. Perché sento che non ho motivo di cercare, perché tutto quello che cerco è dentro di me”.

Novak Djokovic – Shanghai 2018 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

Il richiamo al piccole Nole ci permette di riavvolgere il nastro dell’intervista, che era iniziata parlando di argomenti più “leggeri”. Come il primo ricordo legato al tennis e al suo idolo Pete Sampras. “Il mio primo contatto con il mondo del tennis è stata la sua finale a Wimbledon. Si trattava della sua prima vittoria a Wimbledon (era il 1993, Nole aveva appena compiuto sei anni: Pete sconfisse Courier in quattro set, ndr). La guardai e mi innamorai del tennis. Posso dire che anche il destino ci mise lo zampino, dato che proprio in quel periodo, nello stesso anno in cui guardai quella finale, furono costruiti i tre campi da tennis di fronte al ristorante gestito dai miei genitori sul Kopaonik, dove io sono cresciuto”.

Non poteva mancare l’osservazione sul fatto che Pete Sampras è stato il suo idolo, però a fargli da coach per un periodo è stato il più grande rivale del fuoriclasse di Potomac, Andre Agassi. “Lui è un amico, una persona su cui uno posso sempre contare. E ha messo in chiaro che posso sempre contare su di lui come mentore. Diciamo che con lui ho un rapporto più stretto che, ad esempio, con Sampras”.

Sempre rimanendo in tema, Djokovic ha rivelato che come molti di noi aveva sempre avuto il desiderio di conoscere quelli che erano i suoi idoli sportivi da bambino. Data la sua posizione un tantino privilegiata, è riuscito ad incontrarne due: Sampras (“L’ho conosciuto ad Indian Wells nel 2010. Ero lì che pensavo: gli chiedo o no di giocare? Ovviamente gliel’ho chiesto ed abbiamo scambiato qualche colpo, è stato bellissimo”) e Alberto Tomba. Ma gliene manca ancora uno: Michael Jordan. E Nole confessa di aver avuto l’occasione e di non averla saputa cogliere.

“Jordan si trovava a Montecarlo, dove io vivo da dieci anni. Mi ricordo che stavo facendo una pausa tra due allenamenti. Mia moglie era andata a fare un giro in città con sua sorella. Mi suona il cellulare ed io lo metto in modalità silenziosa in modo da poter riposare – questo accadeva prima che diventassimo genitori e quindi avevamo ancora un po’ di tempo per riposare – ma ad un certo punto vedo che continua ad illuminarsi e a vibrare. Ho pensato: cosa c’è? chi mi cerca? Controllo e trovo cinque chiamate perse di mia moglie. Rispondo e – mi ricordo quel momento come se fosse ieri – lei mi dice: ‘Jordan è cinque metri davanti a me’. Io: ‘Scusa?’ Lei: ‘Michael Jordan, il tuo idolo che vuoi così tanto conoscere è davanti a me. Vieni subito qua!’. Io non so cosa mi è preso e le ho risposto: ‘Non posso perché ho l’allenamento questo pomeriggio e devo riposare…’. Giuro, l’ho detto. Ho messo giù il telefono, ci ho pensato e naturalmente dopo dieci minuti ho preso e sono andato da lei. Ma Jordan se ne era già andato. Pazienza, avremo modo di conoscerci da qualche parte. Mi hanno detto che è un grande golfista”.

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Federer: “Ad Halle per vincere il decimo titolo, ma l’erba non perdona”

HALLE – Roger, tra pressione e fiducia, rincorre il record di Nadal e si dice soddisfatto del Roland Garros: “Ho perso dal migliore, non c’è disonore”. Martedì l’esordio nel torneo contro Millman (alle 17:30)

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Roger Federer - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_HalleWestfalen)

da Halle, il nostro inviato

L’ATP 500 di Halle è ai nastri di partenza e da queste parti tutti gli sportivi sono da settimane in fibrillazione per l’arrivo del torneo di tennis più importante di tutta la Germania. Ha lo stesso status del 500 di Amburgo, ma precede Wimbledon mentre l’ex Super 9 terraiolo ora è disertato dai migliori giocatori. Tutto questo non basta: è il più importante di Germania soprattutto perché ad ogni stagione risponde presente Roger Federer, che quest’anno ha l’occasione di centrare il decimo successo su questi prati e in assoluto. Oltre ad Halle, solo la natìa Basilea è stata conquistata 9 volte dal Re svizzero, che sembra molto determinato a raggiungere Nadal come unici due giocatori dell’Era Open a vincere lo stesso torneo almeno 10 volte (anche se qui Rafa può vantare un dominio incontrastato, coi suoi 12 Roland Garros, 11 Montecarlo e 11 Barcellona).

Insomma, con buona pace dell’astro nascente Sascha Zverev, qui la gente ha occhi solo per Roger (del resto, dove non è così?). Normale quindi che la conferenza stampa di Federer fosse il piatto forte del “Super-Media-Sunday”, che ha caratterizzato la domenica precedente l’inizio del torneo. Il fresco semifinalista di Parigi si è presentato sorridente alle 9,30 di mattina, con la sua felpa bianco panna con strisce ed etichette rosse, a richiamare i colori della sua Svizzera ma, in primis, a mostrare uno dei prodotti Uniqlo di cui Roger è il più noto testimonial.  

 

Federer è troppo navigato per esordire con le frasi di rito e preferisce spiegare il suo (davvero) familiare rapporto con Halle più tardi. Prima due parole su come si sente all’esordio sull’erba: “La pressione è alta anche per me, l’erba non ti perdona, perdere un attimo la concentrazione può costarti il set. Lo ammetto, sono qui solo per vincere. Sto bene, pieno di energia e conquistare il decimo Halle sarebbe per me davvero speciale, non ho mai vinto un torneo 10 volte”.

Gli viene chiesto un bilancio del suo ritorno al Roland Garros: “Sono stato molto soddisfatto, ho raggiunto la semifinale, dove ho perso dal migliore di sempre sulla terra, non c’è disonore in questo. Il vento durante del match era difficile da gestire, ma questo l’ha reso epico. Sulla terra Rafa sa sempre che ha molte opzioni, è la stessa cosa che vale per me sull’erba, posso giocare da fondo, fare serve&volley, spezzare il ritmo con palle corte… quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto”. Due parole sul suo avversario al primo turno (domani, quarto match sullo Stadion, non prima delle 17.30), quel John Millman che lo eliminò a sorpresa dagli ultimi US Open: “Devo essere attento dal primo quindici. Millman non ti regala mai nessun punto, è un esordio abbastanza duro ma in fondo è meglio così”.

Ora sì che Roger può parlare del suo feudo della Vestfalia: “Con il mio ritorno sulla terra battuta, quest’anno il tempo per prepararmi all’erba è stato molto meno, ma ad Halle vengo sempre volentieri, qui mi sento a casa, coi tifosi e gli organizzatore siamo quasi una famiglia”.

Sembrano parole eccessive, più di facciata che autentiche, ma poi Federer toglie ogni dubbio: “Quando ho saputo che con lo sponsor c’erano problemi, sono corso dalla famiglia Weber (il torneo si chiama infatti Gerry Weber Open, dal nome del ricco manager cui la piccola Halle – 21.000 abitanti – deve il privilegio di essere la sede del più quotato torneo ATP tedesco, ora diretto dal figlio Ralf, nda) per sapere se potevo fare qualcosa, poi è arrivato Noventi, ma parlerò con Ralf per cercare altre possibili collaborazioni future. Il rapporto con i tifoso è ottimo anche perché vengo dalla svizzera tedesca e parlare la loro lingua mi permette d’integrarmi al meglio. Qui poi anche la mia famiglia viene sempre molto volentieri. Capita nel momento perfetto, tra due appuntamenti in due grandi città come Parigi e Londra: godersi la tranquillità e i panorami che ci sono qui è quello che ci vuole prima di ritornare in una metropoli”.  

Il legame di Federer con Halle è dettato in primis da un contratto ricchissimo che ne assicura la presenza: ha esordito nel 2000, vincendo per la prima volta nel 2003 contro Nicolas Kiefer e da allora ha mancato l’appuntamento solo nel 2007, 2009 e 2011. Quest’anno è alla 17esima partecipazione, che potrebbe valere il 102esimo titolo della carriera.

Difficile che sia andata così, ma la battuta con cui Roger esalta la particolarità forse più distintiva del torneo ci autorizza a pensare che sia dovuta ad essa la scelta del verde della Foresta di Teutoburgo per prepararsi a Wimbledon: Dove altro potete trovare una stanza d’albergo con questa vista? È bellissimo, posso guardare i miei amici e i miei avversari dal balcone!”. Ed è davvero così, ad Halle infatti l’hotel dei giocatori è ubicato all’interno dell’impianto.

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Vagnozzi da Cecchinato a Travaglia sognando… Piatti

L’ex coach di Marco Cecchinato, salito con lui da n.180 a n.16, punta a un posto fisso tra i top-100 per Stefano Travaglia. Intanto da lunedì il best ranking: n.103

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Non riuscivamo a darci più stimoli l’un l’altro, Marco e io ci siamo separati consensualmente, ci siamo abbracciati alla fine perché abbiamo fatto insieme un bellissimo percorso!”. Basterebbero queste parole di Simone Vagnozzi, a corollario del divorzio avvenuto con Marco Cecchinato, per spiegare il tutto.

Magari c’è anche qualcosina d’altro, perché Cecchinato non ha un carattere facile e sempre accomodante – e lo sa chi ha seguito a volte i suoi incontri e certi conciliaboli piuttosto caldi dal campo alla panchina (ma tanti giocatori sono così… non è che fra Fognini e il suo clan fossero sempre rose e fiori ai tempi di Perlas) – ma Simone Vagnozzi non ne accenna: “Siamo stati insieme, dopo un primo periodo di prova, da fine 2016 a pochi giorni fa e insieme abbiamo raggiunto obiettivi perfino al di là delle iniziali aspettative. Siamo partiti da n.180 e siamo arrivati a n.16… E lo abbiamo fatto togliendoci, insieme a Umberto Ferrara e a tutto il team che comprendeva anche Uros Vico, grandi soddisfazioni, come la semifinale del Roland Garros ma anche tre titoli ATP, Budapest, Umago, Buenos Aires…”.

Magari gli ultimi risultati sono stati meno brillanti e vi hanno dato la spinta decisiva verso la separazione…
“Beh, anche il 2019 era partito tutt’altro che male… semifinale a Doha, successo a Buenos Aires, ottavi a Montecarlo, semifinale a Monaco di Baviera… insomma avevamo messo un discreto bottino di punti da parte e avrebbe dovuto consentirci di giocare tranquilli prima del Roland Garros quando c’era quella famosa cambiale di punti da pagare di cui si è parlato per un anno intero…”.

Già sarebbe bastato magari anche solo fare uno o due turni in più all’Australian Open (quando Marco perse al quinto set da Krajinovic dopo essere stato due set avanti…) per non rischiare neppure di fare un balzo di 20 posti indietro, da n.19 a n.39, a seguito della sconfitta al primo turno del Roland Garros…
“Eh certo che sì, poi purtroppo sono arrivate le due battute d’arresto premature a Roma con Kohlschreiber e a Parigi con Mahut e quel passo indietro lo abbiamo fatto… comunque Marco è un giocatore di qualità, ha fatto molto progressi anche per il tennis sul cemento sebbene certamente la terra rossa resti il suo ambito più naturale, e sono convinto che con il potenziale che ha e con Uros che lo conosce bene (Simone ha parlato con me quando ancora Marco non aveva comunicato ufficialmente la sua scelta di affidarsi a Vico fino alla fine dell’anno; n.di UBS), si esprimerà a livelli sempre migliori e tornerà di nuovo lassù. Ha solo 26 anni…”.

 

Beh, auguriamoglielo, ci mancherebbe. E a Simone Vagnozzi cosa auguriamo, che cosa farai?
“Beh intendo occuparmi al meglio delle mie possibilità di Stefano Travaglia. Oggi (qualche giorno fa, in realtà, prima della finale in Kazakhstan che lo ha issato a n.103, best ranking; n.d.UBS) Stefano è n.112 ATP, il suo best ranking è stato 108, ma ha tutti i mezzi per raggiungere un posto tra i primi 100 entro fine anno, è questo il nostro obiettivo stagionale… anche se speriamo di centrarlo già in tempo per entrare in tabellone all’US Open. Non c’è dubbio che per un tennista professionista riuscire ad entrare fisso nei tabelloni degli Slam è un passo importante, spesso decisivo per lo sviluppo di una carriera…”.

Anche Travaglia sembra in progresso, no?
“Beh sì, ha superato le qualificazioni dei primi due Slam, e in Australia anche il primo turno quando ha battuto Andreozzi – sia con Basilashvili al secondo turno a Melbourne, che a Parigi al primo con Mannarino Travaglia era stato avanti due set a uno prima di perdere al quinto… – poi ha fatto semifinale nel challenger di Cherbourg, ha vinto Francavilla, quarti a Ostrava, semifinale a Heilbron, finale a Shymkent in Kazakhstan (i cui punti non sono stati ancora registrati, ma come scritto qualche riga più su dovrebbero garantirgli il best ranking di n.103). Insomma c’è fiducia sul fatto che ce la farà”.

Questa settimana giocherà a Parma il challenger di categoria 80 con prize money di 46.600 euro. Lì è testa di serie n.4 (n.1 è Dellien, n.2 Lorenzi, n.3 Daniel, n.4 appunto Travaglia, n.5 Giannessi, n.6 Gaio, n.7 Arnaboldi, n.8 Robredo, n.9 Quinzi, n.10 Banes, n.11 Gimeno Traves, n.12 Peliwo, n.13 Robert, n.14 Clezar, n.15 Petrovic, n.16 Grigelis.

E per Simone Vagnozzi l’obiettivo qual è?
“Continuare a fare questo mestiere di coach, accumulando sempre nuove esperienze. Mi è piaciuto tantissimo quella fatta con Cecchinato, ora darò tutto me stesso con Travaglia… e già ci conosciamo bene, abbiamo già lavorato insieme, e poi… beh il sogno è quello di imparare a fare la strada di Riccardo Piatti. Lui ha dimostrato di essere bravo occupandosi di tanti giocatori diversi… dai tempi di Furlan, Caratti, passando poi per Ljubicic, Gasquet, Raonic, Coric… Se sei bravo con più di un giocatore vuol dire che ci sai fare, spero di riuscirci anch’io. Di sicuro mi impegnerò al massimo per farcela”.

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Samsonova: “Non tornerò a gareggiare per l’Italia”

Dopo le numerose difficoltà burocratiche, la russa torna a parlare della questione cittadinanza. L’abbiamo incontrata in esclusiva a Parigi. “Adoro l’Italia, ma non mi sento a casa. Ho una mentalità diversa”

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Ludmilla Samsonova - Roland Garros 2019 (foto di Roberto Dell'Olivo)

È una ragazza solare ed estroversa Liudmila Samsonova, russa, ma quasi italiana. L’abbiamo incontrata in esclusiva al Roland Garros dopo il match disputato e perso contro Donna Vekic, più fresca non avendo dovuto affrontare le qualificazioni come invece è stato per Liudmila. La sconfitta non le ha fatto però perdere il sorriso e la voglia di scherzare. “Guarda che mi sembra che non stia registrando eh!“, ci avvisa dopo che avevamo erroneamente creduto di aver fatto partire la registrazione al momento dell’intervista.

Due parole sul match appena concluso sono d’obbligo per Samsonova, stanca ma non delusa dalla sua esperienza parigina. “Se rigiocassi questa partita un altro giorno, potrei fare meglio. Ovviamente tanto merito va alla mia avversaria, però, sinceramente, oggi penso di non aver avuto sufficienti energie per fare di più. Secondo me ho dato il massimo e le tre partite di qualificazioni sono state tanto belle, quanto davvero tanto stressanti dal punto di vista mentale. Venivo da un periodo molto difficile, quattro primi turni di fila e ho dato veramente tanto nelle qualificazioni. Oggi mi è mancato qualcosa per poter giocare al meglio“.

Samsonova, nata in Russia (a Olenegorsk) l’11 novembre 1998, vive da sempre in Italia. Da tempo si parla della questione delle sue difficoltà nell’ottenere la cittadinanza italiana. Se la pratica fosse andata a buon fine, avrebbe potuto gareggiare definitivamente per l’Italia, lei che già aveva giocato per la squadra azzurra da junior. Purtroppo, pare che alla fine la Federazione non si sia dimostrata molto interessata al suo caso e le cose procedano a rilento. “Ho appena ricevuto la notizia da mia mamma – perché si occupa lei di queste cose – che finalmente posso fare la richiesta. Quindi, secondo me, tempo un anno, probabilmente avrò il passaporto“. La delusione per come è stata gestita l’intera faccenda si è fatta più forte, al punto che Liudmila non ha più intenzione di vestire la casacca azzurra, anche in caso di ottenimento della cittadinanza. “Non ho intenzione di gareggiare di nuovo per l’Italia, devo essere onesta“.

Ma Liudmila ci tiene a dire che l’Italia è una parte importantissima della sua vita, anche se non rappresenta per lei una vera e propria “casa”. Lo dimostra la mancanza di legami particolari con colleghe e colleghi azzurri, oltre alla forte influenza della cultura russa nel suo processo di crescita. “A dire la verità, non ho amici veri nel tennis, però io mi trovo molto bene in Italia e mi piace l’Italia. Però, essendo cresciuta in una famiglia russa, ho una mentalità comunque diversa. Tutti mi chiedono come sia possibile questo, essendo vissuta in Italia e avendo frequentato le scuole italiane. Però, anche durante il periodo scolastico, quando tornavo a casa, la mentalità era diversa ed è per questo che, anche se mi trovo molto bene, non mi sento a casa in Italia. Mi ci trovo benissimo ma non riesco a definirla ‘casa'”.

Archiviate probabilmente in maniera definitiva le questioni burocratiche, quali sono i programmi per il prossimo futuro? “Eh, adesso che ho cominciato a giocare bene sulla terra vado sull’erba!” (ride, ndr). Sul verde comunque sembra che per lei ci siano buone possibilità di fare bene. Al primo tentativo a Nottingham ha passato le qualificazioni, perdendo poi da Golubic in tre set. Ci riproverà la prossima settimana, con la testa solo sul tennis giocato.

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