Nei dintorni di Djokovic: il nuovo Nole, qui e ora. “Ho più fiducia in me stesso”

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Nei dintorni di Djokovic: il nuovo Nole, qui e ora. “Ho più fiducia in me stesso”

Il serbo racconta come l’infortunio lo abbia cambiato (“Mi ha obbligato a guardarmi dentro”), tra riflessioni serie e aneddoti divertenti. Come quello che ha per protagonista (mancato) Michael Jordan…

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Le recenti sconfitte di Novak Djokovic, rispettivamente a Indian Wells contro Kohlschreiber e a Miami contro Bautista Agut, hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme tra i sostenitori del fuoriclasse serbo. Ad alimentare le loro preoccupazioni anche alcune dichiarazioni del loro beniamino (“Può essere che troppe cose fuori dal campo mi abbiano influenzato negativamente”), che hanno fatto percepire un disagio extra-tennistico del tennista belgradese. E di conseguenza l’associazione con il ricordo ancora fresco del biennius horribilis di Nole (luglio 2016- giugno 2018), dove oltre all’infortunio al gomito destro ci furono anche alcuni problemi personali che contribuirono a farlo scivolare in quella prolungata spirale negativa.

Sia chiaro, può semplicemente trattarsi di un incidente di percorso, forse causato dalla cinque settimane di assenza dal circuito dopo la trionfale cavalcata all’Australian Open. Come peraltro ipotizzato da Nole stesso, che infatti subito dopo essere stato eliminato a Miami ha inserito nella sua programmazione il torneo di Montecarlo. Evidente l’intenzione di non ripetere l’errore e di arrivare con un rodaggio adeguato al suo prossimo grande obiettivo: il bis al Roland Garros e di conseguenza il secondo “Nole Slam” della carriera. Per cercare allora di capire se non è niente di serio ed i suoi sostenitori possono dormire sonni tranquilli, può essere utile andare a leggere l’ampia sintesi della video-intervista che proprio prima della trasferta americana il n.1 del mondo ha rilasciato alla pagina serba del portale “Vice” che vi proponiamo nel seguito dell’articolo.

Tra i tanti argomenti toccati nell’intervista, molto spazio è stato dato ovviamente all’infortunio e al clamoroso comeback. Che ad un certo punto sembrava impossibile, leggasi dopo la sconfitta con Cecchinato a Parigi, come ammesso in più occasioni dallo stesso Nole. E pensare che accadeva solo dieci mesi fa. “L’infortunio ha sicuramente rappresentato una grande punto di svolta della mia vita. Non solo dal punto di vista tennistico, ma anche da quello personale e caratteriale. In qualche modo sono stato obbligato a guardarmi profondamente dentro e probabilmente a scoprire parti di me che avevo nascosto per anni, che sono venute a galla quando le cose non giravano più nel verso giusto”.

 

Un punto di svolta che Djokovic ha deciso di affrontare con i suoi tempi dopo aver trascinato il problema al gomito troppo a lungo (“In realtà era iniziato più di due anni e mezzo prima, ma sono andato avanti – sbagliando – ad antinfiammatori, fino a quando non sono più riuscito ad impugnare la racchetta, nei quarti di finale di Wimbledon, e mi sono dovuto ritirare”). E che a posteriori ritiene fosse necessario per lui. “Credo fermamente sia stato questo potere più alto, semplicemente, a volermi dire in questo modo che – ok, ora devi fermarti e devi prenderti una pausa. Ho preso una pausa più lunga rispetto a quanto alcuni medici mi avevano, diciamo così, prescritto. Dicevano che dopo 3-4 mesi sarei stato a posto. Io ho detto no, ho bisogno di sei mesi, perché ho bisogno di una pausa mentale, per – come dire – ricaricare completamente le batterie dal punto di vista emotivo… Ero talmente saturo…”.

il ritiro contro Tomas Berdych

Proprio con riferimento a questo aspetto, il fuoriclasse serbo ha ammesso che dopo aver finalmente vinto il Roland Garros ha provato sì tanta soddisfazione ed orgoglio per aver raggiunto un traguardo inseguito così a lungo (la sua prima partecipazione risaliva al 2005, la prima delle sue otto semifinali – compresa quella del trionfo 2016 – al 2007), ma allo stesso tempo anche un senso di vuoto che non aveva mai provato sino ad allora (Mi chiedevo: “Qual è il passo successivo?”. “E adesso?”). Le riflessioni che ne sono derivate erano anche collegate alla cosa più bella che fosse accaduta nella vita di Novak, la paternità (al tempo di Stefan, poi è arrivata anche Tara). “Quando sono diventato padre, questo mi ha dato una spinta ed un entusiasmo incredibili, ho avuto i 15 mesi migliori mesi della mia carriera… Ma dopo quel Roland Garros, dopo quella sensazione, il fatto di essere un genitore mi ha fatto rendere conto del fatto che c’è molto di più nella vita. E che non avevo, come posso dire, dedicato sufficiente attenzione ad alcune parti di me, che forse erano rimaste in una sorta di zona d’ombra”.

Ed è qui il passaggio che può rassicurare i suoi tifosi relativamente all’accidentalità delle sconfitte subite nel Sunshine Double, rispetto a quanto accaduto ormai quasi tre anni fa. “Ora ho molta più fiducia e stabilità emotiva. Fiducia in me stesso, nelle mie possibilità e nelle mie qualità. So chi sono, cosa sono e cosa posso fare. E se alla fine non riesco in quello che mi ero prefissato, accetto la cosa molto meglio”.

Si entra così in quell’insieme di argomenti – la crescita personale e la ricerca interiore, le terapie alternative e l’alimentazione – in cui l’approccio non tradizionale di Djokovic agli stessi nel periodo dell’infortunio è stato spesso additato come la vera causa del suo calo. Basta ricordare le polemiche sulla sua frequentazione del “guru” Pepe Imaz. Il tutto forse causato dal fatto che l’approccio e le scelte di Djokovic non erano state spiegate nei dettagli. E magari anche dal fatto che non era stato sottolineato come certe pratiche erano per lui usuali anche quando vinceva tutto quello che c’era da vincere. A partire dalla meditazione.

Sì, pratico la meditazione già da quasi dieci anni. La meditazione è anche lavare i piatti, è osservare le stelle. La meditazione è tutto ciò che porta un uomo ad essere totalmente presente. Beh, noi siamo un po’, come posso dire, tradizionalisti, conservatori da questo punto di vista, e tutto ciò che è, per così dire, al di fuori di quello che conosciamo viene accettato con qualche riserva. E c’è stata quindi qualche incomprensione. Io pratico quella meditazione che conoscono tutti, quella del mainstream: mi siedo, respiro, sono consapevole della mia respirazione, sono cosciente dei miei pensieri, ma li lascio passare senza soffermarmicisi e in questo modo cerco di calmarmi”.

L’osservazione che viene fatta spesso a Djokovic – soprattutto da coloro che non simpatizzano per il 31enne tennista belgradese – è quella che questo approccio “zen” alla vita che traspare dalle sue parole spesso non trova riscontro sul terreno di gioco, dove diverse volte alcune sue reazioni non lo fanno di certo associare all’immagine di un monaco buddista. Nole non si nasconde. “Siamo persone, sbagliamo e ci ritroviamo in situazioni in cui non riusciamo a controllare le emozioni, non riusciamo a controllare le reazioni. Ci arrabbiamo, imprechiamo, rompiamo qualcosa e cose del genere. A me succede sul campo da gioco. Io rompo le racchette. In quel momento non ne sono certamente orgoglioso, perché so che non mando un bel messaggio a tutti i giovani che mi seguono, perché come sportivi godiamo di un grande seguito e molti giovani nel mondo ci prendono ad esempio perché vogliono diventare dei grandi atleti di successo come noi.

Ne sono consapevole e cerco di agire di conseguenza. E cerco di fare in modo che le mie parole e ciò che faccio siano allineati in questo. Ma non è sempre così. E lo accetto, come un gradino di una mia crescita. Col passare del tempo mi sono reso conto che è impossibile essere sempre positivi. E in secondo luogo mi sono reso conto che questo mio lato negativo e queste emozioni che si manifestano, non sono qualcosa di ostile, qualcosa che è entrato dentro di me, ma fanno parte di me… Io adesso cerco molto di più di ‘fare amicizia’ con il mio ego e in questo modo di controllarlo, invece di entrarci in conflitto come se fosse il nemico, come se fosse qualcosa di estraneo e in questo modo uscire sconfitto.” Insomma, a sentire il campione di Belgrado da quel tunnel in cui si è infilato poco meno di tre anni è uscito un Novak diverso. Un Novak che ha “smesso di cercare, per essere”.

“Passo meno tempo nel futuro e di più nel presente. Perché quando dici che stai cercando qualcosa, che sia la fortuna, l’amore, l’appartenenza, qualsiasi cosa sia, significa che praticamente in qualche modo tieni te stesso bloccato in un futuro e nell’incertezza che quel qualcosa accadrà, su quello che devi fare per realizzarlo. Io invece credo, e la applico praticamente ogni giorno, nel potere della visualizzazione. Questa è una pratica conosciuta dagli sportivi, non è qualcosa di cui parlo io adesso, i più grandi sportivi l’hanno utilizzata e la utilizzano. Immagino me stesso, come immaginavo me stesso quando avevo sette anni vincere un giorno il torneo di Wimbledon e mi ero anche costruito il trofeo con quello che avevo trovato in casa. La visualizzazione è una strumento molto potente, ma deve essere equilibrata con la tua capacità di stare nel presente. E tutto questo io lo vedo come uno sviluppo personale, non come la ricerca di un qualcosa. Perché sento che non ho motivo di cercare, perché tutto quello che cerco è dentro di me”.

Novak Djokovic – Shanghai 2018 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

Il richiamo al piccole Nole ci permette di riavvolgere il nastro dell’intervista, che era iniziata parlando di argomenti più “leggeri”. Come il primo ricordo legato al tennis e al suo idolo Pete Sampras. “Il mio primo contatto con il mondo del tennis è stata la sua finale a Wimbledon. Si trattava della sua prima vittoria a Wimbledon (era il 1993, Nole aveva appena compiuto sei anni: Pete sconfisse Courier in quattro set, ndr). La guardai e mi innamorai del tennis. Posso dire che anche il destino ci mise lo zampino, dato che proprio in quel periodo, nello stesso anno in cui guardai quella finale, furono costruiti i tre campi da tennis di fronte al ristorante gestito dai miei genitori sul Kopaonik, dove io sono cresciuto”.

Non poteva mancare l’osservazione sul fatto che Pete Sampras è stato il suo idolo, però a fargli da coach per un periodo è stato il più grande rivale del fuoriclasse di Potomac, Andre Agassi. “Lui è un amico, una persona su cui uno posso sempre contare. E ha messo in chiaro che posso sempre contare su di lui come mentore. Diciamo che con lui ho un rapporto più stretto che, ad esempio, con Sampras”.

Sempre rimanendo in tema, Djokovic ha rivelato che come molti di noi aveva sempre avuto il desiderio di conoscere quelli che erano i suoi idoli sportivi da bambino. Data la sua posizione un tantino privilegiata, è riuscito ad incontrarne due: Sampras (“L’ho conosciuto ad Indian Wells nel 2010. Ero lì che pensavo: gli chiedo o no di giocare? Ovviamente gliel’ho chiesto ed abbiamo scambiato qualche colpo, è stato bellissimo”) e Alberto Tomba. Ma gliene manca ancora uno: Michael Jordan. E Nole confessa di aver avuto l’occasione e di non averla saputa cogliere.

“Jordan si trovava a Montecarlo, dove io vivo da dieci anni. Mi ricordo che stavo facendo una pausa tra due allenamenti. Mia moglie era andata a fare un giro in città con sua sorella. Mi suona il cellulare ed io lo metto in modalità silenziosa in modo da poter riposare – questo accadeva prima che diventassimo genitori e quindi avevamo ancora un po’ di tempo per riposare – ma ad un certo punto vedo che continua ad illuminarsi e a vibrare. Ho pensato: cosa c’è? chi mi cerca? Controllo e trovo cinque chiamate perse di mia moglie. Rispondo e – mi ricordo quel momento come se fosse ieri – lei mi dice: ‘Jordan è cinque metri davanti a me’. Io: ‘Scusa?’ Lei: ‘Michael Jordan, il tuo idolo che vuoi così tanto conoscere è davanti a me. Vieni subito qua!’. Io non so cosa mi è preso e le ho risposto: ‘Non posso perché ho l’allenamento questo pomeriggio e devo riposare…’. Giuro, l’ho detto. Ho messo giù il telefono, ci ho pensato e naturalmente dopo dieci minuti ho preso e sono andato da lei. Ma Jordan se ne era già andato. Pazienza, avremo modo di conoscerci da qualche parte. Mi hanno detto che è un grande golfista”.

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Il Nadal ferito: “La mia peggior partita su terra degli ultimi 14 anni”

MONTECARLO – Una piccola crepa si apre nella schiacciante superiorità di Rafa sul rosso. Quando gli chiedono come sarà tornare ad allenarsi domani risponde: “Difficile. Questo è tutto”

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Rafael Nadal - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Montecarlo, la nostra inviata

Il re è caduto. Il re è caduto sul campo che più di ogni altro gli appartiene, il campo che per 11 volte ha conquistato con sudore, grinta e fatica. Stasera su quella terra Rafa è caduto sotto i colpi di Fabio Fognini, sotto le sferzate del vento e non è più riuscito a rialzarsi. Nadal arriva in conferenza stampa pochi minuti dopo la fine dell’incontro. È scuro in volto, si siede ed esordisce con una sentenza: “Quello che è accaduto è molto chiaro: ho giocato un terribile match contro un buon giocatore, perciò ho perso”. La parola terribile (in inglese Rafa usa il termine bad, ndr) sarà ripetuta dal campione spagnolo più e più volte durante i minuti dedicati ai giornalisti.

Qualcuno gli chiede se durante l’allenamento mattutino avesse provato sensazioni particolari. “No, non ho sentito nulla di strano o di brutto. È stato un giorno difficile, contro un avversario tosto. Arrivo da momenti duri per via degli infortuni. Dal punto di vista mentale non è facile accettare tutto ciò che mi è capitato negli ultimi tempi. Oggi è stato uno di quei giorni in cui tutto è andato in modo terribile. Credo di aver giocato la mia peggior partita su terra degli ultimi 14 anni!”. Rafa ripeterà ancora questo concetto a un collega, che tentando di trovare un lato positivo nella sconfitta, chiede a Nadal se in fondo qualcosa da salvare, da cui ripartire ci sia nel match di oggi. Ma Rafa
non riesce nemmeno a pensarci. “Ho già detto che questo è il peggior match che abbia mai giocato negli ultimi 14 anni!”.

Il re non solo è caduto, ma è infuriato e deluso per come è successo. “Ho giocato malissimo contro un giocatore che è stato più forte di me, oggi”; sottolinea senza arroganza la parola oggi. Nadal sa benissimo che sulla sua terra. se avesse trovato il ritmo, anche non al cento per cento della forma, avrebbe potuto prendersi la finale. Egli stesso sottolinea: “Dopo un anno e mezzo di continui stop per infortuni diventa più difficile rientrare ogni volta e tornare a vincere. Anche se sono stato competitivo in tutti i tornei a cui ho partecipato, in realtà mi sono sempre sentito al massimo al 60/70 % della mia forma fisica. Poi certo ci sono giorni in cui mi sono sentito anche al 90 %, ma non sono capitati spesso”.

Rafa non cerca scuse, non parla del vento, non vuole nemmeno pensare a dettagli tecnici o tattici: “Qui avevo l’occasione di iniziare bene la stagione su terra. Potremmo discutere di questioni tecniche o tattiche, ma oggi era uno di quei giorni in cui le sensazioni sul campo erano pessime. Quando capitano giornate del genere è difficile trovare una ragione”. E a proposito di sensazione i presenti sono curiosi di sapere cosa si prova quando proprio sulla terra rossa Rafael Nadal si accorge che le sue certezze stanno per crollare: “A cosa hai pensato quando ti sei trovato sotto 0-5 e 0-40?” Nadal è gelido: “Non ho pensato a niente. A quel punto sapevo che la partita era finita. Ci ho provato sotto 0-3, sotto 0-4, ma a quel punto, 0-5, 0-40, la partita è finita. Non c’è più nulla che si possa fare. Il fatto che io abbia vinto poi 2 game non cambia nulla. Non mi resta che capire perché oggi io abbia giocato in modo così terribile”.

Non vede l’ora di andarsene Rafa, di rifugiarsi all’interno del suo clan e capire cosa è accaduto alla sua testa, alle sue gambe. Non vede l’ora di salire su un aereo e tornare nella sua Manacor ad allenarsi sulla terra di casa. E allora proprio questa è la domanda: “Sarà difficile domani tornare ad allenarsi?” Ed ecco la risposta che Nadal probabilmente mai ha dato, quella che nessuno si aspetta: “Difficile. Questo è tutto”.

 

Sipario. Rafa si alza e lascia la sala interviste. Oggi Nadal è ferito, ma domani anche se sarà difficile, anche se i fantasmi di questo sabato pomeriggio resteranno nella sua testa, siamo certi che tornerà ad allenarsi con rabbia certo, ma afferrerà la racchetta e scenderà in campo. Questo era solo il primo atto, nei prossimi mesi ci sono altre terre da difendere e Rafa, si sa, non ama molto la sensazione della sconfitta.

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Fognini: “Cosa posso fare contro Rafa? Potrei ucciderlo!”

Le parole del ligure dopo la vittoria su Coric che lo riporta in semifinale a Montecarlo dopo 6 anni: “I cesti di Barazzutti stanno servendo a qualcosa…”

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Fabio Fognini è raggiante e anche un pochino incredulo al termine del quarto di finale vinto in rimonta contro Borna Coric rinfrancato anche dall’affetto del pubblico, dei familiari e degli amici e ora può giocare la semifinale contro Nadal senza nulla da perdere: “Spero che anche domani tutto il pubblico sia dalla mia parte. In questo torneo gioco in casa, più qui che a Roma! Sono contento per i familiari e gli amici che sono venuti qui questa settimana, ma soprattutto per me” ha detto Fognini a caldo.

In relazione alla sfida impossibile che lo attende domani: “È abbastanza tardi, proverò a recuperare e fare del mio meglio domani. Cosa posso fare contro Nadal? Potrei ucciderlo!“, scherza Fabio. “Domani non ho nulla da perdere, sono le partite che mi piace giocare. Ci ho più perso che vinto ma penso di avere il gioco per potergli dare fastidio e so che lui sa che posso dargli fastidio. Ho visto che lui oggi non ha giocato benissimo, ma domani è un altro giorno. Ovviamente bisogna tenere un livello alto per tutta la partita. Spero di prendere meno sberle della prima seminale (6-2 6-1 contro Djokovic, ndr) che ho giocato a Montecarlo“.

 

Un risultato impensabile se si pensa che lunedì Fabio era arrivato a un passo dalla sconfitta al primo turno contro il qualificato Andrey Rublev. E anche oggi il primo set non lasciava molte speranze specialmente dopo l’intervento del trainer per un problema al gomito.

Spero di aver messo alle spalle il periodo difficile. Nel primo set non riuscivo a prendergli il tempo, ho avuto anche un po’ di fortuna stasera ma la fortuna non guasta e in questo periodo si prende tutto. Lui mi ha aiutato nel secondo set e ha giocato malino fino alla fine del secondo, nel terzo credo di essere stato un pochettino superiore. Sto giocando bene! I cesti di Barazzutti stanno servendo a qualcosa… non immaginavo di ritrovarmi in semifinale dopo aver quasi perso al primo turno contro Rublev. Essere rimasto lì ha pagato“.

Capitolo infortuni: “Oggi ho chiamato il fisio perché il gomito mi faceva più male degli ultimi due o tre giorni, credo per la temperatura: oggi era più umido e più freddo, quindi ho preferito immobilizzarlo con un tape“. A fine match la scritta “Fogna 2” sulla telecamera di Tennis TV ha un destinatario particolare: “È per Berrettini, lui sa di cosa stiamo parlando“.

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Djokovic: “Giornata difficile, ma l’obiettivo è il Roland Garros”

Novak Djokovic sorpreso dalle condizioni: “Diverse dagli altri giorni, le palline saltavano molto”

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Novak Djokovic a Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sembrava che ti fossi ripreso nel secondo set. Che è successo nel terzo? È un problema di concentrazione o altro?

DJOKOVIC: Sì, ero avanti in tutti e tre i turni di servizio che ho perso nel terzo. Ho avuto anche game point, ma sai, un paio di palle corte, un doppio fallo e sulla terra la partita cambia velocemente.

 

Naturalmente, mi è mancata la giusta determinazione in certi colpi. È solo che ho fatto troppi errori non forzati. Troppi errori non forzati. Lui ha avuto molta pazienza. Tatticamente, ha giocato benissimo.

Ho giocato meglio alla fine del secondo set. Poi, cominciato il terzo, ho giocato un paio di buoni game, ma per il resto ho giocato ad un livello un po’ più basso. E succede.

Quanto è dura giocare contro Daniil? Sembra davvero difficile da affrontare.

DJOKOVIC: Beh, dal lato del rovescio è molto solido. Non fa molto errori e trova sempre profondità.

Oggi era molto ventoso, le condizioni cambiavano da un game all’altro. Mi è risultato difficile trovare il ritmo, e soprattutto lui non te ne da molto. Serve molto bene. Il suo dritto può essere un colpo insidioso, ma da quella parte commette più errori, perciò il suo rovescio è più solido. Si muove meglio sul campo rispetto allo scorso anno, sicuramente si merita di essere a questi livelli.

Abbiamo visto che nel tuo box c’era anche Pepe Imaz. Ha sempre continuato a lavorare con te, o è tornato a lavorare con te?

DJOKOVIC: Sì, è sempre una persona sulla quale posso contare.

Sei preoccupato per il livello del tuo gioco? Senti che stai migliorando lentamente, per poi esprimerti al meglio al Roland Garros?

DJOKOVIC: Sì, sicuramente. Il Roland Garros è l’obiettivo finale della stagione sulla terra, e spero di poter — beh, sicuramente, tutti si aspettano che io arrivi al top della condizione, ed è quello a cui punto anch’io. È solo il primo torneo sulla terra, la stagione è ancora lunga. Vedremo come andrà.

Come te lo spieghi? Hai giocato così bene a Melbourne. Sei sorpreso nel vedere che le cose nel tennis cambiano così velocemente?

DJOKOVIC: Beh, succede. Guarda, forse sono poco concreto nei tornei più grandi, ma ho giocato gli Slam al mio meglio, e questo è quello che voglio continuare a fare.

Sapresti dare un motivo a tutte queste eliminazioni precoci? Tu, Dominic, Sascha…

DJOKOVIC: È il primo torneo sulla terra, e giocatori con una classifica più bassa possono aver giocato di più sul rosso, magari in tornei precedenti, rispetto a noi. Questa potrebbe essere una ragione.

Le altre, beh, quando sei parte di questo sport, tu come tanti altri, sai che possono esserci delle giornate no. Non posso sapere le opinioni di Sasha o di Dominic. Per ogni giocatore può essere diverso. Ma il campo mi è sembrato piuttosto lento.

Le palline sono cambiate quest’anno. Rimbalzano molto alto. Abbiamo avuto tre, quattro giorni e altrettante condizioni diverse. Sai, campo lento e pesante, rimbalzo basso. Poi c’è stato tanto vento. Poi, d’improvviso, c’è stato molto caldo. Questo, condiziona molto il nostro gioco. È comunque impegnativo abituarsi a tutto ciò.

Traduzione a cura di Andrea Cioci

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