Nei dintorni di Djokovic: il nuovo Nole, qui e ora. “Ho più fiducia in me stesso”

Interviste

Nei dintorni di Djokovic: il nuovo Nole, qui e ora. “Ho più fiducia in me stesso”

Il serbo racconta come l’infortunio lo abbia cambiato (“Mi ha obbligato a guardarmi dentro”), tra riflessioni serie e aneddoti divertenti. Come quello che ha per protagonista (mancato) Michael Jordan…

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Le recenti sconfitte di Novak Djokovic, rispettivamente a Indian Wells contro Kohlschreiber e a Miami contro Bautista Agut, hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme tra i sostenitori del fuoriclasse serbo. Ad alimentare le loro preoccupazioni anche alcune dichiarazioni del loro beniamino (“Può essere che troppe cose fuori dal campo mi abbiano influenzato negativamente”), che hanno fatto percepire un disagio extra-tennistico del tennista belgradese. E di conseguenza l’associazione con il ricordo ancora fresco del biennius horribilis di Nole (luglio 2016- giugno 2018), dove oltre all’infortunio al gomito destro ci furono anche alcuni problemi personali che contribuirono a farlo scivolare in quella prolungata spirale negativa.

Sia chiaro, può semplicemente trattarsi di un incidente di percorso, forse causato dalla cinque settimane di assenza dal circuito dopo la trionfale cavalcata all’Australian Open. Come peraltro ipotizzato da Nole stesso, che infatti subito dopo essere stato eliminato a Miami ha inserito nella sua programmazione il torneo di Montecarlo. Evidente l’intenzione di non ripetere l’errore e di arrivare con un rodaggio adeguato al suo prossimo grande obiettivo: il bis al Roland Garros e di conseguenza il secondo “Nole Slam” della carriera. Per cercare allora di capire se non è niente di serio ed i suoi sostenitori possono dormire sonni tranquilli, può essere utile andare a leggere l’ampia sintesi della video-intervista che proprio prima della trasferta americana il n.1 del mondo ha rilasciato alla pagina serba del portale “Vice” che vi proponiamo nel seguito dell’articolo.

Tra i tanti argomenti toccati nell’intervista, molto spazio è stato dato ovviamente all’infortunio e al clamoroso comeback. Che ad un certo punto sembrava impossibile, leggasi dopo la sconfitta con Cecchinato a Parigi, come ammesso in più occasioni dallo stesso Nole. E pensare che accadeva solo dieci mesi fa. “L’infortunio ha sicuramente rappresentato una grande punto di svolta della mia vita. Non solo dal punto di vista tennistico, ma anche da quello personale e caratteriale. In qualche modo sono stato obbligato a guardarmi profondamente dentro e probabilmente a scoprire parti di me che avevo nascosto per anni, che sono venute a galla quando le cose non giravano più nel verso giusto”.

Un punto di svolta che Djokovic ha deciso di affrontare con i suoi tempi dopo aver trascinato il problema al gomito troppo a lungo (“In realtà era iniziato più di due anni e mezzo prima, ma sono andato avanti – sbagliando – ad antinfiammatori, fino a quando non sono più riuscito ad impugnare la racchetta, nei quarti di finale di Wimbledon, e mi sono dovuto ritirare”). E che a posteriori ritiene fosse necessario per lui. “Credo fermamente sia stato questo potere più alto, semplicemente, a volermi dire in questo modo che – ok, ora devi fermarti e devi prenderti una pausa. Ho preso una pausa più lunga rispetto a quanto alcuni medici mi avevano, diciamo così, prescritto. Dicevano che dopo 3-4 mesi sarei stato a posto. Io ho detto no, ho bisogno di sei mesi, perché ho bisogno di una pausa mentale, per – come dire – ricaricare completamente le batterie dal punto di vista emotivo… Ero talmente saturo…”.

 
il ritiro contro Tomas Berdych

Proprio con riferimento a questo aspetto, il fuoriclasse serbo ha ammesso che dopo aver finalmente vinto il Roland Garros ha provato sì tanta soddisfazione ed orgoglio per aver raggiunto un traguardo inseguito così a lungo (la sua prima partecipazione risaliva al 2005, la prima delle sue otto semifinali – compresa quella del trionfo 2016 – al 2007), ma allo stesso tempo anche un senso di vuoto che non aveva mai provato sino ad allora (Mi chiedevo: “Qual è il passo successivo?”. “E adesso?”). Le riflessioni che ne sono derivate erano anche collegate alla cosa più bella che fosse accaduta nella vita di Novak, la paternità (al tempo di Stefan, poi è arrivata anche Tara). “Quando sono diventato padre, questo mi ha dato una spinta ed un entusiasmo incredibili, ho avuto i 15 mesi migliori mesi della mia carriera… Ma dopo quel Roland Garros, dopo quella sensazione, il fatto di essere un genitore mi ha fatto rendere conto del fatto che c’è molto di più nella vita. E che non avevo, come posso dire, dedicato sufficiente attenzione ad alcune parti di me, che forse erano rimaste in una sorta di zona d’ombra”.

Ed è qui il passaggio che può rassicurare i suoi tifosi relativamente all’accidentalità delle sconfitte subite nel Sunshine Double, rispetto a quanto accaduto ormai quasi tre anni fa. “Ora ho molta più fiducia e stabilità emotiva. Fiducia in me stesso, nelle mie possibilità e nelle mie qualità. So chi sono, cosa sono e cosa posso fare. E se alla fine non riesco in quello che mi ero prefissato, accetto la cosa molto meglio”.

Si entra così in quell’insieme di argomenti – la crescita personale e la ricerca interiore, le terapie alternative e l’alimentazione – in cui l’approccio non tradizionale di Djokovic agli stessi nel periodo dell’infortunio è stato spesso additato come la vera causa del suo calo. Basta ricordare le polemiche sulla sua frequentazione del “guru” Pepe Imaz. Il tutto forse causato dal fatto che l’approccio e le scelte di Djokovic non erano state spiegate nei dettagli. E magari anche dal fatto che non era stato sottolineato come certe pratiche erano per lui usuali anche quando vinceva tutto quello che c’era da vincere. A partire dalla meditazione.

Sì, pratico la meditazione già da quasi dieci anni. La meditazione è anche lavare i piatti, è osservare le stelle. La meditazione è tutto ciò che porta un uomo ad essere totalmente presente. Beh, noi siamo un po’, come posso dire, tradizionalisti, conservatori da questo punto di vista, e tutto ciò che è, per così dire, al di fuori di quello che conosciamo viene accettato con qualche riserva. E c’è stata quindi qualche incomprensione. Io pratico quella meditazione che conoscono tutti, quella del mainstream: mi siedo, respiro, sono consapevole della mia respirazione, sono cosciente dei miei pensieri, ma li lascio passare senza soffermarmicisi e in questo modo cerco di calmarmi”.

L’osservazione che viene fatta spesso a Djokovic – soprattutto da coloro che non simpatizzano per il 31enne tennista belgradese – è quella che questo approccio “zen” alla vita che traspare dalle sue parole spesso non trova riscontro sul terreno di gioco, dove diverse volte alcune sue reazioni non lo fanno di certo associare all’immagine di un monaco buddista. Nole non si nasconde. “Siamo persone, sbagliamo e ci ritroviamo in situazioni in cui non riusciamo a controllare le emozioni, non riusciamo a controllare le reazioni. Ci arrabbiamo, imprechiamo, rompiamo qualcosa e cose del genere. A me succede sul campo da gioco. Io rompo le racchette. In quel momento non ne sono certamente orgoglioso, perché so che non mando un bel messaggio a tutti i giovani che mi seguono, perché come sportivi godiamo di un grande seguito e molti giovani nel mondo ci prendono ad esempio perché vogliono diventare dei grandi atleti di successo come noi.

Ne sono consapevole e cerco di agire di conseguenza. E cerco di fare in modo che le mie parole e ciò che faccio siano allineati in questo. Ma non è sempre così. E lo accetto, come un gradino di una mia crescita. Col passare del tempo mi sono reso conto che è impossibile essere sempre positivi. E in secondo luogo mi sono reso conto che questo mio lato negativo e queste emozioni che si manifestano, non sono qualcosa di ostile, qualcosa che è entrato dentro di me, ma fanno parte di me… Io adesso cerco molto di più di ‘fare amicizia’ con il mio ego e in questo modo di controllarlo, invece di entrarci in conflitto come se fosse il nemico, come se fosse qualcosa di estraneo e in questo modo uscire sconfitto.” Insomma, a sentire il campione di Belgrado da quel tunnel in cui si è infilato poco meno di tre anni è uscito un Novak diverso. Un Novak che ha “smesso di cercare, per essere”.

“Passo meno tempo nel futuro e di più nel presente. Perché quando dici che stai cercando qualcosa, che sia la fortuna, l’amore, l’appartenenza, qualsiasi cosa sia, significa che praticamente in qualche modo tieni te stesso bloccato in un futuro e nell’incertezza che quel qualcosa accadrà, su quello che devi fare per realizzarlo. Io invece credo, e la applico praticamente ogni giorno, nel potere della visualizzazione. Questa è una pratica conosciuta dagli sportivi, non è qualcosa di cui parlo io adesso, i più grandi sportivi l’hanno utilizzata e la utilizzano. Immagino me stesso, come immaginavo me stesso quando avevo sette anni vincere un giorno il torneo di Wimbledon e mi ero anche costruito il trofeo con quello che avevo trovato in casa. La visualizzazione è una strumento molto potente, ma deve essere equilibrata con la tua capacità di stare nel presente. E tutto questo io lo vedo come uno sviluppo personale, non come la ricerca di un qualcosa. Perché sento che non ho motivo di cercare, perché tutto quello che cerco è dentro di me”.

Novak Djokovic – Shanghai 2018 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

Il richiamo al piccole Nole ci permette di riavvolgere il nastro dell’intervista, che era iniziata parlando di argomenti più “leggeri”. Come il primo ricordo legato al tennis e al suo idolo Pete Sampras. “Il mio primo contatto con il mondo del tennis è stata la sua finale a Wimbledon. Si trattava della sua prima vittoria a Wimbledon (era il 1993, Nole aveva appena compiuto sei anni: Pete sconfisse Courier in quattro set, ndr). La guardai e mi innamorai del tennis. Posso dire che anche il destino ci mise lo zampino, dato che proprio in quel periodo, nello stesso anno in cui guardai quella finale, furono costruiti i tre campi da tennis di fronte al ristorante gestito dai miei genitori sul Kopaonik, dove io sono cresciuto”.

Non poteva mancare l’osservazione sul fatto che Pete Sampras è stato il suo idolo, però a fargli da coach per un periodo è stato il più grande rivale del fuoriclasse di Potomac, Andre Agassi. “Lui è un amico, una persona su cui uno posso sempre contare. E ha messo in chiaro che posso sempre contare su di lui come mentore. Diciamo che con lui ho un rapporto più stretto che, ad esempio, con Sampras”.

Sempre rimanendo in tema, Djokovic ha rivelato che come molti di noi aveva sempre avuto il desiderio di conoscere quelli che erano i suoi idoli sportivi da bambino. Data la sua posizione un tantino privilegiata, è riuscito ad incontrarne due: Sampras (“L’ho conosciuto ad Indian Wells nel 2010. Ero lì che pensavo: gli chiedo o no di giocare? Ovviamente gliel’ho chiesto ed abbiamo scambiato qualche colpo, è stato bellissimo”) e Alberto Tomba. Ma gliene manca ancora uno: Michael Jordan. E Nole confessa di aver avuto l’occasione e di non averla saputa cogliere.

“Jordan si trovava a Montecarlo, dove io vivo da dieci anni. Mi ricordo che stavo facendo una pausa tra due allenamenti. Mia moglie era andata a fare un giro in città con sua sorella. Mi suona il cellulare ed io lo metto in modalità silenziosa in modo da poter riposare – questo accadeva prima che diventassimo genitori e quindi avevamo ancora un po’ di tempo per riposare – ma ad un certo punto vedo che continua ad illuminarsi e a vibrare. Ho pensato: cosa c’è? chi mi cerca? Controllo e trovo cinque chiamate perse di mia moglie. Rispondo e – mi ricordo quel momento come se fosse ieri – lei mi dice: ‘Jordan è cinque metri davanti a me’. Io: ‘Scusa?’ Lei: ‘Michael Jordan, il tuo idolo che vuoi così tanto conoscere è davanti a me. Vieni subito qua!’. Io non so cosa mi è preso e le ho risposto: ‘Non posso perché ho l’allenamento questo pomeriggio e devo riposare…’. Giuro, l’ho detto. Ho messo giù il telefono, ci ho pensato e naturalmente dopo dieci minuti ho preso e sono andato da lei. Ma Jordan se ne era già andato. Pazienza, avremo modo di conoscerci da qualche parte. Mi hanno detto che è un grande golfista”.

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Essere un professionista di tennis… col joypad: intervista a Lorenzo Cioffi, campione di E-sports

Lunga chiacchierata con uno dei migliori videogiocatori di tennis del mondo, che ha commentato il Mutua Madrid Open Virtual Pro. Il futuro della racchetta passa anche da qui

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Lorenzo Cioffi, vincitore della seconda edizione del Daikin eSport Open (ATP 250 Monaco 2019)

In un mondo emerso solo da poche settimane dal lockdown, gli “e-Sport” si sono imposti come una delle fonti principali di intrattenimento sportivo; in generale, tutto l’universo del gaming ha ricevuto una spinta propulsiva dalla ‘nuova normalità’ a cui siamo stati costretti per quasi tre mesi.

Per quanto indietro rispetto ad altri sport come il calcio o il basket, anche il tennis sta iniziando a ritagliarsi il suo piccolo spazio nel campo degli e-Sport. Infatti, sempre molto attento alle nuove tecnologie, il torneo di Madrid diretto da Feliciano Lopez ha di recente organizzato un torneo di tennis virtuale al quale hanno preso parte tennisti professionisti come Nadal e Murray: un’iniziativa che non sembra aver accolto il favore della base di appassionati del tennis, non particolarmente giovane, ma che ha l’obiettivo di provare a stabilire un contatto con le nuove generazioni, gli ipotetici tifosi del futuro. La stessa direzione verso cui si muove il nuovo circuito pensato da Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown che ha ricevuto più critiche che elogi per l’eccessiva spregiudicatezza del cambiamento regolamentare.

C’è stata anche un po’ d’Italia al Mutua Madrid Open Virtual Pro. Oltre a Fognini, in gara da partecipante, il commentatore internazionale dell’evento è stato Lorenzo Cioffi, professionista italiano di E-sport.

 

Lorenzo ha una carriera ricca di successi nel mondo dei videogiochi di tennis: è stato per 15 settimane il numero 1 del mondo su Tennis Elbow e due volte campione italiano di Tennis World Tour, e vanta anche un secondo e un terzo posto alle Roland Garros eSeries, che quest’anno si sono tenute a inizio giugno.

Proprio con Lorenzo abbiamo fatto una lunga chiacchierata sull’evento di Madrid e sulle implicazioni future che potrà avere, relativamente al pianeta del gaming nel tennis. Un argomento che l’ATP e la WTA non possono più ignorare se l’intenzione è avvicinare un pubblico più giovane al tennis.


Partiamo proprio dal principio. Come ti sei avvicinato al mondo degli E-sport di tennis?
Nel 2014, l’anno in cui mi sono avvicinato a Tennis Elbow – il videogioco con cui mi sono appassionato al genere. È un gioco ‘indie’ e quindi non ha tornei per i pro, ma quando gioco sono sempre molto competitivo. Poi mi sono avvicinato al mondo dei tornei e ho cominciato a dedicare maggiore impegno. Nel 2018, quando c’è stato il torneo per lanciare Tennis World Tour a Roma, sono partito in treno al mattino presto da Ancona e senza aver mai provato il gioco (era in versione beta, ndr) ho vinto il torneo. Mi sono avvicinato così a Tennis World Tour, in maniera molto naturale. Io volevo solo provare il gioco e il fatto che abbia vinto il torneo è stato secondario. Ero già abituato da Tennis Elbow mentalmente e questo mi ha aiutato.

Lorenzo Cioffi

Cosa pensi del futuro del tennis nel mondo dei videogiochi dopo l’evento di Madrid? L’ATP comincerà a interessarsi del settore?
L’ATP spingerà sicuramente. I videogiochi sono ottimi per sponsorizzare e le competizioni non possono fare che bene perché dimostrano che il tennis è uno sport con un target giovane. L’obiettivo da anni è anche quello di svecchiare un po’ lo sport e i videogiochi potrebbero essere un ottimo modo come fatto dalla FIFA (la federazione che governa il calcio, ndr)… con FIFA (il videogioco, ndr). Ci sarà una crescita delle competizioni come c’è stata dal 2018 al 2019, e si è vista sicuramente un maggiore interesse delle stesse federazioni a organizzare i tornei. Probabilmente, con un gioco migliore, avremmo avuto più tornei e una community più grande. Questo avrebbe contribuito a far crescere gli E-sport, e sicuramente TWT (Tennis World Tour, ndr) non è la piattaforma migliore; speriamo bene con TWT2. Se ci sarà un gioco valido supportato da una buona community, l’ATP e la WTA non staranno con le mani in mano.

Sempre che non si uniscano nel breve periodo
Anche questa cosa non è ben chiara. La WTA potrebbe avere qualcosa da dire nei videogiochi. Sono a conoscenza di alcuni dettagli che non posso rivelare, ma sicuramente qualcosa si sta muovendo a livello di licenze.

Quindi hai avuto contatti diretti con ATP e WTA?
Non direttamente, però mi sono informato molto e ho contatti con diversi sviluppatori; insomma mi sono mosso abbastanza nel settore.

Pensi che l’ATP abbia fatto abbastanza per promuovere il tennis tra le nuove generazioni? Ci riferiamo al periodo pre-Gaudenzi…
Ci sono stati pochi eventi legati ai videogiochi e non li hanno organizzati loro in prima persona. L’unica cosa che ATP ha fatto per svecchiarsi un po’ negli ultimi anni è sviluppare un po’ il lato social, specialmente YouTube. Hanno cercato di copiare e far propri molti format come ad esempio i punti migliori della stagione, del torneo eccetera. Si sta muovendo abbastanza bene, ma vediamo se succederà qualcosa anche sul fronte dei videogiochi.

Con la pausa degli sport tradizionali per il coronavirus, c’è stato un vero e proprio boom dei videogiochi sportivi, con gli sportivi stessi come Leclerc a testare i titoli di Formula 1. Pensi che dopo questa pausa forzata anche l’ATP abbia cambiato atteggiamento sul tema videogiochi?
Sono abbastanza sicuro che lo faranno e penso l’avrebbero fatto comunque. Titoli come Tennis Elbow erano già stati annunciati e probabilmente avrebbero innescato qualche reazione da parte dell’ATP. Nel 2020 non penso sia difficile realizzare un bel gioco di tennis, ci sono tutti gli strumenti adeguati e l’ATP potrebbe dare una mano dal punto di vista delle licenze, che renderebbero il gioco appetibile anche per i giocatori ‘casuali’ interessati a divertirsi con Federer, Nadal o Djokovic. Sicuramente, durante l’emergenza sanitaria, l’ATP si è resa conto di essere ‘scoperta’ da questo punto di vista a differenza del Motorsport dove ci sono tantissimi simulatori.

Raccontaci un po’ della tua esperienza da commentatore per il torneo virtuale di Madrid con Nadal, Murray e altri campioni. Com’è nata la tua partecipazione all’evento?
Ho saputo dell’evento e conoscevo un ragazzo che mi ha portato all’interno dell’organizzazione. Avevamo già esperienze di streaming insieme e sapeva che avrei potuto portare esperienza sul campo e spunti tecnici. Anche se il target secondo me era diverso (più tarato sui partecipanti che sul gioco in sé, ndr), ero lì per fornire il commento tecnico e sono rimasti tutti contenti del lavoro che ho fatto. Il fatto che avessi un palmarés importante sicuramente ha contribuito.

Come vi siete organizzati concretamente?
Ci siamo sentiti su un canale Discord (applicazione molto usata dai gamers per essere in contatto durante le sessioni di gaming, ndr), solo noi commentatori. Gli organizzatori non li abbiamo sentiti direttamente ma tramite un’agenzia. È stato un po’ strano, ma era l’unico modo considerato il lockdown generale. C’è stato da organizzare per preparare i due giorni, ma è stata un’esperienza fantastica.

Da eventi del genere mi aspetto un montepremi molto ampio.
Si, sicuramente il montepremi riservato ai partecipanti era importante, cifre che noi non abbiamo mai visto ad esempio.

Qual è il montepremi medio nei tornei di e-Sport di tennis?
Si aggira sui 10.000-15.000 euro, rispetto agli altri e-Sport sicuramente è basso ma è normale sia così. I tornei sono condensati da marzo a giugno, praticamente sulla stagione della terra battuta. Ci sono molti tornei di preparazione al Roland Garros come Estoril, Monaco. Per adesso il tennis “virtuale” è più una passione rispetto ad altri e-Sport in cui si può considerare un lavoro vero e proprio. Non mi dispiacerebbe diventasse tale in futuro.

Tendenzialmente per una stagione da numero 1 al mondo quanti soldi ti guadagnano?
Si può arrivare a 6.000-8.000 euro, dipende dai tornei. Il Roland Garros non è quello che paga di più ad esempio. Il montepremi è di 10.000 euro ma il vincitore ne prende 5,000 e il resto è diviso tra gli altri partecipanti. A Monaco la prima edizione metteva in palio 2000 euro, 1500 dei quali al vincitore, invece l’anno scorso al vincitore sono andati 4000 euro. Per me vincere Monaco è stato più appagante di arrivare in semifinale al Roland Garros, dopo tante partite non si vince poi così tanto. Monaco è un torneo molto ben organizzato in generale, il migliore dello scorso anno.

Passiamo al tennis giocato. Da appassionato di tennis pensi si giocherà nel 2020? E se si giocherà, quale sarà lo scenario? Pensi che i Big3 soffriranno il periodo di pausa forzata come detto da Becker?
Non so se si giocherà nel 2020, io spero di si ma deve essere garantita la sicurezza. Se iniziassero ad agosto, considerando che il tennis è globale, sarà difficile superare tutte le barriere che rimangono in alcune parti del mondo Per me si dovrebbe passare direttamente al 2021, anche se così Djokovic resterebbe imbattuto. Per me gli anziani” saranno avvantaggiati perché avranno meno pressione addosso.

Eppure sembra proprio che si giocherà nel 2020, tra Roma, Parigi e US Open…
Sinceramente non credo riusciranno a starci dentro a livello finanziario e se non ci saranno le condizioni perfette (niente pandemia) secondo me non si deve giocare. Giocare un torneo di tennis vuol dire mettere insieme persone da tutto il mondo e mi sembra impossibile al momento.

Potete seguire Lorenzo Cioffi su Twitch

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Gaudenzi: “I tornei ATP dovrebbero giocarsi in sicurezza nonostante le circostanze”

Dopo le polemiche su Djokovic e l’Adria Tour, torna a parlare il Chairman ATP. I tornei programmati al momento non sembrano a rischio: “La salute va sempre messa in primo piano, ma non possiamo azzerare i rischi”

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Andrea Gaudenzi (foto ATP Tour 2019)

Manca circa un mese e mezzo alla ripartenza della stagione tennistica 2020. ATP e WTA hanno pubblicato due settimane fa il calendario rimodulato che scandirà i ritmi della stagione post-Covid. Il presidente dell’ATP Andrea Gaudenzi, dopo la bacchettata a Novak Djokovic, è tornato sugli argomenti che riguardano il Tour e la sua imminente ripresa e al sito ATP ha ribadito un concetto fondamentale di questi tempi: La nostra priorità numero uno è stata quella di proteggere la salute. E così sarà sempre. Resta l’elemento che ci dice come e quando il tennis può essere in grado di riprendere. Non prendiamo decisioni senza consultare esperti medici competenti. Disponiamo di protocolli robusti ed esaustivi da implementare in occasione degli eventi ATP al fine di mitigare i rischi di infezione, ma dobbiamo anche essere realistici sul fatto che non è possibile rimuovere tutti i rischi”.

Oltre a una prima valutazione di natura sanitaria, è stato (e sarà) necessario prendere decisioni delicate per tutto l’universo tennistico: “Dopo la salute, il nostro obiettivo principale è quello di perseguire il bene più grande per il nostro sport e di cercare di recuperare il più possibile della stagione in termini di gioco, punti di classifica, premi in denaro e offrendo il nostro sport ai fan che sono desiderosi di rivedere il tennis. Ci rendiamo conto che la ripresa del calendario non è assolutamente perfetta: ci piacerebbe avere più eventi, più opportunità di gioco e più spazio tra i nostri eventi per facilitare la programmazione dei giocatori”.

La realtà è che l’impatto economico della crisi ha fatto sì che i tornei minori siano meno in grado di resistere alla tempesta rispetto a quelli in cima ha precisato il Chairman. “Ciò significa che dovremmo bloccare l’intero Tour fino a quando la situazione non sarà tornata alla normalità? Il nostro giudizio è che si debba iniziare da qualche parte e se abbiamo tornei ai massimi livelli in grado di svolgersi in un ambiente sicuro, offrendo opportunità di guadagno non solo per i giocatori ma per l’intero settore, beh, questo è un inizio. A lungo termine, sono ottimista sul fatto che con le misure preventive sviluppate e l’unità dimostrata dalle parti interessate, il tennis tornerà più forte che mai e continuerà a crescere per gli anni a venire“.

 

Ciò che è accaduto lo scorso weekend all’Adria Tour ha generato molta preoccupazione all’interno del circuito, oltre che tra appassionati e addetti ai lavori. Dopo la scoperta della positività di Dimitrov, una serie di contagi a catena – ultimo in ordine di tempo quello di Ivaniseviccausati da un generale disinteresse verso le misure basilari per il contenimento del COVID-19 (nessuna mascherina, spalti gremiti, partite di calcio e basket) hanno messo il tennis sotto una luce negativa a livello globale, nonostante sia di base uno degli sport con le dinamiche di gioco più adatte al rispetto del distanziamento sociale.

Gruppo A, Adria Tour 2020 a Zara (foto HTS/Mario Ćužić)

Gaudenzi al momento non sembra mettere in discussione la ripresa dei tornei programmata per agosto: “Penso che sia naturale la preoccupazione. La situazione globale del coronavirus si sta rapidamente sviluppando e presenta molte incognite. Credo che le nostre precauzioni e i nostri protocolli siano ben formati e, in base ai piani attuali, alcuni dei più grandi eventi ATP dovrebbero essere in grado di giocarsi in sicurezza nonostante le circostanze. Alla fine, però, possiamo anche attuare i piani più solidi, ma la collaborazione e l’approvazione da parte dei governi locali saranno fondamentali e continueremo a monitorare le restrizioni ai viaggi internazionali settimanalmente, con l’evolversi della situazione”.

La fine della pandemia è ancora lontana, ma per Gaudenzi è opportuno guardare anche agli obiettivi a lungo termine, valutare come migliorare il circuito e far crescere il numero di appassionati: “Possiamo fare meglio come sport? Credo di sì, altrimenti non avrei assunto questo ruolo. Per me la domanda è: come si può unire uno sport e collaborare in modo significativo per alzare l’asticella per tutti? A questo proposito, dobbiamo chiederci se la distribuzione del montepremi funziona come previsto, nella direzione che vogliamo intraprendere come sport. Abbiamo in atto un piano strategico che spera di affrontare questi temi. L’attenzione, in primo luogo, è far crescere l’intera torta per l’intero sport, ma anche garantire la ridistribuzione attraverso tutto l’ecosistema del tennis fino al Challenger Tour, il che è necessario se vogliamo uno sport sano che sia attraente e praticabile come percorso professionale”.

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Giulio Zeppieri non ha fretta: “Se hai le qualità arrivi. Il tennis in TV non mi piace troppo”

Alla scoperta del diciottenne di Roma. L’operazione alle tonsille gli ha impedito di essere a Todi, ma sarà pronto alla ripresa. Il rapporto speciale con coach Melaranci e l’amico Musetti

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Giulio Zeppieri (foto Giancarlo Colombo)

“La cosa più sbagliata che puoi fare è avere troppa fretta di arrivare”. Parole e musica di Giulio Zeppieri. “Ognuno deve fare il suo percorso, ognuno deve avere il suo tempo. Poi se hai le capacità e le qualità sicuramente arrivi”. Il mancino nato a Roma il 7 dicembre del 2001, oggi numero 371 del ranking ATP, è reduce dalla sua prima stagione da ‘pro’ e da un inizio di 2020 condizionato da alcuni problemi fisici: “Sono stato male a inizio anno e ho giocato pochissimo: ho fatto tre tornei e in due avevo la febbre. Ho avuto un problema alle tonsille e anche alcuni fastidi alla schiena, quindi sono stato molto fermo“. Poi lo stop del circuito a causa della pandemia di COVID-19 e il lockdown.

Raggiungiamo Giulio telefonicamente durante la pausa pranzo, tra un allenamento e l’altro, e iniziamo parlando proprio della ripresa dell’attività sul campo, alla Capanno Tennis Academy di Latina: “All’inizio abbiamo giocato solo due-tre volte alla settimana. Non ho avuto grandi difficoltà a riprendere, anche perché durante lo stop ho lavorato tanto a livello fisico con il mio preparatore Roberto Petrignani. Mancano ancora due mesi al prossimo torneo, è tanto tempo. Diciamo che l’obiettivo del ritorno in campo per ora rimane lontano, per questo motivo ancora non c’è tantissimo stimolo nell’allenarsi.

Ha destato una certa sorpresa l’assenza di Zeppieri ai Campionati Assoluti di Todi. “Avrei voluto esserci, ma ho dovuto rinunciare. Oltre al fatto che il 2 luglio farò la maturità e quindi devo studiare, alla fine ho deciso di fare l’intervento chirurgico alle tonsille: mi opero il 26 giugno”. L’intervento chirurgico non dovrebbe comunque mettere a rischio la sua presenza nei tornei di agosto: “Dopo l’operazione dovrò stare fermo almeno una ventina di giorni prima di iniziare l’attività fisica. Diciamo che potrei riprendere a giocare intorno a metà luglio, dovrei essere pronto per la ripartenza. Non so bene come si evolverà la situazione dei Futures e dei Challenger, vediamo che faranno nei prossimi giorni. Quello che sappiamo noi è quello che sanno tutti. Non ci dicono né più né meno”.

 

Chiediamo a Giulio quale sia l’aspetto da curare maggiormente in vista del ritorno in campo dopo uno stop così lungo: quello fisico o quello mentale? “Sicuramente tutti e due. Secondo me ricominciare a giocare non sarà facile. Chi si farà trovare subito pronto anche a livello mentale potrà avere un grande vantaggio rispetto agli altri”.

Lo stop forzato ha però permesso a Zeppieri di lavorare su diversi aspetti del suo gioco: Abbiamo lavorato tantissimo sul dritto, sull’approccio a rete e sulle volée. In questo periodo era necessario, è un po’ come fare la preparazione invernale. Il dritto è migliorato molto, ma c’è ancora del lavoro da fare. Così come sulle volée. I colpi su cui mi sento più sicuro rimangono il servizio e il rovescio”. Se sul cemento l’aiuto arriva dalla battuta (“Servendo abbastanza bene sul duro mi trovo meglio”), sulla terra è necessario adattare un pochino il rovescio, che l’azzurro al momento gioca ancora relativamente piatto: “È una delle cose su cui ho lavorato tanto in questo periodo. Stiamo cercando di cambiare un pochino il rovescio quando gioco sulla terra, l’obiettivo è cercare di far girare un po’ di più la palla per poi spostarmi sul dritto. Comunque credo di giocare bene anche sulla terra, sono abbastanza versatile”.

Giulio Zeppieri (foto Giancarlo Colombo)

Merito anche di Piero Melaranci, il coach che segue Zeppieri praticamente da sempre. “Con Piero ci siamo trovati bene fin da subito. Sono stato molto fortunato a trovare una persona così brava e preparata, non è una cosa semplice”. Qual è il segreto? Perché questo rapporto funziona così bene? Funziona perché la pensiamo allo stesso modo. Perché ha sempre cercato di farmi capire le cose e come affrontarle. Mi ha aiutato molto anche dal punto di vista mentale, anche per le cose che riguardano la vita di tutti i giorni. Sono stato con lui fin da piccolo, abbiamo passato tantissimo tempo insieme… alla fine è un po’ una figura paterna”. Insieme a Melaranci e al preparatore atletico Petrignani, anche il mental coach Lorenzo Beltrame ha un ruolo di primo piano nel team, perché come spiega Giulio “è importante per un giocatore non accelerare troppo i tempi, iniziare con calma e non esagerare subito fin da piccolo, perché certe cose possono essere complicate da capire”.

La conversazione si sposta sulla situazione del tennis maschile italiano: “Non siamo messi per niente male… credo che a livello giovanile in questo momento il movimento italiano sia uno dei migliori che abbiamo mai avuto, forse il migliore. Abbiamo tantissimi ragazzi che giocano bene”. Come il suo grande amico Lorenzo Musetti (intervistato da Alessandro Stella poche settimane fa): Abbiamo un rapporto veramente speciale, ci conosciamo benissimo. Nei tornei stiamo sempre insieme, viaggiamo insieme. Io conosco bene i suoi genitori, lui conosce i miei. La competizione c’è solo quando scendiamo in campo. Ma abbiamo giocato pochissime volte uno contro l’altro: solo tre, è assurdo!”. A proposito di giovani connazionali, a livello junior Giulio ha giocato spesso in doppio con Sinner: “Sì, un anno abbiamo giocato sempre insieme. Jannik ha sempre giocato benissimo a tennis, si sapeva che era uno che poteva esplodere. Però così, da un momento all’altro… nessuno pensava che potesse raggiungere un livello del genere in così poco tempo. Speriamo che diventi ancora più forte”.

Lo scorso anno, nella sua prima stagione da professionista, Zeppieri ha trionfato nel 25000 dollari di Santa Margherita di Pula e raggiunto la sua prima semifinale a livello Challenger a Parma (sconfitto al tie-break decisivo da Federico Gaio). Come ha vissuto il passaggio da junior a ‘pro’? “Abbastanza bene direi. Sono stato fortunato perché ho giocato pochissimi Futures, avendo ricevuto le wild card della federazione per i Challenger. Non è stato un trauma così grande. Naturalmente all’inizio il livello dei Challenger era abbastanza alto, però devo ammettere che mi sono subito adattato abbastanza bene. Una delle differenze più grandi è l’attenzione dei match e anche la qualità fisica delle partite. Ho avuto dei problemi all’inizio a livello fisico: fastidi al braccio, crampi… L’intensità della partita è molto alta. Tutta gente che lotta, che non molla mai e che sbaglia poco. È difficile. Il livello Challenger è il più duro, tutti vogliono salire e nessuno vuole scendere. Tutti si impegnano tantissimo, forse è il più difficile da quel punto di vista”.

L’azzurro si dice comunque soddisfatto del suo primo anno: “Ho giocato delle ottime partite, naturalmente molte le ho perse ma c’era da aspettarselo. Però credo di aver fatto un ottimo esordio, un ottimo anno. Ho giocato bene a sprazzi, ho avuto un po’ di difficoltà a mantenere alto il livello di gioco. Non ho avuto troppa continuità nei risultati, però è anche vero che ho alzato tantissimo il livello rispetto ai tornei che giocavo l’anno prima”.

A proposito di nuove regole e nuovi format di punteggio, che ne pensa Zeppieri della possibilità di ridurre la durata dei match? “Ho giocato con i set a quattro game, potrebbe essere un’idea ma io non credo che si possa fare a breve. Sinceramente io preferisco giocare due su tre o tre su cinque con il punteggio classico. Tre su cinque a quattro credo sia troppo corto… non c’è tempo. A me non piace come format. Vorremmo chiedergli un giudizio sull’Ultimate Tennis Showdown, ma con grande prontezza ci anticipa: Ho visto che hanno fatto un torneo un po’ strano da Mouratoglou, mi hanno parlato di alcune regole ma non ho seguito benissimo. Qualcosa si potrebbe fare, sarebbe divertente, ma sempre a livello di esibizione. Non credo si possa fare qualcosa del genere in un torneo.

Visto che secondo Patrick Mouratoglou “nessun giovane guarda più un match di tre ore”, proviamo a chiedere conferma al 18enne Zeppieri, ma Giulio ammette di non seguire molto il tennis in TV, con qualche eccezione: “Non sono uno che guarda tantissime partite di tennis, non è una cosa che mi piace troppo. Lo seguo poco… Federer lo vedo però! Diciamo che non mi metto a vedere le partite tra numero 20 e 30, però le partite importanti le guardo. Lo scorso anno ho visto la semifinale di Wimbledon tra Federer e Nadal, però mi sono addormentato. Ho visto il primo set e poi mi sono svegliato al quarto (ride, ndr). Non so perché, ma faccio fatica”. Poi ci rivela di non avere grandi punti di riferimento per quanto riguarda lo stile di gioco: Io credo che tutti siano unici, non c’è uno stile da seguire. Non mi ispiro proprio a qualcuno, ognuno cerca di essere la sua miglior versione. Comunque mi piacciono Medvedev e Kyrgios. Kyrgios più come persona fuori dal campo, anche come gioca… poi vabbè quello che fa dentro al campo sono affari suoi”.

Giulio Zeppieri (foto Giancarlo Colombo)

Torniamo a parlare della ripartenza del circuito e la conversazione si concentra sul nuovo calendario e gli Internazionali d’Italia: “Sono contento che si giochi, anche per la federazione. Fa piacere avere un torneo così grande anche quest’anno”. Chissà, magari salta fuori una wild card… ”Sarebbe bello, anche nelle quali. Sarebbe una bella esperienza”.

Da Roma allo US Open: “È il torneo in cui mi sono trovato meglio, anche come location. È veramente bello. Il mio torneo preferito. Zeppieri sembra condividere i dubbi espressi da alcuni giocatori: “Credo che sia giusto, per me è una cosa veramente complicata. Sinceramente non pensavo che lo US Open si facesse. Io in questo momento non mi sentirei troppo sicuro ad andare lì… anche con tutte le precauzioni del mondo. Sai quanta gente ci gira là dentro anche se non c’è il pubblico? Tutte le persone che ci lavorano, i raccattapalle, i giudici, lo staff… non sono mica poche. Però bisogna vedere anche come si evolve la situazione in questi due mesi, manca ancora molto tempo. Se fossi stato uno dei top, in questo momento avrei storto un po’ il naso, come hanno fatto molti. Però poi sicuramente secondo me ci andranno. Ovviamente se sei numero 40 o 50 ci vai al 100%”.

L’intervista giunge così al termine, ma prima di riconsegnare Giulio al campo da tennis e fargli un grande in bocca al lupo per l’operazione, la maturità e la ripartenza del circuito, gli chiediamo di proiettarsi a fine 2021 e rivelarci i suoi obiettivi: “Sinceramente non ne ho uno fisso a livello di classifica, non ci sto pensando in questo momento. Cerco solamente di migliorare tanto a livello generale, anche sul piano mentale. A fine 2021 però spero di entrare in top 100. Poi vediamo”. E il sogno invece?Essere stabile tra i primi 10 del mondo”.

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