Roland Garros: largo alle giovani - Pagina 4 di 5

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Roland Garros: largo alle giovani

Ashleigh Barty, Marketa Vondrousova, Amanda Anisimova: lo Slam francese ha avuto come dato costante la prevalenza delle tenniste di giovane generazione

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Marketa Vondrousova e Ashleigh Barty - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ashleigh Barty
La maturità di Ashleigh Barty”: questo era il titolo dell’articolo che le avevo dedicato poco più di due mesi fa, il 2 aprile, subito dopo la vittoria a Miami. La scelta del titolo era mia, ma ugualmente avevo avuto il dubbio che non fosse appropriata: parlare di maturità per una giocatrice che aveva ancora 22 anni (è nata il 24 aprile 1996) poteva sembrare esagerato, quasi paradossale. Il senso era questo: mi sembrava che Ashleigh stesse finalmente mettendo insieme le tessere del suo tennis in un mosaico coerente, che faceva emergere tutte le qualità mentali, fisiche, tecniche e tattiche. Al punto da permetterle di vincere un torneo importante come Miami ed entrare per la prima volta in Top 10.

Ragionando con il senno di poi, forse davvero quel titolo era prematuro, e sarebbe stato giusto aspettare ancora, magari in vista di momenti come questi. Oggi sì, senza alcun dubbio si può parlare di maturità, dopo l’ulteriore grande progresso rappresentato dalla conquista del Roland Garros. Non solo per la straordinaria importanza che assume la vittoria in uno Slam, ma soprattutto per le implicazioni mentali e tecniche del successo: una tennista australiana, cresciuta su campi veloci, che si afferma nel Major su terra battuta, una superficie che prima delle ultime due settimane non le aveva mai portato grandi risultati, nemmeno negli ITF. Ricordo che lo scorso anno, durante il torneo di Charleston 2018, Barty aveva scherzosamente dichiarato tutto il proprio disagio verso la terra in questo modo: “Ogni settimana trascorsa su terra significa avvicinarsi di una settimana all’erba” (“Every week on clay is a week closer to grass”).

La sua impresa parigina è stata dunque una sorpresa assoluta? A leggere precedenti e statistiche, sembrerebbe di sì. Ma analizzando il suo tennis sul piano tecnico-tattico, direi proprio di no. Il percorso di crescita di Barty sul rosso è stato forse sorprendente per la rapidità con cui è avvenuto, ma Ashleigh ha sempre avuto le caratteristiche per potersi adattare bene alla superficie. Il problema era a mio avviso soprattutto legato a due aspetti: l’atteggiamento mentale e la mancanza di esperienza.

 

Qualcosa di simile era accaduto anche a Samantha Stosur, che nei primi anni di circuito WTA mal sopportava la terra europea salvo poi rendersi conto che il rosso sembrava concepito esattamente per valorizzare le sue doti. E anche se il più grande risultato di Stosur è arrivato sul cemento (la vittoria agli US Open 2011), di sicuro è sulla terra che Samantha ha espresso con più regolarità il meglio di sé.

Pur con le differenze evidenti fra le due giocatrici (Barty è meno potente di Stosur, ma più completa tecnicamente), c’erano molti elementi che facevano presagire un percorso simile. Avevo scritto a proposito di Barty alla vigilia del torneo: “I numeri della sua carriera ci dicono che sul rosso ottiene risultati inferiori rispetto alle altre superfici, ma la mia impressione è che il suo tennis abbia molti aspetti che potrebbero essere valorizzati dalla terra: lo slice di rovescio, le smorzate, ma anche una certa potenza nel dritto in topspin, adatta a trovare vincenti quando le condizioni di gioco sono medio-lente. In cinque partecipazioni al Roland Garros non è mai andata oltre il secondo turno, ma sono convinto che quando comincerà a capire di più la superficie potrà fare bene anche a Parigi”.

Nello poche righe di una scheda di presentazione al torneo non c’era la possibilità di sviluppare il tema, qui c’è più spazio per argomentare pro e contro rispetto alla superficie. Contro: sulla terra diminuisce l’importanza del servizio, e l’ottima prima palla è invece un punto di forza di Barty (stabilmente nella top 10 WTA per numero di ace stagionali).
D’altra parte nella colonna dei pro sta un aspetto fondamentale: quando la parabola avversaria è indirizzata verso l’angolo sinistro, i tempi più dilatati della terra battuta consentono più spesso di girare intorno alla palla e colpire con il dritto anomalo, permettendole di essere più aggressiva anche da una zona di campo dove altrimenti non potrebbe essere altrettanto incisiva.

Apprezzo molto il gioco di Ashleigh, soprattutto per la ricchezza di soluzioni che è in grado di proporre: offre davvero un tennis a tutto campo, a 360 gradi. Ma credo si debba essere obiettivi: nel suo arsenale c’è un deficit in uno dei colpi-base, il rovescio in topspin. Il suo colpo bimane, di stampo “baseball”, non ha la stessa solidità degli altri. Ecco allora il ricorso molto frequente allo slice.
Questo comporta un handicap nell’equilibrio complessivo del suo tennis. Non tanto per le geometrie, quanto per i tempi di gioco. Con il fidato slice di rovescio, infatti, è perfettamente in grado di indirizzare la palla dove vuole, ma non ha la possibilità, per esempio, di punire l’avversaria in ritardo nel coprire alcuni spazi di campo, perché inevitabilmente il backspin non permette alla palla di accelerare a sufficienza. Altro limite dello slice: l’impossibilità di eseguire passanti potenti per rendere più complicata la volèe di chi scende a rete. Ecco allora che poter sostituire lo slice di rovescio con il dritto anomalo diventa una opzione importante per aumentare l’aggressività complessiva e aggiungere una ulteriore insidia all’avversaria.

In sostanza la domanda è questa: per Barty risulteranno più vantaggiosi i campi rapidi, oppure quelli in terra battuta?

a pagina 5: Ashleigh Barty tra campi rapidi e terra battuta

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Alla prova dei fatti, stagione WTA 2019

Da Amanda Anisimova a CoCo Vandeweghe, top e flop delle previsioni avanzate all’inizio dell’anno

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il primo gennaio avevo pubblicato un articolo dal titolo “WTA, chi migliorerà nel 2019?” con indicati i nomi di alcune giocatrici che pensavo sarebbero progredite nel corso dell’anno; ora che il calendario WTA è ufficialmente concluso, è arrivato il momento della verifica.

Prima di controllare, però, è necessario un chiarimento. Il ranking di partenza utilizzato non è quello che WTA definisce “Year-End” e che esce all’inizio di novembre. Le previsioni erano state fatte due mesi dopo, e nel frattempo alcune tenniste avevano giocato tornei ITF, determinando spostamenti in classifica non sempre trascurabili. Fare finta di nulla non mi sembrava corretto; ecco perché avevo deciso di utilizzare i dati del 31 dicembre 2018. Per esempio Potapova e Gasparyan erano migliorate, mentre Sabalenka aveva peggiorato, a causa dell’uscita dei punti vinti nel primo torneo del 2018.

Ripensandoci, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio usare la classifica della settimana precedente alla scadenza dei primi tornei di gennaio, ma ormai è andata così; lo terrò presente per il futuro.

 

Non so se sono riuscito a spiegarmi, è sempre difficile sintetizzare i meccanismi del ranking. Ma non è poi così grave, in fondo questi articoli sono soprattutto una scusa per parlare di alcune giocatrici. E adesso cominciamo la verifica, seguendo l’ordine dell’articolo di gennaio.

CoCo Vandeweghe
ranking 31 dicembre 2018: n°100
ranking  4 novembre 2019: n°332
Differenza: – 232
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata, ma con notevoli attenuanti
Un disastro, almeno per le regole del nostro articolo. In realtà quest’anno Vandeweghe non ha giocato a tennis per problemi fisici: un complicato infortunio al piede destro l’ha tenuta fuori dal Tour per sette mesi. Il suo primo match è stato addirittura il 30 luglio nel torneo di San Josè, quando ormai la stagione si avviava verso la conclusione.

Al rientro era scesa al numero 638 della classifica; da allora ha intrapreso il cammino di recupero, grazie ad alcune wild card e a impegni nei tornei ITF, che le hanno permesso di risalire 300 posti in poche settimane. Il difficile arriverà al momento di attaccare i piani più alti del ranking.

Amanda Anisimova
ranking 31 dicembre 2018: n°96
ranking  4 novembre 2019: n°24
Differenza: + 72
Qualità/difficoltà della previsione: media
Dopo le imprese compiute quest’anno, oggi tutto sembra chiaro ed evidente, e consideriamo la posizione di Anisimova a inizio stagione ampiamente sottostimata. Ma quando si parla di una giocatrice di 17-18 anni (nata il 31 agosto 2001) non si può mai essere certi che non arrivino crisi di crescita.

La semifinale del Roland Garros, persa rocambolescamente contro la futura campionessa Barty, le aveva permesso di salire a ridosso delle prime venti (numero 21), poi la seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte del padre, che era anche suo coach, con inevitabile forfait agli US Open e un finale di stagione in Asia con soli tre match.
Sarà straordinariamente interessante scoprire come funzionerà la nuova collaborazione tecnica con Carlos Rodriguez, ex coach di Justine Henin e di Li Na.

Kristyna Pliskova
ranking 31 dicembre 2018: n°94
ranking  4 novembre 2019: n°66
Differenza: + 28
Qualità/difficoltà della previsione: bassa
Se qualcuno ha presente l’articolo “gemello” dello scorso anno, forse ricorderà che la Pliskova mancina era stata una delle mie scelte sbagliate. Numero 61 nel gennaio 2018, aveva concluso la stagione oltre 30 posti indietro. Davvero un regresso eccessivo, che mi ha spinto a scommettere nuovamente su di lei: troppo invitante la posizione di partenza.

Alla fine Kristyna è tornata all’incirca dove era due stagioni fa. Siamo però ancora lontani dal numero 35, best ranking di carriera del luglio 2017. A 27 anni compiuti (è nata il 21 marzo 1992) non me la sento più di scommettere su un progresso nel 2020, anche se continuo a pensare che con più serenità nell’affrontare i punti importanti dei match potrebbe stare in posizioni di classifica migliori.

Anastasia Potapova
ranking 31 dicembre 2018: n°93
ranking  4 novembre 2019: n°93
Differenza: nessuna
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata
La stagione di Potapova è la conferma di quanto detto per Anisimova: di fronte a giovani emergenti per le quali tutti prefigurano un futuro radioso, le crisi di crescita sono sempre possibili. Dopo gli oltre 140 posti guadagnati nel 2018, Potapova non è riuscita a continuare sulla stessa linea, e si è fermata esattamente alla stessa posizione di partenza.

Nel 2019 il meglio lo ha raccolto sulla terra rossa, eliminando Sevastova a Praga e Kerber al Roland Garros. Poi, se si esclude la vittoria per ritiro contro Zhang, non è riuscita a sconfiggere altre Top 50, e questo dato un po’ preoccupa. Resta il fatto che condannarla per una stagione opaca è molto prematuro, visto che stiamo parlando di una giocatrice nata il 30 marzo 2001.

Margarita Gasparyan
ranking 31 dicembre 2018: n°92
ranking  4 novembre 2019: n°87
Differenza: + 5
Qualità/difficoltà della previsione: facile
Giudico facile la previsione perché Gasparyan al numero 92 del ranking era, sul piano tecnico, sottostimata. Alla fine, almeno formalmente, i numeri mi danno ragione, ma in sostanza è stata una stagione di stasi. E, ancora una volta, per guai fisici: non solo a causa del ginocchio sinistro di cristallo, ma anche per malanni vari che nel 2019 l’hanno portata a ben 5 ritiri a match in corso.

Cinque ritiri su 41 partite disputate sono quasi un record, e danno la misura della sua fragilità. Eppure sarebbe bastato uno stop in meno, quello di Wimbledon, e forse parleremmo in modo diverso del suo 2019. Invece un problema al quadricipite ha fermato Margarita al secondo turno dei Championships mentre conduceva su Svitolina (7-5, 5-5). La stessa Svitolina sconfitta qualche giorno prima a Birmingham (6-3, 3-6, 6-4) e che a Londra sarebbe arrivata in semifinale. Sliding doors…

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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WTA Finals: ombre cinesi

Ashleigh Barty ha confermato il primato nel ranking vincendo il Masters 2019, ma l’organizzazione WTA non è stata all’altezza dell’importanza del torneo

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Elina Svitolina e Ashleigh Barty - WTA FInals 2019 Shenzhen

Si annunciava un Masters 2019 molto interessante, ricco di protagoniste con stili di gioco differenti e con nuove rivalità capaci di accrescere l’attenzione degli appassionati. Invece, alla prova dei fatti, la grande attesa si è risolta in un torneo zoppicante. Le prime due favorite, Andreescu e Osaka, non hanno nemmeno concluso il round robin per problemi fisici; si sono alzate parecchie lamentale per le caratteristiche del campo; e a conti fatti ci sono state addirittura quattro rinunce, tra forfait e ritiri. Insomma, il primo Masters cinese ha avuto più ombre che luci (che comunque non sono mancate). Cominciamo dalle condizioni di gioco, che hanno fatto discutere come non mai.

La “velocità” del campo
Dopo l’esperienza delle Finals 2018, caratterizzate dal lentissimo campo di Singapore (vedi nel dettaglio QUI), era inevitabile che si volesse sapere il prima possibile quali fossero le condizioni di gioco nella Arena di Shenzhen. Intervistate dopo gli allenamenti preparatori, le giocatrici hanno definito le condizioni di gioco “lente”. È stato l’inizio di un dibattito che è proseguito per tutta la settimana.

La questione è tornata ripetutamente nelle domande dei giornalisti presenti sul posto, negli articoli di chi ha scritto le cronache dei match, ma anche sui social media e sui forum di appassionati, inclusi quelli di Ubitennis. È del tutto comprensibile, perché si tratta di un tema importante, con significative conseguenze sul torneo. Penso però che per affrontarlo sia necessario cercare di essere più precisi e dettagliati, anche se alcuni passaggi risulteranno noiosi. Ma sono indispensabili per capirsi.

 

Parlare genericamente di velocità del campo, infatti, non è sufficiente per individuare il problema di Shenzhen e arrivare a una conclusione ragionevole e condivisa. Procediamo per gradi.

Punto primo. Quando si parla sinteticamente di “velocità” dei campi, in realtà si intende l’insieme delle condizioni di gioco, che comprendono quindi anche le palline, la qualità dell’aria (temperatura, umidità, densità etc) e perfino l’architettura dell’impianto. La gran parte di questi aspetti sono misurabili oggettivamente, e per questo alla fine si traducono in un valore che definisce la velocità del campo.

Punto secondo. Per quanto riguarda il cemento, si possono realizzare campi in cemento velocissimi come campi lentissimi. Sia chiaro: se sono così assertivo è perché queste non sono idee mie, pareri opinabili, ma dati di fatto certificati e misurati dalla Federazione Internazionale Tennis.

– Punto terzo. È la parte fondamentale per quanto riguarda Shenzhen. La tabella di riferimento ITF spiega come siano due i fattori fondamentali che determinano la velocità di una superficie: il coefficiente di frizione (attrito) e il coefficiente di restituzione (elasticità). È la loro combinazione che definisce la autentica velocità di un campo (Court Pace Rating):

Non conta quindi solo la velocità della palla dopo il contatto con il terreno, ma anche l’altezza del suo rimbalzo.

Spesso si è abituati ad associare automaticamente lentezza della palla a rimbalzo alto. Vale a dire: un campo “lento” ha rimbalzi più alti, mentre uno “veloce” rimbalzi più bassi. Ma è una semplificazione non corretta.
Si possono avere campi veloci con rimbalzi alti ma anche campi lenti con rimbalzi bassi: questi ultimi non saranno i più lenti in assoluto, ma rientreranno comunque nella categoria di quelli lenti. E con questo concetto chiudo la parte indiscutibile, perché legata ad aspetti oggettivi.

Arriviamo dunque alla mia personale interpretazione. Secondo me, le condizioni di gioco di Shenzhen appartenevano a quella poco frequente tipologia citata sopra: campo lento a rimbalzo basso. Per questa conclusione non faccio molto affidamento sulle riprese TV (basta spostare l’angolo della telecamera principale per essere ingannati su parabole e rimbalzi); lo deduco da una serie di altri indizi.

Innanzitutto le dichiarazioni delle protagoniste. Osaka, Pliskova e Kvitova hanno genericamente parlato di campo “lento”. Ma altre tenniste hanno detto di più. Ashleigh Barty dopo i primi allenamenti ha descritto il campo di Shenzhen come simile ad alcuni di Fed Cup, con una sottostruttura che produce rimbalzi più bassi del solito e non sempre prevedibili. “It’s a little bit of a similar surface to an indoor Fed Cup surface, where it’s on boards, a little bit lower bouncing at times, can be a little bit unpredictable with how it reacts to spin”.

Mentre Belinda Bencic ha usato la sabbia come paragone: ”I think these courts are, like, terrible for movement of players and for the muscles because it’s like sand”.

Forse chi si è dilungata di più sulle specificità è Simona Halep, che, giorno dopo giorno, ha cercato di descrivere sempre meglio le sue sensazioni a Shenzhen. Martedì 29 ottobre, dopo il match con Andreescu: “Il campo non è veloce ma allo stesso tempo non è lento” (“The court is not fast but not slow in the same time”). Sembra una dichiarazione senza senso, ma si spiega con le caratteristiche particolari che ho ipotizzato. Cioè alto attrito (classico riferimento dei campi lenti) “is not fast”; ma anche rimbalzo basso (classico riferimento dei campi veloci) “but not slow”.

Sempre Halep, mercoledì 30 ottobre dopo il match con Svitolina: Questo campo non fa per me. In un certo senso è molto morbido. (…) La palla a volte non ti “viene incontro”, a volte non rimbalza. È davvero difficile trovare il ritmo. Ecco perché in certi casi ho cominciato a picchiare troppo e ho finito per stancarmi”. (“This court is not great for me, for my game. It’s very soft in a way. (…) The ball doesn’t really come to you sometimes, sometimes doesn’t bounce. It’s really tough to find a rhythm. That’s why sometimes I start to overhit, and then I get tired”).

Queste le parole di alcune protagoniste. L’altro indizio fondamentale sono le partite, il modo in cui sono state condotte, gli schemi attuati, quelli che hanno reso oppure no. E da questi aspetti si possono dedurre anche le differenze con il campo del Masters dello scorso anno.

A mio avviso a Singapore 2018 il campo era del tipo lento a rimbalzo alto. Assorbiva energia e restituiva una palla senza peso ma facilmente gestibile. Queste condizioni erano così estreme da stravolgere i normali schemi di gioco: la palla rallentava e saliva in aria, in attesa di essere rimandata senza regalare potenza “gratis” a chi colpiva. Il tennis di pura rimessa era estremamente avvantaggiato, visto che ogni parabola era quasi sempre recuperabile; tanto che colpire lungolinea era diventato controproducente, perché si traduceva in un rischio senza ricompensa. Quasi aboliti anche i contropiede: nessuna giocatrice in difesa si muoveva prima, perché non era necessario anticipare le scelte dell’avversaria.

Non è stato così a Shenzhen. Campo lento ma con rimbalzo basso. Il rimbalzo basso ha invece reso difficili i recuperi sui cambi di geometrie, restituendo, se non altro, il vantaggio a chi rischiava i lungolinea. Altro aspetto che è diventato molto producente: lo slice. Come accade sull’erba classica, dove i back rimbalzano poco e rendono molto difficile e faticosa la loro gestione, sul campo di Shenzhen gli slice erano particolarmente efficaci. Mentre per ottenere un vincente in topspin occorreva potenza superiore (e questo spiega la fatica di Halep citata prima).

Malgrado simili problemi, il campo di Shenzhen consentiva quindi diverse tattiche di gioco vincenti, a differenza delle caratteristiche assolutamente monodimensionali privilegiate a Singapore. Resta comunque il fatto che nessuno dei 15 match disputati a Shenzhen si è concluso con entrambe le giocatrici con saldo positivo tra vincenti ed errori non forzati.

Teniamo presente tutto questo e analizziamo le qualità fisico-tecniche delle protagoniste. A mio avviso questo campo era il più adatto per due di loro: Ashleigh Barty e Kiki Bertens. Entrambe dotate di un ottimo servizio e di un dritto di potenza superiore, in grado di andare oltre la lentezza del campo. E con in più, rispetto alle altre, l’arma dello slice di rovescio, un colpo naturale che eseguono a regola d’arte. Un colpo in grado di incidere sulle avversarie nello scambio interlocutorio, tanto da far sentire loro la stanchezza in misura maggiore a fine match. Infatti contro Barty hanno ceduto alla distanza sia Bencic (5-7, 6-1, 6-2) che Pliskova (4-6, 6-2, 6-3).

Bertens è stata l’unica a sconfiggere Barty nello scontro diretto (3-6, 6-3, 6-4) e penso che se non fosse subentrata a girone iniziato (al posto di Osaka) avrebbe quasi sicuramente battuto Kvitova; mentre non sappiamo come sarebbero andate le cose con Bencic (7-5, 1-0 ritiro) se non avesse avuto un malessere, probabilmente dovuto al troppo tennis dell’ultimo periodo (nessuna ha giocato quanto lei dopo gli US Open).

a pagina 2: Gli infortuni

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Guida alle WTA Finals 2019

Al via a Shenzhen un Masters con quattro nomi diversi rispetto al 2018, tre esordienti assolute e con le più giovani considerate favorite. Vincerà davvero una fra Andreescu, Osaka e Barty?

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La foto ufficiale delle magnifiche otto - WTA Finals Shenzhen 2019 (foto via Twitter, @WTA)

Cominciano le WTA Finals, e se si dovesse trovare una parola che sintetizzi l’edizione 2019 si potrebbe forse scegliere “rinnovamento”. Rinnovamento per motivi tecnici, legati a quanto succede in campo, ma anche per motivi di politica sportiva, legati alle scelte extra campo.

La nuova sede: Shenzhen
Nel 2018, in vista della scadenza del contratto quinquennale con Singapore, WTA era alla ricerca di una nuova città che facesse da sede al suo torneo più importante (gli Slam sono gestiti da ITF e Federazioni nazionali). La scelta definitiva è stata compiuta fra cinque candidate: Manchester, Praga, San Pietroburgo, Shenzhen e Singapore; tre città europee e due asiatiche.

Al momento di confrontare le offerte economiche, quella cinese ha sbaragliato il campo, forte di cifre ineguagliabili: 14 milioni di dollari di premi a edizione, 140 milioni complessivi. Dieci anni di contratto con il montepremi per chi vince più alto della storia del tennis, un nuovo stadio costruito ad hoc (previsto per ospitare il torneo dal 2020), e la città di Shenzhen come sede, forse il luogo più emblematico del boom economico cinese.

 

Shenzhen infatti è una metropoli nata quasi dal nulla in meno di quarant’anni. Situata ai confini con Hong Kong, nel 1980 è una cittadina con meno di 50 mila abitanti, quando l’allora Premier cinese Deng Xiaoping la sceglie come area dove sperimentare una nuovo indirizzo politico, basato sul concetto di “Zona economica speciale”. Significa aprire agli investimenti stranieri offrendo in cambio manodopera a basso costo e la possibilità di arricchirsi anche per gli abitanti locali. Da quel momento inizia una corsa alla industrializzazione che attira popolazione da tutta la Cina. Oggi Shenzhen conta più di 12 milioni di abitanti: è considerata la più veloce espansione demografica di una città in tutta la storia della umanità.

Fin qui tutto in linea con i cliché che conosciamo sulla economia cinese degli ultimi decenni. Se non fosse che, dopo il boom manifatturiero, nel giro di pochi anni Shenzhen si trasforma ancora: mentre altre zone della nazione si sviluppano attraverso l’industrializzazione, la città comincia a convertirsi in un polo terziario. E la nuova vocazione è ulteriormente incoraggiata da recenti decisioni del governo cinese, che di fronte ai problemi e alle proteste della confinante Hong Kong, vuole fare di Shenzhen non più un luogo complementare alla economia della ex colonia inglese, quanto piuttosto una sua possibile alternativa.

Oggi Shenzhen si propone come una vetrina sul futuro della Cina: la prima metropoli al mondo con tutti i mezzi di trasporto pubblici esclusivamente elettrici, il luogo dove si insediano le filiali cinesi delle più grandi multinazionali, e che coerentemente con i nuovi criteri di sviluppo decide di organizzare eventi importanti anche nel campo dell’entertainment. Una città in continua evoluzione, con ambizioni che assomigliano sempre più a quelle di una capitale europea o nord-americana: Torino ha mobilitato le proprie forze per ottenere il Masters maschile? Shenzhen per quello femminile.

L’organizzazione del Masters è parte di una strategia che non è comunque priva di possibili incrinature. Su tutte la vicinanza con Hong Kong e le sue proteste: nelle scorse settimane i satelliti hanno fotografato circa 120 veicoli militari cinesi parcheggiati proprio all’interno dello stadio del Bay Sport Centre di Shenzhen, il complesso sportivo nel quale si trova anche l’Arena che quest’anno ospiterà le WTA Finals.

Vedremo anche se la crisi di Hong Kong inciderà o no sulla quantità di pubblico presente alle partite del Masters: i suoi abitanti costituivano un ideale bacino di riferimento, ma evidentemente al momento hanno altre priorità. E immagino i brividi che percorreranno la schiena di Steve Simon (CEO di WTA) se in una delle conferenze stampa spuntasse il tema di Hong Kong; è infatti bastato un solo tweet di sostegno alle proteste in corso da parte di un dirigente degli Houston Rockets, per mandare in crisi le relazioni tra basket statunitense e Cina, con serie conseguenze sul business NBA in oriente.

a pagina 2: Le novità tecniche

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