Il “caso Fognini e bombe su Wimbledon” fa discutere più che Berrettini in ottavi

Editoriali del Direttore

Il “caso Fognini e bombe su Wimbledon” fa discutere più che Berrettini in ottavi

LONDRA – Un esame delle tesi contrapposte. Alla fine parziale assoluzione, ma con la condizionale. È sinceramente consapevole d’aver sbagliato o si scusa senza crederci? Berrettini contro Federer: proviamo a giocarla così

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Fabio Fognini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Spazio sponsorizzato da Barilla

da Londra, il direttore

Quando ha chiamato il mio giornale ieri sera, pochi minuti dopo che Berrettini era diventato il quinto tennista italiano dell’era Open a conquistare gli ottavi di finale di Wimbledon, mi sono reso conto che alla direzione interessava molto più che io scrivessi del “caso Fognini e bombe su Wimbledon” piuttosto che dell’exploit di Matteo Berrettini. Ciò sebbene Matteo avesse lottato 4 ore e 19 minuti e cinque set salvando tre matchpoint contro Schwartzman (dal quale aveva perso al Foro Italico) e fosse atteso questo lunedì dal re di questi prati, il suo idolo Roger Federer.

Non me ne sono stupito. Se Berrettini vince o perde una partita, anche importante, quasi eroica, interessa soltanto agli appassionati di tennis. Che magari danno anche a Wimbledon un valore romantico, epico diverso da altri tornei. Quel che ha detto Fognini invece – “Maledetti inglesi guarda, scoppiasse una bomba sul circolo, una bomba deve scoppiare qua” – investe anche settori extratennistici, perfino extrasportivi.

Si è giustificati dalla tensione, dal calore di un match che sta evolvendo in maniera diversa dalle aspettative, per dire qualunque cosa? Ci sono dei limiti che non si dovrebbero valicare? È una questione di educazione? È giusto essere severi nel valutare certe reazioni? Occorre tenere conto dei precedenti nel esprimere giudizi e nel decidere – chi dovrà farlo – se prendere sanzioni oppure no? Si deve o non si deve tenere conto della popolarità dei campioni dello sport presso i giovani e preoccuparsi dell’esempio negativo che possono dare? Meglio glissare senza eccedere a sottolineare una mancanza di educazione, di sensibilità in questo particolare momento storico, e forse anche di cultura, oppure sanzionare uno per educarne tanti?

 

Sono tutti interrogativi le cui risposte, di un tipo come di un altro, possono interessare anche chi non sa che nel tennis al 15 segue il 30, il 40 e poi il game, chi non sa cosa sia un tiebreak. Per questo motivo non mi stupisce che il “caso Fognini”, per l’appunto – e per malaugurata fortuita coincidenza, deflagrato con le sue bombe il giorno prima di una storica e triste ricorrenza londineseabbia colpito la direzione del mio giornale e quelle di gran parte dei quotidiani italiani e stranieri, ben più delle bombe di servizio a 141 miglia orarie (226,8 km orari) fatte esplodere da Matteo Berrettini.

Sentivo dire in sala stampa, infatti, che più di un giornale aveva optato per riservare spazio al “caso Fognini” al di fuori delle pagine sportive. Ritenendo evidentemente che fosse argomenti capace di interessare un’opinione pubblica allargata ai non tennisti. Sto scrivendo a notte inoltrata perché sono appena tornato a casa da una giornata che pareva doversi sviluppare tranquillamente con i due italiani una tantum programmati a inizio pomeriggio e cominciata blandamente, ma poi diventata inopinatamente piuttosto concitata e faticosa.

Le 4 ore e 19 di Berrettini andavano seguite – meno male siamo in tanti noi di Ubitennis – le interviste di Nadal e Federer anche, quella di Fognini guai a perdersela, Sousa – primo portoghese di sempre in ottavi a Wimbledon – ha finito con le luci del nuovo tetto sul n.1, le donne se le è gestite l’impareggiabile AGF, ma – anche per via del fatto che i Doherty Gates nella Middle Sunday sono chiusi – anziché soltanto due video, uno italiano e uno inglese, ne andavano preparati e fatti quattro, distogliendo anche un collaboratore a far da cameramen, mentre l’ignaro (delle questioni italiche) ‘hall of famer’ Steve Flink pressava per accelerare la realizzazione del video inglese con – ve le voglio dire quasi tutte – due bobbies in gonnella ci obbligavano per incomprensibili ragioni di sicurezza a registrarli fuori dalle solite aree di tutta la prima settimana e degli ultimi anni.

Poi ci s’è messa anche la pioggia. Tornare a casa sulla MP3 che la Piaggio mi garantisce dai tempi in cui conobbi il compianto Giovannino Agnelli una venticinquina d’anni fa, per arrivare bagnato come un pulcino non è stato piacevolissimo. Come ci sono arrivato ho dato occhiata ai commenti fermi da moderare – un centinaio erano già stati “filtrati” – e ne ho scelti al volo due che pubblico qui sotto perché mostrano due diversi modi di pensare e non avevo tempo, confesso, di leggermi tutti gli altri.

Il primo è di Silvia Pelliccioni Mattarelli (presumo non sia un nick name): Questa volta le frasi non sono di per sé così gravi, ma lo diventano nel contesto di una città che le bombe le ha avute anche di recente, per via del terrorismo. Gli inglesi non scherzano su queste cose. Ho lavorato in Uk e se ti azzardi a dire una barzelletta sugli ebrei rischi il licenziamento immediato. Vedremo come va a finire. Non ho visto la partita, ma dall’articolo si evince che invece di lottare, di nuovo Fognini si è perso in un’inutile e controproducente spreco di energia. Per fortuna che l’Italia, in questo periodo, è rappresentata anche da giocatori come Fabbiano, che per la maggior parte del tempo sorride in campo, da Seppi, un vero lord, e da Berrettini e Sonego!

Il secondo è di Schtennis: Non penso proprio che i tennisti sappiano che nel 1940 i campi di Wimbledon furono bombardati dalla Lutwaffe. Siamo in 55 milioni in Italia, più o meno: prima di questo articolo, probabilmente solo 1000 persone conoscevano questo fatto, 750 delle quali sono ultraottantenni appassionati di tennis. Si poteva ricordare l’infausto evento senza scrivere che “Fognini dovrebbe quanto meno sapere che nell’ottobre del ’40…” perchè è chiaro a tutti che la stragrande maggioranza dei tennisti di un certo livello non dedica alla storia più di una decina di ore in tutto il ciclo di studi. Alle 9 di mattina si è sul campo e si torna a casa alla sera, dopo una giornata di allenamenti. Poi, si parte e si fa un torneo dietro l’altro. E, comunque, i nazisti bombardarono Wimbledon perchè era stato in parte trasformato in base militare inglese e non perchè qualche tennista aveva chiamato uno Stuka per vendicarsi di qualche falso rimbalzo. Direi che è altresì chiaro a tutti che l’improvvida sortita del nostro, in preda alla tensione per una partita che stava andando male, non auspicava di certo un bombardamento: solo una persona in malafede può pensare che Fognini si augurasse una cosa simile. Le sue parole sono da stigmatizzare tanto quanto si deve stigmatizzare colui che urla “che dio ti fulmini!” al pilota della panda rossa che non rispetta lo stop. E’ presumibile che il proprietario della Tipo alla guida non desideri che dio fulmini all’istante il pilota della panda rossa ed è parimenti presumibile che le sue parole siano dettate dall’improvviso scoppio di rabbia per aver rischiato l’incidente. Detto questo, io preferirei sempre un “ma chi ti ha dato la patente?” o, nel nostro caso, “manco le patate crescono su ‘sto campo”. Detto questo, Fognini trovi il modo di sfogare la sua incoercibile rabbia sul campo con suoni incomprensibili, coniando se possibile una neolingua solo a lui conosciuta, tramite la quale augurare agli dei un’infinita crisi intestinale, al mondo una definitiva implosione ed ai giornalisti la fine dell’inchiostro.

Come vedete sono due approcci alla questione completamente diversi. Ma ragionevoli entrambi, anche se qualcuno può condividere di più il primo e qualcuno di più il secondo. Io vi dico soltanto, anche perché mi è stato riferito che non sono mancati i soliti “so tutto io” che hanno decretato che io avrei indicato una linea “politica” sulla questione Fognini – e magari avrei dovuto farlo – ma invece non l’ho fatto. Per un semplice motivo: non avevo trovato posto sull’infelice campo 14. Non ho sentito in diretta una parola di quelle pronunciate da Fognini.

Sull’infelicità di quella scelta – il campo 14 – sono abbastanza d’accordo con Fognini: potevano dargli il campo 2 o 3, visto che era testa di serie n.12 e dalla 4 alla 11 erano “saltate” tutte fuorché le prime tre e la 8 Nishikori. Ciò sebbene l’All England Club dovesse tener conto anche delle 5 top-ten del singolare femminile ancora in lizza e – certo che sì – anche del misto Serena Williams/Andy Murray che ha occupato tutte le prime pagine dei giornali inglesi.

Non sono d’accordo invece con chi critica gli organizzatori per aver messo Konta e Evans sul campo n.1… In tutti i Paesi del mondo, anche a Roma, se c’è un giocatore indigeno lo si mette sui campi di maggior affluenza, perché questo pretende il pubblico che paga. Che poi lo spettatore non Brit che avesse acquistato i biglietti del campo n.1 fosse fortemente insoddisfatto, è un altro discorso.

Ho seguito quindi i primi due set di Fabio dall’alto della terrazza che consente di vedere piuttosto bene sia il campo 14, quello di Fognini-Sandgren, sia il 18 di Berrettini-Schwartzman. Ma non consente di sentire cosa si dica in campo. Ho potuto constatare che Sandgren gioca meglio, ma molto meglio, della sua posizione in classifica. Fabio non ha perso da un brocco. Almeno ieri non lo è stato. Magari lo sarà con Querrey domani, in quello che è il primo derby americano in ottavi a Wimbledon dal 2000 a oggi. È un dato che non cito a caso: pensate, dal 1968 al 2000 i derby yankee nel torneo di Wimbledon erano stati 72. Dal 2001 al 2019 non ce n’è stato più uno fino a questo Querrey-Sandgren. Curioso no?

Il modo in cui Sandgren ha vinto il tiebreak del secondo set, recuperando palle impossibili e giocando passanti vincenti da posizioni disperate, mi ha fatto dire più volte “chapeau!”. Ciò anche se magari in altre fasi del match i punti più spettacolari, more solito, li ha fatti spesso Fognini che in quanto a talento puro è secondo a pochi. E tutti lo sanno. Ho ripensato a quel che aveva detto Fabbiano venerdì sera: “Fra quei due ci sono quattro categorie di differenza!”. Ma la testa, la concentrazione, il non dare peso ai cattivi rimbalzi, a un campo che non ti piace o non ti pare all’altezza delle tue qualità e dei tuoi meriti, alla fine pesa quanto e più di una serie di frustate di dritti vincenti.

Quel tiebreak, 14-12 per l’americano fin qui più distintosi per le sue esternazioni politiche – soprattutto nel corso dell’Australian Open 2018 quando si fece conoscere maggiormente – è durato 18 minuti. Fognini ha avuto 4 setpoint se non mi sono confuso (sul 7-6, 8-7, 9-8, 11-10 ma uno solo dei quali sul proprio servizio – sull’8-7 – quando purtroppo ha attaccato debolmente, quasi con paura. È stata l’opportunità più grande. Sandgren spingeva di più, era più coraggioso e secondo me ha meritato di più). Certo è che quel set, dopo che già nel primo Fognini si era lasciato sfuggire più d’un’occasione, ha finito per essere decisivo, nonostante il guizzo d’orgoglio per recuperare da 0-2 a 2 pari nel terzo. Da lassù, dalla terrazza, potevo solo vedere che Fognini lanciava qualche volta la racchetta, che beccava un warning, che continuava a parlare con se stesso e con l’arbitro Ramos che… gli assegnano spesso perché Fabio è un osservato speciale. E Ramos, anche se in occasione di Serena Williams Osaka all’ultimo US Open non fu inappuntabile, è considerato uno dei migliori arbitri in circolazione.

Ma non potevo davvero sentire tutto quel che Fognini diceva in campo. Dall’alto del campo 14 all’inizio del terzo set di Fabio mi sono spostato a vedere Berrettini, nel quale a quel punto confidavo certo di più. E anche Berrettini, suo malgrado, mi ha fatto soffrire. Schwartzman è una sanguisuga. Di rovescio non sbaglia mai e comanda che è un piacere. Tre o quattro rovesci lunghissimi incrociati e poi, zac, un gran bel rovescio bimane lungolinea. Berrettini si è salvato con il servizio, grazie al quale principalmente ha cancellato 13 pallebreak su 15, ma insomma… ha commesso anche 76 errori gratuiti, gran parte dei quali con il dritto “sparafucile“ con il quale cercava insistentemente il punto di potenza, senza però troppo scalfire l’imperturbabile argentino che rimandava di là con grande disinvoltura qualunque cosa, anche se gli fosse arrivato un cassettone.

La cronaca, i tre matchpoint salvati, la conoscete già. Io vi posso solo dire che quando sono risceso giù dalla magnifica terrazza con vista su tutto il Wimbledon compreso fra il centre court e il campo n.1, non sapevo nulla delle bombe di Fognini e neppure delle sue scuse – che mi hanno riferito essere poco convinte – in conferenza stampa. Ho subito una vera processione, però, da parte di colleghi stranieri che mi chiedevano se Fognini non fosse impazzito a dire quelle cose, se si fosse reso conto che era “sotto condizionale” fino a tutto il 2019 (o probation come dicono gli angloamericani) per i fatti di Flushing Meadows 2017 per i quali gli era stata comminata una squalifica per 2 Slam (uno dei quali lo US Open) in conseguenza di quei delicati appellativi rivolti all’arbitro svedese Louise Engzell.

Non sto a riscrivere quanto scritto allora. Chi me lo chiedeva, dell’Equipe, come del Daily Mail, o del Telegraph quasi immancabilmente partiva con la stessa simile premessa: “Si sa che Fognini è fatto così, però… etcetera etcetera”. Tutti bacchettoni? Mmmm. Noi italiani alle Fogninate siamo in fondo più abituati, magari ci stringiamo nelle spalle e ci diciamo: “Ma non è mica cattivo. Gli parte la bambola, non si controlla più… e del resto il primo a patirne le conseguenze è proprio lui. Non fosse stato così, non avesse avuto quella testa, a top-ten ci arrivava a 24 anni, mica a 32”.

Però alla fine, perfino io che ho fama di essere meno indulgente di altri (anche perché non mi cambia la vita, non devo rispondere a un direttore se lui si nega a una mia domanda o a una richiesta di intervista che non faccio anche perché non ritengo che possa dire alcunché di nuovo), finisco per stringermi anch’io nelle spalle come tutti gli altri, come a dire: “Che ci vuoi fare?”. Salvo a sorridere quando sento il collega più… dolce che sottolinea la sua raggiunta maturità, associandola magari al matrimonio con Flavia, alla prima paternità, alla seconda ineunte, alla diversa serenità (forse) procuratagli dal trionfo monegasco.

Ma capisco tuttavia che all’estero non è così. All’estero si è meno indulgenti con chi si comporta in modo maleducato, almeno nel mondo del tennis che conserva una qual certa diversa distinzione da, per esempio, il mondo del calcio. Anche i social del tennis sono infinitamente più soft, più blandi, di quelli del calcio.

A chi mi domanda se io punirei Fognini con l’attuazione della squalifica, ritenendolo responsabile della Major Offence sancita dal regolamento per farla scattare, dico: “Forse no”. Quel che ha detto è certamente più grave di quel che ha detto Serena Williams nel match con Osaka, anche se ha dato del ladro e del bugiardo all’arbitro. Serena meritava una sanzione economica e un provvedimento molto più grossa di quella che prese, sempre all’US Open, quando insultò pesantemente quella giudice di linea (cinese?) cui avrebbe voluto – disse – ficcare la racchetta nella sua ‘fu…..ing throat’.

Dopo aver detto quindi che forse non applicherei la massima sanzione punitiva (i due Slam, tutt’al più uno), aggiungo però che a darmi fastidio è la sensazione che Fognini – e non solo lui, temo, ma anche molti di quelli che gli stanno attorno e lo difendono sempre e comunque – anche nel momento in cui si scusa, non si sente davvero di aver fatto e detto una cosa sbagliata, di aver mancato di sensibilità e – ribadisco quanto scritto a caldo – anche di un minimo di conoscenza, sia del momento storico che viviamo e che vive l’Inghilterra e tutti quei Paesi che sono sotto tiro da parte del terrorismo, sia – in misura certo minore, concordo – di quanto è successo qui a Wimbledon durante la seconda guerra mondiale.

I miei figli, di poco più giovani Fabio e suoi grandi tifosi, possono anche non sapere dei 5 caccia bombardieri tedeschi che sganciarono le bombe sul centre court, ma insomma la vicenda è stata detta, scritta, ricordata, tante di quelle volte, quasi ad ogni Wimbledon, che chi ha giocato questo torneo una quindicina di volte è abbastanza difficile che non l’abbia mai sentita ricordare. Di certo non lo saprà il tennista che gioca i Championships a 20 anni, l’Aliassime canadese del caso, ma io sono sicuro che Djokovic, Nadal, gli over 30, ne sono a conoscenza, anche se non avranno magari letto nessuno dei 100 libri, delle 1000 riviste che ne hanno scritto, pubblicando anche foto.

E allora, premesso che in questo caso il detto “ignorantia legis non excusat”, perché qui non si tratta di aver infranto alcuna legge, salvo quella dell’educazione e del buon senso, una volta che ti informano che hai sbagliato a dire quello che hai detto, sia pure nel calore di un agone sportivo, beh quantomeno dimostrati sinceramente dispiaciuto, cerca di dare la sensazione che hai capito, non ti limitare a scuse di circostanza che possano avere il sapore di un’interessata convenienza a darle, onde evitare la squalifica sotto “condizione”.

Nobody is perfect, tutti si sbaglia. Ma riconoscere di aver sbagliato – nell’intimo – è un passo dovuto. Se io fossi il giudice, insomma, vorrei avere dentro di me la convinzione che lo stesso Fognini per primo, senza per questo autoflagellarsi – nessuno lo pretende sia chiaro! – si fosse quantomeno reso conto di aver detto cose né intelligenti né accettabili. E ammettesse di conseguenza anche con i suoi parenti e amici più stretti, con i suoi tifosi che cercassero di giustificarlo a spada tratta… di rinfoderarla.

Nel rilevare infine che nel torneo maschile sono rimasti in gara 4 delle prime dieci teste di serie e in quello femminile cinque – il che è un’anomalia rispetto a quanto è quasi sempre avvenuto quest’anno quando spesso il rispetto delle gerarchie è andato a farsi benedire – mi corre l’obbligo (così si diceva una volta) di spendere due parole sul match che attende Berrettini sul centre court con il suo idolo Federer.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Augurarsi una bella partita è troppo banale e facile. Credere che lo sarà è un’altra cosa. Sono troppe le incognite. Quanto sarà emozionato dall’esordio, e contro il mito Federer, Matteo? È imprevedibile. Se cercasse di strafare farebbe una brutta fine. Ma anche se se lo lasciasse sfuggire subito, perché un Federer che corre in testa quasi mai lo riprendi. La sola speranza è togliergli qualche sicurezza, sperare che possa innervosirsi se – è un esempio – non riuscisse a leggere con la continuità di uno Schwartzman il servizio di Matteo.

Roger ne ha letti bene di tutti i tipi, ma a 37 anni li legge meno bene di una volta. È normale. Magari gli basta leggere bene un game a set per portare a casa il match e i quarti di finale. Però non ci credo tanto. E anche quelle fucilate di dritto che Matteo ha sparato contro il rovescio bimane potrebbero piegare un po’ il polso di Federer che la racchetta tiene con una mano sola e con giocatori di potenza dirompente tipo del Potro ha anche mostrato di soffrire.

Al contrario, Federer saprà trovare il rovescio di Berretto e con lo slice e la palla che non si alza da terra, magari seguita anche a rete dietro a cross belli stretti, farà certamente gran danni nella difesa di Matteo che per giocare i passanti dovrà piegare le ginocchia fino a sfiorare i fili d’erba. Il passante di rovescio di Matteo non è straordinario e a rete Roger – che penso ci si presenterà spesso – non è Schwartzman. Né come copertura in allungo, né sull’eventuale lob liftato che ha invece dato punti importanti a Matteo con il piccolo argentino. Matteo dovrà soffrire e non innervosirsi troppo se il passante lo tradirà.

Inutile dire a favore di chi giochi l’esperienza, soprattutto nei game iniziali di ciascun set, quando Matteo può essere maggiormente incline a distrarsi. Ma se dovesse arrivare al tiebreak, son quasi certo che il nostro – che non ha davvero nulla da perdere ma gioca giustamente, e lo ha detto chiaro, con l’idea di poter vincere – se la giocherebbe alla pari e una sterlina su almeno un tiebreak vinto la punterei. Potrebbe decidere la percentuale delle sue prime di servizio. E meglio qualche doppio fallo in più nei primi punti di un game piuttosto che farsi attaccare su seconde palle troppe timide.

Dovessi dire chi mi è parso più in forma dei 3 big nella prima settimana, direi Rafa Nadal. Però, come scritto ieri, Djokovic ha un grande vantaggio: quello di non poter perdere, in condizioni normali, fino alla finale. Per Nadal (contro eventualmente Querrey nei quarti e poi Federer in semifinale) e per Federer già con Berrettini lunedì e anche con un Nishikori che si presenterà inconsuetamente freschissimo a questo stadio del torneo, non mi sembra che sia proprio così. Buon tennis a tutti.

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Editoriali del Direttore

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Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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