Il “caso Fognini e bombe su Wimbledon” fa discutere più che Berrettini in ottavi

Editoriali del Direttore

Il “caso Fognini e bombe su Wimbledon” fa discutere più che Berrettini in ottavi

LONDRA – Un esame delle tesi contrapposte. Alla fine parziale assoluzione, ma con la condizionale. È sinceramente consapevole d’aver sbagliato o si scusa senza crederci? Berrettini contro Federer: proviamo a giocarla così

Pubblicato

il

Fabio Fognini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Spazio sponsorizzato da Barilla

da Londra, il direttore

Quando ha chiamato il mio giornale ieri sera, pochi minuti dopo che Berrettini era diventato il quinto tennista italiano dell’era Open a conquistare gli ottavi di finale di Wimbledon, mi sono reso conto che alla direzione interessava molto più che io scrivessi del “caso Fognini e bombe su Wimbledon” piuttosto che dell’exploit di Matteo Berrettini. Ciò sebbene Matteo avesse lottato 4 ore e 19 minuti e cinque set salvando tre matchpoint contro Schwartzman (dal quale aveva perso al Foro Italico) e fosse atteso questo lunedì dal re di questi prati, il suo idolo Roger Federer.

Non me ne sono stupito. Se Berrettini vince o perde una partita, anche importante, quasi eroica, interessa soltanto agli appassionati di tennis. Che magari danno anche a Wimbledon un valore romantico, epico diverso da altri tornei. Quel che ha detto Fognini invece – “Maledetti inglesi guarda, scoppiasse una bomba sul circolo, una bomba deve scoppiare qua” – investe anche settori extratennistici, perfino extrasportivi.

Si è giustificati dalla tensione, dal calore di un match che sta evolvendo in maniera diversa dalle aspettative, per dire qualunque cosa? Ci sono dei limiti che non si dovrebbero valicare? È una questione di educazione? È giusto essere severi nel valutare certe reazioni? Occorre tenere conto dei precedenti nel esprimere giudizi e nel decidere – chi dovrà farlo – se prendere sanzioni oppure no? Si deve o non si deve tenere conto della popolarità dei campioni dello sport presso i giovani e preoccuparsi dell’esempio negativo che possono dare? Meglio glissare senza eccedere a sottolineare una mancanza di educazione, di sensibilità in questo particolare momento storico, e forse anche di cultura, oppure sanzionare uno per educarne tanti?

 

Sono tutti interrogativi le cui risposte, di un tipo come di un altro, possono interessare anche chi non sa che nel tennis al 15 segue il 30, il 40 e poi il game, chi non sa cosa sia un tiebreak. Per questo motivo non mi stupisce che il “caso Fognini”, per l’appunto – e per malaugurata fortuita coincidenza, deflagrato con le sue bombe il giorno prima di una storica e triste ricorrenza londineseabbia colpito la direzione del mio giornale e quelle di gran parte dei quotidiani italiani e stranieri, ben più delle bombe di servizio a 141 miglia orarie (226,8 km orari) fatte esplodere da Matteo Berrettini.

Sentivo dire in sala stampa, infatti, che più di un giornale aveva optato per riservare spazio al “caso Fognini” al di fuori delle pagine sportive. Ritenendo evidentemente che fosse argomenti capace di interessare un’opinione pubblica allargata ai non tennisti. Sto scrivendo a notte inoltrata perché sono appena tornato a casa da una giornata che pareva doversi sviluppare tranquillamente con i due italiani una tantum programmati a inizio pomeriggio e cominciata blandamente, ma poi diventata inopinatamente piuttosto concitata e faticosa.

Le 4 ore e 19 di Berrettini andavano seguite – meno male siamo in tanti noi di Ubitennis – le interviste di Nadal e Federer anche, quella di Fognini guai a perdersela, Sousa – primo portoghese di sempre in ottavi a Wimbledon – ha finito con le luci del nuovo tetto sul n.1, le donne se le è gestite l’impareggiabile AGF, ma – anche per via del fatto che i Doherty Gates nella Middle Sunday sono chiusi – anziché soltanto due video, uno italiano e uno inglese, ne andavano preparati e fatti quattro, distogliendo anche un collaboratore a far da cameramen, mentre l’ignaro (delle questioni italiche) ‘hall of famer’ Steve Flink pressava per accelerare la realizzazione del video inglese con – ve le voglio dire quasi tutte – due bobbies in gonnella ci obbligavano per incomprensibili ragioni di sicurezza a registrarli fuori dalle solite aree di tutta la prima settimana e degli ultimi anni.

Poi ci s’è messa anche la pioggia. Tornare a casa sulla MP3 che la Piaggio mi garantisce dai tempi in cui conobbi il compianto Giovannino Agnelli una venticinquina d’anni fa, per arrivare bagnato come un pulcino non è stato piacevolissimo. Come ci sono arrivato ho dato occhiata ai commenti fermi da moderare – un centinaio erano già stati “filtrati” – e ne ho scelti al volo due che pubblico qui sotto perché mostrano due diversi modi di pensare e non avevo tempo, confesso, di leggermi tutti gli altri.

Il primo è di Silvia Pelliccioni Mattarelli (presumo non sia un nick name): Questa volta le frasi non sono di per sé così gravi, ma lo diventano nel contesto di una città che le bombe le ha avute anche di recente, per via del terrorismo. Gli inglesi non scherzano su queste cose. Ho lavorato in Uk e se ti azzardi a dire una barzelletta sugli ebrei rischi il licenziamento immediato. Vedremo come va a finire. Non ho visto la partita, ma dall’articolo si evince che invece di lottare, di nuovo Fognini si è perso in un’inutile e controproducente spreco di energia. Per fortuna che l’Italia, in questo periodo, è rappresentata anche da giocatori come Fabbiano, che per la maggior parte del tempo sorride in campo, da Seppi, un vero lord, e da Berrettini e Sonego!

Il secondo è di Schtennis: Non penso proprio che i tennisti sappiano che nel 1940 i campi di Wimbledon furono bombardati dalla Lutwaffe. Siamo in 55 milioni in Italia, più o meno: prima di questo articolo, probabilmente solo 1000 persone conoscevano questo fatto, 750 delle quali sono ultraottantenni appassionati di tennis. Si poteva ricordare l’infausto evento senza scrivere che “Fognini dovrebbe quanto meno sapere che nell’ottobre del ’40…” perchè è chiaro a tutti che la stragrande maggioranza dei tennisti di un certo livello non dedica alla storia più di una decina di ore in tutto il ciclo di studi. Alle 9 di mattina si è sul campo e si torna a casa alla sera, dopo una giornata di allenamenti. Poi, si parte e si fa un torneo dietro l’altro. E, comunque, i nazisti bombardarono Wimbledon perchè era stato in parte trasformato in base militare inglese e non perchè qualche tennista aveva chiamato uno Stuka per vendicarsi di qualche falso rimbalzo. Direi che è altresì chiaro a tutti che l’improvvida sortita del nostro, in preda alla tensione per una partita che stava andando male, non auspicava di certo un bombardamento: solo una persona in malafede può pensare che Fognini si augurasse una cosa simile. Le sue parole sono da stigmatizzare tanto quanto si deve stigmatizzare colui che urla “che dio ti fulmini!” al pilota della panda rossa che non rispetta lo stop. E’ presumibile che il proprietario della Tipo alla guida non desideri che dio fulmini all’istante il pilota della panda rossa ed è parimenti presumibile che le sue parole siano dettate dall’improvviso scoppio di rabbia per aver rischiato l’incidente. Detto questo, io preferirei sempre un “ma chi ti ha dato la patente?” o, nel nostro caso, “manco le patate crescono su ‘sto campo”. Detto questo, Fognini trovi il modo di sfogare la sua incoercibile rabbia sul campo con suoni incomprensibili, coniando se possibile una neolingua solo a lui conosciuta, tramite la quale augurare agli dei un’infinita crisi intestinale, al mondo una definitiva implosione ed ai giornalisti la fine dell’inchiostro.

Come vedete sono due approcci alla questione completamente diversi. Ma ragionevoli entrambi, anche se qualcuno può condividere di più il primo e qualcuno di più il secondo. Io vi dico soltanto, anche perché mi è stato riferito che non sono mancati i soliti “so tutto io” che hanno decretato che io avrei indicato una linea “politica” sulla questione Fognini – e magari avrei dovuto farlo – ma invece non l’ho fatto. Per un semplice motivo: non avevo trovato posto sull’infelice campo 14. Non ho sentito in diretta una parola di quelle pronunciate da Fognini.

Sull’infelicità di quella scelta – il campo 14 – sono abbastanza d’accordo con Fognini: potevano dargli il campo 2 o 3, visto che era testa di serie n.12 e dalla 4 alla 11 erano “saltate” tutte fuorché le prime tre e la 8 Nishikori. Ciò sebbene l’All England Club dovesse tener conto anche delle 5 top-ten del singolare femminile ancora in lizza e – certo che sì – anche del misto Serena Williams/Andy Murray che ha occupato tutte le prime pagine dei giornali inglesi.

Non sono d’accordo invece con chi critica gli organizzatori per aver messo Konta e Evans sul campo n.1… In tutti i Paesi del mondo, anche a Roma, se c’è un giocatore indigeno lo si mette sui campi di maggior affluenza, perché questo pretende il pubblico che paga. Che poi lo spettatore non Brit che avesse acquistato i biglietti del campo n.1 fosse fortemente insoddisfatto, è un altro discorso.

Ho seguito quindi i primi due set di Fabio dall’alto della terrazza che consente di vedere piuttosto bene sia il campo 14, quello di Fognini-Sandgren, sia il 18 di Berrettini-Schwartzman. Ma non consente di sentire cosa si dica in campo. Ho potuto constatare che Sandgren gioca meglio, ma molto meglio, della sua posizione in classifica. Fabio non ha perso da un brocco. Almeno ieri non lo è stato. Magari lo sarà con Querrey domani, in quello che è il primo derby americano in ottavi a Wimbledon dal 2000 a oggi. È un dato che non cito a caso: pensate, dal 1968 al 2000 i derby yankee nel torneo di Wimbledon erano stati 72. Dal 2001 al 2019 non ce n’è stato più uno fino a questo Querrey-Sandgren. Curioso no?

Il modo in cui Sandgren ha vinto il tiebreak del secondo set, recuperando palle impossibili e giocando passanti vincenti da posizioni disperate, mi ha fatto dire più volte “chapeau!”. Ciò anche se magari in altre fasi del match i punti più spettacolari, more solito, li ha fatti spesso Fognini che in quanto a talento puro è secondo a pochi. E tutti lo sanno. Ho ripensato a quel che aveva detto Fabbiano venerdì sera: “Fra quei due ci sono quattro categorie di differenza!”. Ma la testa, la concentrazione, il non dare peso ai cattivi rimbalzi, a un campo che non ti piace o non ti pare all’altezza delle tue qualità e dei tuoi meriti, alla fine pesa quanto e più di una serie di frustate di dritti vincenti.

Quel tiebreak, 14-12 per l’americano fin qui più distintosi per le sue esternazioni politiche – soprattutto nel corso dell’Australian Open 2018 quando si fece conoscere maggiormente – è durato 18 minuti. Fognini ha avuto 4 setpoint se non mi sono confuso (sul 7-6, 8-7, 9-8, 11-10 ma uno solo dei quali sul proprio servizio – sull’8-7 – quando purtroppo ha attaccato debolmente, quasi con paura. È stata l’opportunità più grande. Sandgren spingeva di più, era più coraggioso e secondo me ha meritato di più). Certo è che quel set, dopo che già nel primo Fognini si era lasciato sfuggire più d’un’occasione, ha finito per essere decisivo, nonostante il guizzo d’orgoglio per recuperare da 0-2 a 2 pari nel terzo. Da lassù, dalla terrazza, potevo solo vedere che Fognini lanciava qualche volta la racchetta, che beccava un warning, che continuava a parlare con se stesso e con l’arbitro Ramos che… gli assegnano spesso perché Fabio è un osservato speciale. E Ramos, anche se in occasione di Serena Williams Osaka all’ultimo US Open non fu inappuntabile, è considerato uno dei migliori arbitri in circolazione.

Ma non potevo davvero sentire tutto quel che Fognini diceva in campo. Dall’alto del campo 14 all’inizio del terzo set di Fabio mi sono spostato a vedere Berrettini, nel quale a quel punto confidavo certo di più. E anche Berrettini, suo malgrado, mi ha fatto soffrire. Schwartzman è una sanguisuga. Di rovescio non sbaglia mai e comanda che è un piacere. Tre o quattro rovesci lunghissimi incrociati e poi, zac, un gran bel rovescio bimane lungolinea. Berrettini si è salvato con il servizio, grazie al quale principalmente ha cancellato 13 pallebreak su 15, ma insomma… ha commesso anche 76 errori gratuiti, gran parte dei quali con il dritto “sparafucile“ con il quale cercava insistentemente il punto di potenza, senza però troppo scalfire l’imperturbabile argentino che rimandava di là con grande disinvoltura qualunque cosa, anche se gli fosse arrivato un cassettone.

La cronaca, i tre matchpoint salvati, la conoscete già. Io vi posso solo dire che quando sono risceso giù dalla magnifica terrazza con vista su tutto il Wimbledon compreso fra il centre court e il campo n.1, non sapevo nulla delle bombe di Fognini e neppure delle sue scuse – che mi hanno riferito essere poco convinte – in conferenza stampa. Ho subito una vera processione, però, da parte di colleghi stranieri che mi chiedevano se Fognini non fosse impazzito a dire quelle cose, se si fosse reso conto che era “sotto condizionale” fino a tutto il 2019 (o probation come dicono gli angloamericani) per i fatti di Flushing Meadows 2017 per i quali gli era stata comminata una squalifica per 2 Slam (uno dei quali lo US Open) in conseguenza di quei delicati appellativi rivolti all’arbitro svedese Louise Engzell.

Non sto a riscrivere quanto scritto allora. Chi me lo chiedeva, dell’Equipe, come del Daily Mail, o del Telegraph quasi immancabilmente partiva con la stessa simile premessa: “Si sa che Fognini è fatto così, però… etcetera etcetera”. Tutti bacchettoni? Mmmm. Noi italiani alle Fogninate siamo in fondo più abituati, magari ci stringiamo nelle spalle e ci diciamo: “Ma non è mica cattivo. Gli parte la bambola, non si controlla più… e del resto il primo a patirne le conseguenze è proprio lui. Non fosse stato così, non avesse avuto quella testa, a top-ten ci arrivava a 24 anni, mica a 32”.

Però alla fine, perfino io che ho fama di essere meno indulgente di altri (anche perché non mi cambia la vita, non devo rispondere a un direttore se lui si nega a una mia domanda o a una richiesta di intervista che non faccio anche perché non ritengo che possa dire alcunché di nuovo), finisco per stringermi anch’io nelle spalle come tutti gli altri, come a dire: “Che ci vuoi fare?”. Salvo a sorridere quando sento il collega più… dolce che sottolinea la sua raggiunta maturità, associandola magari al matrimonio con Flavia, alla prima paternità, alla seconda ineunte, alla diversa serenità (forse) procuratagli dal trionfo monegasco.

Ma capisco tuttavia che all’estero non è così. All’estero si è meno indulgenti con chi si comporta in modo maleducato, almeno nel mondo del tennis che conserva una qual certa diversa distinzione da, per esempio, il mondo del calcio. Anche i social del tennis sono infinitamente più soft, più blandi, di quelli del calcio.

A chi mi domanda se io punirei Fognini con l’attuazione della squalifica, ritenendolo responsabile della Major Offence sancita dal regolamento per farla scattare, dico: “Forse no”. Quel che ha detto è certamente più grave di quel che ha detto Serena Williams nel match con Osaka, anche se ha dato del ladro e del bugiardo all’arbitro. Serena meritava una sanzione economica e un provvedimento molto più grossa di quella che prese, sempre all’US Open, quando insultò pesantemente quella giudice di linea (cinese?) cui avrebbe voluto – disse – ficcare la racchetta nella sua ‘fu…..ing throat’.

Dopo aver detto quindi che forse non applicherei la massima sanzione punitiva (i due Slam, tutt’al più uno), aggiungo però che a darmi fastidio è la sensazione che Fognini – e non solo lui, temo, ma anche molti di quelli che gli stanno attorno e lo difendono sempre e comunque – anche nel momento in cui si scusa, non si sente davvero di aver fatto e detto una cosa sbagliata, di aver mancato di sensibilità e – ribadisco quanto scritto a caldo – anche di un minimo di conoscenza, sia del momento storico che viviamo e che vive l’Inghilterra e tutti quei Paesi che sono sotto tiro da parte del terrorismo, sia – in misura certo minore, concordo – di quanto è successo qui a Wimbledon durante la seconda guerra mondiale.

I miei figli, di poco più giovani Fabio e suoi grandi tifosi, possono anche non sapere dei 5 caccia bombardieri tedeschi che sganciarono le bombe sul centre court, ma insomma la vicenda è stata detta, scritta, ricordata, tante di quelle volte, quasi ad ogni Wimbledon, che chi ha giocato questo torneo una quindicina di volte è abbastanza difficile che non l’abbia mai sentita ricordare. Di certo non lo saprà il tennista che gioca i Championships a 20 anni, l’Aliassime canadese del caso, ma io sono sicuro che Djokovic, Nadal, gli over 30, ne sono a conoscenza, anche se non avranno magari letto nessuno dei 100 libri, delle 1000 riviste che ne hanno scritto, pubblicando anche foto.

E allora, premesso che in questo caso il detto “ignorantia legis non excusat”, perché qui non si tratta di aver infranto alcuna legge, salvo quella dell’educazione e del buon senso, una volta che ti informano che hai sbagliato a dire quello che hai detto, sia pure nel calore di un agone sportivo, beh quantomeno dimostrati sinceramente dispiaciuto, cerca di dare la sensazione che hai capito, non ti limitare a scuse di circostanza che possano avere il sapore di un’interessata convenienza a darle, onde evitare la squalifica sotto “condizione”.

Nobody is perfect, tutti si sbaglia. Ma riconoscere di aver sbagliato – nell’intimo – è un passo dovuto. Se io fossi il giudice, insomma, vorrei avere dentro di me la convinzione che lo stesso Fognini per primo, senza per questo autoflagellarsi – nessuno lo pretende sia chiaro! – si fosse quantomeno reso conto di aver detto cose né intelligenti né accettabili. E ammettesse di conseguenza anche con i suoi parenti e amici più stretti, con i suoi tifosi che cercassero di giustificarlo a spada tratta… di rinfoderarla.

Nel rilevare infine che nel torneo maschile sono rimasti in gara 4 delle prime dieci teste di serie e in quello femminile cinque – il che è un’anomalia rispetto a quanto è quasi sempre avvenuto quest’anno quando spesso il rispetto delle gerarchie è andato a farsi benedire – mi corre l’obbligo (così si diceva una volta) di spendere due parole sul match che attende Berrettini sul centre court con il suo idolo Federer.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Augurarsi una bella partita è troppo banale e facile. Credere che lo sarà è un’altra cosa. Sono troppe le incognite. Quanto sarà emozionato dall’esordio, e contro il mito Federer, Matteo? È imprevedibile. Se cercasse di strafare farebbe una brutta fine. Ma anche se se lo lasciasse sfuggire subito, perché un Federer che corre in testa quasi mai lo riprendi. La sola speranza è togliergli qualche sicurezza, sperare che possa innervosirsi se – è un esempio – non riuscisse a leggere con la continuità di uno Schwartzman il servizio di Matteo.

Roger ne ha letti bene di tutti i tipi, ma a 37 anni li legge meno bene di una volta. È normale. Magari gli basta leggere bene un game a set per portare a casa il match e i quarti di finale. Però non ci credo tanto. E anche quelle fucilate di dritto che Matteo ha sparato contro il rovescio bimane potrebbero piegare un po’ il polso di Federer che la racchetta tiene con una mano sola e con giocatori di potenza dirompente tipo del Potro ha anche mostrato di soffrire.

Al contrario, Federer saprà trovare il rovescio di Berretto e con lo slice e la palla che non si alza da terra, magari seguita anche a rete dietro a cross belli stretti, farà certamente gran danni nella difesa di Matteo che per giocare i passanti dovrà piegare le ginocchia fino a sfiorare i fili d’erba. Il passante di rovescio di Matteo non è straordinario e a rete Roger – che penso ci si presenterà spesso – non è Schwartzman. Né come copertura in allungo, né sull’eventuale lob liftato che ha invece dato punti importanti a Matteo con il piccolo argentino. Matteo dovrà soffrire e non innervosirsi troppo se il passante lo tradirà.

Inutile dire a favore di chi giochi l’esperienza, soprattutto nei game iniziali di ciascun set, quando Matteo può essere maggiormente incline a distrarsi. Ma se dovesse arrivare al tiebreak, son quasi certo che il nostro – che non ha davvero nulla da perdere ma gioca giustamente, e lo ha detto chiaro, con l’idea di poter vincere – se la giocherebbe alla pari e una sterlina su almeno un tiebreak vinto la punterei. Potrebbe decidere la percentuale delle sue prime di servizio. E meglio qualche doppio fallo in più nei primi punti di un game piuttosto che farsi attaccare su seconde palle troppe timide.

Dovessi dire chi mi è parso più in forma dei 3 big nella prima settimana, direi Rafa Nadal. Però, come scritto ieri, Djokovic ha un grande vantaggio: quello di non poter perdere, in condizioni normali, fino alla finale. Per Nadal (contro eventualmente Querrey nei quarti e poi Federer in semifinale) e per Federer già con Berrettini lunedì e anche con un Nishikori che si presenterà inconsuetamente freschissimo a questo stadio del torneo, non mi sembra che sia proprio così. Buon tennis a tutti.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

NEW YORK – O Federer trionfa all’Australian Open, oppure Nadal pareggerà i 20 Slam al Roland Garros. A 33 anni corre per cinque ore come un ragazzino. Medvedev è più numero 4 di Thiem. Otto “provocazioni” finali

Pubblicato

il

Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Avrà sicuramente dormito benissimo Rafa Nadal, se qualche dolorino articolare a seguito dell’emozionante maratona durata poco meno di cinque ore non si è fatto sentire. Prima della finale Rafa aveva detto: “Se non dovessi vincere ora lo Slam n.19 (un Australian Open, 12 Roland Garros, 2 Wimbledon, 4 US Open), non perderò comunque il sonno”. Tuttavia quel numero un certo effetto glielo ha fatto, perché quando lo ha visto comparire sul mega schermo luminoso dell’Arthur Ashe Stadium, il 19 a caratteri cubitali accanto al suo nome, il “duro” Rafa non è riuscito a non commuoversi e a trattenere le lacrime, quasi che fosse stato contagiato da Roger Federer. “Si invecchia, ci si commuove più facilmente” si sarebbe schermito, con un sorriso, Rafa in sala stampa.

Di certo la vittoria sofferta, soffertissima, dopo che per due set e mezzo Rafa era in pieno controllo del match – 7-5 6-3 e 3-2 con un break di vantaggio dopo 2 ore e un quarto di gioco, ha contribuito a farlo temere una rimonta che in uno Slam era riuscita soltanto al nostro Fognini, ma in un secondo turno, non in una finale! La cronaca l’ha già pubblicata con l’abituale tempestività Vanni Gibertini, ma varrà la pena di ricordare che nel secondo game del quinto set, quando erano già trascorse 3 ore e 57 minuti, e Medvedev aveva tenuto il primo game a 15, il ragazzo russo ha avuto ben tre palle break per portarsi sul 2-0. Fosse riuscito a sfruttarne una… chi può sapere come sarebbe finito il match? Ma lì Rafa serve bene, fa male con il dritto sulla prima, pressa sulla seconda, approfitta di due brutte volée di Daniil e salva la pelle.

Gol sbagliato, gol subìto si dice nel calcio, ma stavolta i… gol subiti da Medvedev sono stati addirittura due, come i break patiti sul 2 pari e anche sul 2-4. Match finito? Manco per niente, con il contributo a mio avviso eccessivamente fiscale dell’arbitro americano Ali Nili che – dopo aver inflitto un primo più che legittimo warning nel primissimo game del match come non avevo mai visto accadere (ma, su questo niente da eccepire, probabilmente serviva da monito e non era sbagliato far capire subito che avrebbe voluto applicare subito il regolamento) e poi un secondo dopo che Medvedev si era lamentato: “Ogni volta che batto devo sempre aspettare, ogni volta!”sulla palla break per il 3-5 ha inflitto una terza ammonizione a Nadal costringendolo a servire soltanto una battuta.

Doppio fallo e break, con il pubblico che dopo essere stato tutto per Nadal all’inizio è diventato in gran parte per Medvedev, sia perché avrebbe voluto che l’aspro combattimento non finisse mai, sia perché il giovane russo si era meritato l’apprezzamento generale ed entusiasta per come – alla sua prima finale di Slam contro uno che ne giocava la n.27 – il giovane russo che pure aveva perso in carriera cinque match al quinto set su cinque, aveva reagito, con grande coraggio e non minor intelligenza.

Trascurando la cronaca, già edita dei due match point annullati alla grande da Medvedev e poi la palla break del 5 pari che avrebbe potuto riaprire tutto, ma che Nadal ha salvato prima di chiudere il match sul 6-4 dopo 4 h e 51 minuti (tre meno di quanti ne servirono nel 2012 a Murray per battere Djokovic, la più lunga di sempre a New York. È inoltre la terza finale vinta al quinto set da Nadal in uno Slam dopo quelle contro Federer a Wimbledon 2008 e Australian Open 2009), mi concedo qualche piccola osservazione finale.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

LA PRIMA – Questa finale è stata elettrizzante quasi quanto quella di Wimbledon vinta da Djokovic su Federer. Ok, lì c’era stato un tiebreak sul 12 pari, e in una finale non si era mai visto. C’erano anche stati i due match point non sfruttati da Roger. E quando un giocatore vince una finale annullando match point fa già storia e leggenda. Ma c’erano stati anche set centrali non particolarmente emozionanti se si considera che da due super campioni un grande spettacolo lo si poteva dare quasi per scontato. Qui a New York invece non lo era. I pronostici si dividevano fra un Nadal in grado di vincere in tre set e un Medvedev capace di vincerne al massimo uno. E quando era sotto due set a zero e un break… manco quello.

LA SECONDA – Nei suoi primi cinque anni all’US Open Rafa non era mai giunto neppure alle semifinali. Anche se avrebbe vinto due volte sull’erba di Wimbledon, vox populi era – allora – che Rafa era sì l’indiscutibile re della terra battuta, ma sul cemento – dove si giocano ormai la maggior parte dei tornei – non valeva gli altri Fab (forse neppure Murray, che dei quattro è sempre stato considerato il meno forte). Stanotte Rafa ha conquistato il suo quarto US Open, uno più di Djokovic. E Roger Federer, che qui aveva vinto per cinque anni consecutivi, negli ultimi dieci anni – dopo aver perso la finale con del Potro – non ha raggiunto che una sola finale, perdendola con Djokovic. Si può ancora considerare Rafa Nadal soltanto il re della terra battuta o gli va dato atto dei suoi straordinari progressi anche sulle altre superfici?

Lui ha vinto quattro US Open dal 2010 in anni in cui Roger ha fatto (oltre alla succitata finale del 2015) tre semifinali, tre quarti con quest’anno e due ottavi. Nadal può ancora essere considerato inferiore a Federer sul cemento? Su quello americano – che qui a New York peraltro curiosamente in tanti anni non li ha mai visti di fronte – mi pare corretto ritenere che il dubbio ci sia tutto (anche se magari l’Australia, sia pure con quella vittoria recuperata da Roger sull’1-3 nel quinto, o i Masters 1000 americani possono negarlo). Tenete presente che in questi dieci anni Nadal ha saltato per infortunio due edizioni e in una terza è stato costretto al ritiro. In tutto ha saltato otto Slam. Federer tre (più due Roland Garros per scelta). Djokovic uno.

LA TERZA – Che poi lui sia davvero l’indiscusso re della terra battuta resta vero, nessuno ne dubita. Anzi oggi Murphy Jensen, il doppista che con il fratello Luke ha anche vinto uno Slam (il Roland Garros ’93, più tre tornei), diceva a Steve Flink: “Sebbene quando Pete Sampras conquistò lo Slam n.14 tanti ritenessero che potesse trattarsi di un record imbattibile… io sono quasi certo che Nadal centrerà almeno 14 Slam soltanto al Roland Garros!”. C’è chi si sente di scommettere contro?

LA QUARTA – Ricordo di aver letto tantissimi commenti su questo sito, ma anche ad opera di tanti colleghi, secondo cui Rafa Nadal con il tennis dispendioso, violento che ha sempre praticato, sarebbe rimasto competitivo al massimo a 30 anni. Non come Federer che non suda nemmeno e che grazie alla naturalezza e alla fluidità del suo gioco avrebbe potuto giocare vita natural durante ai massimi livelli. Beh, smentiti tutti! Rafa corre e tira ancora come fosse un ragazzino, con la forza (la garra e l’entusiasmo) di un venticinquenne. C’è stato uno scambio nel secondo punto dell’ottavo game del quinto set in cui Rafa si è prodotto in un recupero multiplo da restare a bocca aperta! Stava giocando da 4h e 30m con un Medvedev che, abbandonando il suo tennis iniziale da puro incontrista (con vari cambi di ritmo per nulla banali e improvvisati), giocava accelerazioni di dritto e rovescio impressionanti e entusiasmanti.

LA QUINTA – Già che parlo di Medvedev e della sua straordinaria progressione estiva di cui si è scritto in tutte le salse, due finali perse, trionfo a Cincinnati, 49 vittorie nell’anno (più di chiunque altro), a prescindere dal fatto che abbia anche due anni di meno e quindi più margini di progresso, merita certamente di aver strappato la quarta posizione ATP a Dominic Thiem. L’austriaco è solidissimo sulla terra battuta, come dimostrano due finali consecutive (e prima due semifinali: quattro anni eccellenti) al Roland Garros e in atri tornei sul “rosso” (Madrid etcetera). Ma è decisamente meno completo di Medvedev. E anche meno forte di carattere.

LA SESTA – Tre anni, 12 Slam, tutti vinti dai Big 3. Ultimo non Big 3 Stan Wawrinka, che vinse nel 2016 l’US Open. Rafa ha detto: “È inevitabile che questa Era, o cosiddetta tale, debba avere un termine. Roger ha 38 anni, io 33, Nole 32…”. Ineccepibile. Però per ora i Big 3 reggono alla grande. Inevitabile che a turno qualcuno di loro tre, o anche due su tre, accusino i malanni dell’età, la spalla, la schiena o altro. Ma basta che uno dei tre resti in piedi perché il torneo, lo Slam, lo vinca lui. Anche al prossimo Australian Open sarà così. Il favorito sarà uno dei tre, anche se Medvedev sarà ancora più agguerrito e ci saranno anche altri Next-Gen temibili. Ma è significativo quel che ha detto Medvedev in francese (che parla benissimo, in due anni lo parla meglio di tanti francesi… è intelligenza anche questa. Di russi così dotati per le lingue non ne ho conosciuti tanti).

“Ero nella stessa metà di Djokovic e Federer… speravo di arrivare ai quarti, se mi avessero detto che sarei arrivato in finale e avrei lottato per cinque set con Nadal avrei firmato subito!. Un ragionamento che avrebbe fatto qualsiasi altro tennista “non Big 3”. A dimostrazione che anche fra i giovani rampanti, la sensazione è sempre quella: gli anni passano, ma i “big 3 sono sempre i più forti… se non accusano qualche acciacco per via dell’età”. E la dichiarazione di Roger Federer (“Se sarò senza dolori probabilmente potrei giocare fino a 40 anni”) al mondo del tennis fa sicuramente gran piacere. Ai giovani avversari forse un po’ meno.

LA SETTIMA – Una piccola soddisfazione statistica, dopo il grande exploit di Berrettini con la prima semifinale italiana dopo 42 anni all’US Open: Fabio Fognini è rimasto il solo giocatore capace di rimontare due set di handicap a Rafa Nadal in uno Slam.

LA OTTAVA – Così come il record dei 14 Slam di Sampras era ritenuto a lungo quasi irraggiungibile, lo stesso si può dire di quello di Federer. Ma oggi non lo crede quasi più nessuno. Fino a un paio d’anni fa si riteneva che sarebbe semmai stato Djokovic quello che aveva più chances di eguagliarlo e superarlo. Ora, con Nole indietro di quattro Slam rispetto a Roger e di tre rispetto a Rafa, cui sembra quasi impossibile negargli il ruolo di favorito n.1 al prossimo Roland Garros, beh, il maggior candidato a raggiungere per primo Roger è proprio Rafa. A meno che Roger vinca a Melbourne. Ma non sarà, se in buone condizioni fisiche, Djokovic il favorito là dove ha già vinto sette volte? Ergo a 20 dovrebbe arrivare – anche se al momento sono previsioni da bar, mancano quattro mesi all’Australian Open e nove mesi al Roland Garros.

E ora basta, detto che sono curioso di vedere se Berrettini farà bene nel trittico San Petersburg, Pechino e Shanghai perché nono nella Race a soli 20 punti da Nishikori che – non glielo auguro ma è quasi sempre rotto a fine anno – e a 190 da Bautista Agut, mi pare di aver messo fin troppa carne al fuoco per favorire le vostre discussioni. Mi raccomando: civili!

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

US Open: Serena Williams KO, ma non è finita. Andreescu: è solo il primo Slam

NEW YORK – Rispetto alle tre precedenti finali Slam Serena ha giocato meglio, ma non come può. La ragazza canadese ha tutto per diventare numero 1. Lei e Osaka saranno le regine dei prossimi anni

Pubblicato

il

Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Mi rendo conto che l’inizio è dei più banali: “È nata una stella”. Ma quando a 19 anni una ragazza che all’inizio dell’anno non era neppure nella WTA Media Guide perché era n.152, vince uno Slam battendo una Serena Williams che non era così malmessa come quando aveva perso da Kerber e Halep a Wimbledon e da Osaka qui, che altro si può pensare? Oggi la ragazza canadese che aveva vinto l’Orange Bowl under 16 nel 2014 – l’anno in cui un’altra canadese, Bouchard, aveva raggiunto la finale a Wimbledon – ma poi aveva avuto diversi infortuni che le avevano impedito di giocare con la dovuta continuità, ha battuto Serena giocando con le sue stesse armi.

Quella della gioventù quasi incosciente, infatti è la più giovane campionessa dacché Serena vinse il suo primo Slam qui nel ’99 alla stessa età. Quella dell’aggressività all’ennesima potenza, colpi dirompenti da fondocampo, sia dritto sia rovescio, velocità media di battuta intorno ai 170 km orari ma anche servizi poco sotto i 180. Quella di una personalità davvero notevole che le ha consentito di non farsi intimidire da 20.000 tifosi urlanti in un modo che non mi era mai capitato di sentire, da tapparsi le orecchie e a confronto del quale – anche perché l’Arthur Ashe Stadium è semicoperto e tutto rimbomba – un derby di San Siro fra Inter e Milan parrebbe silenzioso come una messa nemmeno cantata. Erano tutti per Serena e si sono scatenati soprattutto quando la CatWoman ha annullato con un dritto bomba incrociato il match point sull’1-5 ed è risalita fino al 5 pari.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Altri giocatori, e giocatrici, avrebbero rischiato lo svenimento. Lei ha ammesso di aver dubitato “perché l’ho vista risalire tante volte da 5-0, da 5-1, da 5-2, so di che cosa è capace insomma… mi sono detta di restare sul mio piano tattico (muoverla il più possibile, farle giocare più scambi…). Lei aveva cominciato a giocare molto meglio, poi la folla l’ha senz’altro aiutata”, ma alla fin fine non ha fatto una piega. E ha portato a casa, alla sua prima finale di Slam, il titolo che aveva sempre sognato, insieme a 3 milioni e 850.000 dollari. Not bad! “Dacché vinsi l’Orange Bowl credevo che avrei potuto farcela… quasi ogni giorno me lo immaginavo, è pazzesco, ma mi sa che a furia di immaginarmele queste fantasie sono diventate realtà. Hanno funzionato…”.

 

Abbiamo avuto tante altre vincitrici di Slam negli ultimi anni, quando Serena ha lasciato un po’ il passo. Ma insieme a Naomi Osaka, anche lei giovanissima, anche lei figlia di emigranti, Bianca sembra avere le carte in regola per diventare una vera numero 1. Sinceramente assai più che Barty, che pure ha un bel tennis ma non sembra avere la stessa grinta, la stessa solidità. Come Osaka anche Andreescu crede nella meditazione, lo fa tutti i giorni. “A questo livello tutte sanno come si gioca a tennis. La cosa che separa le migliori dalle altre è solo l’aspetto mentale.

Di sicuro concorderà con Bianca e Naomi il nostro Berrettini, che da sei anni si fa seguire da un coach mentale, del quale abbiamo parlato più di una volta nei giorni scorsi. Da marzo a oggi Bianca non aveva perso un solo match completato. A Indian Wells aveva fatto vedere, dopo aver già impressionato chi l’aveva vista in Nuova Zelanda e in Australia, di che panni si vestisse. Un anno fa qui aveva perso nelle qualificazioni. Ma a 18/19 anni le cose cambiano in fretta.

E nel caso di Bianca Andreescu non ho dubbi che se cambieranno sarà sempre in meglio. È venuta fuori da diverse partite dure, un set perso con Townsend, un altro con Mertens, due set durissimi con Bencic, questa finale con Serena Williams che non era davvero quella che aveva perso le altre tre finali di Slam dopo la maternità, anche se certo ha servito sotto al 50% di prime e sbagliato molto più di quando era ancora signorina.

A 38 anni Serena è finita? Io non credo, per ancora un altro anno penso che possa essere competitiva. L’orgoglio della campionessa che non si vuole arrendere è sempre lì. Bisognerà fare ancora i conti con lei.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Berrettini, maledetto tiebreak. Ha top 10 e finali ATP a tiro

US OPEN – È n.13 ATP. Tre anni d’anticipo su Fognini 2013. Su dodici tennisti che lo precedono (Monfils, Fabio, Bautista Agut di un niente), sei sono over 31 anni. Nuovo siparietto fra Nadal e il direttore Scanagatta

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Un primo set da stropicciarsi gli occhi. Sì, Rafa Nadal fino al tiebreak stava vincendo ai punti, 6 a 0 nel computo delle palle break, ma Matteo Berrettini non era quel timido tennista visto a Wimbledon contro Federer, tutt’altro. Giocava con grandissima personalità, servendo alla grande, lasciando esplodere le solite fucilate di dritto, reggendo perfino con il rovescio le diagonali mancine predilette da Rafa. E quando c’era da annullare una palla break, nessuna paura. Matteo la annullava perentoriamente. Nadal non poteva rimproverarsi nulla. Era Matteo che si guadagnava quei punti, non Rafa che sbagliava.

Nel mezzo c’erano stati cinque drop-shot letali, cinque punti e il pubblico, quasi incredulo, che si eccitava sempre di più in una di quelle solite serate elettriche che si vivono soltanto a New York. Finché si è arrivati a quel tiebreak che sarebbe durato 13 minuti e 14 punti e che Matteo (e non solo lui) non dimenticherà tanto facilmente.

 

I 20.000 che avevano seguito con tiepido interesse la prima semifinale, senza scaldarsi né per Medvedev né per Dimitrov (con il bulgaro che, come Berretto, rimpiangerà di non aver portato a casa il tiebreak del primo set nel quale ha avuto un set point), si sono invece entusiasmati alla grande per il duello all’ultimo sangue ingaggiato dal nostro Django unchained con l’implacabile torero di Manacor. Dopo certi drittoni sparati da Matteo, come per le prime cinque smorzate di dritto delicate come morbide carezze e tutte vincenti, gli americani che all’inizio avevano accolto con un boato Nadal, troppo più noto, e con minor enfasi l’ancora poco conosciuto Matteo, scoprivano pian piano le grandi qualità tecniche e la personalità di Berretto. E tanti tifosi di Nadal della prima ora cambiavano via via idea e iniziavano a tifare per Matteo, anche perché significava tifare per la partita.

Rafa Nadal e Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Luca Baldissera ha già fatto un’eccellente cronaca del match, in tempo reale, cinque minuti dopo la conclusione del match era già online (mentre Vanni Gibertini faceva altrettanto nella nostra home inglese, Ubitennis.net per chi non lo ricordasse), ma il tiebreak è certamente la fase che ha determinato il seguito e l’esito del match (e questo non significa, attenzione, che contro il “leone della giungla” Nadal un set vinto avrebbe significato batterlo. Non sia mai!). Quindi lo ripercorro brevemente, perché secondo me (e secondo Rafa: leggete il transcript dell’intervista) Matteo non lo ha perso tanto quando non è riuscito a trasformare i due set point, ma quando sul 4-1 ha ciccato malamente un dritto per lui abbastanza comodo da posizione iper favorevole.

Ma tornando proprio all’inizio… Nadal stavolta ci metteva del suo per aggiungere adrenalina a tutto l’ambiente esordendo con un doppio fallo e Matteo, dopo aver tenuto i due punti grazie principalmente al servizio, giocava aggressivo e d’anticipo a sulla seconda palla di servizio di Rafa: la sua era una risposta straordinaria incrociata di rovescio. Una delle perle più belle, e più insolite, della serata. Applausi scroscianti.

Leggete allora cosa avrebbe raccontato poi Nadal sul prosieguo del tiebreak e soprattutto cosa deve aver pensato, con grande lucidità, mentre era in campo in quella situazione per nulla invidiabile con il pubblico che ruggiva come ai tempi di Jimbo Connors: “Indietro 4-0 non ho pensato che il set fosse perso. Il mio obiettivo era vincere il punto dell’1-4 con il mio servizio. Avessi infatti subito un altro mini-break, il tiebreak e il set sarebbero stati inevitabilmente compromessi… Poi, raggiunto l’1-4 l’altro obiettivo era farne uno dei successivi due per arrivare almeno al 2-5 e poi, anche se sarebbe stata una situazione comunque dura, cercare di portarsi sul 4-5 sfruttando i miei due punti con il servizio. Così è stato. So bene che l’avversario ha due servizi a disposizione per vincere il set, ma da 4-0 a 5-4 la prospettiva è completamente diversa, perché ora anche lui avverte la pressione. Quello era il mio obiettivo. 6-4, e lì sono stato fortunato su quel punto…” (il net ha rallentato e accomodato un colpo di Berrettini favorendo la conclusione di Nadal).

Il Maiorchino sul 5-6 ha potuto usufruire di nuovo del servizio e, al termine di uno scambio prolungato e durissimo, per la prima volta Matteo ha visto abortire un suo tentativo di palla corta (la prima azzardata con il rovescio). L’idea non era sbagliata, l’esecuzione purtroppo sì. Mentre Nadal non domandava altro e figurarsi se non si caricava ulteriormente giocando un gran punto per il 7-6, Matteo pativa il trauma di quella rimonta e cacciava un dritto super gratuito sul set point per Nadal.

Lì è praticamente finita ogni incertezza sull’esito finale, anche se Matteo non si è mai arreso. Ma a rimontare Nadal sono riusciti in pochissimi, solo grandi campioni più Fognini. È stato tutto uno stillicidio di palle break, due nel primo game, una terza nel terzo e un coraggiosissimo, indomito Matteo a salvarle tutte, fino a capitolare sul 3 pari davanti alla decima palla break per Rafa (che non ne avrebbe concesso neppure una in tutto il match e, se avrete pazienza di leggermi fino in fondo, farà di questo evento statistico – zero palle break – l’ennesimo siparietto divertente con il sottoscritto).

Per un’ora e 48 minuti Matteo era riuscito a difendere, con le unghie e con i denti il proprio servizio. Ma con Nadal che serviva a quel modo non ci sarebbe stato più nulla da fare. “Pochi parlano del suo servizio che è invece il suo colpo più sottovalutatoavrebbe poi detto Matteo –. OK che il suo dritto è pesantissimo, che il suo rovescio ti arriva velocissimo, ma è una battuta mancina difficilissima da contrastare, anche perché il suo primo colpo dopo il servizio fa molto male. Non ci avevo mai giocato, neppure in allenamento, sono sicuro che già la prossima volta saprò fare meglio. D’altra parte Umberto (Rianna) mi diceva: ‘Queste situazioni le puoi provare soltanto in gara, non c’è allenamento che possa fartele vivere’”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Come si diceva con Luca, se Rafa (nel secondo set) cede appena quattro punti sulla battuta mentre Matteo 14… la differenza è tutta lì. Rafa negherà, rispondendo a una delle mie domande che hanno chiuso la conferenza stampa, che la risposta di rovescio sia la deficienza più accentuata del tennis attuale di Berrettini, ma Matteo invece qualche minuto più tardi rispondeva sinceramente: “Non è una novità che la risposta devo migliorarla”. Non ho dubbi che ci lavorerà su fino a migliorarla tanto, tantissimo. Perché i progressi che ha fatto in questi mesi con il suo colpo più debole, il rovescio, dicono che lui ha una grande facilità di apprendimento.

Perfino quando ero piccolo io i maestri dicevano che era più facile migliorare il rovescio con il tempo e l’età, piuttosto che il dritto che è un colpo più personale e che se non l’hai incisivo fin da ragazzino è difficile migliorarlo. Del resto vi ricordate com’era il rovescio di Nadal 10 anni fa? E quello di Federer non è forse migliorato tremendamente sotto la cura Ljubicic pochissimi anni fa? Roger prima ne giocava coperti uno su cinque, e gli altri quattro slice, oggi ne gioca quattro su cinque e uno solo slice o bloccando l’avambraccio.

Insomma pur perdendo in tre set, e finendo schiacciato sotto il trattore Nadal nel terzo set, con Rafa che ha ceduto un punto in tre turni di servizio, secondo me Berrettini ha vinto pur perdendo. Ha fatto cioè capire di avere la stoffa per diventare un grande. Ha solo 23 anni, non dimentichiamolo. Ed è già – da lunedì – numero 13 del mondo, a 210 punti da Monfils, a 230 da Fognini, a 330 da Bautista Agut. Punticini. Matteo è poi anche n.9 nella Race. Insomma, le finali ATP di Londra non sono un miraggio. E potrebbero essere raggiunte se Matteo farà abbastanza bene, anche senza fare sfracelli, a San Pietroburgo, a Pechino e a Shanghai. Tutte prove del nove, una dopo l’altra. Non facili. Ma la testa Matteo ce l’ha sulle spalle e il suo team lo aiuterà. E lui si farà aiutare. Aiutati che il… team ti aiuta!

Aggiungo due osservazioni, anzi tre. La prima: Fabio Fognini era arrivato al best ranking di n.13 (lo stesso di Matteo ora) nel luglio del 2013 quando vinse Amburgo e Stoccarda e fece finale a Umago. Aveva 26 anni. Lasciamo perdere perché non conta il fatto che per cinque anni Fabio non poi è riuscito a mantenersi fra i primi 15, ma Matteo oggi di anni ne ha 23 ed è quindi tre anni avanti rispetto a Fognini che, abbiamo visto, sei anni dopo, a 32, è salito tra i top-ten arrivando a n.9.

La seconda: Matteo, come Cecchinato un anno fa, ha avuto la ventura (e non è fortuna, se l’è guadagnata, così come Marco un anno fa), di fare tanti punti grazie ad exploit ottenuti in successione in uno Slam che distribuisce tanti più punti, e questa ventura invece Fognini non l’ha mai avuta. Più di un quarto di finale nel 2011 a Parigi (quando batté Montanes annullando match point in modo rocambolesco) negli Slam non ha fatto. Ma se Matteo riuscisse a giocare bene in Russia e in Asia il sorpasso a spese di Monfils, di Fognini che ha purtroppo una caviglia ballerina, e di Bautista Agut sono alla sua portata. Incredibile dictu qualche mese fa, ma il muro dei top-ten per lui è già valicabile.

La terza: non dovesse già farcela quest’anno, beh credo che possa essere soltanto questione di tempo, anche se non è detto che da dietro a lui non possa spuntare qualcuno in grado di superarlo. Ma… ci avete fatto caso che sei dei dodici tennisti che oggi lo precedono hanno più di 31/32 anni? In ordine di classifica: Djokovic 32, Nadal 33, Federer 38, Bautista Agut 31, Fognini 32, Monfils 33. (Nishikori, spesso rotto, ne compierà 30 a dicembre). Quanti di questi tennisti saranno ancora in attività e nel pieno delle forze e del rendimento a fine 2021 quando le finali ATP si giocheranno a Torino? Non aggiungo altro… se non che a quell’epoca un Berrettini venticinquenne potrebbe anche non essere il solo italiano in grado di competere ad alti livelli.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E qui mi fermo su Matteo, ma devo accennare alla straordinaria estate che continua ad avere Medvedev, n.4 del mondo e vittorioso in tre set su Dimitrov (che come Berrettini si domanderà: “E come sarebbe andata a finire se avessi vinto il primo set al tiebreak?”, che è quello nel quale ha avuto un setpoint). Io credo però che Nadal, alla sua quinta finale all’US Open e alla n.27 negli Slam, batterà il giovane russo, 23 anni come Berrettini, e conquistando lo Slam n.19 si porterà a una sola lunghezza da Roger Federer. Il quale farà meglio a cercare di vincere il prossimo Open d’Australia, perché altrimenti Nadal al Roland Garros avrà grandissime chances – certo più di Roger – di arrivare anche lui a quota 20.

Contro Berrettini, Rafa mi ha impressionato anche per la tenuta atletica, per i soliti recuperi pazzeschi, come quello nel finale, quando scavalcato da un lob è corso all’indietro come un ragazzino di 20 anni e con la schiena alla rete ha lasciato partire un missile di dritto nell’angolo destro di Berrettini che ha lasciato di sasso il nostro tennista (guardate negli highlights completi qui sotto al minuto 1 e 55 secondi lo scambio in questione). Mostro!

Non si può mai sapere cosa accadrà in una partita di tennis, ma se mi aspetto che Rafa la vinca, penso anche che non la vincerà con Medvedev come a Montreal (6-3 6-0) in una finale semi-rovinata dal vento… ma che a Nadal evidentemente non dette lo stesso fastidio. Il vento c’era per tutti e due, come si dice sempre, ma lui non teme alcun avversario, neppure il meteo. Consiglio a chi capisce l’inglese di guardare oltre al video con il mio commento che trovate a inizio articolo, anche quello fatto assieme a Steve Flink sulla home page di ubitennis.net (grazie a Steve sono di qualità migliore, lo penso davvero e non lo dico per falsa modestia) perché il mio grande amico e collega entrato nella Hall of Fame del tennis a Newport come due soli italiani, Gianni Clerici e Nicola Pietrangeli, mi ha sorpreso con le sue considerazioni e il pronostico concernenti la finale femminile fra Serena Williams, alla caccia del fatidico 24esimo Slam, e la giovane rivelazione di questo 2019, Bianca Andreescu.

Dopo di che chiudo con il preannunciato siparietto con Nadal (anche qui il video è più divertente di come io possa rendere il tutto scrivendolo, lo trovate più in basso). Il moderatore-conduttore degli interventi in conferenza stampa Gary Sussman, mi ha in chiara simpatia, ma ormai ha preso il vizio di farmi fare il mio “intervento-domanda” per ultimo a chiusura della conferenza, anche se io mi prenoto fra i primi. Qualche volta mi torna comodo che faccia così, altre volte no, ma non posso farci niente. E temo che prima o poi la cosa potrebbe venire a noia ai colleghi. Ma non è colpa mia. Stavolta, comunque, direi che è andata bene così.

Per capire però quale sia stato lo spunto che ha dato origine al tutto, occorre che sappiate che l’altra sera, quando Nadal aveva battuto Schwartzman nonostante avesse perso ben quattro volte il servizio, io gli avevo chiesto – giusto per provocarlo un po’, perché so benissimo che Schwartzman risponde molto meglio di Berrettini anche se serve peggio – se non temesse l’eventualità di poterne perdere altrettanti anche con Berrettini, dal momento che non è facile strappare la battuta all’azzurro. Nemmeno a un Nadal…

Ubs: “Complimenti innanzitutto”.
Rafa: “Per non aver subito break vero?”.
Ubs: “Sì, stavo proprio per dirti questo”.
Rafa: Nessun break oggi, Ubaldo. Eri preoccupato per me qualche giorno fa! (ride lui e gli fa eco la sala stampa).
Ubs: “Ma non pensi che sia accaduto anche perché Berrettini ha nella risposta il suo punto debole?.
Rafa: “No non ho fronteggiato nessuna palla break nemmeno contro Chung…”. Nadal scorge che a quella frase io alzo un attimo le sopracciglia (come per dire che Chung di questo periodo non è un fenomeno) e allora reagisce: “Che cosa (vuoi dire, sottinteso)? Forse Chung non è un buon ribattitore? Certi giorni le cose vanno in un modo, altri in un altro. Naturalmente oggi avevo una motivazione extra per servire meglio, dopo quello che avevi detto l’altro giorno (ride lui, ride tutta la sala).

Ubs: “Mi piace stimolarti ogni volta… ma onestamente se tu pensi che lui abbia un gran servizio, un gran dritto, non ritieni che la sua risposta sia invece un po’ il suo punto debole?.
Rafa: No, non lo penso”.
Ubs: Qual è allora il suo punto più debole secondo te?”.
Rafa: “Credo naturalmente che lui possa migliorare un po’ il rovescio. Ma nel resto è bravo. Per essere così alto non si muove male… Ha un gran bel talento (tocco) nelle mani. È abile sottorete, e ha un bel rovescio slice. È vero che lo slice contro di me… beh, a me piace giocare contro chi fa il rovescio slice (come il primo Federer, n.d.UBS). Forse il suo rovescio slice contro di me non funziona altrettanto bene che contro altri giocatori. Non mi sembra un cattivo ribattitore, no… credo che gli siano riusciti diversi break nel corso del torneo”.

Ma il problema in risposta rimane ed è grosso: nel secondo set Matteo ha fatto quattro punti sul servizio avversario, Rafa 14, la differenza è tutta lì. Per concludere questo commento desidero fare i miei complimenti a Matteo Berrettini e a tutto il suo team. Sono stati grandi. Matteo è già entrato nella storia del tennis. Lui e il suo team ci hanno fatto vivere due settimane straordinarie, bellissime e non possiamo che ringraziarli sentitamente. Augurandoci, ma ne siamo abbastanza sicuri, che la sua ascesa nelle classifiche mondiali, ATP Ranking e Race, prosegua con gli stessi ritmi di questi ultimi mesi. E che sia di stimolo, con effetto traino, anche per tutti gli altri azzurri, giovani rampanti (Sinner, Musetti, Zeppieri e altri ivi incluso l’amico coetaneo Sonego nei confronti del quale ho molta fiducia) e vecchi leoni che non mollano, Paolo Lorenzi in primis (un vero esempio da imitare per tutti, sotto tutti i punti di vista, in campo e fuori), ma con lui tutti, Fognini, Cecchinato, Seppi, Fabbiano, nessuno escluso.

Chiudo con un aneddoto curioso capitatomi fra le una e le due di notte tornando da Flushing Meadows, bus più taxi: sul minischermo del taxi, infestato di pubblicità e che di solito spengo, mi è apparso all’improvviso il bel viso di uno statuario, bellissimo Berrettini che promuoveva l’Olio Colavita! Mai visto prima quello spot, curioso vederlo proprio stanotte e sul taxi. Allora ho chiamato via Whatsapp Santopadre per raccontargli il curioso episodio e lui ha whatsappato in replica: “Coincidenza!!! Siamo al solito ristorante nell’East Village (il Via della Pace del tifoso laziale Giovanni Bartocci, intervistato su Ubitennis un giorno fa) con Corrado Tschabushnig e… proprio Giovanni Colavita!”. Avranno condito bene l’insalata, in questa città dove a volte la condirebbero con la Shell o la Exxon.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement