Il “caso Fognini e bombe su Wimbledon” fa discutere più che Berrettini in ottavi

Editoriali del Direttore

Il “caso Fognini e bombe su Wimbledon” fa discutere più che Berrettini in ottavi

LONDRA – Un esame delle tesi contrapposte. Alla fine parziale assoluzione, ma con la condizionale. È sinceramente consapevole d’aver sbagliato o si scusa senza crederci? Berrettini contro Federer: proviamo a giocarla così

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Fabio Fognini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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da Londra, il direttore

Quando ha chiamato il mio giornale ieri sera, pochi minuti dopo che Berrettini era diventato il quinto tennista italiano dell’era Open a conquistare gli ottavi di finale di Wimbledon, mi sono reso conto che alla direzione interessava molto più che io scrivessi del “caso Fognini e bombe su Wimbledon” piuttosto che dell’exploit di Matteo Berrettini. Ciò sebbene Matteo avesse lottato 4 ore e 19 minuti e cinque set salvando tre matchpoint contro Schwartzman (dal quale aveva perso al Foro Italico) e fosse atteso questo lunedì dal re di questi prati, il suo idolo Roger Federer.

Non me ne sono stupito. Se Berrettini vince o perde una partita, anche importante, quasi eroica, interessa soltanto agli appassionati di tennis. Che magari danno anche a Wimbledon un valore romantico, epico diverso da altri tornei. Quel che ha detto Fognini invece – “Maledetti inglesi guarda, scoppiasse una bomba sul circolo, una bomba deve scoppiare qua” – investe anche settori extratennistici, perfino extrasportivi.

Si è giustificati dalla tensione, dal calore di un match che sta evolvendo in maniera diversa dalle aspettative, per dire qualunque cosa? Ci sono dei limiti che non si dovrebbero valicare? È una questione di educazione? È giusto essere severi nel valutare certe reazioni? Occorre tenere conto dei precedenti nel esprimere giudizi e nel decidere – chi dovrà farlo – se prendere sanzioni oppure no? Si deve o non si deve tenere conto della popolarità dei campioni dello sport presso i giovani e preoccuparsi dell’esempio negativo che possono dare? Meglio glissare senza eccedere a sottolineare una mancanza di educazione, di sensibilità in questo particolare momento storico, e forse anche di cultura, oppure sanzionare uno per educarne tanti?

 

Sono tutti interrogativi le cui risposte, di un tipo come di un altro, possono interessare anche chi non sa che nel tennis al 15 segue il 30, il 40 e poi il game, chi non sa cosa sia un tiebreak. Per questo motivo non mi stupisce che il “caso Fognini”, per l’appunto – e per malaugurata fortuita coincidenza, deflagrato con le sue bombe il giorno prima di una storica e triste ricorrenza londineseabbia colpito la direzione del mio giornale e quelle di gran parte dei quotidiani italiani e stranieri, ben più delle bombe di servizio a 141 miglia orarie (226,8 km orari) fatte esplodere da Matteo Berrettini.

Sentivo dire in sala stampa, infatti, che più di un giornale aveva optato per riservare spazio al “caso Fognini” al di fuori delle pagine sportive. Ritenendo evidentemente che fosse argomenti capace di interessare un’opinione pubblica allargata ai non tennisti. Sto scrivendo a notte inoltrata perché sono appena tornato a casa da una giornata che pareva doversi sviluppare tranquillamente con i due italiani una tantum programmati a inizio pomeriggio e cominciata blandamente, ma poi diventata inopinatamente piuttosto concitata e faticosa.

Le 4 ore e 19 di Berrettini andavano seguite – meno male siamo in tanti noi di Ubitennis – le interviste di Nadal e Federer anche, quella di Fognini guai a perdersela, Sousa – primo portoghese di sempre in ottavi a Wimbledon – ha finito con le luci del nuovo tetto sul n.1, le donne se le è gestite l’impareggiabile AGF, ma – anche per via del fatto che i Doherty Gates nella Middle Sunday sono chiusi – anziché soltanto due video, uno italiano e uno inglese, ne andavano preparati e fatti quattro, distogliendo anche un collaboratore a far da cameramen, mentre l’ignaro (delle questioni italiche) ‘hall of famer’ Steve Flink pressava per accelerare la realizzazione del video inglese con – ve le voglio dire quasi tutte – due bobbies in gonnella ci obbligavano per incomprensibili ragioni di sicurezza a registrarli fuori dalle solite aree di tutta la prima settimana e degli ultimi anni.

Poi ci s’è messa anche la pioggia. Tornare a casa sulla MP3 che la Piaggio mi garantisce dai tempi in cui conobbi il compianto Giovannino Agnelli una venticinquina d’anni fa, per arrivare bagnato come un pulcino non è stato piacevolissimo. Come ci sono arrivato ho dato occhiata ai commenti fermi da moderare – un centinaio erano già stati “filtrati” – e ne ho scelti al volo due che pubblico qui sotto perché mostrano due diversi modi di pensare e non avevo tempo, confesso, di leggermi tutti gli altri.

Il primo è di Silvia Pelliccioni Mattarelli (presumo non sia un nick name): Questa volta le frasi non sono di per sé così gravi, ma lo diventano nel contesto di una città che le bombe le ha avute anche di recente, per via del terrorismo. Gli inglesi non scherzano su queste cose. Ho lavorato in Uk e se ti azzardi a dire una barzelletta sugli ebrei rischi il licenziamento immediato. Vedremo come va a finire. Non ho visto la partita, ma dall’articolo si evince che invece di lottare, di nuovo Fognini si è perso in un’inutile e controproducente spreco di energia. Per fortuna che l’Italia, in questo periodo, è rappresentata anche da giocatori come Fabbiano, che per la maggior parte del tempo sorride in campo, da Seppi, un vero lord, e da Berrettini e Sonego!

Il secondo è di Schtennis: Non penso proprio che i tennisti sappiano che nel 1940 i campi di Wimbledon furono bombardati dalla Lutwaffe. Siamo in 55 milioni in Italia, più o meno: prima di questo articolo, probabilmente solo 1000 persone conoscevano questo fatto, 750 delle quali sono ultraottantenni appassionati di tennis. Si poteva ricordare l’infausto evento senza scrivere che “Fognini dovrebbe quanto meno sapere che nell’ottobre del ’40…” perchè è chiaro a tutti che la stragrande maggioranza dei tennisti di un certo livello non dedica alla storia più di una decina di ore in tutto il ciclo di studi. Alle 9 di mattina si è sul campo e si torna a casa alla sera, dopo una giornata di allenamenti. Poi, si parte e si fa un torneo dietro l’altro. E, comunque, i nazisti bombardarono Wimbledon perchè era stato in parte trasformato in base militare inglese e non perchè qualche tennista aveva chiamato uno Stuka per vendicarsi di qualche falso rimbalzo. Direi che è altresì chiaro a tutti che l’improvvida sortita del nostro, in preda alla tensione per una partita che stava andando male, non auspicava di certo un bombardamento: solo una persona in malafede può pensare che Fognini si augurasse una cosa simile. Le sue parole sono da stigmatizzare tanto quanto si deve stigmatizzare colui che urla “che dio ti fulmini!” al pilota della panda rossa che non rispetta lo stop. E’ presumibile che il proprietario della Tipo alla guida non desideri che dio fulmini all’istante il pilota della panda rossa ed è parimenti presumibile che le sue parole siano dettate dall’improvviso scoppio di rabbia per aver rischiato l’incidente. Detto questo, io preferirei sempre un “ma chi ti ha dato la patente?” o, nel nostro caso, “manco le patate crescono su ‘sto campo”. Detto questo, Fognini trovi il modo di sfogare la sua incoercibile rabbia sul campo con suoni incomprensibili, coniando se possibile una neolingua solo a lui conosciuta, tramite la quale augurare agli dei un’infinita crisi intestinale, al mondo una definitiva implosione ed ai giornalisti la fine dell’inchiostro.

Come vedete sono due approcci alla questione completamente diversi. Ma ragionevoli entrambi, anche se qualcuno può condividere di più il primo e qualcuno di più il secondo. Io vi dico soltanto, anche perché mi è stato riferito che non sono mancati i soliti “so tutto io” che hanno decretato che io avrei indicato una linea “politica” sulla questione Fognini – e magari avrei dovuto farlo – ma invece non l’ho fatto. Per un semplice motivo: non avevo trovato posto sull’infelice campo 14. Non ho sentito in diretta una parola di quelle pronunciate da Fognini.

Sull’infelicità di quella scelta – il campo 14 – sono abbastanza d’accordo con Fognini: potevano dargli il campo 2 o 3, visto che era testa di serie n.12 e dalla 4 alla 11 erano “saltate” tutte fuorché le prime tre e la 8 Nishikori. Ciò sebbene l’All England Club dovesse tener conto anche delle 5 top-ten del singolare femminile ancora in lizza e – certo che sì – anche del misto Serena Williams/Andy Murray che ha occupato tutte le prime pagine dei giornali inglesi.

Non sono d’accordo invece con chi critica gli organizzatori per aver messo Konta e Evans sul campo n.1… In tutti i Paesi del mondo, anche a Roma, se c’è un giocatore indigeno lo si mette sui campi di maggior affluenza, perché questo pretende il pubblico che paga. Che poi lo spettatore non Brit che avesse acquistato i biglietti del campo n.1 fosse fortemente insoddisfatto, è un altro discorso.

Ho seguito quindi i primi due set di Fabio dall’alto della terrazza che consente di vedere piuttosto bene sia il campo 14, quello di Fognini-Sandgren, sia il 18 di Berrettini-Schwartzman. Ma non consente di sentire cosa si dica in campo. Ho potuto constatare che Sandgren gioca meglio, ma molto meglio, della sua posizione in classifica. Fabio non ha perso da un brocco. Almeno ieri non lo è stato. Magari lo sarà con Querrey domani, in quello che è il primo derby americano in ottavi a Wimbledon dal 2000 a oggi. È un dato che non cito a caso: pensate, dal 1968 al 2000 i derby yankee nel torneo di Wimbledon erano stati 72. Dal 2001 al 2019 non ce n’è stato più uno fino a questo Querrey-Sandgren. Curioso no?

Il modo in cui Sandgren ha vinto il tiebreak del secondo set, recuperando palle impossibili e giocando passanti vincenti da posizioni disperate, mi ha fatto dire più volte “chapeau!”. Ciò anche se magari in altre fasi del match i punti più spettacolari, more solito, li ha fatti spesso Fognini che in quanto a talento puro è secondo a pochi. E tutti lo sanno. Ho ripensato a quel che aveva detto Fabbiano venerdì sera: “Fra quei due ci sono quattro categorie di differenza!”. Ma la testa, la concentrazione, il non dare peso ai cattivi rimbalzi, a un campo che non ti piace o non ti pare all’altezza delle tue qualità e dei tuoi meriti, alla fine pesa quanto e più di una serie di frustate di dritti vincenti.

Quel tiebreak, 14-12 per l’americano fin qui più distintosi per le sue esternazioni politiche – soprattutto nel corso dell’Australian Open 2018 quando si fece conoscere maggiormente – è durato 18 minuti. Fognini ha avuto 4 setpoint se non mi sono confuso (sul 7-6, 8-7, 9-8, 11-10 ma uno solo dei quali sul proprio servizio – sull’8-7 – quando purtroppo ha attaccato debolmente, quasi con paura. È stata l’opportunità più grande. Sandgren spingeva di più, era più coraggioso e secondo me ha meritato di più). Certo è che quel set, dopo che già nel primo Fognini si era lasciato sfuggire più d’un’occasione, ha finito per essere decisivo, nonostante il guizzo d’orgoglio per recuperare da 0-2 a 2 pari nel terzo. Da lassù, dalla terrazza, potevo solo vedere che Fognini lanciava qualche volta la racchetta, che beccava un warning, che continuava a parlare con se stesso e con l’arbitro Ramos che… gli assegnano spesso perché Fabio è un osservato speciale. E Ramos, anche se in occasione di Serena Williams Osaka all’ultimo US Open non fu inappuntabile, è considerato uno dei migliori arbitri in circolazione.

Ma non potevo davvero sentire tutto quel che Fognini diceva in campo. Dall’alto del campo 14 all’inizio del terzo set di Fabio mi sono spostato a vedere Berrettini, nel quale a quel punto confidavo certo di più. E anche Berrettini, suo malgrado, mi ha fatto soffrire. Schwartzman è una sanguisuga. Di rovescio non sbaglia mai e comanda che è un piacere. Tre o quattro rovesci lunghissimi incrociati e poi, zac, un gran bel rovescio bimane lungolinea. Berrettini si è salvato con il servizio, grazie al quale principalmente ha cancellato 13 pallebreak su 15, ma insomma… ha commesso anche 76 errori gratuiti, gran parte dei quali con il dritto “sparafucile“ con il quale cercava insistentemente il punto di potenza, senza però troppo scalfire l’imperturbabile argentino che rimandava di là con grande disinvoltura qualunque cosa, anche se gli fosse arrivato un cassettone.

La cronaca, i tre matchpoint salvati, la conoscete già. Io vi posso solo dire che quando sono risceso giù dalla magnifica terrazza con vista su tutto il Wimbledon compreso fra il centre court e il campo n.1, non sapevo nulla delle bombe di Fognini e neppure delle sue scuse – che mi hanno riferito essere poco convinte – in conferenza stampa. Ho subito una vera processione, però, da parte di colleghi stranieri che mi chiedevano se Fognini non fosse impazzito a dire quelle cose, se si fosse reso conto che era “sotto condizionale” fino a tutto il 2019 (o probation come dicono gli angloamericani) per i fatti di Flushing Meadows 2017 per i quali gli era stata comminata una squalifica per 2 Slam (uno dei quali lo US Open) in conseguenza di quei delicati appellativi rivolti all’arbitro svedese Louise Engzell.

Non sto a riscrivere quanto scritto allora. Chi me lo chiedeva, dell’Equipe, come del Daily Mail, o del Telegraph quasi immancabilmente partiva con la stessa simile premessa: “Si sa che Fognini è fatto così, però… etcetera etcetera”. Tutti bacchettoni? Mmmm. Noi italiani alle Fogninate siamo in fondo più abituati, magari ci stringiamo nelle spalle e ci diciamo: “Ma non è mica cattivo. Gli parte la bambola, non si controlla più… e del resto il primo a patirne le conseguenze è proprio lui. Non fosse stato così, non avesse avuto quella testa, a top-ten ci arrivava a 24 anni, mica a 32”.

Però alla fine, perfino io che ho fama di essere meno indulgente di altri (anche perché non mi cambia la vita, non devo rispondere a un direttore se lui si nega a una mia domanda o a una richiesta di intervista che non faccio anche perché non ritengo che possa dire alcunché di nuovo), finisco per stringermi anch’io nelle spalle come tutti gli altri, come a dire: “Che ci vuoi fare?”. Salvo a sorridere quando sento il collega più… dolce che sottolinea la sua raggiunta maturità, associandola magari al matrimonio con Flavia, alla prima paternità, alla seconda ineunte, alla diversa serenità (forse) procuratagli dal trionfo monegasco.

Ma capisco tuttavia che all’estero non è così. All’estero si è meno indulgenti con chi si comporta in modo maleducato, almeno nel mondo del tennis che conserva una qual certa diversa distinzione da, per esempio, il mondo del calcio. Anche i social del tennis sono infinitamente più soft, più blandi, di quelli del calcio.

A chi mi domanda se io punirei Fognini con l’attuazione della squalifica, ritenendolo responsabile della Major Offence sancita dal regolamento per farla scattare, dico: “Forse no”. Quel che ha detto è certamente più grave di quel che ha detto Serena Williams nel match con Osaka, anche se ha dato del ladro e del bugiardo all’arbitro. Serena meritava una sanzione economica e un provvedimento molto più grossa di quella che prese, sempre all’US Open, quando insultò pesantemente quella giudice di linea (cinese?) cui avrebbe voluto – disse – ficcare la racchetta nella sua ‘fu…..ing throat’.

Dopo aver detto quindi che forse non applicherei la massima sanzione punitiva (i due Slam, tutt’al più uno), aggiungo però che a darmi fastidio è la sensazione che Fognini – e non solo lui, temo, ma anche molti di quelli che gli stanno attorno e lo difendono sempre e comunque – anche nel momento in cui si scusa, non si sente davvero di aver fatto e detto una cosa sbagliata, di aver mancato di sensibilità e – ribadisco quanto scritto a caldo – anche di un minimo di conoscenza, sia del momento storico che viviamo e che vive l’Inghilterra e tutti quei Paesi che sono sotto tiro da parte del terrorismo, sia – in misura certo minore, concordo – di quanto è successo qui a Wimbledon durante la seconda guerra mondiale.

I miei figli, di poco più giovani Fabio e suoi grandi tifosi, possono anche non sapere dei 5 caccia bombardieri tedeschi che sganciarono le bombe sul centre court, ma insomma la vicenda è stata detta, scritta, ricordata, tante di quelle volte, quasi ad ogni Wimbledon, che chi ha giocato questo torneo una quindicina di volte è abbastanza difficile che non l’abbia mai sentita ricordare. Di certo non lo saprà il tennista che gioca i Championships a 20 anni, l’Aliassime canadese del caso, ma io sono sicuro che Djokovic, Nadal, gli over 30, ne sono a conoscenza, anche se non avranno magari letto nessuno dei 100 libri, delle 1000 riviste che ne hanno scritto, pubblicando anche foto.

E allora, premesso che in questo caso il detto “ignorantia legis non excusat”, perché qui non si tratta di aver infranto alcuna legge, salvo quella dell’educazione e del buon senso, una volta che ti informano che hai sbagliato a dire quello che hai detto, sia pure nel calore di un agone sportivo, beh quantomeno dimostrati sinceramente dispiaciuto, cerca di dare la sensazione che hai capito, non ti limitare a scuse di circostanza che possano avere il sapore di un’interessata convenienza a darle, onde evitare la squalifica sotto “condizione”.

Nobody is perfect, tutti si sbaglia. Ma riconoscere di aver sbagliato – nell’intimo – è un passo dovuto. Se io fossi il giudice, insomma, vorrei avere dentro di me la convinzione che lo stesso Fognini per primo, senza per questo autoflagellarsi – nessuno lo pretende sia chiaro! – si fosse quantomeno reso conto di aver detto cose né intelligenti né accettabili. E ammettesse di conseguenza anche con i suoi parenti e amici più stretti, con i suoi tifosi che cercassero di giustificarlo a spada tratta… di rinfoderarla.

Nel rilevare infine che nel torneo maschile sono rimasti in gara 4 delle prime dieci teste di serie e in quello femminile cinque – il che è un’anomalia rispetto a quanto è quasi sempre avvenuto quest’anno quando spesso il rispetto delle gerarchie è andato a farsi benedire – mi corre l’obbligo (così si diceva una volta) di spendere due parole sul match che attende Berrettini sul centre court con il suo idolo Federer.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Augurarsi una bella partita è troppo banale e facile. Credere che lo sarà è un’altra cosa. Sono troppe le incognite. Quanto sarà emozionato dall’esordio, e contro il mito Federer, Matteo? È imprevedibile. Se cercasse di strafare farebbe una brutta fine. Ma anche se se lo lasciasse sfuggire subito, perché un Federer che corre in testa quasi mai lo riprendi. La sola speranza è togliergli qualche sicurezza, sperare che possa innervosirsi se – è un esempio – non riuscisse a leggere con la continuità di uno Schwartzman il servizio di Matteo.

Roger ne ha letti bene di tutti i tipi, ma a 37 anni li legge meno bene di una volta. È normale. Magari gli basta leggere bene un game a set per portare a casa il match e i quarti di finale. Però non ci credo tanto. E anche quelle fucilate di dritto che Matteo ha sparato contro il rovescio bimane potrebbero piegare un po’ il polso di Federer che la racchetta tiene con una mano sola e con giocatori di potenza dirompente tipo del Potro ha anche mostrato di soffrire.

Al contrario, Federer saprà trovare il rovescio di Berretto e con lo slice e la palla che non si alza da terra, magari seguita anche a rete dietro a cross belli stretti, farà certamente gran danni nella difesa di Matteo che per giocare i passanti dovrà piegare le ginocchia fino a sfiorare i fili d’erba. Il passante di rovescio di Matteo non è straordinario e a rete Roger – che penso ci si presenterà spesso – non è Schwartzman. Né come copertura in allungo, né sull’eventuale lob liftato che ha invece dato punti importanti a Matteo con il piccolo argentino. Matteo dovrà soffrire e non innervosirsi troppo se il passante lo tradirà.

Inutile dire a favore di chi giochi l’esperienza, soprattutto nei game iniziali di ciascun set, quando Matteo può essere maggiormente incline a distrarsi. Ma se dovesse arrivare al tiebreak, son quasi certo che il nostro – che non ha davvero nulla da perdere ma gioca giustamente, e lo ha detto chiaro, con l’idea di poter vincere – se la giocherebbe alla pari e una sterlina su almeno un tiebreak vinto la punterei. Potrebbe decidere la percentuale delle sue prime di servizio. E meglio qualche doppio fallo in più nei primi punti di un game piuttosto che farsi attaccare su seconde palle troppe timide.

Dovessi dire chi mi è parso più in forma dei 3 big nella prima settimana, direi Rafa Nadal. Però, come scritto ieri, Djokovic ha un grande vantaggio: quello di non poter perdere, in condizioni normali, fino alla finale. Per Nadal (contro eventualmente Querrey nei quarti e poi Federer in semifinale) e per Federer già con Berrettini lunedì e anche con un Nishikori che si presenterà inconsuetamente freschissimo a questo stadio del torneo, non mi sembra che sia proprio così. Buon tennis a tutti.

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LONDRA – Nell’eterna sfida fra i due rivali, un grande Federer e un Nadal poco brillante. Da tempo, fuorché sul “rosso”, Rafa perde con i due Fab. La chiave del successo? I due rovesci. Djokovic resta il favorito numero 1

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

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da Londra, il direttore

Tutta la storia di Federer-Nadal in 40 foto

 

È stato un grande spettacolo e una bella partita, ma non una partita paragonabile a quella del 2008 che è stata ed è ancora in lizza con alcune altre per il titolo “simbolico” e certo soggettivo per la “partita più bella di sempre”. Ma è stata comunque notevole, emozionante soprattutto nel finale, con scambi di straordinaria intensità e grande bellezza, nonché ricchi di suspense quando Roger Federer non riusciva a chiudere il match e Rafa Nadal non pareva disposto ad arrendersi. Formidabile atmosfera.

Hai voglia a negarlo, a sostenere che Wimbledon è un torneo anacronistico perché è l’unico torneo che davvero conta sull’erba in una stagione che dura un mese, ma l’atmosfera che si vive qui non la si vive da nessun altra parte e giustifica le code, l’irreperibilità dei biglietti, i prezzi esosi di quelli e del resto. Chi è stato a Wimbledon lo sa, lo ha percepito, non farebbe a cambio con nessun biglietto di nessun altro torneo. Vi sfido a trovare chi sostenga il contrario. È il tempio del tennis e spettacoli come quelli visti ieri, anche il match Djokovic-Bautista Agut per due set e mezzo, ti lasciano senza fiato.

Roger sarebbe riuscito a fare suo il match e a conquistare la dodicesima finale qui (!) soltanto al quinto matchpoint dopo che Rafa Nadal si era conquistato una palla per il 5 pari che, se trasformata, avrebbe forse potuto riaprire un duello nel quale il miglior duellante fino a quel punto era stato certo Federer. È finita in modo diverso rispetto al 2008, quando Nadal aveva vinto 9-7 al quinto, dopo aver perso le finali delle due precedenti edizioni, in quattro e in cinque set, smentendo le previsioni e le quote dei bookmakers che pagavano la vittoria di Rafa a 1,72 e quella di Roger a 2,10.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Così saranno Federer e Djokovic a contendersi il titolo più prestigioso e agognato. Sarebbe il nono per Roger (e lo Slam n.21) e il quinto per Novak (e lo Slam n.16). Se sarà il primo a centrare l’obiettivo eguaglierà i nove trionfi di Martina Navratilova. Intanto, per quel che conta, è il finalista più anziano con i suoi 37 anni e 11 mesi, dal 1974 – l’anno del mio primo Wimbledon – quando Jimbo Connors demolì la debole resistenza del trentanovenne Ken Rosewall. Se sarà invece il secondo eguaglierà quelli di Borg, anche se i suoi non saranno consecutivi come quelli dello svedese. Ma lo svedese poi smise praticamente di giocare, mentre Novak Djokovic non ne ha la minima intenzione.

Fra i due finalisti ci sono più head to head, 47, che in ogni altra rivalità maschile ad eccezione di Djokovic-Nadal (54 sfide). Il record all time però appartiene a Martina Navratilova e Chris Evert, che si sono sfidate ben 80 volte! E 43 a 37 è il bilancio favorevole a Martina. Novak ha battuto Roger 25 volte, ci ha perso dunque 22, ma forse è più significativo ricordare che Federer non ha più sconfitto Novak dal 2015 e che ci ha perso due dei tre duelli qui a Wimbledon, cioè le finali del 2014 e del 2015. Insomma il favorito dei bookmaker sarà Djokovic. Ma, come constatato, anche i bookmaker sbagliano.

Il Federer visto ieri è stato però uno dei più brillanti visti negli ultimi anni, secondo me migliore perfino di quello che vinse qui nel 2017, dopo cinque anni di digiuno. D’altra parte anche un Nadal meno vivo e reattivo dei giorni precedenti e delle sue migliori giornate, soprattutto con rovescio e servizio, è comunque capace di costringere Federer a giocare meglio di quanto potesse fare due anni fa un Cilic che ebbe anche problemi di natura fisica.

Rafa aveva annullato, sul 3-5 del quarto, due matchpoint con due grandi servizi, ma il modo in cui ha annullato terzo e quarto sul 4-5 e servizio Federer è stato da supercampione qual è e resta a dispetto della sconfitta: il primo dopo uno scambio pazzesco di 24 punti al termine del quale è riuscito a prendere l’iniziativa e chiudere il punto con un dritto lungolinea, il secondo con un coraggiosissimo rovescio incrociato vincente. Uno dei pochi, per la verità.

Poi Rafa ha avuto quella pallabreak per il 5 pari cui ho già accennato dopo che Federer aveva steccato clamorosamente un “pallonetto campanile” per nulla facile da “smecciare” – avevo pronosticato al mio vicino Steve Flink che era più facile sbagliarlo che chiuderlo – dopo uno straordinario recupero difensivo di Nadal. Ma Federer ha scampato la pericolosissima pallabreak con una rasoiata di rovescio che Rafa non è riuscito a tirar su per oltrepassare la rete.

Quel punto, con un diverso esito, avrebbe potuto avere notevoli ripercussioni psicologiche dopo i 4 matchpoint non trasformati. Il miglior Rafa avrebbe potuto farlo difendersi meglio. Ma come già detto – e senza nulla togliere ai meriti di Roger che ha giocato benissimo sia in risposta, sia di rovescio, sia al servizio – quello di ieri non era il miglior Rafa. Anche sul quinto matchpoint, quello decisivo, l’errore di rovescio – lungo – di Rafa è stato sì provocato da Roger, ma fin dalla risposta Rafa non era stato impeccabile.

Insomma onore a Roger che è sembrato in possesso di una condizione fisica invidiabile, da 25enne e non quasi 38enne, in un match che ha oltrepassato di 3 minuti le tre ore. Ma, forse anche perché un tantino influenzato dal mio vicino di tribuna stampa e hall of famer Steve Flink – il celebre collega americano con il quale ripercorro quotidianamente le giornate degli Slam nel sito inglese www.ubitennis.net (a mio avviso sono riassunti e puntualizzazioni migliori giornalisticamente di quelli che faccio in italiano per lo più da solo) – ho notato troppe volte un Nadal che giocava corto, che rispondeva poco, che subiva anziché aggredire come di consueto per aprirsi il campo.

Alla fine tutti e due hanno fatte circa 3 km di corsa (3046 metri Roger e 2994 Rafa), e Rafa di solito ne fa più del suo avversario perchè tende a coprire la maggior parte del campo con il dritto, ma il maiorchino avrebbe dovuto far correre ancora di più lo svizzero che invece lo ha sorpreso non arretrando mai, giocando sempre con i piedi sulla riga di fondo per anticipare tutti i colpi, arrivando a giocare stupendi rovesci coperti da fondo come fossero demivolée. Fluide a vedersi, difficilissime a farsi e anche a pensarle. Prodigi che possono riuscire soltanto a campioni del suo calibro.

E di nuovo, per la millesima volta, va dato atto a Ivan Ljubicic di averlo spinto a migliorare fin dalla risposta il rovescio, rendendolo aggressivo. Quando a Federer funziona il rovescio, per gli avversari, tutti gli avversari, sono dolori. E in semifinale ha funzionato alla grande. Non ha sofferto minimamente i servizi a uscire di Rafa, né quelle roncolate di dritto che anni fa lo facevano tanto tribolare. Ha risposto invece colpo su colpo, rovescio contro dritto, tagliandoli il minimo indispensabile, giusto per variare effetti e rimbalzi, e giocandoli a tutto braccio senza mai dare la sensazione di vivere gli antichi affanni, le vecchie angosce. Formidabile. Se sarà in grado di replicare tutto ciò anche contro Djokovic assisteremo ad una grande finale. Ma non garantisce che la vincerà.

Di fatto Roger ha risposto quasi sempre alla battuta di Rafa, dopo un primo set di assaggio in cui i due hanno ingaggiato una inconsueta battaglia di servizi. Niente a che vedere con il duello del 2008, che era stato soprattutto un duello di grandi scambi, di lunghi palleggi. Fino al tiebreak che lo ha deciso, infatti, non c’era stata che una sola palla break, quella salvata sul 4-3 per Federer da Nadal al termine di un fantastico scambio simil-match 2008.

Federer aveva perso solo 5 punti in 6 turni di servizio, e Nadal 9. Perché, come dicevo, Federer rispondeva meglio. L’aspetto abbastanza curioso del tiebreak è stato che nei primi 7 punti del tiebreak ci sono stati 6 minibreak. Rafa era avanti 3-2 con minibreak, poi ha perso 5 punti di fila: in tutto il tiebreak ha fatto un solo punto sul proprio servizio. Bravo Roger, ma non tanto bravo lui. Giusto il tempo di osservare a quel punto che su 7 tiebreak giocati su quel centre court dai due grandi rivali, ben sei se li era aggiudicati Federer.

Poi c’è stato, a confondere le idee, quell’ingannevole 6-1 per Nadal, dopo che sull’1 a 1, Federer si era conquistato due pallebreak consecutive. La seconda se la poteva giocare decisamente meglio. Dopo un’ora e 28 minuti, ma soprattutto dopo che Roger aveva perso 5 games di fila e 18 degli ultimi 21 punti, attorno a me non vedevo nessuno convinto che Federer si sarebbe ripreso come ha invece fatto.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Rafa ha subito una mazzata psicologica non da poco quando, subito il break nel quarto gioco a 30 dopo due punti strepitosi di Federer che da soli sarebbero valsi il prezzo del biglietto (magari non quello da 9.000 sterline che si poteva acquistare via Internet, ma quello da 185 face value direi anche di sì), ha avuto 3 pallebreak per il controbreak, ma lì Federer ha servito tre volte benissimo e c’è stato poco da fare per lui. Negli ultimi due turni di battuta Roger ha perso un punto, quindi dopo 2h e 06 minuti, era avanti due set a uno e in gran fiducia. Cosa che Rafa invece non mostrava avere più.

Sembrava Roger il più giovane e Rafa il più stanco. Lo sguardo era semi-spento, negativo. Sentiva che la partita non era nelle sue mani. Non riusciva a cambiarne il corso. Federer, salvo che in quel game in cui aveva concesso le 3 pallebreak, aveva dominato tutti i suoi servizi: 3 a zero e uno a 15. Rafa aveva dovuto soffrire su tutti gli ultimi tre turni di battuta su quattro. Come poteva essere ottimista? E l’inizio del quarto ha confermato il terzo. Nei primi 4 turni di servizio Roger ha ceduto 4 punti, uno solo nei primi due, mentre Rafa ha subito il break che non sarebbe più riuscito a recuperare, l’unico del quarto set, sull’1 a 1. A 30. E, come detto all’inizio, avrebbe salvato due breakpoint che erano anche due matchpoint sul 3-5. Il resto lo sapete.

Insomma, super Roger, ma Rafa sotto tono. Non ne ha fatto mistero a fine partita, se avete letto la sua intervista (qui invece trovate quella di di Federer) cui si è presentato con la stessa faccia scura di quando è uscito dal campo. La mia sensazione è che Rafa soffra di più il suo stato di campione di tennis che deve vincere e forza per dare un senso alla sua vita, rispetto a Roger che invece fra moglie, gemellini e tutto il resto, sembra più sereno, meno angosciato. Se vinco bene, se perdo pazienza, ho vinto talmente tanto e sto bene lo stesso, non devo dimostrare più niente a nessuno, nemmeno a me stesso, tanto più che ho già quasi 38 anni e secondo molti avrei dovuto già ritirarmi da un pezzo.

Rafa, anche se ha 5 anni di meno, potrebbe fare esattamente gli stessi discorsi, e ogni tanto anche qui a Wimbledon, li ha pure fatti. Ma a me talvolta – che non ho l’opportunità di vederlo mentre va a pesca nella sua Maiorca, né ho mai capito perchè abbia prolungato così tanto il suo fidanzamento con la sua eterna girlfriend che sposerà finalmente quest’annopare invece un ragazzo un po’ triste. Non mi aspetto che ce lo dica, anzi so che se glielo chiedessi direbbe che non è vero, però sul campo l’attitudine di Roger è talmente diversa che a me pare si veda.

Rafa invece ricorda un pochino il Djokovic di un annetto fa, quello che non sorrideva più. Sulla terra rossa è talmente più forte di tutti gli altri che può permettersi di non sorridere più. Sulle altre superfici, se si va a vedere i suoi risultati da 3 anni a questa parte con i due rivali più agguerriti, Djokovic e Federer, si vedrà che di motivi per sorridere sul campo non ne ha avuti. Battere tutti gli altri non gli basta. Non gli è mai bastato.

Rafa, Roger e Nole, campioni anche nelle gag

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Editoriali del Direttore

Chi ha fatto più progressi negli anni, Federer o Nadal?

LONDRA – Il difficile pronostico per il Fedal n.40, la semifinale più nobile e vecchia di sempre, 70 anni in due come Serena Williams e Strycova. L'”imbucato” Bautista Agut tenta il terzo sgambetto annuo a Djokovic

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019, Middle Sunday (foto via Twitter, @Wimbledon)

da Londra, il direttore

L’unico “imbucato” al tavolo delle semifinali è Bautista Agut di cui la gente, per via del doppio cognome che prende spazio, fatica a ricordare anche il nome di battesimo. È Roberto, è testa di serie n.23 e prima di perdere un set con Pella, ma dopo averne vinti due, non ne aveva lasciato neppure uno per strada, unico fra i quattro superstiti. I quali, per inciso, fanno tutti insieme 134 anni sommando i 37 di Roger, i 33 di Rafa, i 32 di Novak, i 31 di Roberto che… siccome è il più giovane non può essere che, a questi chiari di luna, il meno favorito! Di certo a questi livelli, e non perché è il più giovane eh, è il meno esperto.

Roberto (voglio proprio chiamare per nome anche lui, sennò non è giusto…) ha battuto quest’anno – non dieci anni fa – due volte Novak Djokovic, a Doha e Miami. Proprio Djokovic sarà il suo avversario in semifinale, quella che per forza di cose verrà definita la semifinale meno nobile per il semplice fatto che l’altra la giocano per l’appunto Roger Federer e Rafa Nadal, al quarantesimo duello, al quarto sull’erba quando – dettaglio non indifferente – le altre tre partite erbose sono state tutte finali di Wimbledon. Capito? O finali o nulla! Come potrebbe dunque non essere la semifinale più nobile?

 

I due Extraterrestri che hanno dato vita alla rivalità più incredibile del terzo millennio, cominciata perfino prima di quelle tre finali consecutive in Church Road nel triennio 2006-2008 – e quindi rivalità iniziata quando ancora Djokovic sogna di diventare forte: Nole ci sarebbe riuscito sul serio quando conquistò il primo dei suoi 15 Slam in Australia nel gennaio 2008 – si ritrovano di fronte 11 anni dopo quella memorabile finale, una delle più belle ed emozionanti partite che io abbia mai visto. Finì 9-7 al quinto per Rafa, che aveva perso le due precedenti in quattro e in cinque set. Tre show spettacolari. Indimenticabili. Anche se l’ultima è quella che resta più impressa nella memoria di chi le ha viste tutte. Come chi scrive.

Di Bautista Agut, se avrete letto i giornali di oggi, sono sicuro non parlerà quasi nessuno. O comunque poco, molto poco. Lui è abituato da sempre, a 31 anni compiuti, a correre sempre sotto traccia perché quando si parla di tennisti spagnoli gli stessi spagnoli parlano solo di Rafa Nadal. Quante volte ho visto i colleghi iberici, che sono seduti nel nostro stesso settore qui nella sala stampa di Wimbledon, vuotare i loro scanni e partire verso casa appena Rafa perdeva, anche se magari c’era un Feliciano Lopez, un Fernando Verdasco, un David Ferrer, un Tommy Robredo ancora in lizza.

Lui, Roberto Bautista Agut, poi, è uno spagnolo atipico. Si è mai visto uno spagnolo che gioca meglio sui terreni veloci piuttosto che sulla terra battuta (fatta eccezione per Feliciano Lopez)? Uno spagnolo che centra la sua prima semifinale di Slam sull’erba di Wimbledon? Uno spagnolo che, a questo punto, merita di entrare comunque nella storia del tennis del suo Paese perché fino a quest’anno non era mai successo che gli spagnoli in semifinale fossero due. Eppure già nel ’65 Manolo Santana vinceva i Championships di Church Road. E poi la Spagna ha avuto, al contrario dell’Italia, fior di campioni, n.1 del mondo, top-5, Orantes, Bruguera, Ferrero, Moya, Corretja, Albert Costa.

Nessuno sembra pensare oggi che il modesto (nell’attitudine e non nel gioco) Bautista Agut possa fare il terzo sgambetto dell’anno – e il quarto in 11 sfide – a un Djokovic che ha vinto questo torneo 4 volte. Il tennista di Belgrado ha legittime ambizioni di vincerlo per la quinta volta dopo – ha detto lui – “aver giocato davvero bene queste ultime due partite”. Ha infatti lasciato 8 games al giovane francese Humbert (cui forse la H all’inizio del cognome ha finito per sottrarne un’altra all’inizio del nome, Ugo) e dopo essersi preso un mini-spavento con Goffin per aver inopinatamente ceduto un game di servizio sul 3-3 ha infilato 10 game di fila, 15 degli ultimi 17.

Insomma, io per primo ho accennato prima alla semifinale meno nobile, sapendo che tanto vi interessava più sapere – forse eh – il mio pensiero sulla seconda che è la semifinale più anziana mai giocata a Wimbledon nel torneo che non è quello dei senior, ma quasi potrebbe esserlo. I due grandi duellanti fanno 70 anni in due, proprio come curiosamente fanno anche Serena Williams, 37 come Roger, e Barbora Strycova, 33 come Rafa.

Solo che mentre Serena, a dispetto di una condizione atletica ancora insufficiente sebbene sia un po’ dimagrita, è nettamente favorita con l’avversaria che ha già battuto 3 volte su 3, invece Roger non lo è. Conta poco o nulla il bilancio degli head to head favorevole a Rafa, 24 a 15, come contano poco i duelli di 11-12 e 13 anni fa qui. Oggi come oggi contano pochino, ma qualcosa tuttavia contano, gli 8 trionfi di Roger a Wimbledon contro i soli due di Rafa (2008 contro Roger e 2010 su Berdych). Però diverse volte Rafa si è presentato a Wimbledon in condizioni davvero approssimative, senza nulla togliere a chi l’ha battuto. Due, tre, quattro? Fra il 2012 e il 2015 Rafa ha perso due volte al secondo turno, una al primo, una nei quarti prima di saltare l’edizione del 2016. Risultati non da lui. Rafa aveva saltato anche l’edizione del 2009, dopo che a Parigi si era arreso a Robin Soderling. Quello fu l’anno in cui Federer conquistò il suo unico Roland Garros, dopo 3 finali consecutive perse con Nadal.

Uno dei record più impressionanti di Federer – che ieri intanto ha vinto il match n.100 qui – almeno a mio modo di vedere, è quello delle semifinali consecutive raggiunte. Ne fece 23, da Wimbledon 2004 all’Australian Open 2010. Il che comporta a) avere avuto una straordinaria continuità di risultati su tutte le superfici, impresa possibile soltanto a un campione dallo smisurato talento b) avere avuto una condizione fisica spettacolare e una salute di ferro.

Di Rafa Nadal molti discutono perfino lo smisurato talento, semplicemente perché il suo tennis è apparso sempre più costruito che del tutto naturale – basti pensare che era un destro e che zio Toni lo impostò genialmente come mancino senza che lui lo fosse (ma questo non è talento? A voi riuscirebbe mettere un solo servizio nel rettangolo di gioco con la mano che non è la vostra naturale?), ma di certo rispetto a Federer è stato molto meno fortunato con la salute. Roger non è mai stato costretto al ritiro in 1484 match disputati nel tour! Questo dato non verrà mai citato fra i suoi record più prestigiosi, però è invece assai significativo. A Roma quest’anno Roger non è sceso in campo contro Tsitsipas nei quarti per via di quelle maledette righe che non si sa perché non venivano asciugate dopo essere state annaffiate a fine di ogni set, sebbene lui avesse denunciato quell’inefficienza più volte a Carlos Bernardes e non solo a lui  prima di scivolarci su e farsi male. Una genialata di cui nessuno si è naturalmente mai scusato.

Il fatto che per la prima volta ora Rafa sia riuscito a infilare una serie di sei semifinali consecutive (6 e non 23), non fa che sottolineare una condizione fisica diversamente cagionevole, precaria, fossero le ginocchia, le braccia, le caviglie a tradirlo. Probabili conseguenze di sollecitazioni fisiche più brusche e forzate, meno fluide e naturali di quelle di cui si è invece avvalso Federer.

Nadal e Federer – Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

COME FINIRÀ – Chiedermi un pronostico dopo quanto accadutomi con quello espresso per Berrettini mi parrebbe sadico da parte vostra. Osservo soltanto che fra i colleghi italiani in sala stampa qui c’è un sostanziale equilibrio. Un equilibrio che davvero non c’era alla vigilia della recente semifinale del Roland Garros fra gli stessi due protagonisti, quando io fui comunque il solo, se non ricordo male, a pronosticare un 3 set a zero per Nadal e…ogni tanto, per sbaglio, mi capita di azzeccarci.

Un giovane collega svizzero che gioca benino a tennis e che considero assai preparato, Mathieu Aeschmann che scrive in francese per Le Matin, ieri durante la conferenza stampa di Roger Federer ha fatto un’osservazione, seguita da una domanda, molto puntuale e intelligente: “Tutti non fanno che parlare dei grandi progressi di Rafa Nadal in tutti questi anni, rispetto ai tempi delle vostre finali qui sull’erba, il servizio, la risposta, il rovescio, il gioco a rete, ma non sarà mica progredito solo lui. Devi essere progredito anche te. In cosa?

E Roger gli ha risposto, in francese e quindi non lo troverete nei transcripts: “Sono probabilmente migliorato nella percentuale delle prime di servizio, nella continuità su certi ritmi di gioco, nella tendenza a prendere maggiormente l’iniziativa… vedo che lo fanno anche le donne. Si cerca tutti di essere più aggressivi, meno attendisti, a volte si esagera perfino un po’, siamo eccessivamente “hectic” quando si potrebbe essere anche più pazienti, ma il rovescio tagliato non è quasi più soprattutto difensivo…”.

Roger non ha accennato specificatamente a un grosso progresso, tecnico e tattico coinciso con l’arrivo in “panchina” di coach Ljubicic: il rovescio coperto che prima in risposta non giocava quasi mai, preferendo bloccare la risposta piuttosto che anticipare e aggredire, ma forse l’aveva pensato quando aveva appunto fatto presente la sua maggiore intraprendenza rispetto a 10 anni fa (e anche 5).

Sulla scia di quella domanda dell’amico svizzero ho fatto poi io a Nadal la stessa: “Tutti dicono e scrivono che tu Rafa sei migliorato tanto sull’erba, ma invece non lo si dice per Roger… che ha 37 anni e gioca in modo incredibile“.

La sua prima risposta è stata: “No, io non credo che siamo migliorati molto. Abbiamo aggiunto qualcosa perché ne abbiamo perse altre. Siamo stati costretti dall’età. La sola ragione per la quale siamo dove siamo è perché amiamo questo gioco e abbiamo molto rispetto per questo sport”.

La sua mi era parsa una risposta che accennava qualcosa, ma eludeva un po’ quel che volevo sapere. E ho allora insistito: “Ma il tuo servizio è migliore, la tua risposta è migliore, c’mon (in fiorentino sarebbe “Suvvia!” oppure “Dai retta!”) se li paragoni con dieci anni fa. Quindi anche Roger fa qualcosa meglio, e ti sto chiedendo cosa…”.

Rafa Nadal: “E ti do una risposta chiara. Io corro meno per cui ho bisogno di servire meglio. Probabilmente non posso più giocare 20 settimane all’anno, per cui ho bisogno di programmarmi diversamente per migliorare tutto quel che posso per essere competitivo ogni volta che scendo in campo. Naturalmente sì che servo meglio. Sì che gioco meglio il rovescio. Forse gioco meglio le volée, lo slice, ma anche così non so se il mio livello oggi batterebbe il mio livello di anni addietro. In termini di miglioramento non so… in termini di riadattamento del mio gioco, riadattare il nostro gioco, parlando di me e di Roger, di sicuro ci sono molte cose che cerchiamo per restare fra i migliori del mondo”.

Come avrete certo notato tutti e due i giocatori hanno preferito parlare di loro stessi e dei loro progressi piuttosto che di quelli dell’altro. Perché? Perché, ragazzi, i due campioni sono anche molto intelligenti fuori dal campo.

Ho preso tempo prima di espormi al pubblico ludibrio. Vi giuro che chiunque vincesse non mi coglierebbe davvero di sorpresa. A un mini-referendum interno lanciato da Luca Marianantoni ho buttato lì: vittoria di Nadal in 5 set. Quindi tutti coloro che mi hanno preso in giro per il mio pronostico su Berrettini si sentiranno in dovere di credere che probabilmente vincerà invece Federer. Non farò tifo a protezione del mio pronostico, non sono fatto così. Al Roland Garros, dove pure avevo dato favorito Nadal, mi sarebbe piaciuta la storia di un Federer che vinceva. Qua le storie sono belle entrambe, vinca l’uno oppure l’altro. Poi magari sarà Djokovic a mettere tutti d’accordo e quella, giornalisticamente – non fraintendete! (anche se so che c’è chi lo farà vi diffido ugualmente) – sarebbe una storia meno eccitante, salvo che ne venga fuori una finale pazzesca. Ma una cosa alla volta. Intanto auguriamoci una grande semifinale, magari due, Djokovci permettendo …a Bautista Agut. Però lì mi auguro ugualmente che vinca Djokovic, perché pur con tutto il rispetto per Bautista Agut lui in finale contro Nadal (no, per favore no, una finale tutta spagnola no!) e anche contro Federer mi toglierebbe gran parte del buon sapore per il quale ho già l’acquolina in bocca.  

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Chiudo con le donne. Non vedo la Strycova nei panni di Roberta Vinci, in una riedizione della semifinale US Open 2015. Fra Halep e Svitolina non so davvero che pesci pigliare. Secondo me la miglior Halep è più forte della miglior Svitolina ovunque. Ma questa superficie è più infida, traditrice. Quindi può accadere di tutto. Dipende da che parte del letto, e su quale piede, scendono tutte e due.

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Editoriali del Direttore

Berrettini ha deluso ma la top 10 non gli è preclusa

LONDRA – Ha solo 23 anni e migliorerà. Il campione di Wimbledon 1973 Jan Kodes fa a gara con Ubaldo Scanagatta. E la Strycova con Roberta Vinci. Serena a un passo e mezzo dallo Slam n.24 e Margaret Court

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Londra, il direttore

Se qualcuno mi chiede ancora se Matteo Berrettini è quello visto contro Federer, rispondo di no. Se qualcuno mi chiede se arriverà a essere un top 10 non mi faccio influenzare dal match perso malamente con un grande Federer e rispondo: non lo so. Se qualcuno mi chiede se lo escludo, una sorta di follow-up alla questione precedente, dico: non mi sento di escluderlo perché ho visto troppi “late-bloomer” nella mia carriera, cioè giocatori che hanno dato il meglio dopo una certa età. Perché non Berrettini allora? La consapevolezza dei propri limiti è uno straordinario stimolo a lavorare per superarli. Si fosse sentito già un “quasi arrivato”, come è successo a tanti giocatori più presuntuosi di lui, allora sarei stato negativo sul suo futuro. Ma Matteo e il suo clan hanno la testa sulle spalle. Il pericolo costituito dall’imborghesimento che ti fa adagiare sugli allori non mi pare abbia ragion d’essere.

Ciò dico anche se – mi rendo conto – è ben diverso progredire da n.60 a n.3 rispetto a passare da n.20 a top 10. Però ci sono stati giocatori che sono arrivati a essere top 10 dopo molti anni di onorata carriera. E non erano tutti fenomeni. Ci torno più giù.

 

Fra gli uomini, e potrei citare giocatori italiani che non godevano di grande credito ma che hanno fatto grandi progressi dopo i 27 anni, i primi che mi vengono in mente senza sforzarmi troppo sono Sanguinetti, Pozzi e Seppi.

Senza fare grandi ricerche, se a Fognini è riuscito a diventare per la prima volta top ten (a giugno 10 e forse 9 a luglio) a 32 anni, idem a Isner anche lui n.9 a 32, idem a Melzer e Fish intorno ai 30, perché non dovrebbe riuscirci Matteo Berrettini entro qualche anno visto che, oltretutto, rispetto ai contemporanei avrà il grande vantaggio – nel giro di pochi anni – di non avere più tre poltrone occupate in modo permanente dai tre “marziani”  Federer, Nadal e Djokovic? Non ci fossero stati quei tre – anzi, c’era pure il quarto Fab Four Murray –  Fognini sarebbe stato n.10 già nel 2013.

Prendo pari pari un commento dell’ottimo Alex Irene, che ho invano pregato più volte di mettersi in contatto con noi su direttaubitennis@gmail.com per vedere se potevamo persuaderlo a collaborare con Ubitennis: “Nessun italiano forte a mia memoria ha giocato con tale autorevolezza la sua prima finale (si riferisce a Berrettini quando a Gstaad vinse il torneo battendo Bautista Agut): Camporese Cancellotti e Furlan persero netto da Perez Roldan a San Marino, da Arias a Firenze e da Oncins a Bologna giocando al di sotto delle proprie possibilità; Canè Gaudenzi Starace Volandri Seppi Fognini lottarono, ma senza fortuna, contro Jaite a Bologna, Berasategui a Stoccarda, Almagro a Valencia, Moya a Umago, Mathieu a Gstaad e Simon a Bucarest”.

Ora, nel ringraziare Alex per il suo contributo, sfido chiunque a non considerare una sorta di finale quella che Berrettini si è trovato ad affrontare sul centre court di Wimbledon contro Sua Maestà Roger Federer.

Insomma di alibi per giustificare la pesante sconfitta ce ne sarebbero a bizzeffe. Da ultimo faccio presente l’età degli otto quartofinalisti di questo Wimbledon partendo dal più anziano: Federer 37, Nadal 33, Djokovic 32, Bautista Agut 31 (e sono i più probabili semifinalisti, anche se Guido Pella ha clamorosamente mandato a casa gli ultimi due finalisti di Wimbledon, Anderson e Raonic, che fanno tre con il Cilic eliminato lo scorso anno), Querrey 31, Nishikori 29, Pella 29, Goffin 28. Insomma, Matteo ha almeno cinque anni per… mettersi in pari con il più giovane del lotto, Goffin, che è stato top-ten, sia pure per breve tempo.

Chi è sicuro che non possa arrivarci è un vero pessimista. Come ho già scritto altre volte, nelle retrovie dei top 10 sono arrivati anche giocatori che non erano tecnicamente formidabili, che non avevano limiti meno evidenti di quelli manifestati dal nostro a 23 anni. Diamo tempo al tempo, confidiamo nella serietà del lavoro che faranno Berrettini, Santopadre e Rianna, e poi vedremo, con più cognizione di causa, quando Matteo avrà 27 anni.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Io non mi sbilancerà più su Matteo per un po’, dopo aver ciccato clamorosamente quella profezia secondo cui non avrebbe mai potuto perdere da Federer 61 62 62. Il video con la conferenza stampa e il siparietto scherzoso con Roger Federer sta diventando virale, soprattutto in Svizzera ha fatto il giro di tutti i Cantoni.

Però voglio dirvi che stamani quando ho raccontato al campione di Wimbledon 1973 Jan Kodes la mia disavventura lui si è messo a ridere, prima di raccontarmi cosa è successo a lui: “L’altro giorno c’erano ben quattro ceche in ottavi di finale e uno era un derby: Pliskova-Muchova. Poi c’erano Kvitova contro Konta, Strycova contro Mertens. I giornalisti cechi mi hanno intervistato e io ho detto quel che avrebbe pensato chiunque: ‘Quelle che faranno più strada dovrebbero essere Pliskova e Kvitova”.  Well, Pliskova e Kvitova hanno perso, Muchova e Strycova sono andate invece avanti (poi in semifinale ci è arrivata solo Strycova). Così stamani sul giornale di Praga ci si interrogava: “Ma Kodes capisce di tennis?”. Che consolazione! Se sbaglia Kodes che ha vinto Wimbledon non posso sbagliare io… che ho vinto il torneo al Golf Club dell’Ugolino?

Fra le donne mi è ancora più facile – e in questo caso si parla invece di raggiungere posizioni di notevole preminenza – sottolineare come non si debba essere necessariamente enfant-prodige per salire ai vertici delle classifiche mondiali. Tre delle nostre Top-Ten, Schiavone che ha vinto Parigi da over 30, Pennetta e Vinci che hanno fatto la famosa finale dell’US Open e l’ingresso fra le top 10 anch’esse in età matura (Pennetta ci era riuscita già nel 2009 a 27 anni, Vinci a 33), sono la testimonianza di quanto affermo. Silvia Farina non ce l’ha fatta per un pelo a lasciarsi la posizione n.11 alle spalle, ma se non erro quando c’è stata più vicina aveva anche lei superato i 30.

Fra le donne è indubbiamente meno difficile, c’è minor competizione, ma certo mi fa effetto vedere che qui a Wimbledon ha raggiunto la sua prima semifinale di Slam una ragazza di 33 anni, Barbora Strycova. Batte il record che apparteneva a Robertina Vinci, prima volta semifinalista all’US Open a 32 anni.

Se penso che ho visto Strycova perdere contro Sara Errani al torneo olimpico di Rio de Janeiro solo tre anni fa (62 62, mentre quando perse la finale di Dubai fu addirittura un 60 62), mi prende sconforto e tristezza. Strycova aveva già 30 anni, non era una bambina. Non so quale dei miei prossimi quesiti possa ritenersi il più giustificato. Cosa è scattato, quale clic, nella Strycova a 30 anni, se a 29 era n.41 a fine anno, a 28 n.26, a 27 n.92, a 26 ancora n.92, a 25 n.44 e in una vita da tennista aveva vinto solo 2 tornei minori, Linz e Quebec City? Cosa è successo a Sara Errani a 29 anni dopo che in carriera aveva invece vinto la bellezza di 9 tornei, fra cui il Premier di Dubai, ma figurano anche nel suo palmares le finali del Roland Garros, del Foro Italico, le semifinali a Parigi e New York, più i quarti in Australia? Possibile che l’amara e angosciosa vicenda del tortellino l’abbia condizionata a tal punto che non sia più capace di battere altro che da sotto?

Accadono cose che davvero non si si spiegano facilmente. Confesso che un po’ mi dispiace in questo frangente tirar fuori l’argomento dello spaventoso declino di Sara che – sono certo –  avrebbe fatto volentieri a meno di ritrovarsi per colpa mia sotto i riflettori. Non ho né avevo nessuna intenzione di infierire, ma quando mi sono ricordato di questi confronti diretti fra Barbora e Sara, ho pensato alla ragazza che ha raggiunto la quinta posizione mondiale e ora non riesce nemmeno a rientrare tra le prime cento. Com’è che ce la siamo persa per strada quando avrebbe dovuto essere ancora competitiva…

Fra l’altro ho visto che proprio ieri Sara ha perso a Baastad contro Vikhanyantseva (n.105 WTA) 60 63. Mi dispiace. Non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel. L’importante sarebbe che la vedesse lei. Ma la vede?

Tornando a scrivere di Wimbledon credo che a Serena Williams non sia proprio dispiaciuta la vittoria della Strycova su Johanna Konta, letteralmente massacrata dalla stampa britannica che non le ha mai perdonato i suoi rifiuti di concedersi al gruppo dei giornalisti Brit sulla falsariga di quanto fanno Federer, Nadal e Djokovic i quali, esaurite le conferenze stampa con i giornalisti di tutto il mondo, concedono ai connazionali qualche minuto in più. Battere Konta in Inghilterra pone più problemi, per via del tifo che anche nel tempio del tennis non è per nulla timido.

A Serena mancano due successi per raggiungere i 24 titoli conquistati da Margaret Court Smith. Secondo me ha già un piede in finale. Lì però dovrà farsi valere e giocare meglio che con la generosa Riske, capace di commettere un doppio fallo nelle due palle break che ha dovuto affrontare nel terzo set.

Per i quarti maschili di oggi, vi lascio alle previsioni dei miei validissimi collaboratori, dopo che il secondo anno di fila e per la quinta volta in totale i Big 3 Djokovic, Federer e Nadal, si trovano tutti insieme appassionatamente nei quarti. Vero che soltanto nel 2007 riuscirono tutti e tre ad approdare alle semifinali (Nadal battè Djokovic e perse da Federer in finale), ma io credo che quest’anno sarà la seconda volta. Negli ottavi hanno perso zero set e 19 game fra tutti: 8 Djokovic con Humbert, 5 Federer con Berrettini, 6 Nadal con Sousa. Che possano perdere con Goffin, Nishikori e Querrey mi sembra altamente improbabile (anche se ci sarebbe un dato statistico da considerare). Ma chi si sbilancia più dopo la gaffe Berrettini?

David Goffin – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

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