Caro Nole ti scrivo

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Caro Nole ti scrivo

Sette giorni dopo la splendida finale di Wimbledon, proviamo a metterci nei panni di Roger Federer e immaginiamo di scrivere una lettera a Novak Djokovic

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Un immaginario e simpatico viaggio nella mente di Roger Federer, a pochi giorni di distanza dalla delusione di Wimbledon. Il problema dei match point, la visualizzazione, l’emotività e un nuovo piano tattico. Un racconto leggero e semiserio per provare ad immaginare i pensieri dello svizzero. Roger scrive a Nole…


Caro Nole ti scrivo così mi distraggo un po’. La voglia di distrarmi è mia, mentre lo spunto l’ho preso da una canzone di Lucio Dalla. Non so se lo conosci. È un cantautore italiano del quale mi sono innamorato ascoltando una canzone nella quale diceva che la gente lo chiamava Gesù Bambino. Mi ci sono subito identificato. A pensarci bene, con tutti i regali che ti ho fatto nel corso degli anni credo che anche tu dovresti chiamarmi così o, vista la mia data di nascita, Babbo Natale.

Scherzi a parte, come stai? A casa tutto bene? Ti sei ripreso dalla sgambata che ci siamo fatti domenica scorsa? Digerita l’erbetta? (ma come ci riesci? Hai forse quattro stomaci come i ruminanti?). Grazie per la sobrietà e la compostezza con le quali hai celebrato la vittoria dopo l’ultimo scambio, sia a titolo personale sia delle quattro o cinque persone che hanno fatto il tifo per me.

 

Scusa se nel quinto set sull’8-7 e 40-15 ti ho creato un po’ di ansia. Ma scommetto che non hai sofferto tanto. Ti eri già trovato in precedenza in situazioni quasi identiche contro di me e ne eri sempre uscito benissimo. Non c’era motivo per cui non dovessi farcela un’altra volta. A proposito: con quella di domenica a che numero siamo? Tre o quattro? Ti sembrerà strano ma ricordo perfettamente le partite che ho giocato a inizio carriera mentre fatico a ricordare quelle giocate di recente.

Sono sicuro di avere perso contro di te le semifinali del 2010 e del 2011 agli US Open dopo avere avuto due match point consecutivi a favore al quinto set. Ma la finale del 2018 a Indian Wells in cui ero 5-4 40-15 al terzo set l’ho perduta contro di te o contro Del Potro? Mi sa che era Delpo perché ricordo che dall’altra parte della rete c’era un tipo gigantesco. Quanto mi manca Delpo. Speriamo torni presto nel circuito. Con lui riuscivo a incasinarmi le partite in modo ammirevole, soprattutto quando lo affrontavo agli US Open.

A proposito: più penso al numero di volte in cui li ho persi in circostanze rocambolesche e più mi convinco che farei bene a dare retta a Ljubo e trovare un bravo medium che tolga il malocchio dall’Arthur Ashe Stadium. Se dovessi decidere di farlo, mi permetti di rivolgermi a Pepe Imaz? Prima di salutarti voglio farti una confidenza e chiederti un consiglio.

Premetto che non ho mai dato alle statistiche la stessa importanza che gli dai tu. Quando si nasce benedetti da un talento immenso come il mio è facile peccare di presunzione e trascurare i dettagli. In virtù di cotanto talento sono sempre stato certo che avrei potuto cavarmela in ogni circostanza semplicemente scoccando un dardo dalla mia racchetta per poi raccogliere il plauso dei miei tifosi adoranti e passare a un altro trionfo. Nel corso degli anni però la mia sicurezza ha iniziato a scricchiolare – e tu e Rafa non siete estranei a questo fatto – e poi è definitivamente franata due giorni fa quando proprio una statistica mi ha colpito con la forza di un gancio di Tyson.

Leggendo qua e là (con un pizzico di fastidio) gli articoli relativi al nostro match, ho infatti scoperto che tu hai perso solo 3 volte in 1.053 incontri dopo avere avuto match point a favore e Rafa 8 volte in 1.152. A me è successo 22 volte in 1.487 partite! Se è una semplice coincidenza è ancora più incredibile del pronostico all’incontrario azzeccato da Ubaldo, ma ne dubito.

Se mia moglie fa due conti e scopre quanto è costato questo scherzo alle casse della famiglia per me sono grune Mause (sorci verdi, ndt), come diciamo nel mio Cantone. Devo fare il possibile per evitare che questi spiacevoli inconvenienti mi capitino di nuovo. Ma come? Ho letto che tu ti avvali di specifici esercizi di visualizzazione. Sono davvero utili? Hai il nome di un bravo specialista a cui potrei rivolgermi? Quello statistico che hai ingaggiato secondo te potrebbe fare anche al caso mio? Credi che farei bene a preparare insieme al mio staff un piano tattico al quale attenermi nei momenti topici di un match che mi aiuti anche a gestire meglio le mie emozioni in quei frangenti?

Forse non si vede ma nonostante sia uno svizzero e per di più tedesco, sono un tipo molto emotivo e in determinate situazioni perdo la bussola. Il piano di cui parlo potrebbe, per esempio, prevedere che in caso di match point invece di cercare l’ace al centro a tutti i costi (a meno che non mi trovi sul 40-0), batta una prima slice a tre quarti di velocità a uscire. Cose così insomma.

È tutto. Non voglio rubarti altro tempo. Resto in trepidante attesa della tua risposta e dei tuoi consigli, che sono certo non mi negherai. Ci vediamo a Cincinnati. Tuo Roger.

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È un Murray ‘Braveheart’

Ancora lacrime per Andy, ma di gioia. Dopo anni di lotta e dolore, si è operato a un’anca per continuare a vincere. Ieri ad Anversa è tornato al successo: piegato Wawrinka in tre set combattuti

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Andy Murray - Anversa 2019 (foto via Twitter, @EuroTennisOpen)

L’articolo che segue, a firma del direttore Scanagatta, è stato pubblicato questa mattina su La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno

Ricordo bene la scena straziante, venerdì 11 gennaio, tre giorni prima del primo turno di quello che lui stesso pensava sarebbe stato il suo ultimo Australian Open, lo Slam che lo aveva visto sconfitto in cinque finali. Andy Murray, in lacrime, la voce strozzata, non riusciva proprio a parlare, abbandonava la sala stampa, poi tornava, e a capo chino annunciava che sì, sarebbe sceso in campo contro Bautista Agut lunedì 14, ma anche che avrebbe gettato la spugna. Non c’erano più alternative: “Sono costretto a ritirarmi, sto lottando con il dolore da 20 mesi per colpa di questa maledetta anca, ho provato di tutto, ma non ha funzionato. Avrei voluto continuare fino a Wimbledon ma così è inutile.

Il Braveheart di Dunblane, dopo 20 mesi di sale chirurgiche, infermerie, mancate riabilitazioni era costretto alla resa. L’anca aveva messo k.o. lo scozzese. Lui, il meno vincente dei Fab Four nonostante due trionfi a Wimbledon (2013 e 2016), uno US Open, due ori olimpici, 45 tornei in bacheca, 41 settimane da numero 1 pur con la sfortuna di Prometeo deciso a battersi con gli dei, Federer il Divino, Djokovic il Robotico, messi al tappeto entrambi ben undici volte, e Nadal El Diablo, atterrato soltanto… sette!

Ma guai ad arrendersi a quei gaglioffi. Era stato più duro sopravvivere, riparato dietro una cattedra insieme al fratello Jamie, all’eccidio di Dunblane (1996) quando un folle, Thomas Hamilton, aveva ucciso a pistolettate 16 compagni di elementari e la loro insegnante, prima di suicidarsi.

Dalla semifinale parigina del 2017 persa con Stan Wawrinka, Sir Andrew Barron Murray non era più stato in condizione di giocare neppure al 50% delle sue possibilità. Nel 2018 aveva aggiunto solo sette vittorie alle precedenti 655 di 13 anni. Con lo smisurato orgoglio di sempre si era battuto fino allo stremo delle forze contro Bautista Agut, trascinandolo al quinto set dopo aver perso i primi due. Ma alla fine, zoppicante, era crollato: 6-2. E, di nuovo, sul viso pieno di efelidi erano scorse calde lacrime quando sul megavideo della Rod Laver Arena, erano apparsi in successione Federer, Nadal, Djokovic ad augurargli affettuosamente: “Good luck Andy, torna presto fra noi”.

“Ho due opzioni ora – disse – fermarmi e aspettare Wimbledon per dare l’addio lì, oppure operarmi con un intervento molto più invasivo e senza garanzie, per sperare di tornare qui fra un anno”. Una scelta dura, da uomini veri. Andy ha rischiato tutto. Si è operato e con un’anca artificiale – miracoli della chirurgia moderna – è tornato ad allenarsi come un forsennato. Dubitando però, lui come tutti, di poter tornare quello di prima. Prima solo challenger, poi doppi, al Queen’s e a Wimbledon. Ma ieri miracolo, eccolo di nuovo in finale ad un torneo 2 anni e mezzo dopo l’ultimo vinto a Dubai nel marzo 2017.

È accaduto ieri ad Anversa e proprio contro quell’avversario, Wawrinka, da cui aveva perso al Roland Garros. Andy, dominato per un set e mezzo dallo svizzero n.2, avanti 6-3 3-1, ha corso come e più di quando l’anca era quella natia, ha recuperato il break e si è salvato sia nel secondo sia nel terzo (nel quale anche è stato sotto di un break per due volte) sul 4 pari 15-40, strappando lui la battuta sul 5-4 di entrambi i set a un trasecolato Wawrinka: 3-6 6-4 6-4. Per, di nuovo, scoppiare in un pianto dirotto.

 

Già, anche gli Ufficiali dell’Impero Britannico, i Cavalieri di Sua Maestà la Regina piangono, a 32 anni e mezzo, più spesso di quanto non ti aspetti. E magari piangerà ancora fra pochi giorni, quando la sua adorata Kim, eterna fidanzata e poi moglie, dovrebbe dare alla luce il terzo erede. Perché Andy ancor prima che un grande campione è un umano che è stato capace di sedere su un trono rubato agli dei.

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ATP

Finalmente Shapovalov! A Stoccolma il primo titolo

Il canadese gioca un’ottima partita e regola Krajinovic in due set. Da lunedì sarà numero 27 (+7 posizioni)

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[4] D. Shapovalov b. F. Krajinovic 6-4 6-4

E alla fine arriva Shapo. A Stoccolma, Denis Shapovalov riesce a sbloccarsi e a vincere il primo titolo della sua carriera. Una carriera che sembrava poter esplodere nel 2017 quando il giovane canadese superò Rafael Nadal a Montreal, arrivando fino alle semifinali. Da lì in poi però ci sono stati moltissimi alti e bassi per Denis, con una preponderanza dei bassi e un’irruenza tennistica che sembrava ostacolarlo non poco.

Nella partita odierna contro Filip Krajinovic invece, Shapovalov è riuscito a imbrigliare la sua esuberanza, traendo il meglio dai suoi fantastici fondamentali senza strafare. Ottima la prestazione al servizio (93% di punti vinti con la prima e 16 ace) e ancora migliore quella in risposta con Krajinovic quasi sempre costretto a partire sotto pressione nello scambio.

 

Il primo set si chiude col punteggio di 6-3, frutto del break ottenuto da Shapo già nel terzo game, ma sarebbe potuto terminare anche con un punteggio più rotondo. Il canadese, scioltissimo, arriva a palla break in tutti i successivi turni di servizio di Krajinovic, che però fa buona guardia, annullando anche un set point sul 5-3. Nulla può però nel game successivo, vinto con autorità da Shapovalov.

Nel secondo parziale, Krajinovic riesce a tenere con più continuità le bordate di Shapovalov e addirittura si affaccia a palla break nel quarto gioco, senza però riuscire a convertirla. Denis allora torna a sbracciare con il rovescio e nel gioco successivo torna a farsi pericoloso sul servizio di Krajinovic, ancora costretto a fare gli straordinari. Il serbo salva tre palle break, ma l’impressione è che il braccio di Shapovalov sia tornato a frullare su ritmi troppo alti. Il canadese continua a rispondere tanto e bene e si prende il break decisivo nel nono gioco. Sull’ultimo rovescio messo in rete da Krajinovic, Shapovalov è libero di gridare a pieni polmoni la gioia per il primo titolo ATP.

Il tabellone completo

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ATP

A Mosca si parla solo russo, Rublev stende Mannarino e succede a Khachanov

Finale senza storia in Russia, il beniamino di casa schianta il francese e conquista il secondo titolo in carriera. Best Ranking per lui al N.22

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[6] A. Rublev b. [7] A. Mannarino 6-4 6-0

Primo incrocio in carriera tra Andrej Rublev e Adrian Mannarino e secondo trionfo in carriera a livello ATP per Rublev, ed è sicuramente quello più dolce. Il tennista russo ha vinto il torneo di casa sua, Mosca, in una partita senza storia sin dalle prime battute.

Lo sfidante, il francese Adrian Mannarino già finalista qui nel 2018, non è riuscito ad opporre resistenza al tennis rude ma potente ed efficace di Rublev, capace di brekkarlo “a freddo” in avvio di match e di non voltarsi mai indietro. Il servizio sin da subito è stato la chiave tecnica del match, con il russo praticamente inattaccabile nei turni di servizio e con una sola palla break fronteggiata in tutta la partita, sul 3-2. Scampato il pericolo il francese non ha mai avuto modo di essere incisivo in risposta e si è limitato a tenere il servizio senza scossoni fino alla chiusura decisiva del set di Rublev.

Alla ripresa però Mannarino non c’è più in campo, e se prima il problema era la risposta ora anche il servizio manca all’appello. Nonostante il 57% di prime in campo, il 2/14 totale di punti al servizio di Mannarino nel secondo set spiega bene il perché dei tre break consecutivi e Rublev si limita a servire alla perfezione, con un 100% di punti vinti con la prima, ed a quel punto il bagel è la naturale conclusione del match.

 

Grande soddisfazione per Rublev che corona con un titolo la sua annata positiva e lunedì si isserà al best ranking di 22 del mondo. Continua invece lo scarso feeling di Adrian Mannarino con le finali. Nonostante si sia sbloccato con la vittoria a s’Hertogenbosch quest’anno, è l’ottava finale persa su nove . Entrambi da domani saranno di scena a Vienna, Mannarino contro Sam Querrey e Rublev in una sfida Next Gen contro Auger-Aliassime.

Il tabellone completo

Giorgio Di Maio

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