Vincitrici Slam in crisi - Pagina 2 di 5

Al femminile

Vincitrici Slam in crisi

Ostapenko, Muguruza, Stephens, Kerber: giocatrici capaci di vincere di recente i titoli più importanti del tennis stanno attraversando un periodo di appannamento. Perché è accaduto e cosa succederà in futuro?

Pubblicato

il

Garbine Muguruza - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Jelena Ostapenko
Jelena Ostapenko ha vissuto nel 2019 la crisi che i suoi detrattori avevano erroneamente descritto come già avvenuta nel 2018. Capisco che questa apertura suoni un po’ criptica: per spiegare il concetto occorre ripercorrere alcuni avvenimenti delle ultime stagioni, dal 2016 in poi.

Nata l’8 giugno del 1997, Ostapenko era una giovane promessa che sin da teenager aveva fatto intravedere notevoli potenzialità. Ecco cosa avevo scritto su di lei nel marzo 2016, quando era una giocatrice poco conosciuta, appena entrata fra le prime 50 del mondo: Ostapenko è soprattutto una colpitrice in grado di fare punto con i due fondamentali da fondo campo in qualsiasi momento dello scambio, ma non sempre è ponderata la scelta su quando affidarsi a soluzioni definitive e quando invece interlocutorie. Il servizio è forse un po’ inferiore a dritto e rovescio: una buona prima, precisa e varia nelle direzioni, ma una seconda migliorabile, con a volte la tendenza al doppio fallo”.

Era difficile pensare che, poco più di un anno dopo, quella teenager avrebbe conquistato uno Slam. E invece nel giugno 2017 la sua vita sportiva era cambiata radicalmente nel giro di quindici giorni. Arrivata al Roland Garros da numero 47 del ranking e senza avere ancora vinto un torneo WTA, Ostapenko aveva sorpreso il mondo sbancando Parigi. Nei turni finali aveva sconfitto Stosur, Wozniacki, Bacsinszky e Halep. tutti successi al terzo set, con finali di match decisi a suon di vincenti, di dritto e di rovescio. Addirittura 299 vincenti complessivi nel torneo.

 

La sua vittoria aveva suscitato pareri differenti. Era nata una nuova stella o si era trattato di una impresa irripetibile? Cosa sarebbe accaduto a quella campionessa Slam a sorpresa? Jelena aveva compiuto 20 anni il giovedì della semifinale contro Timea Bacsinzky (curiosamente quello era anche il giorno del compleanno di Timea, nata ugualmente l’8 giugno, ma del 1989). Due giorni dopo, fresca ventenne, Ostapenko era diventata Slam Winner: proprio nel momento in cui era uscita dal periodo da teenager si preparava ad affrontare una fase di carriera completamente nuova e inaspettata.

Sarebbe stata all’altezza di quel titolo? Lasciamo parlare i numeri e i risultati. Nel corso dell’anno e mezzo successivo Jelena ha dimostrato che se rimaneva fra le tenniste di vertice non era solo grazie ai 2000 punti conquistati a Parigi. Qualche dato: vittoria a Seul, semifinali a Wuhan e Pechino, partecipazione al Masters. E poi nel 2018 la finale al Premier Mandatory di Miami e la semifinale a Wimbledon. Punti pesanti, e risultati da non sottovalutare per una giocatrice che doveva affrontare il difficilissimo periodo della improvvisa notorietà.

Se in occasione della vittoria al Roland Garros 2017 era apparsa una Terminator senza paura, con il tempo le cose hanno cominciato ad assumere sfaccettature differenti e più complesse. Si erano cominciati a intravedere anche i timori e le incertezze, che prima o poi qualsiasi giocatrice deve affrontare e provare a sconfiggere. Per esempio Jelena aveva difeso malissimo il suo titolo parigino l’anno dopo, perdendo al primo turno del Roland Garros 2018 in due set da Kateryna Kozlova: 6-3, 6-2, un punteggio inequivocabile.

Eppure anche senza i 2000 punti di Parigi, ormai scaduti, nell’agosto 2018 si era presentata da Top 10 agli US Open. Insomma, a dispetto dei suoi detrattori, i punti aveva saputo farli anche al di fuori di quel magico Roland Garros.

Però qualche scricchiolio cominciava ad emergere. Su tutto, la grande difficoltà al servizio. Quella “tendenza al doppio fallo”, di cui avevo parlato nell’articolo del 2016 si era trasformata in qualcosa di serio. Un mix di difficoltà tecniche e ansie psicologiche che sarebbe diventato una costante nel periodo più difficile della carriera, con periodi in cui ha raggiunto e a volte superato i 15-20 doppi falli a match. Ma a questo si sono aggiunti altri problemi che hanno contribuito a portare nel 2019 Ostapenko quasi al di fuori delle prime 100 della classifica.

Un aspetto mai risolto della sua carriera rimane quello della relazione con i coach. La collaborazione con la allenatrice che la seguiva in occasione della sua più grande vittoria, Anabel Medina Garrigues, era già finita nel 2017, ma nessuna alternativa è stata duratura, con continui cambi di guida tecnica: David Taylor (lo “storico” coach di Samantha Stosur), Andis Juska (anche hitting partner), Glenn Schaap. Alla fine la presenza costante a fianco di Ostapenko è la madre Jelena Jakovleva Jakovleva non è il classico genitore che si improvvisa coach: è una maestra di tennis e da giovane è stata ottima tennista, Top 10 dell’URSS; tanto è vero che ha fatto da prima guida tecnica alla figlia in alcune stagioni da junior.

Di recente però Ostapenko ha avuto anche una serie di problemi fisici che non l’hanno certo aiutata a mantenere la condizione. E così la crisi che in molti avevano cercato di “appiccicarle” frettolosamente nel 2018, è davvero arrivata. Tutto è cominciato con uno dei peggiori guai per una tennista: il polso.

Dopo gli US Open dello scorso anno (come detto affrontati ancora da Top 10) il dolore al polso sinistro aveva compromesso lo swing asiatico. Così si spiega per esempio il 6-0, 6-0 subito dodici mesi fa a Pechino da Wang Qiang, e la rinuncia al “Masters B” di Zhuhai, a cui avrebbe avuto titolo per partecipare. Non solo: il guaio aveva inciso anche sulla preparazione in off-season, con ricadute inevitabili nell’avvio di 2019.

Poi nel corso del 2019 sono arrivati diversi ritiri per malanni vari. A Roma per una febbre da influenza, a Eastbourne per un dolore all’anca sinistra, e la scorsa settimana a Tashkent per una infezione intestinale che l’ha anche costretta a esami ospedalieri.

A poche ore da quest’ultimo guaio non si poteva immaginare sarebbe riuscita a onorare la wild card ricevuta dagli organizzatori di Pechino; e invece non solo ha giocato, ma lo ha fatto addirittura battendo Karolina Pliskova. Grazie a questo risultato è risalita nella Race: numero 71. Soprattutto i circa 780 punti racimolati le garantiscono la sicurezza di un posto ai prossimi Australian Open, altrimenti a rischio.

Ma rimane il fatto che anche nel giorno in cui ha sconfitto la numero 2 del ranking ha totalizzato 25 doppi falli (a fronte di 11 ace). Subito dopo questo successo, però, in piena continuità con gli alti e bassi del recente passato, è arrivata la sconfitta per 6-2, 6-1 da Katerina Siniakova.

Allo stato attuale Ostapenko è quindi una tennista parzialmente da ricostruire, con problemi fisici, mentali e anche tecnici. Sperando che possa ritrovare presto la salute, probabilmente la fiducia tornerà quando avrà recuperato un po’ di consistenza tecnica. In sintesi, direi che sono due gli aspetti tecnici su cui lavorare: il servizio innanzitutto, con gli arcinoti problemi di solidità sulla seconda.
Secondo aspetto: molte avversarie si sono rese conto di quanto soffra nel colpire in avanzamento sulle palle a rimbalzo basso; gli slice senza peso in molti match le procurano un numero di gratuiti fuori controllo. Anche su questo penso dovrebbe cercare di trovare delle soluzioni, in modo da contenere gli errori non forzati.

Malgrado tutto, prima di vedere solo nero nel futuro di Ostapenko credo si debba ricordare che stiamo parlando di una tennista ancora molto giovane (22 anni appena compiuti) e con una capacità di far viaggiare la palla, sia di dritto che di rovescio, eguagliata da pochissime. Sono basi non da poco, su cui provare a edificare la sua ricostruzione tennistica.

a pagina 3: Garbiñe Muguruza

Pagine: 1 2 3 4 5

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

Come è stato possibile che una giocatrice diciottenne, sconosciuta fino a tre mesi fa, sia riuscita a vincere lo US Open in un modo mai riuscito prima?

Pubblicato

il

By

Emma Raducanu - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

L’ultimo US Open femminile è stato lo Slam delle sorprese e dei record. Gli storici e gli statistici si sono sbizzarriti a identificare tutti i numeri che hanno sancito l’eccezionalità della vittoria della giovane Emma Raducanu: i record sono così tanti che per non diventare noiosi è meglio ricordarne solo alcuni.

Prima volta nell’era Open che una giocatrice vince partendo dalle qualificazioni. E senza lasciare set per strada: un totale di dieci partite (tre più sette) con uno score di 20 set vinti e zero persi. Prima dell’era Open a conquistare uno Slam alla seconda partecipazione in assoluto in un Major (anche Pam Shriver nel 1978 aveva raggiunto la finale al secondo tentativo, ma aveva perso contro Evert a New York). Raducanu lo ha fatto senza avere ancora vinto una partita in carriera a livello di “normali” tornei WTA, visto che fuori dai Major aveva affrontato due soli tornei, perdendo sempre all’esordio (Nottingham e San Josè).

Più giovane finale Slam dallo US Open 1999 (Serena Williams contro Hingis). Più giovane campionessa Slam dai tempi di Maria Sharapova a Wimbledon 2004. Seconda vincitrice della storia fuori dalle prime 100 del ranking, preceduta da Kim Clijsters nel 2009 (sempre a New York) quando al rientro nel tennis non aveva ancora una classifica per l’esiguo numero di tornei giocati. Ma anche terza teenager della storia a vincere lo US Open senza concedere set (dopo Seles nel 1992 e Hingis nel 1997).

 

Ultimo dato prima di entrare nel merito delle partite newyorkesi: Raducanu ha vinto il torneo senza affrontare Top 10. Nel corso del suo cammino, infatti, ha incontrato solo due teste di serie: nei quarti la numero 11 Bencic e in semifinale la 17 Sakkari. Ma naturalmente non gliene si può fare una colpa: questo le ha offerto il tabellone, ed Emma più che lasciare le briciole a tutte le avversarie che le sono capitate, non poteva fare.

Ma visto che stiamo parlando di una semi-esordiente, il dato che colpisce è che in carriera non ha ancora mai affrontato una Top 10. In compenso vanta un record niente male: ha giocato 13 volte contro una Top 100 vincendo 11 partite e perdendone solo 2: sconfitta da Zhang Shuai a San Josè e da Tomljanovic a Wimbledon (a Londra Emma perse per ritiro).

Le partite di Emma Raducanu allo US Open
Dopo la wild card ricevuta a Wimbledon in quanto giocatrice di casa, Raducanu si presenta allo US Open senza avere la classifica necessaria per essere ammessa direttamente al tabellone principale. Da numero 150 del ranking è soltanto testa di serie 31 del torneo di qualificazione. Superato piuttosto brillantemente, come detto, senza perdere set. 6-1, 6-2 a Bibiane Schoof, 6-3, 7-5 a Mariam Bolkvadze, e infine 6-1, 6-4 a Mayar Sherif, testa di serie n. 4 delle Quali.

Con i tre successi nelle qualificazioni, Emma conquista l’accesso nello Slam vero e proprio. Il posto capitato nel main draw non è proprio favorevolissimo: primo ostacolo la testa di serie numero 14 Jennifer Brady, semifinalista lo scorso anno, e finalista all’Australian Open 2021. Soprattutto sul cemento, una avversaria davvero impegnativa.

Ma in extremis le cose cambiano. Brady è costretta alla rinuncia a causa di un infortunio. Quando Jennifer dichiara forfait, ormai il sorteggio è fatto, e quindi la porzione di tabellone di Raducanu perde la testa di serie più alta. A sostituirla è la lucky loser Stephanie Voegele. I due set della partita si sviluppano con un andamento identico: Emma parte lenta, subisce un break in avvio, ma dall’1-2 sotto, cambia marcia: controbreak immediato e resto del set dominato. Finisce così 6-2, 6-3, anche se le occorrono ben sette match point per chiudere l’incontro.

Al secondo turno Raducanu trova Zhang Shuai, proprio la giocatrice che l’aveva sconfitta in modo netto all’inizio di agosto a San Josè (6-3, 6-2). Purtroppo non sono riuscito a seguire le loro due partite, e quindi non posso entrare nel merito. In linea generale, penso si possa ricordare questo: la Zhang più recente è un po’ scesa nel ranking perché è diventata piuttosto discontinua; se la mattina si alza con la luna giusta è capace di dare filo da torcere anche alle più forti, ma se invece le manca l’ispirazione, aumenta di molto gli errori e diventa molto più abbordabile.

Con questo non sto affatto dicendo che il risultato opposto delle due partite sia dipeso da Zhang e non da Raducanu. Anzi. Agli atti rimane semmai una dichiarazione di Emma nella conferenza stampa successiva al loro ultimo incontro, nella quale racconta: “Avevo perso contro di lei un mese fa, ma sento che match dopo match sto migliorando, sto imparando a tenere alto il mio livello di gioco senza cali durante la partita. In queste settimane avere affrontato tante avversarie di alto livello mi ha fatto crescere sempre di più”. Sentire parlare di crescita nel corso di un solo mese, una crescita tale da permetterle di rovesciare completamente il risultato contro una giocatrice esperta e di valore come Zhang, sembrerebbe esagerato. Ma nel caso di Emma sono proprio gli eccezionali traguardi raggiunti a rendere credibili affermazioni del genere.

Forse il passaggio più interessante di questa stessa conferenza stampa è quando spiega il suo modo di prepararsi contro le avversarie: “A livello WTA la maggior parte delle giocatrici non ha grandi debolezze; per esempio non puoi pensare di insistere sempre dalla stessa parte in attesa di un errore. Dunque si tratta sia di dare il meglio per quanto riguarda il proprio tennis, sia di saper individuare piccole scappatoie che creino qualche disagio a chi hai di fronte. Con il mio team mi preparo con questi obiettivi. Non sempre ci si riesce, e allora devi andare in campo almeno riuscendo a esprimerti al tuo massimo”. In pratica Emma racconta che affronta i match con un duplice intento: da una parte sviluppare al massimo il suo gioco, ma dall’altra cerca anche di modularlo di volta in volta in funzione del tipo di avversaria che ha di fronte, per metterla a disagio. Cosa che puntualmente si verificherà nei turni successivi del suo torneo.

Superare le qualificazioni, sconfiggere con percorso netto Voegele e Zhang sono rimarchevoli traguardi per una giovanissima. Ma, per quanto mi riguarda, la partita che mi ha davvero fatto drizzare le antenne sul torneo di Raducanu è stata quella di terzo turno contro Sara Sorribes Tormo.

Sorribes nell’ultimo periodo è cresciuta moltissimo, trasformandosi in una specie di muro difensivo. Al punto che oggi è forse la giocatrice più dura da affrontare sul piano della pazienza tattica e della tenuta mentale e fisica, perché regala quasi nulla e riesce a contenere e rimettere in campo una quantità enorme di attacchi, allungando moltissimo ogni scambio. Se non la si affronta con la condizione giusta si rischia di soccombere, come è capitato alla numero 1 Barty alle Olimpiadi di Tokyo.

Invece Emma domina l’incontro con una condotta vicina alla perfezione. Vince addirittura i primi 11 game, e si trova con un match point sul 6-0, 5-0. Sorribes si salva dal cappotto completo, ma rimanda solo di una game la conclusione: 6-0, 6-1. Per Raducanu sono 60 punti vinti complessivi, appena 33 persi, e un saldo finale di +7 tra vincenti ed errori non forzati (23/16). Agli spettatori lascia una sensazione di grande efficacia e chiarezza tecnico-tattica: tanti vincenti ottenuti (appunto 23 su 60 punti totali), senza però mai dare l’idea del colpo tirato alla “va o la spacca”. Emma al contrario è riuscita a trovare la chiave per vincere senza andare sopra le righe.

Riepiloghiamo. Diciotto anni, esordiente senza esperienza a livello WTA, e senza disporre della potenza di Serena Williams o di Aryna Sabalenka. E però capace di lasciare un solo game a Sorribes Tormo, infliggendole la peggiore sconfitta da quando Sara è diventata Top 50. Obbligatorio seguirla con estrema attenzione.

Con queste premesse, la curiosità sul valore di “questa” Raducanu sembrava potesse essere soddisfatta attraverso il più probante ostacolo possibile: il confronto con la numero 1 del mondo Barty. La massima favorita del torneo, e potenziale avversaria al quarto turno. Al termine del match di terzo turno, in conferenza stampa i giornalisti chiedono a Raducanu se è pronta ad affrontare Barty. Emma, forse presaga, prima di entrare nel merito avverte: “Mah, il match di Ashleigh non è ancora cominciato, e la sua avversaria, Shelby Rogers, giocherà di fronte al pubblico di casa. Difficile dire chi vincerà. Quando giochi con il pubblico di casa dalla tua, hai un differente livello di motivazione…”.

Come sappiamo, Shelby Rogers è davvero riuscita fare lo sgambetto a Barty (o forse la stessa Bartiy si è inciampata da sola), ed è quindi Shelby la rivale di quarto turno. Tra Raducanu e Rogers, la partita fila via rapida. Sarà la più breve del torneo di Emma: un’ora e 6 minuti complessivi, con gli spettatori americani presto ammutoliti dalla troppa differenza in campo.

Dopo i primi due game persi in fase di assestamento (ricordo che era la prima volta che Raducanu giocava sull’Arthur Ashe), Emma infila una serie di 11 game consecutivi, esattamente come contro Sorribes, che segnano definitivamente il match. Nel secondo set, concesso il game del 5-1, chiude sul proprio servizio per 6-2, 6-1. Una partita nella quale Rogers lascia la sensazione che, dopo aver dato tutto per superare Barty, non fosse pronta per misurarsi alla pari contro una avversaria motivata, concentrata, e poco disposta a regalare punti come la Raducanu di questo torneo.

Chi si aspettava che la pesantezza del dritto di Shelby potesse diventare un fattore, viene smentito, e nemmeno il servizio l’ha aiutata a rimanere in partita. Infatti Emma non solo ha risposto benissimo, ma per la maggior parte degli scambi ha tenuto in mano l’iniziativa, e questo ha costretto Rogers a rimanere in difesa, l’ambito di gioco nel quale è di gran lunga meno forte.

a pagina 2: Le partite decisive allo US Open

Continua a leggere

Al femminile

US Open 2021: Ashleigh Barty davanti a tutte

La numero 1 del mondo si presenta a Flushing Meadows da favorita. Riuscirà a vincere il suo primo Slam sul cemento?

Pubblicato

il

By

Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Dopo il successo a Wimbledon, la numero 1 del mondo Ashleigh Barty si avvicina all’ultimo Slam stagionale nella stessa situazione della vigilia londinese. Vale a dire da numero 1 in tutto: della classifica WTA, della Race e anche delle quote delle agenzie di scommesse. Come se non bastasse, la sua posizione è uscita rafforzata dalla fresca e convincente vittoria di Cincinnati.

Sui prati inglesi, Barty aveva dimostrato di saper gestire la pressione e aveva coronato l’avventura sui prati con il Venus Rosewater Dish. Ora le si chiede di ripetersi sul cemento di New York. Non sarà facile, ma anche i numeri sono dalla sua parte. Oggi in classifica ha oltre tremila punti di vantaggio sulla seconda, che per la prima volta è Aryna Sabalenka, al suo best ranking (10185 punti contro 7010).

In sostanza si cominciano a delineare i contorni di una primato molto solido, ben lontano da quello del 2020, quando Barty era rimasta in vetta più per i modificati meccanismi di calcolo del ranking che per i risultati sul campo. Ricordo che lo scorso anno Ashleigh non aveva giocato a New York e, nella edizione disputata dentro la bolla a causa della pandemia, a prevalere era stata Naomi Osaka.

 

Oggi però Osaka non è più la schiacciasassi di dodici mesi fa. Sembra quasi un meccanismo di vasi comunicanti: settimana dopo settimana, Barty appare sempre più salda e convincente ai vertici WTA, mentre Naomi sta attraversando un periodo di fragilità che mette in dubbio la possibilità di replicare il successo del 2020. Anche se Osaka è una giocatrice di classe, che in carriera ha già vinto 4 Major sul cemento (due negli USA e due in Australia) e quindi non è impossibile che sia capace di ritrovarsi nella occasione più importante.

Prima ancora che si cominci, una cosa è comunque certa: il quadro delle partecipanti sarà molto più completo rispetto allo scorso anno, quando a causa delle rinunce al viaggio negli USA mancarono 6 delle prime 10 giocatrici del ranking.

Rispetto al 2020 torneremo anche ad avere il pubblico sugli spalti, un piccolo vantaggio per le giocatrici di casa. Per la verità le tre tenniste statunitensi più alte in classifica non stanno attraversando un periodo felice. Seguendo uno sfortunato parallelismo, sia la numero 5 Sofia Kenin, che la 14 Jennifer Brady e la 22 Serena Williams hanno attraversato settimane complicate a causa di problemi fisici. Per questo al momento le maggiori speranze statunitensi saranno riposte in Coco Gauff, Jessica Pegula e Danielle Collins, che nel frattempo sono salite in classifica fino a conquistarsi un posto da testa di serie.

In linea generale dietro alle prime quattro del ranking (Barty, Sabalenka, Osaka e Pliskova), la situazione risulta fluida e non semplice da valutare; molto potrebbe dipendere dal sorteggio oltre che dalla forma del momento. Prima di entrare nel dettaglio relativo alla condizione delle prime sedici teste di serie, ecco un semplice riepilogo delle ultime vincitrici Slam. Il numero accanto al nome rappresenta la testa di serie occupata in tabellone:

2019 US Open: 15 Andreescu su 8 Williams

2020 Australian Open: 14 Kenin su Muguruza (non tds)
2020 Wimbledon: non disputato
2020 US Open: 2 Osaka su Azarenka
2020 Roland Garros: Swiatek su 4 Kenin

2021 Australian Open: 2 Osaka su 22 Brady
2021 Roland Garros: Krejcikova su 31 Pavlyuchenkova
2021 Wimbledon: 1 Barty su 8 Pliskova

a pagina 2: La situazione delle prime 8 teste di serie

Continua a leggere

Al femminile

Camila Giorgi, nuova regina del Canada

A 29 anni Camila Giorgi ha raggiunto il più importante successo della sua carriera: cosa è cambiato nel suo tennis e cosa saprà fare in futuro?

Pubblicato

il

By

Camila Giorgi dopo la vittoria a Montreal 2021 (Credit: @WTA on Twitter)

Con la vittoria nella finale di Montreal su Karolina Pliskova, Camila Giorgi ha senza dubbio ottenuto il più importante successo della sua carriera, ed è diventata la seconda giocatrice italiana capace di vincere un torneo di livello WTA 1000. L’unica a riuscirci prima di lei era stata Flavia Pennetta, a Indian Wells nel 2014.

Per la verità il ricorso storico, che a prima vista suona impeccabile, nella realtà è un po’ impreciso. Quando Pennetta vinse in California, il torneo era classificato come Premier Mandatory, mentre il Canadian Open apparteneva ai Premier 5, fascia appena inferiore di eventi.

Poi è arrivata la recente decisione di rinominare sia i Premier Mandatory che i Premier 5 come “WTA 1000”; una decisione che però non ha cambiato le cose nella sostanza. Oggi come allora, infatti, per le giocatrici la partecipazione a Indian Wells è obbligatoria (mandatory, appunto, pena uno zero in classifica) e frutta 1000 punti alla vincitrice, mentre quella al torneo canadese è discrezionale e assegna 900 punti per chi conquista il titolo (vedi QUI, a pagina 145 e 148).

 

Dato curioso: nel 2014 lungo il percorso vincente, Pennetta sconfisse anche Giorgi (6-2, 6-1 al terzo turno), unico successo ottenuto da Flavia contro Camila in tutta la carriera (il bilancio è 3-1 per Giorgi).

Ma al di là dei nominalismi e dei punti assegnati, tutto questo non credo sminuisca l’impresa di Giorgi, che in Canada ha sconfitto giocatrici di alto livello grazie a un tennis di notevole qualità. Questa la classifica delle avversarie incontrate: Mertens 16, Podoroska 38, Kvitova 12, Gauff 24, Pegula 30, Pliskova 6. Va anche ricordato che Mertens, Gauff e Pegula sono sottostimate dal ranking attuale, visto che nella Race del 9 agosto erano rispettivamente alla posizione 9, 11 e 18.

La novità per Giorgi non sta tanto nell’aver battuto avversarie di tale caratura (questo le era già riuscito più volte in passato, e sin da giovanissima), quanto piuttosto di averlo fatto un giorno dopo l’altro, senza passaggi a vuoto, dando prova di una continuità che le era quasi sempre mancata. A 29 anni compiuti (è nata il 30 dicembre 1991) ha vissuto una settimana vicina alla perfezione: dodici set vinti, appena uno perso. Una settimana che suggerisce l’idea di raggiunta maturità. Come è stato possibile che questo accadesse? E perché soltanto ora? Facciamo un passo indietro per cercare di individuare alcuni aspetti significativi che potrebbero avere contribuito a questo grande risultato.

1. La Giorgi del 2021
La prima cosa differente di Giorgi nel 2021 che salta all’occhio, anche perché si tratta di un elemento oggettivo e indiscutibile, è il cambio di racchetta. All’esordio stagionale, nel torneo Yarra Valley Classic (uno dei tre eventi di preparazione dell’Australian Open), Camila si presenta con una Yonex, produttore giapponese, che sostituisce la racchetta francese Babolat.

Le racchette Yonex sono facilmente identificabili perché la sagoma del telaio è particolare, non assimilabile alle forme degli altri produttori. La differenza riconoscibile a colpo d’occhio ha una conseguenza fondamentale: significa che quando una giocatrice passa alle Yonex non può ricorrere al frequente escamotage che prevede la semplice pitturazione del precedente modello con colori differenti. No, il cambio di racchetta deve essere reale e non apparente.

A questi livelli non sempre i cambi di telaio si rivelano semplici. Per esempio Caroline Wozniacki aveva compiuto lo stesso passaggio nel 2010 (da Babolat a Yonex) e, a dispetto delle dichiarazioni iniziali piuttosto spavalde (“Da junior ho già usato racchette diverse, per me non sarà un problema, potrei giocare perfino con una padella”), Caroline avrebbe fatto marcia indietro nel 2013, proprio perché non si era mai del tutto adattata al nuovo attrezzo. Allora si disse che, a dispetto di un minor controllo, la Babolat avesse uno sweet spot più grande, e dunque risultava più adatta al gioco di Wozniacki, specie considerando i suoi problemi nel generare potenza dalla parte del dritto.

Visti i risultati raggiunti, sembra invece che per Giorgi la decisione di passare a Yonex sia stata positiva, anche se penso sia meglio non entrare nel merito di che cosa potrebbe significare tecnicamente il cambio di racchetta. Gli attrezzi dei professionisti sono altamente personalizzati e di conseguenza tutti i ragionamenti sulle loro caratteristiche rischiano di rimanere semplici congetture.

Nei primi mesi del 2021 un aspetto della situazione di Giorgi risulta invece certo. Ed è purtroppo in linea con le stagioni precedenti: la fragilità del fisico. Una fragilità che le impedisce di giocare senza fastidi, alla ricerca della condizione migliore. A fine gennaio un infortunio alla coscia la costringe al ritiro nello Yarra Valley Classic, facendola scendere in campo con qualche dubbio al successivo Australian Open di febbraio (sconfitta al secondo turno da una ottima Swiatek). E sempre per problemi fisici Camila si ferma in aprile alla vigilia dell’impegno di Charleston. Di conseguenza Giorgi si presenta all’avvio della stagione europea su terra con appena 8 match nelle gambe (4 vinti e 4 persi). Difficile carburare con così pochi impegni sostenuti.

Anche per questo si tornerà a vedere Camila ad alti livelli soltanto in giugno, sull’erba di Eastbourne. Partendo dalle qualificazioni, raggiunge la semifinale dopo aver sconfitto, fra le altre, Sabalenka e Pliskova, che un paio di settimane dopo sarebbero state protagoniste della semifinale di Wimbledon. Ma poi anche a Eastbourne Giorgi deve ritirarsi per un problema alla coscia.

A conti fatti sarà soltanto il torneo Olimpico di Tokyo a riproporci una giocatrice in completa efficienza, pronta per l’exploit di Montreal (anche se in Canada ha comunque disputato il torneo con una fasciatura al polso, che in passato le ha dato più di un problema). Raggiunta la piena condizione, nelle partite della scorsa settimana si sono viste tutte le qualità che da sempre si riconoscono a Camila, con l’aggiunta di qualche elemento che l’ha aiutata a risultare ancora più competitiva.

a pagina 2: Camila Giorgi a Montreal

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement