Numeri: il ritorno di Andy, sempre più Grande Madre Russia

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Numeri: il ritorno di Andy, sempre più Grande Madre Russia

Tre giocatori russi potrebbero finire l’anno nei Top 20, l’incredibile ritorno di Andy e il primo titolo di Shapovalov. Segnali di vita da Ostapenko

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3- i tennisti russi che potrebbero chiudere il 2019 nella top 20 del ranking ATP. Oltre a uno dei più grandi protagonisti negli ultimi mesi del circuito, Medvedev, nella Race di questa settimana – a due settimane dalla chiusura del calendario quanto mai indicativa su come si concluderà la classifica ufficiale – Khachanov è 17° e Rublev 21°. Un momento straordinario per la Russia nel tennis maschile, prima a piazzare tre suoi atleti nelle prime posizioni del ranking (la seconda è la Francia con il suo terzo giocatore, Paire, al 25° posto ATP e la terza è il Canada con Raonic, 31 ATP). I tre tennisti russi, tutti molto giovani – il più “anziano” è Medvedev, nato nel febbraio del 1996 – sono i nuovi esponenti di una scuola che, dopo gli anni di Kafelnikov (ex numero 1 al mondo, con due Major in bacheca), Safin (anche lui riuscito a issarsi in vetta al ranking e vincitore di due Slam) e Davydenko (ex 3 ATP e vincitore delle ATP Finals) aveva vissuto anni di crisi, in particolar modo a seguito del fisiologico calo di Youzhny (ex 8 ATP e vincitore di dieci titoli in carriera). In coincidenza del ritiro del “colonnello” dall’attività agonistica, una scuola che anche nel femminile negli ultimi vent’anni ha profuso una serie di campionesse – Sharapova, Safina, Kuznetsova, Miskyna, Dementieva e, a fine anno scorso, tra le top ten c’era Kasatkina, classe 97 (e ora sono dieci le tenniste nella top 100) – sta vivendo quantomeno nel settore maschile uno straordinario momento.

A Mosca si giocava la scorsa settimana la VTB Kremlin Cup, l’ATP 250 più ricco della settimana (montepremi da quasi un milione di dollari), storicamente feudo di tennisti russi (vincitori di 15 delle 29 edizioni già disputate). Ad accaparrarselo è stato Rublev, definitivamente uscito dalla crisi che nei primi mesi di quest’anno lo aveva fatto uscire dai primi 100, nonostante nel 2017 fosse riuscito a vincere il primo titolo a Umago da lucky loser e ad essere il più giovane tennista nei quarti degli US Open dal 2001 in poi, risultati che lo portavano nel febbraio 2018 a guadagnare (l’allora) best career ranking di 31 ATP. Una classifica migliorata in questi ultimi mesi sino al 22 ATP occupato questa settimana, grazie alla finale ad Amburgo a luglio, ai quarti a Cincinnati e al titolo vinto qualche giorno fa nella città in cui è nato: il ventiduenne russo per riuscirci ha superato due tennisti dalla classifica mediocre (Gerasimov e Milojevic), due top 50 (al primo turno Bublik col punteggio di 6-1 3-6 6-4 e in finale Mannarino, sconfitto con un netto 6-4 6-0) e un top 30, in semifinale (Cilic con lo score di 7-5 6-4).

4 – le sole semifinali raggiunte da Stan Wawrinka nei trentaquattro tornei giocati a seguito dell’operazione al ginocchio sinistro nell’estate del 2017, che lo costrinse a chiudere la stagione in anticipo. Tornato all’attività agonistica nel gennaio dell’anno scorso, lo svizzero nato nel marzo del 1985 ha incontrato non poche difficoltà a esprimersi ai livelli ai quali era abituato: quando era andato sotto i ferri due anni fa, era al suo best career ranking di 3 del mondo ed era reduce da cinque partecipazioni consecutive alle ATP Finals. Il 2018 lo ha chiuso invece da 66 ATP con sole due semifinali raggiunte (agli ATP 250 di Sofia e San Pietroburgo), rimandando così la tredicesima chiusura di stagione tra i top 50, lui che ben tre volte ha chiuso l’anno da 4 ATP e cinque nella top 10. Nel 2019 il ritorno nella top 20 – per un giocatore capace di sconfiggere almeno tre volte ciascun Fab Four – è avvenuto dopo lo Slam newyorkese, grazie ai punti garantiti dalla finale persa a Rotterdam contro Monfils e dall’aver raggiunto ben cinque quarti di finale (tra cui quelli al Masters 1000 di Madrid e agli US Open, dove ha sconfitto un acciaccato Djokovic e portato a 5-4 il suo record negli Slam contro i numeri 1 al mondo). Rientrato dopo un mese e mezzo di assenza nel circuito la settimana scorsa, ad Anversa ha prima dovuto soffrire contro due veterani come Feliciano Lopez (6-7 6-4 7-6) e Simon (6-3 6-7 6-2) e poi ha avuto vita facile contro Sinner (6-3 6-2). In finale, avanti di un set e di un break (e strappando due volte il servizio nel terzo set) dopo una battaglia di due ore e mezza si è arreso a Andy Murray e ha rimandato l’appuntamento con la vittoria del diciassettesimo titolo ATP.

9 – le partite vinte nelle ultime due settimane da Jelena Ostapenko, la quale, nel resto del 2019, ne aveva portate a casa meno del doppio, 17. L’ex numero cinque del mondo non solo non ha vissuto una stagione degna del 2017, l’anno della sua vittoria del Roland Garros, ma ha fatto decisamente peggio anche del 2018, chiuso da 22 WTA, grazie alla finale raggiunta a Miami e alla semifinale conquistata a Wimbledon, risultati che nel complesso mostrano la sua capacità di giocare ad altissimi livelli su diverse superfici, tra l’altro in periodi piuttosto diversi della carriera. Dopo la semi ai Championship 2018, la lettone classe ’97 era entrata in una netta fase di involuzione, testimoniata da appena ventuno vittorie raccolte nei successivi trentacinque tornei giocati, nei quali aveva raggiunto solo una volta i quarti di finale (a Birmingham lo scorso giugno) e rimediato diciotto eliminazioni al primo turno. Una serie di brutti risultati che le erano costati a inizio mese la 72° posizione nel ranking, la peggiore per lei da febbraio 2016. Tra Linz e Lussemburgo, nei tornei indoor europei che chiudono il calendario femminile ha trovato la condizione per guadagnare i punti necessari per rientrare nella top 50: prima conquistando la finale in Austria, dove ha sconfitto anche due top 50 (Alexandrova e Rybakina), poi vincendo il titolo (il terzo in carriera) al BNP Paribas Luxembourg Open. Per riuscirci Jelena ha sconfitto nell’ordine la giovane statunitense McNally (7-5 7-6), la top 20 Mertens (4-6 6-2 6-2), la qualificata Lottner (duplice 6-1) e, in semifinale, Blinkova (3-6 6-3 6-2). In finale ha avuto la meglio su Goerges: l’ex top 10 e attuale top 30 è stata superata col netto punteggio di 6-4 6-1.

14 – i tornei giocati da Andy Murray negli ultimi due anni. Il britannico aveva disputato nel luglio 2017 la sua ultima partita da numero 1 nel mondo (in totale è stato al vertice della classifica ATP per quarantuno settimane) nei quarti di Wimbledon, dove fu sconfitto da Querrey. Quella di due anni fa non era stata una prima parte di stagione facile per il tennista nato a Glasgow nel maggio del 1987: l’inizio del manifestarsi del dolore all’anca destra lo aveva condizionato, portandolo, al momento della sospensione della sua attività, a essere solo settimo nella Race post Championships 2017. Successivamente alla prima operazione all’anca sostenuta nel gennaio 2018, era rientrato dopo undici mesi d’assenza dal circuito con una sconfitta al Queen’s subita da Kyrgios, non perdendosi d’animo nemmeno quando era scivolato al 832 ATP. Nei sei tornei disputati l’anno scorso aveva vinto tre partite di seguito solo a Washington, chiudendo così la stagione fuori dai primi 200. Quando a gennaio a Melbourne ha perso da Bautista Agut e annunciato la decisione di operarsi per la seconda volta all’anca, la sua carriera sembrava definitivamente segnata.

Il 32enne scozzese, invece, tornato nel circuito ad agosto a Cincinnati, dopo aver impiegato del tempo ad ingranare -a settembre è tornato dopo quattordici anni a giocare nei Challenger, perdendo a Maiorca da Matteo Viola – nella trasferta asiatica ha mostrato di essere tornato competitivo ad alti livelli: a Pechino ha sconfitto Berrettini, a Shanghai ha perso di un soffio contro Fognini. Ad Anversa – lui che è stato sinora 494 settimane tra i primi 10 del mondo – ha conquistato il 46° titolo di una carriera straordinaria. Dopo due primi turni superati in maniera agevole contro la wild card Coppeljeans e il top 50 Cuevas, Murray ha dovuto penare dai quarti in poi. Le ultime tre partite – nell’ordine contro Copil (6-3 6-7 6-4), Humbert (3-6 7-5 6-2) e Wawrinka (3-6 6-4 6-4) – per arrivare al titolo hanno richiesto tutte tre set, costringendo lo scozzese a stare in totale circa sette ore e mezzo in campo in tre giorni, a dimostrazione di una ritrovata buona condizione fisica e anche mentale (sia in semi che in finale ha rimontato un set).

14 (bis) – le sconfitte rimediate nel 2019 da Denis Shapovalov contro avversari peggio classificati. Il mancino canadese classe 1999 è arrivato la scorsa settimana a Stoccolma con un ranking, 34 ATP, peggiore di quello con il quale aveva iniziato la stagione: colpa di alcuni mesi di flessione seguiti alla semifinale di Miami ad inizio primavera (era per lui la terza in un Masters 1000 dopo quelle di Montreal 2017 e di Madrid lo scorso anno, tutte raggiunte quando ancora doveva compiere vent’anni). Dopo l’ottimo torneo vissuto in Florida, che gli aveva garantito l’accesso nella top 20, Denis ha vissuto un forte periodo di appannamento, arrivando a giocare ad agosto i Canadian Open con sole due vittorie e ben sette eliminazioni al primo turno rimediate tra aprile e luglio. Le semifinali a Winston Salem e Chengdu non bastavano a fermare la discesa in classifica sin fuori alla top 30 dopo un anno di permanenza in questa fascia di classifica.

Una flessione che lo faceva anche passare ad essere, da secondo quale era, quarto nello speciale ranking della Next Gen (non più solo dietro a Tsitsipas, ma superato anche da Auger- Auliassime e De Minaur). Iscrittosi per la prima volta a Stoccolma, sede del Inthrum Stockholm Open, ATP 250 dalla gloriosa tradizione, ha ben pensato di vincere il primo torneo della carriera in una sede piccola, ma prestigiosa. Nell’albo d’oro della competizione svedese, svoltasi per la prima volta nel 1969, si trovano infatti, oltre a tanti campioni di Major (tra i quali  il nostro Adriano Panatta), tanti ex numeri 1 (Biorn Borg, John McEneroe, Mats Wilander, Stefan Edberg, Boris Becker, Ivan Lendl e Roger Federer). Un successo molto importante dal punto di vista psicologico e della classifica (Denis è tornato nella top 30, per la precisione è 27°), meno da quello tecnico, visto che Shapovalov in Svezia non ha dovuto sconfiggere alcun top 50 (ma quest’anno ben cinque volte aveva perso contro giocatori non inclusi in questa fascia).

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La seconda volta della ‘liceale’ Iga Swiatek, ancora agli ottavi di uno Slam

La giovanissima tennista polacca Iga Swiatek è tra le rivelazioni di questo Australian Open. Agli ottavi affronterà Kontaveit. I suoi segreti? La passione per il rock e una grande competitività

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La stellina polacca Iga Swiatek, classe 2001, è una delle promesse più interessanti del circuito WTA e lo sta confermando all’Australian Open dove ha appena raggiunto gli ottavi di finale. L’anno scorso aveva stupito raggiungendo gli ottavi del Roland Garros, poi persi contro Simona Halep. Le sue grandi potenzialità in relazione alla giovane età avevano già stimolato la curiosità degli addetti ai lavori, tra i quali il nostro Vanni Gibertini che da Parigi le ha dedicato un articolo.

Già al Roland Garros aveva stupito per la sua maturità, evidente nella decisione di farsi affiancare da uno psicologo a tempo pieno. “Noi donne siamo diverse dagli uomini, siamo molto più emotive e l’aspetto mentale è una parte fondamentale del gioco. Per questo ho iniziato a lavorare con lei perché è proprio lì che devo fare il salto di qualità”. Purtroppo il suo 2019 si era concluso in anticipo per via di una frattura da stress del piede sinistro, guarita solamente un mese e mezzo fa. L’infortunio non ha arrestato la sua ascesa. Qui a Melbourne ha bissato il quarto turno di Parigi battendo Babos, Suarez Navarro al passo d’addio e Vekic. Nel suo tennis c’è potenza e controllo. Il dritto fa già molto male, ma la cognizione del campo è completa e suggerisce l’idea di una giocatrice che potrà esprimersi con profitto su tutte le superfici.

Iga dunque è tutta da scoprire, e non è un caso che abbia indotto anche il collega Diego Barbiani di OkTennis a intervistarla dopo la vittoria al primo turno contro Babos (intervista reperibile integralmente qui). Iga ha parlato del suo tennis ma non solo, lasciando emergere il curioso contrasto tra la sua carriera professionistica e quella scolastica che deve ancora concludersi, poiché – lo ricordiamo – stiamo parlando di una ragazza di 18 anni. “Sono all’ultimo anno (di liceo ndr), finirò a maggio […] Sono però agli ultimi mesi, per cui penso che rimarrò a studiare per conto mio perché sono via per i tornei, e poi basta, finita“. Proprio per questo motivo, Iga salterà il torneo di Madrid per dedicarsi agli esami. “Ho sette esami da fare e dovrò farli durante Madrid, quindi lo salterò” ha detto in conferenza dopo l’ultima vittoria. “Andrò a Roma. Sarà una programmazione impegnativa ma l’ho gestita negli ultimi 12 anni e lo farò anche adesso“.

 

La differenza tra una tennista di talento e una tennista che il talento riesce a metterlo a frutto sta probabilmente nella capacità di comprendere, il prima possibile, che non bastano un paio di tornei per arrivare in alto né tantomeno per rimanerci. “È difficile essere sempre in fiducia, ma attualmente ho la sensazione che ne sto guadagnando settimana dopo settimana… Anche se è semplice pensare di essere super per una settimana quando invece devi rimanere a quel livello per lungo tempo“.  

La passione per il tennis è nata grazie alla sorella più grande, nata nel 1998 e aspirante tennista anche lei, come Iga ha raccontato a Courtney Nguyen di WTA Insider (sempre durante il Roland Garros). “Volevo essere come lei e batterla, sono sempre stata molto competitiva“. La carriera di Swiatek è appena all’inizio ma la tennista polacca non sembra soffrire la pressione derivante dai risultati, per quanto da questo punto di vista sia ancora da testare. “Ho visto che molte tenniste che hanno fatto benissimo da giovani sono poi andate male nel resto della carriera […] Io ho lavorato e sto lavorando tanto e questo sta pagando“. Se dovesse descrivere il suo schema tipico, un trademark, sarebbe questa sequenza: “Servizio potente, topspin e poi rovescio lungolinea“. Magari vincente.

Fuori dal campo, una delle passioni principali della giovane tennista polacca è la musica e in particolar modo la chitarra: “Vorrei provare a suonarla, ma è un po’ difficile per noi tennisti avendo sempre il polso piegato“. I gusti musicali? Non quelli che ci si attenderebbe da una ragazza nata nel 2001: Iga ama infatti il rock. “Ascolto spesso Pearl Jam, Red Hot Chilli Peppers, qualcosa di più hard rock come i Guns N’ Roses, spesso più e più volte assieme, CD su CD. Mi capita spesso di mixare le varie band, non riesco mai a focalizzarmi su una“. L’obiettivo di domenica, quando Swiatek affronterà Kontaveit per un posto nei quarti di finale, è uno e uno soltanto e non c’è pericolo di confondersi. Sarà una grande occasione per entrambe le giocatrici che non sono mai entrate tra le prime otto giocatrici di uno Slam. È però ragionevole credere che Iga, continuando su questa strada, di occasioni – dovesse fallire questa – ne avrà ancora parecchie.

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Australian Open

Australian Open: Gauff crolla al terzo, primi quarti Slam per Kenin

Coco combatte ma cede alla distanza. Sofia chiude con un bagel nel set decisivo. Esperienza e solidità fanno la differenza per Kenin: “Ma lei è tanto forte”

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Sofia Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

[14] S. Kenin b. C. Gauff 6-7(5) 6-3 6-0 (da Melbourne, il nostro inviato)

Aprono il programma di singolare sulla Melbourne Arena la statunitense Sofia Kenin (21 anni, numero 15 WTA, testa di serie 14 qui) e la ragazzina terribile sua connazionale – in effetti, vivono in Florida entrambe – Coco Gauff, 67 WTA ma in grande ascesa, con la top-50 nel mirino a soli 15 anni, che al turno precedente ha realizzato la sorpresa del torneo eliminando la campionessa in carica Naomi Osaka. A dirla tutta, Osaka si è eliminata un po’ da sola, ma Coco è stata bravissima a prendersi i regali dell’avversaria e a concretizzare il risultato con freddezza da veterana.

La prova di oggi contro la solidissima e forte Kenin (semifinali a Toronto e Cincinnati nel 2019, era già arrivata a un ottavo Slam al Roland Garros sempre l’anno scorso con vittoria su Serena Williams, tre titoli WTA, a Hobart, Mallorca e Guangzhou), potrebbe essere proibitiva per Gauff, ma ormai abbiamo imparato tutti a non dare nulla per scontato parlando di lei.

Primo punto in assoluto del match, subito un challenge chiamato a torto (di un pelo) da Gauff, poi un paio di errori provocati dal buon palleggio di Kenin, ed è break in apertura. Sofia tiene la battuta, sale 2-0, Coco si scuote e muove a sua volta il punteggio, 2-1. Kenin gioca solida, non è facile destabilizzarla, da parte sua Gauff mi sembra molto migliorata. Non la vedevo dal vivo e da vicino da qualche mese, l’aspetto tecnico che mi aveva sempre lasciato dubbioso, il dritto troppo spazzolato e poco penetrante, appare decisamente evoluto. Swing più lineare, impatto avanzato, non è ancora una cannonata ma la palla scorre davvero meglio. Il servizio è un’arma importante (arriva già oltre i 190 kmh), il rovescio è il colpo naturale da sempre.

Kenin si rende conto che non basta rimettere, alza i giri del motore e spinge con efficacia, salendo 4-2. Il pubblico intorno a me sembra maggiormente dalla parte di Coco, considerando il battage mediatico – peraltro meritato – di cui gode la cosa è comprensibile. Nell’ottavo game, due gratuiti di troppo di Sofia le costano il contro-break, siamo 4-4. Ora si lotta alla pari, la qualità non è straordinaria, ma c’è tensione agonistica ed equilibrio. Gauff si salva da una palla break pericolosissima (errore Kenin), con un doppio fallo ne concede un’altra, ma è bravissima a cancellarla attaccando la rete, per poi spingere con servizio e dritto e prendersi il 5-4. Mica male ‘sta ragazzina, davvero.

Qualche minuto dopo, in vantaggio 6-5, con un paio di gran pallate ecco una palla break e insieme set-point per lei: ottima Sofia a cancellarla col dritto vincente, si arriva al tie-break. Se le stanno suonando di santa ragione ora, ritmo alto, livello molto buono. Purtroppo per lei, Kenin si incarta in due errori e un brutto doppio fallo, trovandosi sotto 6-2. Annulla tre set-point con coraggio (e fortuna, sul secondo la palla accarezza il nastro), ma il quarto è quello buono per Coco, che chiude 7-5, sono passati 57 minuti. 19 vincenti e 21 errori Gauff, 13/13 Kenin.

Nel quarto game del secondo set, sotto 2-1, Coco commette due doppi falli e affronta due palle break non consecutive. Sulla prima mette un gran rovescio vincente, la seconda la cancella con la battuta, ne arriva una terza (errore di rovescio), qui Sofia è brava a variare nel palleggio, facendo sbagliare ancora l’avversaria e salendo 3-1. Kenin conserva il vantaggio fino al 5-2, Gauff sembra stia avendo un minimo di calo di concentrazione, realizza belle cose in avanti andando a rete volentieri, ma a volte sbaglia palle banali. Ci sta, non dimentichiamoci che alla sua età si va in prima superiore di norma, non ci si gioca l’accesso a un quarto di finale Slam contro le top-15 mondiali.

Coco Gauff – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Annulla con bravura un set point Coco, accorcia 3-5, ma quando l’orologio del campo segna un’ora e 36 di partita, Kenin si prende il 6-3 e la possibilità di giocarsi tutto al terzo parziale. Le statistiche ora dicono 33 vincenti e 35 errori Gauff, 19/18 Sofia. 7 ace e altrettanti doppi falli (un po’ troppi questi ultimi) per Coco.

Gauff pare aver accusato il colpo, continua a sbagliare parecchio, perde due volte la battuta e si ritrova sotto 3-0 nel terzo set. Sono entrambe tese e nervose, si vede, ma la maggiore esperienza di Kenin ora sta facendo la differenza. Due palle break annullate nel quarto game da Sofia sono il segnale sella resa per Coco, poco dopo un nastro assassino che le costa il terzo break subìto e lo svantaggio di 5-0 praticamente chiudono la contesa. La cosa notevole, che ci dice molto dell’atteggiamento e della carica agonistica di Gauff, è che anche sotto un treno nel punteggio non smette di auto-incitarsi a ogni punto conquistato. Al secondo match-point Sofia chiude, primi quarti di finale Slam per lei (sfiderà Ons Jabeur), ma i progressi di Coco sono evidenti.

Raggiante Sofia alla fine: “Partita durissima, lei è tanto forte, ma sono troppo contenta per me stessa. Ho cercato di giocarla come una partita qualsiasi, dopo aver perso il primo ho solo lottato per rimontare. Non ho parole, grazie a tutti, vi voglio bene! Voglio ringraziare il mio team, abbiamo superato tante cose insieme. Ora mi riposerò, ci vediamo al prossimo match!“.

 

Il tabellone del torneo femminile (con i risultati aggiornati)

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ATP

Sandgren è ancora un rebus per Fognini: Italia fuori dall’Australian Open

MELBOURNE – Fabio fallisce ancora l’accesso ai quarti di finale. Sandgren, che lo aveva già battuto a Wimbledon, vince in quattro set. Non c’è più Italia all’Australian Open

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Fabio Fognini - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il tabellone del torneo maschile (con i risultati aggiornati)

T. Sandgren b. [12] F. Fognini 7-6(5) 7-5 6-7(2) 6-4 (da Melbourne, il nostro inviato)

Quando l’occasione è tanto ghiotta per entrambi i contendenti, è facile che una partita di tennis si trasformi in una lotta più psicologica che tecnica. Sia Fabio Fognini che Tennys Sandgren, che si incontrano sulla Melbourne Arena nel pomeriggio, sono perfettamente consapevoli dell’importanza della posta in palio, e il match ne risente pesantemente.

Il primo set vede Fabio inseguire costantemente, essendo il secondo ad andare al servizio. Ma sulla battuta dell’italiano, Tennys non riesce mai a essere pericoloso, mentre Fognini arriva ben 5 volte a palla break; tre consecutive sull’1-1, ben annullate da Sandgren con il servizio e un bell’attacco a rete, altre due sul 5-5, ma anche qui è lo statunitense a spingere e non dare possibilità all’azzurro. Tecnicamente, il match è un confronto fra clava e fioretto: mazzate e corsa da parte di Tennys, splendidi impatti anticipati e accelerazioni fintate, con l’aggiunta di tagli e palle corte molto ben eseguite da parte di Fognini. Ma in ogni caso, si arriva al tie-break. Qui Sandgren scappa subito 4-0, approfittando degli errori di Fabio, si fa recuperare sul 5-5, ma chiude 7-5, con altri due dritti sbagliati dall’azzurro, che sembra davvero sul punto di “sbroccare” per la frustrazione.

 

Fabio perde effettivamente la pazienza, complice un fallo di piede chiamatogli proprio sul 5 pari nel tie-break, subito dopo warning per time violation sul 5-4. Durante il cambio di campo di fine set, Fognini riceve un warning per condotta antisportiva, e la cosa lo fa andare su tutte le furie: “Ma perché? Cosa ho fatto?”. Fabio dice qualcosa al giudice di sedia Dumusois a proposito del suo asciugamano (che gli aveva provocato il “time violation” sul 5-4), dopo averlo apostrofato in malo modo: “Hai rovinato la partita! Ti devi vergognare!” e poi chiede l’intervento del supervisor: “Vieni qua!” urla a Gerry Armstrong, che è dall’altra parte del campo. I due discutono per diversi minuti, e poi Fognini chiede di andare in bagno. Il prolungarsi della pausa fisiologica innervosisce molto Tennys, che in effetti le sue ragioni le ha, ma non è colpa di Fabio se l’arbitro consente tutto questo.

Totalmente fuori di testa e di conseguenza dal match, Fabio prende break nel primo game del secondo set, per la frustrazione si strappa la maglietta di dosso e arriva un penalty point. A quel punto, forse per calmarsi, chiede l’intervento del fisioterapista per farsi curare una vescica alla mano destra. Armstrong è lì e dice al giudice di sedia di concedere la richiesta. Il gioco si ferma per un medical time-out, ma anche quest’altra pausa non sembra aiutare Fognini che non vince più un punto e arriva a perderne 15 consecutivi. Per Tennys infatti è sufficiente tenere la palla in campo per salire 4-0 con due break, Fognini tira un colpo dentro e uno fuori. Quasi all’improvviso, arriva un contro-break per l’azzurro, che si scuote, inizia a piazzare vincenti da applausi (in particolare alcuni dritti a uscire in avanzamento a dir poco splendidi), e vince addirittura cinque game consecutivi. Sotto 4-5, però, tocca a Sandgren reagire, pareggiare, e a furia di mazzate dal centro del campo brekkare ancora l’italiano, per poi chiudere 7-5. Che partita schizofrenica, sia nello svolgimento del punteggio sia dal punto di vista emotivo e tecnico, difficile trovare una logica o un filo conduttore. Sta di fatto che Fabio è sotto di due set, ora è durissima.

Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

LA REAZIONE DI FABIO – Nel terzo set, break Sandgren sull’1-1. poi intervento del fisioterapista per lui, un fastidio alla gamba pare. Immediato contro-break di Fognini, e da qui in poi il match rientra nei binari della normalità, con i due che tengono la battuta senza concedersi possibilità a vicenda fino al 6-6. C’è tensione, poco bel gioco quasi tutto da parte dell’azzurro, ma le capacità difensive e di contrattacco di Tennys sono notevoli e lo cavano d’impaccio diverse volte. Il tie-break vede una brutta sequenza di 7 errori gratuiti consecutivi, due Fognini e cinque di Sandgren, ne esce l’italiano in vantaggio 5-2. Dopodiché, con un vincente di dritto seguito da una risposta fallita dall’avversario Fabio chiude il parziale, si va al quarto, che sofferenza ragazzi.

Almeno, rispetto al “circo” di fine primo set-inizio secondo, ora la contesa si svolge più sul campo che tra le polemiche. Serve alla grande e martella con spallate sgraziate ma efficaci Tennys, anticipa e fionda le sue belle accelerazioni Fognini, sul piano del tennis puro ovviamente la qualità dell’italiano è di altra categoria, ma come si è visto non basta quella per vincere a volte. Senza rischi per chi è alla battuta si arriva al 5-4 per Sandgren, è una fase determinante adesso. Purtroppo, il decimo game è fatale a Fabio: dopo una schermaglia a rete conclusa in favore dello statunitense, arriva un match point. Al termine di un bello scambio, la volée di dritto manda Tennys ai quarti di finale qui a Melbourne per la seconda volta, dopo il 2018. Gran livello dello statunitense nelle fasi decisive, bisogna ammetterlo. Avrà il vincente tra Federer e Fucsovics.

Bravo, complimenti a lui, ma i rimpianti per Fognini sono tanti (arrabbiatissimo, non ha stretto la mano all’arbitro Dumusois, lo stesso di Kyrgios-Nadal a Wimbledon 2019), il torneo è stato buono, ma una volta arrivati a questo punto con un avversario giocabile, la sensazione di occasione persa rimane.

Stanco ma soddisfatto Sandgren alla fine: “Sì, grazie a tutti, è stato divertente vero? Giocare con lui è sempre una battaglia, è talmente bravo, mi aspettavo una lotta e così è stato. In quei momenti di tensione ero stanchissimo anch’io, non mi è dispiaciute l’interruzione alla fine, ho dovuto rimanere concentrato e non smettere di spingere però. L’importante però è essere ai quarti! Beh, Fucsovics gioca benissimo, Roger è Roger, venite a vederci chiunque mi tocchi!“.

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