Numeri: il ritorno di Andy, sempre più Grande Madre Russia

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Numeri: il ritorno di Andy, sempre più Grande Madre Russia

Tre giocatori russi potrebbero finire l’anno nei Top 20, l’incredibile ritorno di Andy e il primo titolo di Shapovalov. Segnali di vita da Ostapenko

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3- i tennisti russi che potrebbero chiudere il 2019 nella top 20 del ranking ATP. Oltre a uno dei più grandi protagonisti negli ultimi mesi del circuito, Medvedev, nella Race di questa settimana – a due settimane dalla chiusura del calendario quanto mai indicativa su come si concluderà la classifica ufficiale – Khachanov è 17° e Rublev 21°. Un momento straordinario per la Russia nel tennis maschile, prima a piazzare tre suoi atleti nelle prime posizioni del ranking (la seconda è la Francia con il suo terzo giocatore, Paire, al 25° posto ATP e la terza è il Canada con Raonic, 31 ATP). I tre tennisti russi, tutti molto giovani – il più “anziano” è Medvedev, nato nel febbraio del 1996 – sono i nuovi esponenti di una scuola che, dopo gli anni di Kafelnikov (ex numero 1 al mondo, con due Major in bacheca), Safin (anche lui riuscito a issarsi in vetta al ranking e vincitore di due Slam) e Davydenko (ex 3 ATP e vincitore delle ATP Finals) aveva vissuto anni di crisi, in particolar modo a seguito del fisiologico calo di Youzhny (ex 8 ATP e vincitore di dieci titoli in carriera). In coincidenza del ritiro del “colonnello” dall’attività agonistica, una scuola che anche nel femminile negli ultimi vent’anni ha profuso una serie di campionesse – Sharapova, Safina, Kuznetsova, Miskyna, Dementieva e, a fine anno scorso, tra le top ten c’era Kasatkina, classe 97 (e ora sono dieci le tenniste nella top 100) – sta vivendo quantomeno nel settore maschile uno straordinario momento.

A Mosca si giocava la scorsa settimana la VTB Kremlin Cup, l’ATP 250 più ricco della settimana (montepremi da quasi un milione di dollari), storicamente feudo di tennisti russi (vincitori di 15 delle 29 edizioni già disputate). Ad accaparrarselo è stato Rublev, definitivamente uscito dalla crisi che nei primi mesi di quest’anno lo aveva fatto uscire dai primi 100, nonostante nel 2017 fosse riuscito a vincere il primo titolo a Umago da lucky loser e ad essere il più giovane tennista nei quarti degli US Open dal 2001 in poi, risultati che lo portavano nel febbraio 2018 a guadagnare (l’allora) best career ranking di 31 ATP. Una classifica migliorata in questi ultimi mesi sino al 22 ATP occupato questa settimana, grazie alla finale ad Amburgo a luglio, ai quarti a Cincinnati e al titolo vinto qualche giorno fa nella città in cui è nato: il ventiduenne russo per riuscirci ha superato due tennisti dalla classifica mediocre (Gerasimov e Milojevic), due top 50 (al primo turno Bublik col punteggio di 6-1 3-6 6-4 e in finale Mannarino, sconfitto con un netto 6-4 6-0) e un top 30, in semifinale (Cilic con lo score di 7-5 6-4).

4 – le sole semifinali raggiunte da Stan Wawrinka nei trentaquattro tornei giocati a seguito dell’operazione al ginocchio sinistro nell’estate del 2017, che lo costrinse a chiudere la stagione in anticipo. Tornato all’attività agonistica nel gennaio dell’anno scorso, lo svizzero nato nel marzo del 1985 ha incontrato non poche difficoltà a esprimersi ai livelli ai quali era abituato: quando era andato sotto i ferri due anni fa, era al suo best career ranking di 3 del mondo ed era reduce da cinque partecipazioni consecutive alle ATP Finals. Il 2018 lo ha chiuso invece da 66 ATP con sole due semifinali raggiunte (agli ATP 250 di Sofia e San Pietroburgo), rimandando così la tredicesima chiusura di stagione tra i top 50, lui che ben tre volte ha chiuso l’anno da 4 ATP e cinque nella top 10. Nel 2019 il ritorno nella top 20 – per un giocatore capace di sconfiggere almeno tre volte ciascun Fab Four – è avvenuto dopo lo Slam newyorkese, grazie ai punti garantiti dalla finale persa a Rotterdam contro Monfils e dall’aver raggiunto ben cinque quarti di finale (tra cui quelli al Masters 1000 di Madrid e agli US Open, dove ha sconfitto un acciaccato Djokovic e portato a 5-4 il suo record negli Slam contro i numeri 1 al mondo). Rientrato dopo un mese e mezzo di assenza nel circuito la settimana scorsa, ad Anversa ha prima dovuto soffrire contro due veterani come Feliciano Lopez (6-7 6-4 7-6) e Simon (6-3 6-7 6-2) e poi ha avuto vita facile contro Sinner (6-3 6-2). In finale, avanti di un set e di un break (e strappando due volte il servizio nel terzo set) dopo una battaglia di due ore e mezza si è arreso a Andy Murray e ha rimandato l’appuntamento con la vittoria del diciassettesimo titolo ATP.

9 – le partite vinte nelle ultime due settimane da Jelena Ostapenko, la quale, nel resto del 2019, ne aveva portate a casa meno del doppio, 17. L’ex numero cinque del mondo non solo non ha vissuto una stagione degna del 2017, l’anno della sua vittoria del Roland Garros, ma ha fatto decisamente peggio anche del 2018, chiuso da 22 WTA, grazie alla finale raggiunta a Miami e alla semifinale conquistata a Wimbledon, risultati che nel complesso mostrano la sua capacità di giocare ad altissimi livelli su diverse superfici, tra l’altro in periodi piuttosto diversi della carriera. Dopo la semi ai Championship 2018, la lettone classe ’97 era entrata in una netta fase di involuzione, testimoniata da appena ventuno vittorie raccolte nei successivi trentacinque tornei giocati, nei quali aveva raggiunto solo una volta i quarti di finale (a Birmingham lo scorso giugno) e rimediato diciotto eliminazioni al primo turno. Una serie di brutti risultati che le erano costati a inizio mese la 72° posizione nel ranking, la peggiore per lei da febbraio 2016. Tra Linz e Lussemburgo, nei tornei indoor europei che chiudono il calendario femminile ha trovato la condizione per guadagnare i punti necessari per rientrare nella top 50: prima conquistando la finale in Austria, dove ha sconfitto anche due top 50 (Alexandrova e Rybakina), poi vincendo il titolo (il terzo in carriera) al BNP Paribas Luxembourg Open. Per riuscirci Jelena ha sconfitto nell’ordine la giovane statunitense McNally (7-5 7-6), la top 20 Mertens (4-6 6-2 6-2), la qualificata Lottner (duplice 6-1) e, in semifinale, Blinkova (3-6 6-3 6-2). In finale ha avuto la meglio su Goerges: l’ex top 10 e attuale top 30 è stata superata col netto punteggio di 6-4 6-1.

14 – i tornei giocati da Andy Murray negli ultimi due anni. Il britannico aveva disputato nel luglio 2017 la sua ultima partita da numero 1 nel mondo (in totale è stato al vertice della classifica ATP per quarantuno settimane) nei quarti di Wimbledon, dove fu sconfitto da Querrey. Quella di due anni fa non era stata una prima parte di stagione facile per il tennista nato a Glasgow nel maggio del 1987: l’inizio del manifestarsi del dolore all’anca destra lo aveva condizionato, portandolo, al momento della sospensione della sua attività, a essere solo settimo nella Race post Championships 2017. Successivamente alla prima operazione all’anca sostenuta nel gennaio 2018, era rientrato dopo undici mesi d’assenza dal circuito con una sconfitta al Queen’s subita da Kyrgios, non perdendosi d’animo nemmeno quando era scivolato al 832 ATP. Nei sei tornei disputati l’anno scorso aveva vinto tre partite di seguito solo a Washington, chiudendo così la stagione fuori dai primi 200. Quando a gennaio a Melbourne ha perso da Bautista Agut e annunciato la decisione di operarsi per la seconda volta all’anca, la sua carriera sembrava definitivamente segnata.

Il 32enne scozzese, invece, tornato nel circuito ad agosto a Cincinnati, dopo aver impiegato del tempo ad ingranare -a settembre è tornato dopo quattordici anni a giocare nei Challenger, perdendo a Maiorca da Matteo Viola – nella trasferta asiatica ha mostrato di essere tornato competitivo ad alti livelli: a Pechino ha sconfitto Berrettini, a Shanghai ha perso di un soffio contro Fognini. Ad Anversa – lui che è stato sinora 494 settimane tra i primi 10 del mondo – ha conquistato il 46° titolo di una carriera straordinaria. Dopo due primi turni superati in maniera agevole contro la wild card Coppeljeans e il top 50 Cuevas, Murray ha dovuto penare dai quarti in poi. Le ultime tre partite – nell’ordine contro Copil (6-3 6-7 6-4), Humbert (3-6 7-5 6-2) e Wawrinka (3-6 6-4 6-4) – per arrivare al titolo hanno richiesto tutte tre set, costringendo lo scozzese a stare in totale circa sette ore e mezzo in campo in tre giorni, a dimostrazione di una ritrovata buona condizione fisica e anche mentale (sia in semi che in finale ha rimontato un set).

14 (bis) – le sconfitte rimediate nel 2019 da Denis Shapovalov contro avversari peggio classificati. Il mancino canadese classe 1999 è arrivato la scorsa settimana a Stoccolma con un ranking, 34 ATP, peggiore di quello con il quale aveva iniziato la stagione: colpa di alcuni mesi di flessione seguiti alla semifinale di Miami ad inizio primavera (era per lui la terza in un Masters 1000 dopo quelle di Montreal 2017 e di Madrid lo scorso anno, tutte raggiunte quando ancora doveva compiere vent’anni). Dopo l’ottimo torneo vissuto in Florida, che gli aveva garantito l’accesso nella top 20, Denis ha vissuto un forte periodo di appannamento, arrivando a giocare ad agosto i Canadian Open con sole due vittorie e ben sette eliminazioni al primo turno rimediate tra aprile e luglio. Le semifinali a Winston Salem e Chengdu non bastavano a fermare la discesa in classifica sin fuori alla top 30 dopo un anno di permanenza in questa fascia di classifica.

Una flessione che lo faceva anche passare ad essere, da secondo quale era, quarto nello speciale ranking della Next Gen (non più solo dietro a Tsitsipas, ma superato anche da Auger- Auliassime e De Minaur). Iscrittosi per la prima volta a Stoccolma, sede del Inthrum Stockholm Open, ATP 250 dalla gloriosa tradizione, ha ben pensato di vincere il primo torneo della carriera in una sede piccola, ma prestigiosa. Nell’albo d’oro della competizione svedese, svoltasi per la prima volta nel 1969, si trovano infatti, oltre a tanti campioni di Major (tra i quali  il nostro Adriano Panatta), tanti ex numeri 1 (Biorn Borg, John McEneroe, Mats Wilander, Stefan Edberg, Boris Becker, Ivan Lendl e Roger Federer). Un successo molto importante dal punto di vista psicologico e della classifica (Denis è tornato nella top 30, per la precisione è 27°), meno da quello tecnico, visto che Shapovalov in Svezia non ha dovuto sconfiggere alcun top 50 (ma quest’anno ben cinque volte aveva perso contro giocatori non inclusi in questa fascia).

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Thiem strappa a Djokovic un terzo set schizofrenico e vola in semifinale

LONDRA – Succede di tutto nel set decisivo: Thiem va avanti di un break e si fa rimontare, serve invano per il set ma alla fine la spunta al tie-break. Berrettini eliminato, Federer-Djokovic a eliminazione diretta

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Dominic Thiem - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

[5] D. Thiem b. [2] N. Djokovic 6-7(5) 6-3 7-6(5) (da Londra, il nostro inviato)

Un dritto di Djokovic che si spegne in rete all’incirca alla mezzanotte italiana sancisce la qualificazione alle semifinali di Dominic Thiem, che vince un match appassionante e addirittura schizofrenico nella sua coda, un terzo set in cui Thiem è stato costretto a vincere la partita praticamente tre volte. Ne fa le spese parzialmente l’ex tiranno serbo, il cui cammino verso le semifinali si complica un po’ così come la prospettiva di tornare in vetta al ranking. Nulla, comunque, che possa prescindere dal battere Federer nel terzo e ultimo incontro del girone. Viene invece eliminato Matteo Berrettini, che sfiderà un lanciatissimo Thiem – che addirittura è già certo del primo posto nel girone – soltanto per la gloria di ottenere la prima vittoria nel torneo (oltre che per punti e soldi).

Insomma, dopo aver visto una sontuosa versione di Thiem sul veloce indoor (forse la migliore della carriera fino a… poche ore fa) superare Federer, le speranze di Berrettini di rimanere in corsa per le semifinali erano affidate al cinque volte Maestro Djokovic, da cui ha ricevuto la prima severissima lezione domenica. Purtroppo per gli italici colori però la sfida per il primato del girone è stata di gran lunga la più bella vista finora e una delle più belle dell’anno sulla distanza corta. Il match, stupendo e primo di queste Finals ad arrivare al terzo set (meritatissimo per il pubblico molto pagante), è stata vinto dal n.5 del mondo, che dopo le tre vittorie sul rosso (Roland Garros ‘17 e ’19, Montecarlo ’18) batte Djokovic anche sul veloce indoor, risultato che certifica il suo valore anche sulle superfici veloci (erba a parte).

 

PRIMO SET – Dopo quattro giochi gradevoli ma senza sorprese, Djokovic rompe l’equilibrio sfruttando con classe la palla break. Thiem però già dai primi scambi mostra di essere, come sempre, molto centrato e soprattutto più propositivo; il dritto è al fulmicotone e i piedi si muovono rapidissimi. Il contro-break è immediato e addirittura lascia Nole a zero, con una gran risposta e due vincenti, prima di dritto e poi di rovescio, costruiti con uno schema tanto efficace quanto spettacolare. Il match è davvero bello, perché nessuno dei due regala punti all’avversario, fosse anche sul 40-0 sotto. Sul 3-2, il n.2 del mondo cerca subito di risalire di un break, costringendo Dominic agli straordinari per evitare di perdere la battuta. Superbo lo scambio che dà una palla break a Nole nel quale un alternarsi a rete termina con il serbo che rincorre una palla e riesce a tramutarla in un vincente giocando il dritto lungolinea praticamente spalle al net.

Il match prosegue con ottimi scambi, Dominic soffre in uscita dal servizio se la risposta profonda al corpo o quasi lo costringe al rovescio in back, soluzione sulla quale deve ancora lavorare. È però Nole che non si esprime sui livelli mostrati contro Berrettini, ma a parte la grande risposta molto di questo è merito di Thiem, che mette in campo tutta la sua rapidità e un dritto bomba. La difesa di Nole però regge bene ed è naturale l’epilogo al tie-break. Qui è il campione di Melbourne e Wimbledon a fare e disfare: sale di un minibreak due volte e altrettante viene ripreso, poi sul 5-3 il finalista di Parigi per due punti consecutivi si costruisce l’occasione per esplodere un grandioso vincente di diritto inside out per il 5 pari. Il pubblico è in gran parte dalla sua ma la roccia di Wiener-Neudstadt si ingolosisce e cerca la stessa soluzione per la terza volta di fila, stavolta mandando il drittone a uscire largo in corridoio. Nole ha il set-point sul suo servizio, raccoglie il peccato di gola austriaco e ringrazia. Un’ora e 5 minuti che tengono vive le speranze di Berrettini di rimanere in corsa nel torneo.

Thiem però non è molto sensibile alle sorti del romano, perché il secondo parziale lo vede scattare 3 game a 0 centrando il break del secondo gioco con tre punti di fila dal 30 pari, due rovesci vincenti, il secondo davvero deluxe. I dritti che l’austriaco sa sparare sono proiettili di grosso calibro che fanno i buchi nel campo. Djokovic tenta in tutti i modi di recuperare ma non vede l’ombra di un break-point, arrivando ai vantaggi solo nel quinto gioco. In questo set la prima di servizio prende il campo solo una volta su due (55%), ma con la seconda Dominic vince il 79% dei punti, di fatto efficace come una prima. Questo naturalmente grazie a una reattività spaventosa e ad una solidità che supera persino quella del serbo. Dei 15 vincenti (contro soli 7 gratuiti) ben 9 sono col dritto di grosso calibro: il terzo set è inevitabile.

SET DECISIVO – Mentre Berrettini in questo momento sa che le sue prime Finals termineranno giovedì, il primo terzo set di questo Masters si preannuncia di fuoco. Sarà così, ma non sembra all’inizio, quando Thiem toglie subito la battuta a Djokovic e resta avanti fino al 3-2 e servizio. Non si nota nel robot austriaco possibilità di calo. Dall’altra parte della rete però c’è un signore che ha in casa 16 trofei dello Slam e un ritorno dagli inferi dei giocatori praticamente finiti che ha dell’incredibile. E a giugno ha strappato il nono Wimbledon dalle mani di Re Federer annullandogli due match point di fila. Insomma, duretto a morire. Recupera fino al 3 pari, poi quando Thiem sul 5 pari allunga con un prodigioso break a zero… Nole è bravo a sfruttare un game di distrazione dell’austriaco e impone il tie-break finale.

L’ultima frazione di match vede prima l’allungo di Novak e poi il portentoso parziale di cinque punti a zero di Dominic, che sul 6-4 centra la vittoria al secondo match point, dopo 2 ore e 34 di grande spettacolo. Thiem diventa così il primo semifinalista delle Finals 2019, ed è già certo di affrontare il giocatore che arriverà secondo nel Gruppo Agassi. Vedremo come affronterà il match contro Berrettini, per lui ininfluente per quanto attiene al prosieguo del torneo. Di sicuro, giocando così, non sarà facile per nessuno affrontarlo nella fase in cui il torneo procederà per eliminazione diretta. 

Novak Djokovic – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

La situazione aggiornata del Gruppo Borg
Gruppo Borg, day 1le vittorie di Djokovic e Thiem
Gruppo Borg, day 2la prima vittoria di Federer

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Al femminile

Alla prova dei fatti, stagione WTA 2019

Da Amanda Anisimova a CoCo Vandeweghe, top e flop delle previsioni avanzate all’inizio dell’anno

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il primo gennaio avevo pubblicato un articolo dal titolo “WTA, chi migliorerà nel 2019?” con indicati i nomi di alcune giocatrici che pensavo sarebbero progredite nel corso dell’anno; ora che il calendario WTA è ufficialmente concluso, è arrivato il momento della verifica.

Prima di controllare, però, è necessario un chiarimento. Il ranking di partenza utilizzato non è quello che WTA definisce “Year-End” e che esce all’inizio di novembre. Le previsioni erano state fatte due mesi dopo, e nel frattempo alcune tenniste avevano giocato tornei ITF, determinando spostamenti in classifica non sempre trascurabili. Fare finta di nulla non mi sembrava corretto; ecco perché avevo deciso di utilizzare i dati del 31 dicembre 2018. Per esempio Potapova e Gasparyan erano migliorate, mentre Sabalenka aveva peggiorato, a causa dell’uscita dei punti vinti nel primo torneo del 2018.

Ripensandoci, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio usare la classifica della settimana precedente alla scadenza dei primi tornei di gennaio, ma ormai è andata così; lo terrò presente per il futuro.

Non so se sono riuscito a spiegarmi, è sempre difficile sintetizzare i meccanismi del ranking. Ma non è poi così grave, in fondo questi articoli sono soprattutto una scusa per parlare di alcune giocatrici. E adesso cominciamo la verifica, seguendo l’ordine dell’articolo di gennaio.

CoCo Vandeweghe
ranking 31 dicembre 2018: n°100
ranking  4 novembre 2019: n°332
Differenza: – 232
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata, ma con notevoli attenuanti
Un disastro, almeno per le regole del nostro articolo. In realtà quest’anno Vandeweghe non ha giocato a tennis per problemi fisici: un complicato infortunio al piede destro l’ha tenuta fuori dal Tour per sette mesi. Il suo primo match è stato addirittura il 30 luglio nel torneo di San Josè, quando ormai la stagione si avviava verso la conclusione.

Al rientro era scesa al numero 638 della classifica; da allora ha intrapreso il cammino di recupero, grazie ad alcune wild card e a impegni nei tornei ITF, che le hanno permesso di risalire 300 posti in poche settimane. Il difficile arriverà al momento di attaccare i piani più alti del ranking.

Amanda Anisimova
ranking 31 dicembre 2018: n°96
ranking  4 novembre 2019: n°24
Differenza: + 72
Qualità/difficoltà della previsione: media
Dopo le imprese compiute quest’anno, oggi tutto sembra chiaro ed evidente, e consideriamo la posizione di Anisimova a inizio stagione ampiamente sottostimata. Ma quando si parla di una giocatrice di 17-18 anni (nata il 31 agosto 2001) non si può mai essere certi che non arrivino crisi di crescita.

La semifinale del Roland Garros, persa rocambolescamente contro la futura campionessa Barty, le aveva permesso di salire a ridosso delle prime venti (numero 21), poi la seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte del padre, che era anche suo coach, con inevitabile forfait agli US Open e un finale di stagione in Asia con soli tre match.
Sarà straordinariamente interessante scoprire come funzionerà la nuova collaborazione tecnica con Carlos Rodriguez, ex coach di Justine Henin e di Li Na.

Kristyna Pliskova
ranking 31 dicembre 2018: n°94
ranking  4 novembre 2019: n°66
Differenza: + 28
Qualità/difficoltà della previsione: bassa
Se qualcuno ha presente l’articolo “gemello” dello scorso anno, forse ricorderà che la Pliskova mancina era stata una delle mie scelte sbagliate. Numero 61 nel gennaio 2018, aveva concluso la stagione oltre 30 posti indietro. Davvero un regresso eccessivo, che mi ha spinto a scommettere nuovamente su di lei: troppo invitante la posizione di partenza.

Alla fine Kristyna è tornata all’incirca dove era due stagioni fa. Siamo però ancora lontani dal numero 35, best ranking di carriera del luglio 2017. A 27 anni compiuti (è nata il 21 marzo 1992) non me la sento più di scommettere su un progresso nel 2020, anche se continuo a pensare che con più serenità nell’affrontare i punti importanti dei match potrebbe stare in posizioni di classifica migliori.

Anastasia Potapova
ranking 31 dicembre 2018: n°93
ranking  4 novembre 2019: n°93
Differenza: nessuna
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata
La stagione di Potapova è la conferma di quanto detto per Anisimova: di fronte a giovani emergenti per le quali tutti prefigurano un futuro radioso, le crisi di crescita sono sempre possibili. Dopo gli oltre 140 posti guadagnati nel 2018, Potapova non è riuscita a continuare sulla stessa linea, e si è fermata esattamente alla stessa posizione di partenza.

Nel 2019 il meglio lo ha raccolto sulla terra rossa, eliminando Sevastova a Praga e Kerber al Roland Garros. Poi, se si esclude la vittoria per ritiro contro Zhang, non è riuscita a sconfiggere altre Top 50, e questo dato un po’ preoccupa. Resta il fatto che condannarla per una stagione opaca è molto prematuro, visto che stiamo parlando di una giocatrice nata il 30 marzo 2001.

Margarita Gasparyan
ranking 31 dicembre 2018: n°92
ranking  4 novembre 2019: n°87
Differenza: + 5
Qualità/difficoltà della previsione: facile
Giudico facile la previsione perché Gasparyan al numero 92 del ranking era, sul piano tecnico, sottostimata. Alla fine, almeno formalmente, i numeri mi danno ragione, ma in sostanza è stata una stagione di stasi. E, ancora una volta, per guai fisici: non solo a causa del ginocchio sinistro di cristallo, ma anche per malanni vari che nel 2019 l’hanno portata a ben 5 ritiri a match in corso.

Cinque ritiri su 41 partite disputate sono quasi un record, e danno la misura della sua fragilità. Eppure sarebbe bastato uno stop in meno, quello di Wimbledon, e forse parleremmo in modo diverso del suo 2019. Invece un problema al quadricipite ha fermato Margarita al secondo turno dei Championships mentre conduceva su Svitolina (7-5, 5-5). La stessa Svitolina sconfitta qualche giorno prima a Birmingham (6-3, 3-6, 6-4) e che a Londra sarebbe arrivata in semifinale. Sliding doors…

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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Elisabetta Cocciaretto, la scintilla è scattata

La giovane marchigiana, classe 2001, vince due titoli ITF consecutivi e scala oltre 100 posizioni in due settimane, arrivando al numero 168 del ranking WTA

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Elisabetta Cocciaretto - Trofeo CPZ Bagnatica 2019 (foto San Marco)

Nel momento di massima luce del settore maschile con la vittoria di Sinner alle Next Gen ATP Finals e la presenza di Berrettini a Londra, primo italiano alle Finals maschili dopo 41 anni, arrivano buone notizie da Elisabetta Cocciaretto, che con le vittorie ad Asuncion e Colina manda un chiaro segnale di crescita che la porta sino alla 168esima posizione in classifica.

Nata ad Ancona nel gennaio del 2001, la tennista marchigiana è da anni considerata come il principale talento della fascia 1999/2000/2001, nella quale assieme a lei c’è davvero poco. Basti pensare che la seconda under 20 nel ranking italiano è Tatiana Pieri, numero 472 delle classifiche mondiali, anche lei protagonista di una buona stagione e capace di esprimere un tennis geometrico molto divertente da vedere, ma ancora troppo leggero per competere a certi livelli.

Elisabetta ha concluso la sua attività da junior, che l’aveva vista arrivare al numero 12 del ranking, con i giochi olimpici del 2018, dedicando tutto il 2019 all’attività professionale. Nella prima parte di stagione, pur frequentando prevalentemente tornei da $15.000, non ha ottenuto neanche una vittoria a livello di main draw, probabilmente a causa dei carichi di allenamento che le hanno permesso di migliorare molto sotto il punto di vista atletico e tecnico, ma che hanno chiaramente necessitato di tempo per essere trasferiti anche in partita.

Alle pre-qualificazioni di Roma ha fatto molto bene conquistando una wild card per il tabellone principale, dove non ha sfigurato contro Amanda Anisimova. A giugno, nel $60.000 di Brescia, ha centrato un’importante vittoria contro l’ex numero 1 del ranking junior Xiyu Wang, arrendendosi successivamente in lotta a Jasmine Paolini. La settimana successiva, nell’importante $60.000 dell’Antico Circolo Tiro a Volo di Roma, ha vinto il torneo di doppio in coppia con la rumena Dascalu: può sembrare un avvenimento non troppo importante, ma vincere quattro partite di fila contro giocatrici di ottimo livello (seppur nella disciplina del doppio, spesso poco valorizzata), ha aiutato mentalmente Elisabetta che nelle apparizioni successive è sembrata sempre più determinata e convinta dei propri mezzi.

Elisabetta Cocciaretto – Wimbledon junior 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il vero salto di qualità nella continuità dei risultati, e di conseguenza in classifica, è arrivato a partire dal mese di luglio, quando ha raggiunto uno dietro l’altro tanti ottimi piazzamenti nei $25.000 (il successo a Trieste, la finale a Torino e Pula, le semifinali sempre a Pula e Bagnatica), intervallati anche dalla prima qualificazione ottenuta sul campo in un main draw WTA a Palermo, dove si è arresa solamente al terzo set alla forte slovacca Kuzmova.

A fine ottobre ha deciso assieme al coach Fausto Scolari di partire per il Sudamerica: con lei anche Sara Errani, che da due anni a questa parte si allena spesso e volentieri con Elisabetta, sostenendo la crescita della giovane azzurra. Dopo aver passato solamente un turno in carriera a livello $60.000, i tornei equivalenti di un Challenger maschile di buon livello, sono arrivate 10 vittorie di fila contro avversarie di tutto rispetto, tra cui spiccano la vittoria in semifinale a Colina contro la giovane americana Kiick, top 150 in ascesa, oltre a quella ottenuta proprio contro Sara Errani, battuta in finale ad Asuncion.

I miglioramenti chiave di questi mesi sono stati quelli fisici e tattici: Elisabetta è progredita tantissimo negli spostamenti e nell’attitudine propositiva. Mentre qualche mese fa si ritrovava spesso a subire il gioco delle avversarie e faticare in fase difensiva, adesso è molto più solida da fondo ed è brava a conquistare piano piano sempre più metri in campo, arrivando a tirare colpi vincenti con entrambi i fondamentali.

Ora che il ranking la aiuta e nel 2020 potrà giocare le qualificazioni Slam, è il momento di spingere sull’acceleratore. Fino a giugno la giovane azzurra difende meno di 10 punti e quindi ha grandissimo margini di crescita in classifica: parlare di top 100 (che come detto dista 68 posizioni al momento) nei prossimi sette mesi, se riuscirà a mantenere questo livello, non è affatto un’esagerazione. Anche se la classifica a 18 anni lascia il tempo che trova e ciò che conta sono i segnali positivi che Elisabetta ha lanciato negli ultimi mesi e in particolare in queste ultime due settimane.

Le buone notizie per il tennis italiano femminile non sono finite qui: questa settimana infatti, la giovanissima Lisa Pigato (2003) ha vinto il suo secondo $15.000 in due mesi, ad Heraklion, approfittando in finale del walkover di Melania Delai, altra promettente ragazza del 2002 che ha raggiunto la top 50 del ranking junior in questo 2019 e che ad Heraklion ha conquistato la sua prima finale da professionista. Molto bene anche Bianca Turati, che dopo la vittoria nel college di casa ad Austin di due settimane fa (dove aveva battuto in semifinale la gemella Anna) trionfa nel suo secondo $25.000 stagionale vincendo il torneo di Malibu, battendo anche giovani promesse americane come Claire Liu e Katye Volinets.

Infine ottiene il titolo anche Lucrezia Stefanini a Monastir: dopo una stagione programmata assieme al coach Ferdinando Bonuccelli per giocare più match di alto livello possibile, partecipando solo a tornei da $25.000 in su e sfoggiando anche bellissime prestazioni come quella nelle qualificazioni di Roma contro la top 70 Zidansek, al suo primo $15.000 stagionale la tennista toscana classe 1998 ha centrato cinque vittorie di fila senza perdere nessun set, conquistando così il suo primo titolo nel 2019.

Non solo Cocciaretto dunque, in un movimento femminile che ai piani alti si trova in chiara difficoltà con la sola Camila Giorgi – a malapena – inclusa in top 100. I segnali positivi arrivano tutti dalle delle under 21, chiamate in questo finale di stagione (e soprattutto nel 2020) a continuare su quest’onda di ottimi risultati, sfruttando anche i loro ottimi rapporti fuori dal campo per diventare uno stimolo l’una per l’altra. Con l’obiettivo di giocare sempre più spesso i tornei che contano.

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