I numeri delle ATP Finals: la prima edizione tutta europea. Nadal non perde da luglio

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I numeri delle ATP Finals: la prima edizione tutta europea. Nadal non perde da luglio

I sei numeri che caratterizzano quest’edizione del ‘Masters’. Gli otto maestri hanno vinto quest’anno 27 tornei, quasi la metà del totale

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Rafa Nadal e Matteo Berrettini alla 02 Arena - ATP Finals 2019 (foto via Instagram, @matberrettini)

0 – i tennisti non europei presenti alla 50esima edizione delle ATP Finals. La tendenza del tennis maschile, estremamente europeizzatosi negli ultimi quindici anni, in questo 2019 si mostra lampante come non mai nel tradizionale torneo di fine stagione, che mai nelle precedenti 49 edizioni si era trovato sprovvisto di interpreti extra-europei. Quanto accadrà a Londra, pur essendo in tal senso un unicum, non sorprende: l’ultimo numero 1 non europeo è stato Andy Roddick – l’undicesimo, tra i precedenti ventidue tennisti sulla vetta del ranking, a non provenire dal Vecchio Continente – che cedette la cima della classifica nel febbraio 2004 a Federer. Inoltre, dalla vittoria di Gaston Gaudio al Roland Garros in quello stesso anno, il solo tennista nato fuori dal vecchio Continente a vincere uno Slam è stato Del Potro con il suo successo agli US Open 2009.

Sempre dal 2004, la Coppa Davis, conquistata sino a metà anni Settanta quasi esclusivamente da Australia e Stati Uniti, solo in due circostanze – nel 2007 dagli USA che colsero a Mosca la vittoria della loro 32esima Insalatiera d’argento e nel 2016 dall’Argentina nella finale di Zagabria – è stata vinta da nazionali non appartenenti al Vecchio Continente. Tendenze che inevitabilmente si manifestano anche in queste ATP Finals, sebbene l’anno scorso fossero addirittura tre (Anderson, Isner e Nishikori) i tennisti non europei a parteciparvi. Probabilmente quella del 2018 è stata però una casualità, almeno dando un’occhiata alle precedenti edizioni: dal 2009 al 2017, con la sole eccezione di 2014 e 2016, quando furono due i giocatori non nati nel Vecchio Continente (in entrambe le occasioni furono curiosamente Nishikori e Raonic), sempre alle Finals avevano giocato sette tennisti europei.

Andando ancora più indietro, dal 2006 al 2008 furono invece due i tennisti “americani” (con la presenza costante di Roddick, al quale fecero compagnia alternandosi nelle tre suddette edizioni Blake, Del Potro e Gonzalez), sino ad arrivare al 2005, data dell’ultima edizione vinta da un giocatore extra europeo. Quell’anno si giocò a Shanghai e vinse Nalbandian, bravo a rimontare due set di svantaggio a Federer e imporsi al tie-break del quinto set al termine di quattro ore e mezza di splendida battaglia, dopo essere stato a due punti dalla sconfitta. Nel corso di quelle Finals, anche in virtù di alcune defezioni nel corso del torneo, furono addirittura in cinque i non europei: oltre a chi poi vinse la manifestazione, giocarono infatti Coria, Gaudio (per diritto di classifica), Puerta e Gonzalez (subentrati come alternate).

1 – il titolo vinto in questo 2019 da Alexander Zverev, quello del piccolo ATP 250 di Ginevra, dove in finale ha annullato due match point per superare Nicolas Jarry. Il vincitore delle ATP Finals 2018 non ha di certo vissuto una gran stagione: unico tra gli otto “finalisti” di Londra ad aver vinto un solo torneo, oltre al Banque Eric Sturdza Geneva Open, come buoni piazzamenti ha centrato due finali – al Masters 1000 di Shanghai e all’ATP 500 di Acapulco – e due semifinali, a Pechino e Amburgo. Purtroppo per lui, ha però rimediato anche ben sette eliminazioni al primo turno, perso otto volte contro tennisti non nella top 50 e confermato la solita idiosincrasia agli Slam, dove ha raggiunto come miglior risultato i quarti al Roland Garros. Il tedesco, tra gli otto tennisti presenti a Londra, è, assieme a Berrettini – che però ne ha vinte altre cinque a livello Challenger, categoria di tornei nella quale lo scorso marzo ha vinto il titolo a Phoenix – anche quello ad aver vinto meno partite: “appena” 42. Alla O2 Arena nel 2018 è stata l’ultima sua esibizione ad alti livelli, quando ha superato prima in semifinale Federer e poi in finale Djokovic: sembrano passati ben più di dodici mesi per i regressi compiuti dal tedesco nel corso di quest’anno. Non resta che vedere se quello di Londra sarà lo scenario che potrà consentirgli di sbloccarsi.

5 – i tennisti ad aver vinto almeno 50 partite nel 2019: Medvedev (59), Djokovic (53), Federer e Nadal (51) e infine Tsitsispas (50). Non è però il russo ad avere la migliore percentuale di successi rispetto alle partite giocate: in questa particolare graduatoria, il primo è Nadal, col suo 89,4% a cui arriva grazie alle sole sei sconfitte subite in stagione (è stato battuto nella finale di Melbourne da Djokovic, da Kyrgios ad Acapulco, da Fognini a Montecarlo e da Thiem a Barcellona, e, infine da Tsitsipas a Madrid e da Federer nella semifinale di Wimbledon). Il maiorchino è in serie positiva aperta di quindici partite, quelle che gli hanno consentito di vincere i titoli al Masters 1000 di Montreal, allo US Open e di raggiungere la semifinale a Bercy, prima del ritiro alla vigilia del match contro Shapovalov.

Lo spagnolo arriva alle Finals incerto sulla stessa partecipazione al torneo di fine anno, a causa del problema agli addominali rimediato nel Masters 1000 indoor parigino: un imprevisto quanto mai malaugurato, visto che a Londra è per lui in gioco anche il quinto anno chiuso da numero 1. Un obiettivo prestigioso, ma non così semplice da raggiungere, nonostante i suoi 640 punti di vantaggio nella Race su Djokovic: nel torneo al quale in otto partecipazioni ha raggiunto due finali e tre semi, deve fare bene per non farsi superare dal serbo che, invece, alle ATP Finals ha vinto il titolo in cinque occasioni e raggiunto altre due finali .

 

27 – i tornei vinti nel 2019 dagli otto protagonisti delle ATP Finals 2019, che hanno così conquistato il 41,5% dei titoli del calendario maschile, il quale prevedeva 65 – tra Slam, Masters 1000, ATP 500 e ATP 250 – competizioni diverse. Alla 02 Arena ci sarà però chi ha quasi monopolizzato la stagione nei suoi eventi più importanti: vedremo scendere in campo chi infatti ha giocato le quattro finali dei Majors (e tra chi è stato protagonista delle otto semifinali mancano solo in tre: Pouille, Bautista Agut e Dimitrov), chi ha vinto i Masters 1000 (ad eccezione di Fognini, vincitore a Montecarlo) e di quest’ultima categoria di nove tornei tra i finalisti non ci saranno solo Isner (a Miami), Lajovic (Montecarlo) e Shapovalov (Bercy). Anche scendendo ulteriormente di categoria si nota che ben sette ATP 500 dei tredici in calendario sono stati vinti da chi giocherà in questi giorni a Londra: ben tre a testa sono stati dominio di Federer (Dubai, Halle e Basilea) e Thiem (Barcellona, Pechino e Vienna), uno di Djokovic (Tokyo).

Novak Djokovic – Bercy 2019 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

56 – la percentuale di Rafael Nadal nei punti vinti/giocati nel 2019. L’attuale numero 1 al mondo, che quest’anno ha conquistato due Slam (ai quali ha aggiunto due Masters 1000, Roma e Montreal, categoria di torneo nella quale a fare il bis di vittorie sono riusciti anche Djokovic e Medvedev) è il migliore tra gli otto che scenderanno in campo alla O2 Arena nel suddetto quoziente. Lo seguono di un solo punto percentuale Roger Federer e Nole Djokovic, accomunati dall’aver vinto il 55% dei punti giocati. Lo svizzero è stato però il più bravo tra gli otto partecipanti alle ATP Finals quando era al servizio, vincendo il 72% dei punti giocati in tale frangente, davanti a Rafa e Nole, appaiati col 70, e Matteo col 69 (il peggiore è Zverev, fermatosi al 65%). Cambiano le cose quando i magnifici otto hanno giocato alla risposta: in questa situazione i meno bravi sono Berrettini (35% di punti vinti nei turni di risposta) e Tsitsipas (36%), mentre nel podio dei migliori troviamo al terzo posto Medvedev (41%), al secondo Djokovic (42%) e al primo Nadal (43%), con Federer e Zverev quarti e appaiati col 39%.

Interessante anche notare il sangue freddo e il killer instict avuto quest’anno da tali campioni nella situazione di punteggio che maggiormente lo richiede, le palle break. Quando si trattava di convertirle, nessuno ha fatto meglio di Nole, che ha trasformato il 49% di queste occasioni a sua disposizione (il serbo è seguito da Nadal col 45% e da Medevdev con il 44%, quarto è Federer, fermo al 41%, mentre ultimo è Tsitsipas con il 36). Chi ha invece salvato con maggiore efficacia le palle break concesse? Il migliore dei presenti quest’anno alle Finals è stato Federer, capace di annullare il 72% di break point fronteggiati. Roger è seguito dal nostro Berrettini (70%) e da Nadal (69%), con Djokovic solo quarto (86%) e Zverev fanalino di coda (59%).

256 – gli ace messi a segno da Rafael Nadal sin qui in questo 2019. Il numero 1 al mondo viaggia a una media di 4,49 a partita giocata, la più bassa tra quelle dei tennisti che scenderanno in campo alla O2 Arena di Londra: un dato che conferma quanto sia sbagliato considerare solo gli ace per valutare l’efficacia del servizio di un tennista. Chi mastica tennis sa che vanno piuttosto osservate le percentuali di punti vinti con la battuta, specie in un tennista come il maiorchino, che con questo fondamentale di inizio gioco cerca di impostare lo scambio per comandarlo e non per forza di portare a casa il punto con un servizio vincente.

Se ad esempio si confronta Nadal con i tre tennisti presenti alle prossime ATP Finals ad aver fatto quest’anno il maggior numero di ace – Zverev (677, corrispondenti a 10,4 a match), Medvedev (653, 8,48 a partita) e Berrettini 563 (8.93 a incontro) – si nota come chi tra questi quattro abbia conservato con la maggior percentuale i turni di servizio sia stato Nadal (ben il 90%), seguito dall’azzurro (88%), dal russo (84%) e dal tedesco (79%). E se Rafa tra tali tennisti considerati è secondo dietro a Zverev nella percentuale di prime in campo (67%, mentre quella del maiorchino è al 65) e risulta ancora secondo nella percentuale di punti vinti con la prima, questa volta dopo Berrettini (76% per Nadal, a differenza di Matteo che vince il 79%), dove il maiorchino fa la differenza è con la seconda di servizio. In questo frangente Nadal vince infatti il 60% dei punti giocati, molto meglio del 54% di Berrettini e Medvedev e, soprattutto, del 44% di Zverev.

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Al femminile

Alla prova dei fatti, stagione WTA 2019

Da Amanda Anisimova a CoCo Vandeweghe, top e flop delle previsioni avanzate all’inizio dell’anno

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il primo gennaio avevo pubblicato un articolo dal titolo “WTA, chi migliorerà nel 2019?” con indicati i nomi di alcune giocatrici che pensavo sarebbero progredite nel corso dell’anno; ora che il calendario WTA è ufficialmente concluso, è arrivato il momento della verifica.

Prima di controllare, però, è necessario un chiarimento. Il ranking di partenza utilizzato non è quello che WTA definisce “Year-End” e che esce all’inizio di novembre. Le previsioni erano state fatte due mesi dopo, e nel frattempo alcune tenniste avevano giocato tornei ITF, determinando spostamenti in classifica non sempre trascurabili. Fare finta di nulla non mi sembrava corretto; ecco perché avevo deciso di utilizzare i dati del 31 dicembre 2018. Per esempio Potapova e Gasparyan erano migliorate, mentre Sabalenka aveva peggiorato, a causa dell’uscita dei punti vinti nel primo torneo del 2018.

Ripensandoci, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio usare la classifica della settimana precedente alla scadenza dei primi tornei di gennaio, ma ormai è andata così; lo terrò presente per il futuro.

Non so se sono riuscito a spiegarmi, è sempre difficile sintetizzare i meccanismi del ranking. Ma non è poi così grave, in fondo questi articoli sono soprattutto una scusa per parlare di alcune giocatrici. E adesso cominciamo la verifica, seguendo l’ordine dell’articolo di gennaio.

CoCo Vandeweghe
ranking 31 dicembre 2018: n°100
ranking  4 novembre 2019: n°332
Differenza: – 232
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata, ma con notevoli attenuanti
Un disastro, almeno per le regole del nostro articolo. In realtà quest’anno Vandeweghe non ha giocato a tennis per problemi fisici: un complicato infortunio al piede destro l’ha tenuta fuori dal Tour per sette mesi. Il suo primo match è stato addirittura il 30 luglio nel torneo di San Josè, quando ormai la stagione si avviava verso la conclusione.

Al rientro era scesa al numero 638 della classifica; da allora ha intrapreso il cammino di recupero, grazie ad alcune wild card e a impegni nei tornei ITF, che le hanno permesso di risalire 300 posti in poche settimane. Il difficile arriverà al momento di attaccare i piani più alti del ranking.

Amanda Anisimova
ranking 31 dicembre 2018: n°96
ranking  4 novembre 2019: n°24
Differenza: + 72
Qualità/difficoltà della previsione: media
Dopo le imprese compiute quest’anno, oggi tutto sembra chiaro ed evidente, e consideriamo la posizione di Anisimova a inizio stagione ampiamente sottostimata. Ma quando si parla di una giocatrice di 17-18 anni (nata il 31 agosto 2001) non si può mai essere certi che non arrivino crisi di crescita.

La semifinale del Roland Garros, persa rocambolescamente contro la futura campionessa Barty, le aveva permesso di salire a ridosso delle prime venti (numero 21), poi la seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte del padre, che era anche suo coach, con inevitabile forfait agli US Open e un finale di stagione in Asia con soli tre match.
Sarà straordinariamente interessante scoprire come funzionerà la nuova collaborazione tecnica con Carlos Rodriguez, ex coach di Justine Henin e di Li Na.

Kristyna Pliskova
ranking 31 dicembre 2018: n°94
ranking  4 novembre 2019: n°66
Differenza: + 28
Qualità/difficoltà della previsione: bassa
Se qualcuno ha presente l’articolo “gemello” dello scorso anno, forse ricorderà che la Pliskova mancina era stata una delle mie scelte sbagliate. Numero 61 nel gennaio 2018, aveva concluso la stagione oltre 30 posti indietro. Davvero un regresso eccessivo, che mi ha spinto a scommettere nuovamente su di lei: troppo invitante la posizione di partenza.

Alla fine Kristyna è tornata all’incirca dove era due stagioni fa. Siamo però ancora lontani dal numero 35, best ranking di carriera del luglio 2017. A 27 anni compiuti (è nata il 21 marzo 1992) non me la sento più di scommettere su un progresso nel 2020, anche se continuo a pensare che con più serenità nell’affrontare i punti importanti dei match potrebbe stare in posizioni di classifica migliori.

Anastasia Potapova
ranking 31 dicembre 2018: n°93
ranking  4 novembre 2019: n°93
Differenza: nessuna
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata
La stagione di Potapova è la conferma di quanto detto per Anisimova: di fronte a giovani emergenti per le quali tutti prefigurano un futuro radioso, le crisi di crescita sono sempre possibili. Dopo gli oltre 140 posti guadagnati nel 2018, Potapova non è riuscita a continuare sulla stessa linea, e si è fermata esattamente alla stessa posizione di partenza.

Nel 2019 il meglio lo ha raccolto sulla terra rossa, eliminando Sevastova a Praga e Kerber al Roland Garros. Poi, se si esclude la vittoria per ritiro contro Zhang, non è riuscita a sconfiggere altre Top 50, e questo dato un po’ preoccupa. Resta il fatto che condannarla per una stagione opaca è molto prematuro, visto che stiamo parlando di una giocatrice nata il 30 marzo 2001.

Margarita Gasparyan
ranking 31 dicembre 2018: n°92
ranking  4 novembre 2019: n°87
Differenza: + 5
Qualità/difficoltà della previsione: facile
Giudico facile la previsione perché Gasparyan al numero 92 del ranking era, sul piano tecnico, sottostimata. Alla fine, almeno formalmente, i numeri mi danno ragione, ma in sostanza è stata una stagione di stasi. E, ancora una volta, per guai fisici: non solo a causa del ginocchio sinistro di cristallo, ma anche per malanni vari che nel 2019 l’hanno portata a ben 5 ritiri a match in corso.

Cinque ritiri su 41 partite disputate sono quasi un record, e danno la misura della sua fragilità. Eppure sarebbe bastato uno stop in meno, quello di Wimbledon, e forse parleremmo in modo diverso del suo 2019. Invece un problema al quadricipite ha fermato Margarita al secondo turno dei Championships mentre conduceva su Svitolina (7-5, 5-5). La stessa Svitolina sconfitta qualche giorno prima a Birmingham (6-3, 3-6, 6-4) e che a Londra sarebbe arrivata in semifinale. Sliding doors…

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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Elisabetta Cocciaretto, la scintilla è scattata

La giovane marchigiana, classe 2001, vince due titoli ITF consecutivi e scala oltre 100 posizioni in due settimane, arrivando al numero 168 del ranking WTA

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Elisabetta Cocciaretto - Trofeo CPZ Bagnatica 2019 (foto San Marco)

Nel momento di massima luce del settore maschile con la vittoria di Sinner alle Next Gen ATP Finals e la presenza di Berrettini a Londra, primo italiano alle Finals maschili dopo 41 anni, arrivano buone notizie da Elisabetta Cocciaretto, che con le vittorie ad Asuncion e Colina manda un chiaro segnale di crescita che la porta sino alla 168esima posizione in classifica.

Nata ad Ancona nel gennaio del 2001, la tennista marchigiana è da anni considerata come il principale talento della fascia 1999/2000/2001, nella quale assieme a lei c’è davvero poco. Basti pensare che la seconda under 20 nel ranking italiano è Tatiana Pieri, numero 472 delle classifiche mondiali, anche lei protagonista di una buona stagione e capace di esprimere un tennis geometrico molto divertente da vedere, ma ancora troppo leggero per competere a certi livelli.

Elisabetta ha concluso la sua attività da junior, che l’aveva vista arrivare al numero 12 del ranking, con i giochi olimpici del 2018, dedicando tutto il 2019 all’attività professionale. Nella prima parte di stagione, pur frequentando prevalentemente tornei da $15.000, non ha ottenuto neanche una vittoria a livello di main draw, probabilmente a causa dei carichi di allenamento che le hanno permesso di migliorare molto sotto il punto di vista atletico e tecnico, ma che hanno chiaramente necessitato di tempo per essere trasferiti anche in partita.

Alle pre-qualificazioni di Roma ha fatto molto bene conquistando una wild card per il tabellone principale, dove non ha sfigurato contro Amanda Anisimova. A giugno, nel $60.000 di Brescia, ha centrato un’importante vittoria contro l’ex numero 1 del ranking junior Xiyu Wang, arrendendosi successivamente in lotta a Jasmine Paolini. La settimana successiva, nell’importante $60.000 dell’Antico Circolo Tiro a Volo di Roma, ha vinto il torneo di doppio in coppia con la rumena Dascalu: può sembrare un avvenimento non troppo importante, ma vincere quattro partite di fila contro giocatrici di ottimo livello (seppur nella disciplina del doppio, spesso poco valorizzata), ha aiutato mentalmente Elisabetta che nelle apparizioni successive è sembrata sempre più determinata e convinta dei propri mezzi.

Elisabetta Cocciaretto – Wimbledon junior 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il vero salto di qualità nella continuità dei risultati, e di conseguenza in classifica, è arrivato a partire dal mese di luglio, quando ha raggiunto uno dietro l’altro tanti ottimi piazzamenti nei $25.000 (il successo a Trieste, la finale a Torino e Pula, le semifinali sempre a Pula e Bagnatica), intervallati anche dalla prima qualificazione ottenuta sul campo in un main draw WTA a Palermo, dove si è arresa solamente al terzo set alla forte slovacca Kuzmova.

A fine ottobre ha deciso assieme al coach Fausto Scolari di partire per il Sudamerica: con lei anche Sara Errani, che da due anni a questa parte si allena spesso e volentieri con Elisabetta, sostenendo la crescita della giovane azzurra. Dopo aver passato solamente un turno in carriera a livello $60.000, i tornei equivalenti di un Challenger maschile di buon livello, sono arrivate 10 vittorie di fila contro avversarie di tutto rispetto, tra cui spiccano la vittoria in semifinale a Colina contro la giovane americana Kiick, top 150 in ascesa, oltre a quella ottenuta proprio contro Sara Errani, battuta in finale ad Asuncion.

I miglioramenti chiave di questi mesi sono stati quelli fisici e tattici: Elisabetta è progredita tantissimo negli spostamenti e nell’attitudine propositiva. Mentre qualche mese fa si ritrovava spesso a subire il gioco delle avversarie e faticare in fase difensiva, adesso è molto più solida da fondo ed è brava a conquistare piano piano sempre più metri in campo, arrivando a tirare colpi vincenti con entrambi i fondamentali.

Ora che il ranking la aiuta e nel 2020 potrà giocare le qualificazioni Slam, è il momento di spingere sull’acceleratore. Fino a giugno la giovane azzurra difende meno di 10 punti e quindi ha grandissimo margini di crescita in classifica: parlare di top 100 (che come detto dista 68 posizioni al momento) nei prossimi sette mesi, se riuscirà a mantenere questo livello, non è affatto un’esagerazione. Anche se la classifica a 18 anni lascia il tempo che trova e ciò che conta sono i segnali positivi che Elisabetta ha lanciato negli ultimi mesi e in particolare in queste ultime due settimane.

Le buone notizie per il tennis italiano femminile non sono finite qui: questa settimana infatti, la giovanissima Lisa Pigato (2003) ha vinto il suo secondo $15.000 in due mesi, ad Heraklion, approfittando in finale del walkover di Melania Delai, altra promettente ragazza del 2002 che ha raggiunto la top 50 del ranking junior in questo 2019 e che ad Heraklion ha conquistato la sua prima finale da professionista. Molto bene anche Bianca Turati, che dopo la vittoria nel college di casa ad Austin di due settimane fa (dove aveva battuto in semifinale la gemella Anna) trionfa nel suo secondo $25.000 stagionale vincendo il torneo di Malibu, battendo anche giovani promesse americane come Claire Liu e Katye Volinets.

Infine ottiene il titolo anche Lucrezia Stefanini a Monastir: dopo una stagione programmata assieme al coach Ferdinando Bonuccelli per giocare più match di alto livello possibile, partecipando solo a tornei da $25.000 in su e sfoggiando anche bellissime prestazioni come quella nelle qualificazioni di Roma contro la top 70 Zidansek, al suo primo $15.000 stagionale la tennista toscana classe 1998 ha centrato cinque vittorie di fila senza perdere nessun set, conquistando così il suo primo titolo nel 2019.

Non solo Cocciaretto dunque, in un movimento femminile che ai piani alti si trova in chiara difficoltà con la sola Camila Giorgi – a malapena – inclusa in top 100. I segnali positivi arrivano tutti dalle delle under 21, chiamate in questo finale di stagione (e soprattutto nel 2020) a continuare su quest’onda di ottimi risultati, sfruttando anche i loro ottimi rapporti fuori dal campo per diventare uno stimolo l’una per l’altra. Con l’obiettivo di giocare sempre più spesso i tornei che contano.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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