All'Australian Open non hanno perso solo i nostri giovani. Il record di Federer dice che per Sinner c’è tempo

Editoriali del Direttore

All’Australian Open non hanno perso solo i nostri giovani. Il record di Federer dice che per Sinner c’è tempo

MELBOURNE – Non tutta la Next-Gen è pronta. Fognini ha salvato la giornata dell’Italia, delusa dai k.o. di Berrettini e Sinner cui si sta chiedendo troppo. I perché. Dominano Djokovic e Federer: lo svizzero ha una bella autostrada?

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Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il video del direttore in INGLESE

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da Melbourne, il direttore

Un irriducibile Fabio Fognini, vittorioso per la seconda volta consecutiva al tie-break del quinto set (“dopo 75 matchpoint!” ha detto lui scherzando lui:  se ne era visti annullare 2 sul 5-4 e altri due sul 6-5 da Thompson, prima di conquistarne sei di fila sul 9-4 del tie-break finale da 10 punti) ha salvato il tennis italiano da una triplice dolorosa disfatta. Se chi scrive gli dedica poche righe è perché Vanni Gibertini gliene ha dedicate tante e perché sono le 4 di notte quando scrivo.

 

Dio non voglia che il momento magico del tennis italiano non si sia già consumato. Sarebbe una beffa dopo tutte le speranze che il 2019 ha alimentato. Quel momento che vorremmo diventasse un periodo lo abbiamo atteso, il sottoscritto più di tanti altri, per oltre 45 anni. Nel 2019 ho goduto alla grande per l’escalation di Fognini, di Berrettini, di Sinner, dopo essermi strappato tutti i capelli (chi non ci crede osservi una mia foto) quando mi sono via via reso purtroppo conto che il mio primissimo Roland Garros del 1976 – coronato dal trionfo di Adriano Panatta – era stato poco più di una chimera. Irripetibile.

I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: “Mai una gioia!”. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore.

Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, molte ore prima che Fognini scendesse in campo contro Thompson e si complicasse maledettamente la vita come tante volte gli succede, ma riuscendo per la seconda volta di fila ad alzare le mani in segno di vittoria, non senza sfidare con le mani dietro le orecchie la folla che aveva naturalmente sostenuto in maniera assai intensa il proprio connazionale.

Thompson, n.66 del mondo, “ha giocato per più di un’ora sopra al suo livello” avrebbe detto un Fognini comprensibilmente abbastanza stravolto quando è dovuto venire in conferenza stampa alla presenza di tre soli giornalisti italiani (due di Ubitennis che non potevano fargli domande, più Dario Castaldo). Fabio ha ricordato che proprio contro il suo prossimo avversario Pella in Coppa Davis aveva vinto un match rimontando da due set sotto. “Tutto è cominciato lì…”. Questo Thompson, per chi non l’avesse visto su Eurosport, più che un tennista – anche se non è scarso, non fraintendete – a vederlo sembra più un caratterista che un giocatore. Ricordate il comico triste con i baffoni e con gli occhiali, Nichetti? Beh, Thompson, senza occhiali e con occhi spesso spiritati, il cappellino bianco calcato da ciclista a trattenere i capelli lunghi, è più allegro e più espressivo dell’attore nel quale ho creduto di scorgere una somiglianza. Però Thompson, esaltato oltre ogni dire dalla folla, incitato da Lleyton Hewitt ha giocato a tratti davvero bene, soprattutto sui match point.

Tornando a Sinner e Berrettini per noi che “emigranti di professione” è stata una piccola grande delusione. Certo ancora più per loro. Ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e  tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento. In quelle circostanze non bisognava prendere troppi rischi cercando le righe, soprattutto quelle di fondo. L’ungherese teneva botta, disposto a giocare anche centralmente, aspettava l’errore di Sinner oppure, se il ragazzo accorciava, affondava con il dritto. Ogni volta che Sinner gli ha fatto il break, glielo ha subito restituito.

Sinner ha commentato, come se fosse un fatto positivo, un aspetto che non mi ha troppo convinto: “Almeno ogni volta che ho sbagliato, quando giocavo contro vento, ho sbagliato in lunghezza”. Mah, sì, certo forse voleva significare – provo ad interpretare – ‘Ho avuto coraggio e non paura’. Ma magari invece occorreva ‘fare il Fucsovics’, prendere un tantino meno rischi. Oddio, è facile dirlo – con il senno di poi – fuori dal campo. Penso che se Piatti l’avesse pensata come me glielo avrebbe detto. Se non lo ha fatto, vuol dire che la pensava diversamente. Oppure, altra ipotesi, che non c’è stata troppa comunicazione.

Diverso il discorso che riguarda Berrettini, il primo e solo dei top-ten a uscire di scena fin qui. Ma anche lui ha le sue brave attenuanti. Si era allenato poco, per via della solita caviglia destra che già lo aveva fatto soffrire la scorsa estate prima del sorprendente US Open, “avevo rischiato addirittura di non venire qui – ha rivelato per la prima volta – dopo aver saltato l’ATP Cup in preparazione a questo Slam”.

E quel Tennys (con la ypsilon) Sandgren, a dispetto di quel modesto n.100 che si porta dietro sulle spalle, è un osso duro. E non solo perché due anni fa qui raggiunse i quarti di finale quando, inciso, fu certo più criticato per le sue esternazioni politiche che per il suo tennis. Riguardo al suo tennis potreste chiedere info a Fognini che lo scorso anno a Wimbledon ci perse in tre set e si infuriò talmente tanto che si lasciò andare a quelle infelici espressioniMaledetti inglesi ci vorrebbe una bomba su Wimbledon” che sollevarono un vero putiferio, richieste di sanzioni e squalifiche. Matteo ha mancato 3 palle break per il 5-3, dopo che sembrava fosse sul punto di ripetere l’exploit di rimonta di Fognini con Opelka, una in particolare tutt’altro che impossibile da trasformare. Gli sono costate care, carissime. Nella puntuale cronaca trovate tutti i dettagli. Comprensibilmente deluso Matteo, naturalmente, ma per fortuna non ha quasi cambiali in scadenza nei primi mesi dell’anno. Può recuperare tranquillamente e nei tre tornei sulla terra in Sud America mantenere il ranking di top-ten.

Piuttosto osservo che per gran parte dei Next-Gen e dei più giovani questo Australian Open sembra essere arrivato davvero troppo presto, nonostante la settimana di ritardo come conseguenza dell’Atp Cup. Infatti al terzo turno non sono approdati, oltre a De Minaur ritiratosi ancor prima di cominciare, Shapovalov e Aliassime, Humbert, Kecmanovic, Tiafoe…oltre ai nostri Sinner, Berrettini e Sonego. Insomma, sarà magra consolazione, ma i nostri non sono i soli giovani che hanno pagato lo scotto dell’inesperienza.

Tenete presente che Sinner, ad esempio, è per precocità il quarto vincitore di una partita in uno Slam dacchè è cominciata la cosiddetta era Federer-Nadal. Insomma, se togliete i due fenomeni Nadal e Federer, vedete che Zverev ad esempio deve ancora “sfondare” in uno Slam, pur avendo vinto da giovanissimo il primo match. Quindi, come si affanna a raccomandare Riccardo Piatti, date il tempo al tempo. Date a Sinner – di cui ha detto un gran bene “Diventerà una superstar” perfino l’ungherese Fucsovics che gli ha dato comunque tre set – modo di crescere senza pretendere subito miracoli non dovuti. Ecco l’elenco dei primi cinque tennisti più giovani ad aver vinto un match in uno Slam (da quando è cominciata l’era dei Fab):

  • Nadal 17 anni e 0 mesi
  • Djokovic 18 anni e 0 mesi
  • Zverev 18 anni e 2 mesi
  • Sinner 18 anni e 5 mesi
  • Federer 18 anni e 5 mesi

Perfino il grande e inimitabile Roger Federer – sia o non sia the Greatest nessuno può negarne la grandezza – perse i suoi primi due Slam al primo turno nel ’99. E nel 2000, anno in cui avrebbe compiuto i 19 anni, eccolo finire k.o. al terzo turno in Australia, agli ottavi a Parigi, di nuovo al primo turno a Wimbledon, al terzo turno all’US Open. Nel 2001, l’anno in cui sorprende Sampras stupendo il mondo, si accontenta di un terzo turno, due quarti di finale, un ottavo. Nel 2002 fa peggio: un ottavo, due primi turni, un altro ottavo. Nel 2003, dopo un ottavo e un altri primo turno che fanno dubitare i più scettici ecco invece arrivare il primo Slam, a Wimbledon, seguito però da un ottavo all’US open. Il vero grande Federer esplode nel 2004, quando ad agosto compierà 23 anni e quando vince 3 Slam su 4. Ecco perché Piatti ha ragione quando raccomanda la calma. E ha torto marcio chi pretenda subito da Sinner quel che non ha saputo fare nemmeno Roger Federer.

IL PERCORSO DI FEDERER – Già che ci sono a parlare dello svizzero, beh nei primi due turni ha passeggiato. Il malcapitato Krajinovic ha servito anche il 90 per cento di prime in più di un set eppure ha perso 6-1 6-4 6-1. Adesso Federer ha l’australiano Millman, l’uomo del mulino! Lui più ancora di Federer dovrebbe essere sponsorizzato da Barilla! E dall’uomo del mulino Roger ha perso all’US open due anni fa quando rischiò di svenire sul campo per il caldo umido insopportabile  che fece addirittura sospendere tante partite. “Ma stavo per perderci anche a Brisbane pochi mesi dopo…” ha ricordato Roger, poco prima di ringraziarmi per una bottiglia di vino che gli ho regalato dopo essere stato a pranzo in una famosa trattoria fiorentina sulla via Senese che si chiama Ruggero e il cui titolare ha battezzato il proprio vino Roger, senza minimamente pensare che esistesse un tennista di tal nome. Trovai la cosa casuale e curiosa e gliene ho portato una bottiglia.

Non era il caso di sottolineare a Roger che sulla sua strada, una volta superato Millman in un match in cui sono curioso di vedere come si dividerà il tifo del pubblico – Roger gioca in casa anche contro gli australiani? – avrebbe il vincitore di Paul-Fucsovics. Se avessero vinto i favoriti avrebbe dovuto fronteggiare invece Shapovalov o Dimitrov. Ma se gli avessi chiesto di commentare una strada che pare abbastanza in discesa, beh mi avrebbe dato la classica risposta: “Io devo battere Millman, poi si parla del resto”.  

Anche Djokovic ha vinto facile. E mi ha detto di riservarsi un altro “not too bad “ –qualcuno che ricorda il famoso video capirà – per la fine del torneo. Intanto ho saputo che giocherà in verde Lacoste per tutto il torneo. Ma non è una scelta politica, né ecologica, a quanto so. Ha vinto la sua partita n.901, ha colto la vittoria n.70 all’Australian Open – pensate quanta strada debba fare Sinner prima di arrivare a questi numeri – e di sicuro secondo me passerà almeno quota 80 nel numero dei tornei vinti: è già a 77.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La giornata superventosa non ha scoraggiato l’affluenza, anche se la qualità del tennis ne ha fortemente risentito: 55.440 spettatori durante il giorno, 24.335 la sera, totale quasi 80.000 in un giorno: 79.775. Quanti tornei pagherebbero per avere un’affluenza simile in tutta una settimana!

Berrettini 8, Dimitrov 18, Paire 21 (che però ha perso dall’outsider Cilic…bella mina vagante il croato che qui ha fatto una finale come a Wimbledon dopo aver vinto un  US open!), Evans sono le teste di serie smarritesi, mentre fra le donne sono Sabalenka n.11 (k.o. con Suarez Navarro), Martic n.13 (ma perdere con la Goerges è quasi normale), e Yastremska arresasi alla Wozniacki.

Già a trionfare sono state due ragazze, non più ragazzine, ormai decise a ritirarsi: la prima è Caroline Wozniacki che ha già annunciato il ritiro per la fine di questo torneo che lei vinse due anni fa scongiurando l’incubo di essere stata a lungo n.1 del mondo senza aver mai vinto uno slam. Le veniva rinfacciato ogni piè sospinto. Per assistere al suo canto del cigno sono arrivati qui a Melbourne ben cinque giornalisti danesi. Di solito ce n’era uno solo, massimo due. La seconda è la ragazza delle Canarie, Carla Suarez Navarro che invece chiuderà l’anno. Se le due veterane pronte alla pensione hanno eliminato due teste di serie è perché forse non avendo più nulla da dimostrare e da perdere giocano più libere. Così Wozniacki ha rimontato il primo set da 1-5 e il secondo da 1-3 all’ucraina Yastremska n.23 per conquistare il doppio 7-5. E alla fine ha voluto dare anche una lezioncina di fairplay all’ucraina che aveva chiesto un ridicolo medical time out sul 5-6 del secondo set. Suarez Navarro invece ha vinto 7-6 7-6 sulla bielorussa Sabalenka testa di serie n.11.

In una giornata che avrebbe potuto essere quasi tragica – sportivamente parlando s’intende – per il tennis italiano non fosse arrivato a notte inoltrata l’orgoglioso Fognini a salvarla, l’open d’Australia ha celebrato l’Italian Partner Day.Che cos’era? Beh una promozione che, con alcuni cantanti d’opera lirica, Tennis Australia ha voluto dedicare ai suoi tre partner italiani, Lavazza, Barilla e Aperol che occupano in tre quasi più spazi di tutti gli altri sponsor messi assieme. Lavazza ha offerto fino all’esaurimento di una certa scorta caffè e cannoli, Aperol dei VIP upgrade tramite sorteggio fra chi entrava nei loro stand. Barilla, confesso, non lo so.

Purtroppo ci sono rimasti solo tre azzurri e due giocano nella notte. Seppi contro Wawrinka, un trentacinquenne contro un trentaquattrenne, tanti piccoli grandi acciacchi alle spalle. Insieme a un match che qui lo svizzero vinse 7-6 7-6 7-6 e che lasciò a Andreas qualche rimpianto. Kuznetsova pensa al non c’è due senza tre nell’affrontare Camila Giorgi, la quale dal canto suo sostiene di a) non intendersi di tennis femminile, b) essere al corrente che la russa è però destra e non mancina c) che la sua modesta classifica attuale, n.102, ora che il polso non le farebbe più male, non significa quasi nulla d) l’importante è riuscire a fare il suo gioco. e) e poi chi vivrà vedrà. F) non ha battuto 9 top-ten in carriera? Perché non dovrebbe poter battere anche Kuznetsova i cui ultimi Slam vinti risalgono al 2009, 11 anni fa?

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Editoriali del Direttore

Roland Garros, avvio con il botto: Wawrinka-Murray, ma anche Thiem-Cilic e Sinner-Goffin

Per Thiem, nella metà di Nadal, un percorso di guerra. Rispetto a Rafa, dopo l’inizio in discesa, sta meglio Djokovic

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Dominic Thiem - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Tengo a precisare, a scanso di equivoci, di avere scritto questo articolo di commento al tabellone entro l’ora successiva al sorteggio. Si è deciso di ritardarne la pubblicazione per la mattina presto di venerdì per dare modo ai lettori di commentarlo senza che Ubitennis con il mio editoriale avesse già dato una sua impronta. Ora potrete verificare se alcuni dei commenti postati dai lettori coincidano più o meno, o addirittura per niente con quanto potete leggere in questo articolo. E sono curioso anch’io di vedere se il mio pensiero sarà stato condiviso o meno. Buona lettura (spero…).

Un sorteggio con il botto: Wawrinka-Murray al primo turno! Un ex campione del Roland Garros contro un ex finalista, lo svizzero ex n.3 contro lo scozzese ex n.1! Ma anche Thiem-Cilic, due che sono o sono stati n.3 del mondo, fra il finalista degli ultimi due anni e il croato quartofinalista nel 2017 e 2018, non è davvero da buttar via, anche se Cilic, 32 anni questo 28 settembre, non è più quello che ha vinto un US Open sei anni fa (2014).

E l’altro aspetto più significativo è che Thiem e Nadal, finalisti degli ultimi due anni si trovano nella stessa metà tabellone. Non solo: per Thiem al di là dell’ostacolo forse non così duro in Cilic, c’è un probabile Ruud al terzo turno e in ottavi teoricamente Wawrinka (più che Murray, ma non si sa mai: il Wawrinka visto con Musetti non è apparso irresistibile) per trovare poi magari Schwartzman più che Monfils. Insomma un vero percorso minato per l’austriaco, per arrivare a Nadal! Non mi pare si possa dire che abbia avuto fortuna.

E anche Nadal, che non si può davvero lamentare del suo tabellone fino ai quarti, poi però non sarà contento neppure lui di avere Thiem dalla sua parte, mentre non credo che tema un’eventuale quarto contro Zverev- Corre meno rischi di lui Djokovic, perché, a parte quel Bautista Agut che lui un po’ soffre (ma più sul cemento che sulla terra rossa, direi) e potrebbe trovare nei quarti se lo spagnolo esce dalla zona presidiata da Berrettini che rischierà a sua volta con Carreno Busta, secondo me difficilmente può perdere da Khachanov o Garin, e nemmeno dal n.4 Medvedev, dal n.13 Rublev, dal 9 Shapovalov

Semmai è Tsitsipas in buona giornata quello che gli può dare più noia, perché gli altri tre succitati sulla terra rossa sono troppo incostanti per metterlo in difficoltà sulla distanza dei tre su cinque. Vedrei il miglior Shapovalov capace di stappargli un set o forse due, ma non tre, almeno oggi. Tsitsipas farà bene però a stare attento a Krajinovic, così come Shapovalov non ha il match in tasca con Dimitrov al terzo turno. Da Medvedev-Fucsovics potrebbe scappar fuori la prima sorpresa, nel senso di un top-5 estromesso dal torneo anzitempo.

Per quanto riguarda gli italiani, beh è un peccato che Fognini non sia (probabilmente) nelle migliori condizioni, perché un tabellone migliore di questo non poteva capitargli. Kukushkin, poi un qualificato, poi un quartetto da cui potrebbe uscire Isner che sulla terra rossa a 34 anni non è troppo temibile, insomma arrivare a Nadal negli ottavi sarebbe un traguardo raggiungibilissimo. Di Berrettini ho accennato: al terzo turno dovrebbe arrivare senza problemi, poi troverebbe o Carreno Busta o Bautista Agut in ottavi e lì probabile disco rosso con Djokovic, contro il quale Matteo sarebbe più temibile sul cemento nonostante che anche Djokovic sui campi duri abbia dimostrato di essere un n.1.

Un primo turno durissimo, e uno dei match di cartello anche per chi non è italiano né belga, è Goffin-Sinner. Entrambi non possono dirsi fortunati. Goffin è certamente favorito, ma c’è partita. Anche in questo caso forse il “nostro” aveva più chances di fargli male sul “veloce” dove il suo dritto soffre meno. I due si conoscono benissimo, si sono allenati tante volte insieme sia a Montecarlo sia al Centro Piatti di Bordighera. Curiosamente più volte su campi in cemento che sulla terra rossa. L’amico giornalista Yves Simon mi ha detto che Goffin gli ha raccontato: “In allenamento con Jannik credo di non aver vinto quasi mai!”.

 

Chi viene fuori da quel duello può far parecchia strada. La testa di serie che presidia la zona è Paire… e più in là a livello di ottavi Zverev che sui campi rossi, anche se ha vinto Roma, non mi convince del tutto. Il tedesco però ha un buon tabellone, fino a Goffin (o Sinner?) non vedo proprio da chi possa perdere. Però Sascha non è ancora un tennista solidissimo, di nervi e prestazioni.

Dagli altri azzurri, più che al massimo un secondo o un terzo turno, non credo ci si possa attendere, perché al primo o al secondo si imbattono in teste di serie, anche se non fortissime. Per ora mi fermo qui. Un commento al tabellone femminile lo farò in un secondo momento, ma se dovessi scommettere su una finale dopo aver visto il tabellone punterei su Halep-Muguruza.

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic vs [15] K. Khachanov
[10] R. Bautista Agut vs [7] M. Berrettini
[4] D. Medvedev vs [13] A. Rublev
[9] D. Shapovalov vs [5] S. Tsitsipas

[8] G. Monfils vs [12] D. Schwartzman
[16] S. Wawrinka vs [3] Thiem
[6] A. Zverev vs [11] D. Goffin
[14] F. Fognini vs [2] R. Nadal

PRIMO TURNO PER GLI ITALIANI

[7] M. Berrettini vs V. Pospisil
[14] F. Fognini vs M. Kukushkin
L. Sonego vs qualificato
J. Sinner vs [11] D. Goffin
G. Mager vs [22] D. Lajovic
S. Travaglia vs P. Andujar
A. Seppi vs qualificato
S. Caruso vs G. Pella

Il tabellone maschile del Roland Garros con tutti i risultati aggiornati

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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