All'Australian Open non hanno perso solo i nostri giovani. Il record di Federer dice che per Sinner c’è tempo

Editoriali del Direttore

All’Australian Open non hanno perso solo i nostri giovani. Il record di Federer dice che per Sinner c’è tempo

MELBOURNE – Non tutta la Next-Gen è pronta. Fognini ha salvato la giornata dell’Italia, delusa dai k.o. di Berrettini e Sinner cui si sta chiedendo troppo. I perché. Dominano Djokovic e Federer: lo svizzero ha una bella autostrada?

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Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)
 
 

Il video del direttore in INGLESE

Spazio sponsorizzato da BARILLA

da Melbourne, il direttore

Un irriducibile Fabio Fognini, vittorioso per la seconda volta consecutiva al tie-break del quinto set (“dopo 75 matchpoint!” ha detto lui scherzando lui:  se ne era visti annullare 2 sul 5-4 e altri due sul 6-5 da Thompson, prima di conquistarne sei di fila sul 9-4 del tie-break finale da 10 punti) ha salvato il tennis italiano da una triplice dolorosa disfatta. Se chi scrive gli dedica poche righe è perché Vanni Gibertini gliene ha dedicate tante e perché sono le 4 di notte quando scrivo.

 

Dio non voglia che il momento magico del tennis italiano non si sia già consumato. Sarebbe una beffa dopo tutte le speranze che il 2019 ha alimentato. Quel momento che vorremmo diventasse un periodo lo abbiamo atteso, il sottoscritto più di tanti altri, per oltre 45 anni. Nel 2019 ho goduto alla grande per l’escalation di Fognini, di Berrettini, di Sinner, dopo essermi strappato tutti i capelli (chi non ci crede osservi una mia foto) quando mi sono via via reso purtroppo conto che il mio primissimo Roland Garros del 1976 – coronato dal trionfo di Adriano Panatta – era stato poco più di una chimera. Irripetibile.

I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: “Mai una gioia!”. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore.

Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, molte ore prima che Fognini scendesse in campo contro Thompson e si complicasse maledettamente la vita come tante volte gli succede, ma riuscendo per la seconda volta di fila ad alzare le mani in segno di vittoria, non senza sfidare con le mani dietro le orecchie la folla che aveva naturalmente sostenuto in maniera assai intensa il proprio connazionale.

Thompson, n.66 del mondo, “ha giocato per più di un’ora sopra al suo livello” avrebbe detto un Fognini comprensibilmente abbastanza stravolto quando è dovuto venire in conferenza stampa alla presenza di tre soli giornalisti italiani (due di Ubitennis che non potevano fargli domande, più Dario Castaldo). Fabio ha ricordato che proprio contro il suo prossimo avversario Pella in Coppa Davis aveva vinto un match rimontando da due set sotto. “Tutto è cominciato lì…”. Questo Thompson, per chi non l’avesse visto su Eurosport, più che un tennista – anche se non è scarso, non fraintendete – a vederlo sembra più un caratterista che un giocatore. Ricordate il comico triste con i baffoni e con gli occhiali, Nichetti? Beh, Thompson, senza occhiali e con occhi spesso spiritati, il cappellino bianco calcato da ciclista a trattenere i capelli lunghi, è più allegro e più espressivo dell’attore nel quale ho creduto di scorgere una somiglianza. Però Thompson, esaltato oltre ogni dire dalla folla, incitato da Lleyton Hewitt ha giocato a tratti davvero bene, soprattutto sui match point.

Tornando a Sinner e Berrettini per noi che “emigranti di professione” è stata una piccola grande delusione. Certo ancora più per loro. Ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e  tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento. In quelle circostanze non bisognava prendere troppi rischi cercando le righe, soprattutto quelle di fondo. L’ungherese teneva botta, disposto a giocare anche centralmente, aspettava l’errore di Sinner oppure, se il ragazzo accorciava, affondava con il dritto. Ogni volta che Sinner gli ha fatto il break, glielo ha subito restituito.

Sinner ha commentato, come se fosse un fatto positivo, un aspetto che non mi ha troppo convinto: “Almeno ogni volta che ho sbagliato, quando giocavo contro vento, ho sbagliato in lunghezza”. Mah, sì, certo forse voleva significare – provo ad interpretare – ‘Ho avuto coraggio e non paura’. Ma magari invece occorreva ‘fare il Fucsovics’, prendere un tantino meno rischi. Oddio, è facile dirlo – con il senno di poi – fuori dal campo. Penso che se Piatti l’avesse pensata come me glielo avrebbe detto. Se non lo ha fatto, vuol dire che la pensava diversamente. Oppure, altra ipotesi, che non c’è stata troppa comunicazione.

Diverso il discorso che riguarda Berrettini, il primo e solo dei top-ten a uscire di scena fin qui. Ma anche lui ha le sue brave attenuanti. Si era allenato poco, per via della solita caviglia destra che già lo aveva fatto soffrire la scorsa estate prima del sorprendente US Open, “avevo rischiato addirittura di non venire qui – ha rivelato per la prima volta – dopo aver saltato l’ATP Cup in preparazione a questo Slam”.

E quel Tennys (con la ypsilon) Sandgren, a dispetto di quel modesto n.100 che si porta dietro sulle spalle, è un osso duro. E non solo perché due anni fa qui raggiunse i quarti di finale quando, inciso, fu certo più criticato per le sue esternazioni politiche che per il suo tennis. Riguardo al suo tennis potreste chiedere info a Fognini che lo scorso anno a Wimbledon ci perse in tre set e si infuriò talmente tanto che si lasciò andare a quelle infelici espressioniMaledetti inglesi ci vorrebbe una bomba su Wimbledon” che sollevarono un vero putiferio, richieste di sanzioni e squalifiche. Matteo ha mancato 3 palle break per il 5-3, dopo che sembrava fosse sul punto di ripetere l’exploit di rimonta di Fognini con Opelka, una in particolare tutt’altro che impossibile da trasformare. Gli sono costate care, carissime. Nella puntuale cronaca trovate tutti i dettagli. Comprensibilmente deluso Matteo, naturalmente, ma per fortuna non ha quasi cambiali in scadenza nei primi mesi dell’anno. Può recuperare tranquillamente e nei tre tornei sulla terra in Sud America mantenere il ranking di top-ten.

Piuttosto osservo che per gran parte dei Next-Gen e dei più giovani questo Australian Open sembra essere arrivato davvero troppo presto, nonostante la settimana di ritardo come conseguenza dell’Atp Cup. Infatti al terzo turno non sono approdati, oltre a De Minaur ritiratosi ancor prima di cominciare, Shapovalov e Aliassime, Humbert, Kecmanovic, Tiafoe…oltre ai nostri Sinner, Berrettini e Sonego. Insomma, sarà magra consolazione, ma i nostri non sono i soli giovani che hanno pagato lo scotto dell’inesperienza.

Tenete presente che Sinner, ad esempio, è per precocità il quarto vincitore di una partita in uno Slam dacchè è cominciata la cosiddetta era Federer-Nadal. Insomma, se togliete i due fenomeni Nadal e Federer, vedete che Zverev ad esempio deve ancora “sfondare” in uno Slam, pur avendo vinto da giovanissimo il primo match. Quindi, come si affanna a raccomandare Riccardo Piatti, date il tempo al tempo. Date a Sinner – di cui ha detto un gran bene “Diventerà una superstar” perfino l’ungherese Fucsovics che gli ha dato comunque tre set – modo di crescere senza pretendere subito miracoli non dovuti. Ecco l’elenco dei primi cinque tennisti più giovani ad aver vinto un match in uno Slam (da quando è cominciata l’era dei Fab):

  • Nadal 17 anni e 0 mesi
  • Djokovic 18 anni e 0 mesi
  • Zverev 18 anni e 2 mesi
  • Sinner 18 anni e 5 mesi
  • Federer 18 anni e 5 mesi

Perfino il grande e inimitabile Roger Federer – sia o non sia the Greatest nessuno può negarne la grandezza – perse i suoi primi due Slam al primo turno nel ’99. E nel 2000, anno in cui avrebbe compiuto i 19 anni, eccolo finire k.o. al terzo turno in Australia, agli ottavi a Parigi, di nuovo al primo turno a Wimbledon, al terzo turno all’US Open. Nel 2001, l’anno in cui sorprende Sampras stupendo il mondo, si accontenta di un terzo turno, due quarti di finale, un ottavo. Nel 2002 fa peggio: un ottavo, due primi turni, un altro ottavo. Nel 2003, dopo un ottavo e un altri primo turno che fanno dubitare i più scettici ecco invece arrivare il primo Slam, a Wimbledon, seguito però da un ottavo all’US open. Il vero grande Federer esplode nel 2004, quando ad agosto compierà 23 anni e quando vince 3 Slam su 4. Ecco perché Piatti ha ragione quando raccomanda la calma. E ha torto marcio chi pretenda subito da Sinner quel che non ha saputo fare nemmeno Roger Federer.

IL PERCORSO DI FEDERER – Già che ci sono a parlare dello svizzero, beh nei primi due turni ha passeggiato. Il malcapitato Krajinovic ha servito anche il 90 per cento di prime in più di un set eppure ha perso 6-1 6-4 6-1. Adesso Federer ha l’australiano Millman, l’uomo del mulino! Lui più ancora di Federer dovrebbe essere sponsorizzato da Barilla! E dall’uomo del mulino Roger ha perso all’US open due anni fa quando rischiò di svenire sul campo per il caldo umido insopportabile  che fece addirittura sospendere tante partite. “Ma stavo per perderci anche a Brisbane pochi mesi dopo…” ha ricordato Roger, poco prima di ringraziarmi per una bottiglia di vino che gli ho regalato dopo essere stato a pranzo in una famosa trattoria fiorentina sulla via Senese che si chiama Ruggero e il cui titolare ha battezzato il proprio vino Roger, senza minimamente pensare che esistesse un tennista di tal nome. Trovai la cosa casuale e curiosa e gliene ho portato una bottiglia.

Non era il caso di sottolineare a Roger che sulla sua strada, una volta superato Millman in un match in cui sono curioso di vedere come si dividerà il tifo del pubblico – Roger gioca in casa anche contro gli australiani? – avrebbe il vincitore di Paul-Fucsovics. Se avessero vinto i favoriti avrebbe dovuto fronteggiare invece Shapovalov o Dimitrov. Ma se gli avessi chiesto di commentare una strada che pare abbastanza in discesa, beh mi avrebbe dato la classica risposta: “Io devo battere Millman, poi si parla del resto”.  

Anche Djokovic ha vinto facile. E mi ha detto di riservarsi un altro “not too bad “ –qualcuno che ricorda il famoso video capirà – per la fine del torneo. Intanto ho saputo che giocherà in verde Lacoste per tutto il torneo. Ma non è una scelta politica, né ecologica, a quanto so. Ha vinto la sua partita n.901, ha colto la vittoria n.70 all’Australian Open – pensate quanta strada debba fare Sinner prima di arrivare a questi numeri – e di sicuro secondo me passerà almeno quota 80 nel numero dei tornei vinti: è già a 77.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La giornata superventosa non ha scoraggiato l’affluenza, anche se la qualità del tennis ne ha fortemente risentito: 55.440 spettatori durante il giorno, 24.335 la sera, totale quasi 80.000 in un giorno: 79.775. Quanti tornei pagherebbero per avere un’affluenza simile in tutta una settimana!

Berrettini 8, Dimitrov 18, Paire 21 (che però ha perso dall’outsider Cilic…bella mina vagante il croato che qui ha fatto una finale come a Wimbledon dopo aver vinto un  US open!), Evans sono le teste di serie smarritesi, mentre fra le donne sono Sabalenka n.11 (k.o. con Suarez Navarro), Martic n.13 (ma perdere con la Goerges è quasi normale), e Yastremska arresasi alla Wozniacki.

Già a trionfare sono state due ragazze, non più ragazzine, ormai decise a ritirarsi: la prima è Caroline Wozniacki che ha già annunciato il ritiro per la fine di questo torneo che lei vinse due anni fa scongiurando l’incubo di essere stata a lungo n.1 del mondo senza aver mai vinto uno slam. Le veniva rinfacciato ogni piè sospinto. Per assistere al suo canto del cigno sono arrivati qui a Melbourne ben cinque giornalisti danesi. Di solito ce n’era uno solo, massimo due. La seconda è la ragazza delle Canarie, Carla Suarez Navarro che invece chiuderà l’anno. Se le due veterane pronte alla pensione hanno eliminato due teste di serie è perché forse non avendo più nulla da dimostrare e da perdere giocano più libere. Così Wozniacki ha rimontato il primo set da 1-5 e il secondo da 1-3 all’ucraina Yastremska n.23 per conquistare il doppio 7-5. E alla fine ha voluto dare anche una lezioncina di fairplay all’ucraina che aveva chiesto un ridicolo medical time out sul 5-6 del secondo set. Suarez Navarro invece ha vinto 7-6 7-6 sulla bielorussa Sabalenka testa di serie n.11.

In una giornata che avrebbe potuto essere quasi tragica – sportivamente parlando s’intende – per il tennis italiano non fosse arrivato a notte inoltrata l’orgoglioso Fognini a salvarla, l’open d’Australia ha celebrato l’Italian Partner Day.Che cos’era? Beh una promozione che, con alcuni cantanti d’opera lirica, Tennis Australia ha voluto dedicare ai suoi tre partner italiani, Lavazza, Barilla e Aperol che occupano in tre quasi più spazi di tutti gli altri sponsor messi assieme. Lavazza ha offerto fino all’esaurimento di una certa scorta caffè e cannoli, Aperol dei VIP upgrade tramite sorteggio fra chi entrava nei loro stand. Barilla, confesso, non lo so.

Purtroppo ci sono rimasti solo tre azzurri e due giocano nella notte. Seppi contro Wawrinka, un trentacinquenne contro un trentaquattrenne, tanti piccoli grandi acciacchi alle spalle. Insieme a un match che qui lo svizzero vinse 7-6 7-6 7-6 e che lasciò a Andreas qualche rimpianto. Kuznetsova pensa al non c’è due senza tre nell’affrontare Camila Giorgi, la quale dal canto suo sostiene di a) non intendersi di tennis femminile, b) essere al corrente che la russa è però destra e non mancina c) che la sua modesta classifica attuale, n.102, ora che il polso non le farebbe più male, non significa quasi nulla d) l’importante è riuscire a fare il suo gioco. e) e poi chi vivrà vedrà. F) non ha battuto 9 top-ten in carriera? Perché non dovrebbe poter battere anche Kuznetsova i cui ultimi Slam vinti risalgono al 2009, 11 anni fa?

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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