L'azzardo di Parigi... varrà bene una messa?

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L’azzardo di Parigi… varrà bene una messa?

La clamorosa decisione della Federazione Francese potrebbe dare il via a una rivoluzione del calendario?

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(via Twitter, @rolandgarros)

Non se l’aspettava davvero nessuno, questa mossa a sorpresa della Federazione Francese Tennis che come un fulmine a ciel sereno ha annunciato, sul proprio sito e sui canali social media, lo spostamento del Roland Garros 2020 in autunno, per la precisione dal 20 settembre al 4 ottobre.

È impossibile per noi continuare rispettando le date originariamente programmate” ha detto la FFT nel comunicato ufficiale, dopo che il Governo francese aveva messo in atto fortissime restrizioni agli spostamenti per contrastare l’avanzata dell’epidemia di COVID-19. E quindi hanno deciso di prendersi date che non sono loro. Eh sì, perché si sono ingombrantemente accomodati a cavallo di due settimane che nel programma di ATP e WTA sono riservate ai tornei 250 di Metz, St. Petersburg, Chengdu, Sofia e Zhuhai, oltre ai WTA International di Seul e Guangzhou, al WTA Premier di Tokyo e addirittura al Premier 5 di Wuhan. Senza considerare che, mentre il circuito ATP è fermo la settimana successiva allo US Open per le sfide di World Group I e II della Coppa Davis, il circuito WTA prevede altri tre tornei tra Cina e Giappone: il Premier di Zhengzhou e gli International di Hiroshima e Nanchang. Questi eventi al momento sono schiacciati tra due prove del Grande Slam e le loro chance di avere giocatrici di livello in tabellone sono piuttosto scarse, anche perché si giocherebbero sul cemento in Asia la settimana immediatamente precedente uno Slam sulla terra in Europa.

Le prime reazioni dei giocatori all’annuncio sembrano indicare che non c’è stato alcun avviso: hanno semplicemente visto il tweet e raccolto la mascella come tutti noi. In realtà pare che il presidente ATP Andrea Gaudenzi sia stato avvertito e così pure Rafa Nadal. Evidentemente Pospisil no. Ma non è che i francesi potessero chiamare uno per uno tutti i boardmembers delle varie associazioni. E anche il comunicato emesso dalla USTA a proposito dello US Open, arrivato in serata qui in Nord America, lascia presupporre che il gesto della Federazione Francese non fosse stato proprio concertato con gli altri tornei dello Slam e/o la ITF: “La USTA continua lavorare per lo US Open 2020 e non hai in programma di effettuare cambi di data in questo momento. […] In un momento [come questo] riteniamo che una decisione di questo tipo non debba essere fatta unilateralmente, e di conseguenza USTA la prenderebbe solamente dopo aver consultato gli altri tornei del Grande Slam, la WTA e l’ATP, l’ITF e tutti i nostri partner, compresa la Laver Cup”. Se non è un comunicato polemico poco ci manca.

 

Già, la Laver Cup, che al momento è programmata proprio nel weekend di mezzo del Roland Garros, e sicuramente non gradirà molto questa intrusione dello Slam francese. Anche perché bisogna ricordare come questa competizione, oltre ad essere la creazione di Roger Federer, il suo manager Tony Godsick e la loro agenzia di management Octagon, ha ricevuto anche investimenti molto sostanziosi (nell’ordine delle sette cifre ciascuno) da parte sia di Tennis Australia, che gestisce l’Australian Open e cura tutta la parte organizzativa della Laver Cup, sia della USTA, che in maniera molto più discreta ha comunque supportato a suon di dollari la manifestazione.

Ma perché affrettarsi ad annunciare una data quando, ad oggi, non è davvero possibile prevedere la fine dell’emergenza COVID-19? Per una serie di motivi, il più importante dei quali è che giocando di anticipo, e sfruttando l’indipendenza operativa che viene riservata solamente ai tornei del Grande Slam, è possibile andare a occupare la data più congeniale, prima che magari la occupi qualcun altro. Si era parlato infatti di far recuperare il Sunshine Double a settembre, dopo lo US Open. O meglio, qualche rappresentante della stampa USA, che evidentemente non ha grande considerazione dei tornei in Oriente, aveva proposto questa possibilità. I Masters 1000 però devono seguire le istruzioni dell’ATP e della WTA, ma per non saper né leggere né scrivere i francesi hanno deciso di piazzare un segnaposto su quelle due settimane, mostrando un delicatissimo dito medio a tutti quei tornei in Asia che da anni riversano tanti bei soldini nelle casse dei giocatori, e soprattutto delle giocatrici. Sì perché la WTA è nella posizione più delicata di tutti: ha puntato molto sulla Cina, in settembre e in ottobre si gioca quasi esclusivamente lì, c’è un Premier Mandatory a Pechino e soprattutto i WTA Championships a Shenzhen che distribuiscono un montepremi di 14 milioni di dollari alle otto finaliste (il più alto della storia del tennis). Non vorremmo essere nel CEO Steve Simon quando deve andare a dire a tutti gli investitori cinesi che devono scansarsi perché i tornei “più importanti dei loro” hanno deciso che vogliono la loro settimana.

Per il momento gli altri tornei dello Slam stanno alla finestra: abbiamo visto che lo US Open ha dato una bella bacchettata ai colleghi francesi, e anche Wimbledon ha indirettamente fatto sapere che per ora continua a lavorare mantenendo come obiettivo la data originale di inizio luglio, anche se sembra sempre più improbabile che possa essere rispettata. Ma la mossa d’anticipo del Roland Garros potrebbe essere il primo tassello di domino a mettere in moto una folle corsa alla data.

RESET – E se invece di pensare ognuno al proprio orticello si provasse a sfruttare questa opportunità arrivata in maniera così terribile? Certo la prima mossa non è molto incoraggiante, ma almeno la Federazione Francese ha provato a sdoganare un concetto che potrebbe essere adottato su larga scala per creare qualcosa di buono: non ci sono tabù, non è più impensabile ipotizzare il Roland Garros a settembre o Wimbledon ad agosto o lo US Open in luglio. O in qualsiasi altro mese.

Il calendario del tennis è tutt’altro che perfetto, lo sappiamo tutti e ne parliamo continuamente. Solo che non si può fare nulla perché tutti i vincoli che tengono i vari tornei ancorati alle loro date vengono dati per sacri e inviolabili, oltre che indiscutibili. Poi, per quel che riguarda i tornei ATP (e per analogia anche quelli WTA) ci sono i precedenti legali di Montecarlo e Amburgo che terrorizzano tutti quanti, ATP stessa in primis. Chi di voi ha qualche primavera in più alle spalle forse ricorderà quello che successe nel 2007: quell’anno l’ATP decise di modificare il calendario, a partire dal 2009, introducendo i Masters 1000 di Madrid sulla terra a maggio e quello di Shanghai a ottobre.

Per fare ciò decisero di degradare Amburgo e Montecarlo da “1000” a “500”, spostando anche l’evento tedesco dalla stagione principale sulla terra battuta in primavera allo slot post-Wimbledon di luglio. I due tornei fecero causa, e mentre Montecarlo raggiunse molto presto un accordo extra-giudiziale con l’ATP che gli consentì di mantenere il rango di “1000” ma senza la partecipazione obbligatoria da parte dei Top players, Amburgo invece andò in tribunale. I tedeschi (sovvenzionati dai petroldollari del Qatar) persero la causa, ma l’ATP finì quasi sul lastrico per pagare gli oltre 7 milioni di dollari di spese necessari ad affrontare il procedimento legale. Da allora nessuno se l’è più sentita di toccare il calendario in maniera unilaterale.

Questa emergenza mondiale che ci costringerà a cancellare qualche mese di calendario potrebbe essere vista come l’occasione per partire da un foglio bianco e cercare di risolvere tutti i problemi che da tanto tempo angustiano tifosi e addetti ai lavori:

  • La stagione sull’erba: perché non dedicarvi più tempo?
  • Il Masters 1000 di Bercy: che senso ha? Non sarebbe meglio giocare in febbraio?
  • Ha senso dedicare l’intero mese di marzo a due tornei negli USA?
  • Non si può giocare l’Australian Open più tardi di gennaio per dare ai tennisti una vera off season?

Tutte domande cui abbiamo provato a dar risposta tante volte, ma che trovano sempre le solite scuse per far sì che rimanga tutto come sempre.

Perché quindi non cercare di sfruttare questa occasione di riflessione per provare a introdurre i cambiamenti necessari, portando tutti al tavolo delle trattative in modo tale che si possa raggiungere un accordo soddisfacente per tutti? I giocatori sono sul piede di guerra: sono sempre più convinti che a loro arrivino le briciole dei mega-profitti macinati dai grandi tornei, soprattutto gli Slam, e questo cambiamento di data del Roland Garros imposto dall’alto senza che nessuno si sia premurato di consultarli sicuramente non farà altro che gettare benzina sul fuoco.

Senza giocatori non ci sono i tornei, su questo siamo tutti d’accordo. Senza giocatori il giocattolo salta per aria. Perché allora organizzatori e tornei non provano a cambiare tutto perché tutto rimanga uguale (almeno dal punto di vista economico), come suggeriva il buon Giuseppe Tomasi da Lampedusa?

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Del rifiuto di Naomi Osaka e dell’importanza di avere una buona reputazione

Naomi Osaka ha scelto di non giocare la semifinale contro Mertens, aderendo al boicottaggio nato negli ambienti NBA a favore del movimento Black Lives Matter. La WTA, che ‘pesa’ meno di lei, ha dovuto inseguirla

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Tanto tuonò che piovve‘, leggenda vuole abbia detto Socrate a mezza bocca dopo essere stato colpito da un gavettone di sua moglie Santippe, che intese chiudere così un furioso litigio. Il modo di dire è poi diventato di uso comune per indicare il verificarsi di un evento ormai inevitabile, o quantomeno largamente previsto. Così anche il tennis è stato travolto dalle conseguenze del Black Lives Matter, nello specifico dalle proteste conseguenti al ferimento di Jacob Blake, un uomo di colore di 29 anni colpito sette volte dall’arma di un poliziotto a Ketosha, in Wisconsin, domenica 23 agosto.

Il trait d’union è stata la presa di posizione di Naomi Osaka, che qualche ora dopo aver faticosamente conquistato un posto in semifinale al Western&Southern Open ha pubblicato un breve comunicato a mezzo Twitter per annunciare la sua intenzione di non scendere in campo contro Elise Mertens, quest’oggi. In qualche modo costretti dalle circostanze, ATP e WTA si sono allineati alla scelta della giapponese rinviando di un giorno semifinali e finali del torneo che si sta disputando a New York.

Sulle conseguenze del gesto di Osaka non c’è ancora chiarezza. Qualcuno sostiene di aver ricevuto conferme dalla WTA circa la sua intenzione di scendere in campo venerdì, mentre il giornalista del New York Times Ben Rothenberg riferisce, per il tramite dell’agente di Osaka (Stuart Duguid), che dietro il comunicato dell’ex numero uno del mondo ci sia l’intenzione di ritirarsi dal torneo. La sensazione generale, confermata da alcuni nostri colleghi negli Stati Uniti e da alcune fonti vicine al suo entourage, è che Naomi sarà in campo venerdì.

 

LEGHE E SQUADRE AL FIANCO DEGLI ATLETI – Come spesso accade quando si incrociano sport e proteste in favore dei diritti civili, la scintilla è scattata in una lega statunitense – nello specifico in NBA, un campionato composto per il 75% da atleti di colore che dunque sono particolarmente sensibili al tema delle violenze contro i cittadini afroamericani.

A pochi minuti dall’inizio del match tra Milwaukee Bucks e Orlando Magic, la quinta gara del primo turno dei playoff di questa stagione, i giocatori di Milwaukee hanno fatto sapere di non essere intenzionati a scendere in campo (con una vittoria avrebbero ottenuto il passaggio al turno successivo). La franchigia del Wisconsin ha immediatamente assecondato la scelta dei giocatori, diramando un comunicato di pieno supporto, e gli Orlando Magic non hanno accettato di vincere per forfait, passando di fatto la palla alla lega. In appena 70 minuti è arrivato anche il comunicato dell’NBA, che ha rinviato sia la sfida tra Milwaukee e Orlando che gli altri due incontri in programma mercoledì 26 agosto (sarebbe dovuto scendere in campo anche Lebron James), legittimando dunque la presa di posizione dei giocatori.

Non stupiscono né la piena comunione d’intenti tra giocatori, squadre e vertici della lega né il fatto che la protesta sia germogliata tra i giocatori di Milwaukee, una città che dista appena 40 miglia dal luogo del ferimento di Jacob Blake. Secondo ESPN, i ‘Bucks’ avrebbero in qualche modo concordato la scelta del boicottaggio con il procuratore generale e il vice-governatore del Wisconsin, a testimonianza dell’impatto sociale e politico costituito dall’universo NBA – e di conseguenza dalla presa di posizione di alcuni giocatori – sull’opinione pubblica statunitense.

Un impatto sicuramente più grande di quello che è in grado di ottenere il tennis, la cui forza è costituita più dal valore mediatico dei singoli giocatori che dal ‘peso’ della sigla – tutti gli appassionati di sport (e non solo) conoscono e riconoscono l’NBA come marchio, mentre ATP e WTA possono contare su una diffusione assai meno capillare. Per questo per bloccare il tennis è stato necessario il traino di Naomi Osaka, che negli ultimi mesi ha aggiunto al suo curriculum l’incarico di ‘role model‘ a quelli di tennista di vertice e sportiva più pagata del mondo, prendendo una netta posizione a favore delle proteste del Black Lives Matter – e addirittura partecipandovi di persona a Minneapolis. Chiaramente, l’altra condizione che ha contribuito a innescare il boicottaggio di Osaka è la sede di disputa del torneo: se il circuito si fosse trovato in Europa, probabilmente le cose sarebbero andate in modo diverso.

Naomi Osaka – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

IL SIGNIFICATO DEL GESTO – Veniamo al dunque, la scelta di Naomi Osaka. Spontanea o in qualche modo indotta dalle responsabilità connaturate alla sua figura? Legittima o antisportiva? Giusta o sbagliata? Di sicuro agli sponsor che s’accalcano sull’abito di scena di Naomi (da Nike a Nissin Foods, passando per Shiseido e Mastercard) non dispiace che il mondo stia parlando di lei in questi termini, ma ugualmente il dibattito sulla genuinità della scelta rischia di essere fin troppo speculativo. Possiamo però dire che la scelta non è da definirsi illegittima, poiché Osaka ha attuato un suo diritto esponendosi al rischio del walkover – probabilmente scongiurato dal rinvio della partita, se come sembra scenderà in campo – mentre scomodare la dicotomia giusto/sbagliato appare fuori luogo nel contesto di una scelta che dobbiamo assumere come soggettiva e personale.

Una cosa possiamo osservare, in conclusione. In un’epoca di giudizio collettivo compulsivo, dove tutte le azioni dei personaggi pubblici vengono analizzate al microscopio, è assai complicato ottenere un patentino di spontaneità – ci sarà sempre qualcuno pronto a cercare col lanternino un secondo fine in quello che scegli di dire o fare. Se però esiste una cerchia ristretta di personaggi pubblici con un’immagine abbastanza candida da riuscire a conquistare il favore della maggioranza, di questa cerchia fa oggi sicuramente parte Naomi Osaka. Per rendersene conto basta ipotizzare uno scenario semplice: se al posto della giapponese ci fossero stati Novak Djokovic o Serena Williams, quanti avrebbero creduto di trovarsi di fronte a una scelta ‘di convenienza’? Probabilmente più di quelli che hanno fatto lo stesso pensiero sul conto di Naomi, i cui detrattori sono una sparuta minoranza al cospetto di una gran folla che l’apprezza per quello che fa in campo e soprattutto fuori. Nole e Serena, a fronte di tantissimi tifosi, hanno però qualche hater in più.

Volendo fare (forse inutilmente) le pulci al ‘rifiuto’ di Osaka, si potrebbe assumere che lo ha fatto a basso rischio. Era tutto sommato prevedibile che la WTA avrebbe fatto il possibile per garantire la regolarità del torneo e dare in pasto alle televisioni le quattro semifinali ‘pattuite’. Anche ipotizzando un comportamento intransigente della WTA, però, cosa avrebbe potuto perdere Osaka a parte la possibilità di guadagnare qualche migliaia di dollari e vincere un trofeo importante, sì, ma che non è uno Slam? Una sorta di win-win, per la tennista giapponese.

A scanso di equivoci, chi scrive nutre una grande simpatia nei confronti di Naomi Osaka, e se dovesse scommettere il famoso euro bucato lo farebbe sulla completa spontaneità della scelta. Però non si può fare a meno di ricordare quel vecchio proverbio: “Fatti un buon nome e piscia a letto: ti diranno che hai sudato“.

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Ciò che il golf ha capito del rapporto con i media, a differenza del tennis

John Feinstein, firma di punta di ‘Golf Digest’, svela il diverso approccio alla stampa dei due sport, e perché in prospettiva ATP e WTA potrebbero pentirsene

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Roger Federer - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

L’articolo originale può essere consultato qui

Quando il PGA Tour si è ufficialmente rimesso in moto al Colonial Country Club di Fort Worth, il mondo era un posto diverso – per usare un eufemismo – rispetto a quello in cui il termine COVID-19 non faceva parte del nostro lessico. Nessun tifoso sui green ed un numero limitato di funzionari del tour, e anche il personale televisivo al seguito dei golfisti era contingentato. Giocatori, caddies e personale del PGA Tour hanno dovuto fare i conti con i nuovi test sierologici, e la maggior parte di coloro che non giocavano o erano a stretto contatto coi golfisti dovevano comunque indossare delle mascherine.

Al torneo era comunque presente un altro gruppo ristretto: gli esponenti della carta stampata. Il numero dei giornalisti è stato ridotto e nessuno di loro ha avuto il consueto accesso agli spogliatoi o al putting green [l’area più vicina alle varie buche, ndr]. Allo stesso tempo non era consentito alcun contatto diretto con i giocatori e la distribuzione di coloro che lavoravano nel media center è stata organizzata in ottemperanza alle norme sul distanziamento sociale: in totale, erano presenti circa 35 giornalisti.

 

I giornalisti sono stati autorizzati a camminare intorno ai percorsi e, sebbene non potessero accedervi, la visibilità non è stata intaccata in alcun modo, vista la mancanza di spettatori. Le interviste sono state fatte da remoto, ma i reporters sono comunque stati in grado di fare domande ai giocatori. Una situazione tutt’altro che ideale ma si spera che anche l’accesso dei giornalisti possa tornare a qualcosa che si avvicini la normalità […] Le attuali restrizioni sono comprensibili e ragionevoli, ed il tour, che spesso può essere criticato a causa della poca trasparenza, ha comunque cercato di consentire ai giornalisti di occuparsi degli eventi nel miglior modo possibile.

Tre giorni dopo la vittoria di Daniel Berger al Charles Schwab Challenge, l’USTA ha annunciato a gran voce che, a partire dal 31 agosto, si sarebbe tenuto lo US Open al Billie Jean King National Tennis Center di New York. L’evento sarà disputato a porte chiuse e non ci saranno partite di qualificazione; inoltre, l’USTA ha annunciato che non ci saranno media in loco anche se, secondo voci non ancora confermate, alcune trattative in corso potrebbero far consentire l’accesso ai giornalisti delle testate più importanti.

A primo impatto l’USTA ha non sorprendentemente deciso di vietare l’ingresso a tutti tranne che ai suoi partner televisivi. So che a molte persone potrebbe non interessare se agli organi di stampa verrà data la possibilità di fare il proprio lavoro, indipendentemente dallo sport. Quando ho twittato mercoledì a proposito del veto posto dall’USTA nei confronti della stampa, ho ricevuto alcune risposte che recitavano: “Ehi, è in TV; questo è importante”, oppure “Smettila di piagnucolare. A nessuno importa se ci sei o no. Segui l’evento in TV come tutti gli altri”.

In primis, non ci sarei andato a prescindere. Non seguo da reporter in maniera sistematica il tennis da anni, ed uno dei motivi è la difficoltà di intervistare i giocatori. Ho scritto un libro sul tennis nel 1991, intitolato “Hard Courts”, e alla pubblicazione ero esausto, non per i viaggi, ma per le continue battaglie necessarie per ottenere l’accesso agli atleti. Sono stato fortunato perché avevo seguito il tennis come reporter per sei anni e conoscevo non solo i giocatori e gli agenti, ma anche i direttori dei tornei. Ciò significava che ero in grado di entrare negli hotel dei tennisti per parlare lì con loro piuttosto che sui campi, dove i media non avevano accesso agli spogliatoi e spesso mi veniva detto di non fare domande che si allontanassero da “dritto e rovescio” – ad essere onesti, molti organizzatori devono combattere coi tabloid britannici, soliti porre qualunque domanda inappropriata che potesse venir loro in mente.

Tuttavia, la maggior parte dei giocatori crede che un’intervista della durata superiore ai 15 minuti sia una richiesta oltraggiosa. Ricordo perfettamente la reazione di Henri Leconte, un francese molto volubile, quando gli dissi, in risposta a una domanda, che mi sarebbe piaciuto passare 20 minuti a intervistarlo. “Cosa?!”, sbraitò. “Venti minuti? Sei pazzo?”. Leconte era uno dei tennisti alla mano dell’epoca.

Quando ho iniziato a seguire regolarmente il golf nel 1993, sono entrato in un mondo in cui i media avevano accesso ovunque: accesso ai campi, al putting green e all’interno dei percorsi, con la possibilità di attraversare i campi con i giocatori. La mia prima lunga intervista per A Good Walk Spoiled è stata con Davis Love III. Due ore dopo, gli ho detto: “Come hai fatto a passare tutto questo tempo con me?”. Strinse le spalle e replicò: “Hai detto che stavi scrivendo un libro, così non ho preso impegni per il pomeriggio”. Ero morto e questo era il paradiso.

Ecco perché non sono rimasto affatto sorpreso quando l’USTA ha annunciato che la stampa non avrebbe avuto accesso allo US Open. L’Arthur Ashe Stadium può ospitare 20.000 persone. Senza fan ammessi, quanto sarebbe difficile raggiungere il distanziamento sociale? Il National Tennis Center non è esteso come un campo da golf, ma è enorme. Ho preso parte a molte edizioni, ovviamente con il pubblico, e riuscivo a guardare le partite su campi outdoor con pochi presenti.

Ci sarebbero alcune difficoltà per l’USTA? Certamente. Le interviste dei giocatori dovrebbero quasi certamente essere condotte da remoto, ma ciò non dovrebbe essere troppo complicato. Negli spogliatoi non è mai stato consentito l’accesso ai media, quindi nulla dovrebbe cambiare sotto questo punto di vista. Ci vorrebbe soltanto un po’ di pianificazione e, più importante, ci vorrebbe la volontà di farlo.

Il tennis è uno sport praticamente morto negli Stati Uniti. Sostanzialmente l’unico momento in cui qualcuno presta attenzione alla pallina verde è durante gli U.S. Open ed ai Championships. L’Australian Open si svolge ad un orario troppo scomodo per gli statunitensi, e solo i veri fanatici hanno la pazienza di guardare le partite di cinque ore sulla terra battuta del Roland Garros. Non aiuta il fatto che nessun americano abbia vinto uno Slam da quando Andy Roddick trionfò a Flushing Meadows nel 2003, e non c’è al momento nulla che faccia presagire ad un’inversione di rotta. Le donne hanno Serena Williams, che è probabilmente la più grande giocatrice di tutti i tempi, ma è anche l’unica vera star americana.

I problemi non finiscono qui. Poiché gli addetti ai lavori non hanno praticamente interazioni coi tennisti, pochi fan credono di conoscere al 100% i giocatori, a prescindere dal fatto che si tratti delle superstar o di giocatori di media classifica. Gli appassionati di golf hanno molte più informazioni sui giocatori perché la maggior parte di loro è disposta a sedersi per intrattenere i giornalisti a lungo.

Viviamo in un mondo in cui gli atleti e i loro agenti fanno valere i propri diritti ed influenzano ciò che viene scritto. Sempre di più, con la riduzione del numero di giornali e riviste, i giornalisti migliori si stanno occupando di lavori di scrittura per i siti web controllati da leghe: MLB.com, NFLNetwork.com, NHL.com e NBA.com, tutti hanno un numero di eccellenti ex giornalisti che lavorano per loro. Allo stesso modo, anche PGATour.com, LPGA.com ed anche NCAA.com possono vantare tra le proprie fila grandi penne. Non importa quanto talento possano avere gli scrittori, il messaggio che trasmettono è controllato dai poteri forti.

Un numero sempre più ampio di atleti comunica attraverso il proprio sito web ed attraverso piattaforme come ad esempio The Players Tribune, creata da Derek Jeter, che permette agli atleti di raccontare le loro storie senza alcuna domanda scomoda. Non si può tornare ai vecchi tempi quando Dan Jenkins e Bob Drum pranzavano con Arnold Palmer tra un round e l’altro dello US Open di golf del 1960 (quando disse loro che intendeva tirare un drive alla prima buca), o anche al 1993, quando misi letteralmente in fila negli spogliatoi i golfisti per parlare di A Good Walk Spoiled.

Ma il golf rimane uno sport in cui gli organizzatori sembrano ancora capire che i media sono importanti, che le storie che vanno oltre le semplici cronache di gara e ti fanno conoscere aspetti inediti dei giocatori sono importanti. Il tennis non ha mai veramente assimilato questo concetto. Ho seguito questo sport per la prima volta nel 1980 e sono rimasto sbalordito quando, dopo la finale dello US Open, fui l’unico reporter che cercò di parlare con John McEnroe dopo la sua vittoria in cinque set contro Bjorn Borg. Gli addetti alla sicurezza erano andati a casa, così entrai nello spogliatoio con McEnroe e passai 20 minuti da solo con lui. Mi parlò emotivamente di quanto fu doloroso sentire la folla che capeggiava per Borg in uno stadio distante 15 minuti dal posto dov’era cresciuto.

L’unico motivo per cui i giornalisti meritano l’accesso a qualsiasi evento sportivo è per poter riferire al pubblico le emozioni dei giocatori. Questo è il nostro lavoro. La pandemia ha ovviamente reso questo lavoro più difficile, ma nel golf ci viene permesso di fare il nostro lavoro al meglio. Nel tennis no, perché a nessuno importa davvero.

La grande popolarità che ha investito il golf, proprio a discapito del tennis, negli ultimi 40 anni è dovuta anche a questo. Non è solo merito di Tiger Woods. A Good Walk Spoiled è uscito un anno prima che Woods diventasse professionista. Era un bestseller del New York Times. Non voglio fare il presuntuoso, sto solo dicendo che l’accesso ai media nel golf, al contrario del non-accesso vigente nel tennis, ha reso possibile tutto questo. A distanza di quasi mezzo secolo, nulla è cambiato.

Traduzione a cura di Marco Tidu

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US Open 2020, la Champions League del tennis

Oggi, nel calcio, riparte la Champions League: il sole d’agosto e la voglia di tennis possono creare numerose allucinazioni, tipo accostare l’Atalanta a Denis Shapovalov, tra serate in bianco e incontri molto bizzarri sul bagnasciuga…

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Denis Shapovalov - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Lo US Open che la USTA assicura si disputerà (ma a questo punto ci crederemo solo quando vedremo i giocatori in campo impegnati nel primo turno) costituiscono un torneo inevitabilmente anomalo. L’assenza del pubblico, le interviste in smart working, un solo media presente (ESPN) e le numerosissime defezioni rendono questo torneo del tutto sui generis. Quando però una grande competizione assume una configurazione così insolita, la possibilità che emergano sorprese è estremamente alta, anche in chiave di successo finale.

La strada per sollevare il trofeo è fatta sempre di 7 partite, ma si tratta di quelle manifestazioni che davvero possono creare terremoti. C’è una situazione in parte analoga anche nel calcio.

La Champions League, una volta disputati gli ottavi di finali rimanenti (con Juve e Napoli in ballo, rispettivamente contro Lione e Barcellona), si disputerà in sede unica a Lisbona, con quarti e semifinali in partita secca – niente andata e ritorno – per poter chiudere il torneo entro la fine di Agosto. Proprio quando scatterà lo US Open, tanto per non perdere il gusto dello sport quotidiano che esalta l’uscita dal mare o lenisce le sofferenza di chi si ritrova in ufficio o sui libri. Una Champions che potremmo leggere come un ‘Wimbledon calcistico’ dai quarti in poi, in salsa lusitana e sempre, rigorosamente, su manto verde.

Sono queste le suggestioni agostane che animano le discussioni tra due strampalati amici, Fabio e Matteo, che in una località sulla riviera adriatica dell’estate più strampalata di tutte – costantemente a metà tra precauzioni talvolta eccessive e sconsiderati assembramenti da movida ritrovata – si ritrovano nella condizione più comune di tutte. Ragazze sbranate con gli occhi ma avvicinate solo per chiedere l’ora, all’insegna del drammatico “Anche stasera si cucca domani”…

 

M: “Fabio, che ne pensi di questo US Open?” 

F: “Intanto vediamo se giocano davvero…” 

M: “Sì d’accordo, ma siccome non siamo noi i dirigenti della Federazione americana, ti volevo chiedere se pensi che vista la situazione unica, non possa arrivare una grande sorpresa. È un po’ come in Champions League, dai quarti tutti a Lisbona in partite secche, tipo final eight del basket. In una situazione così, potrebbe vincere l’Atalanta! In molti si aspettano il primo successo Slam di un Next Gen e io sono tra questi, ma ho in mente una sorpresa bella da vedere come la Dea, Denis Shapovalov

F: “Sei impazzito? Devi aver preso troppo sole, Shapovalov appena trova uno solido e di esperienza soccombe. Se vuoi che ti segua nel tuo parallelo con la Champions, il canadese è il Lipsia e Bautista è l’Atletico Madrid. Ce li vedi i tedeschi che mandano a casa gli uomini di Simeone? Mi piace però la tua suggestione sull’Atalanta, ma la mia Dea è David Goffin, esperienza e talento, altro che Next Gen… A proposito, Zverev è il Manchester City, ogni volta sembra che debba suonare tutti, e ogni volta torna suonato

M: “Ecco, probabilmente allora la Champions la vincono gli inglesi e a New York trionfa Sascha…”.  

A questo punto, giusto dalla prima fila di ombrelloni, separato dal mare solo dai due giovinastri che sin dal mattino avevano occupato il bagnasciuga, interviene un distinto signore sulla sessantina, più abbronzato di  un pescatore locale: “Ragazzi, scusate se mi intrometto, anch’io sono un malato di tennis. Abbiate pazienza, ma perché in questa Champions League tennistica non vedete i nostri italiani possibili vincitori? Lo so, purtroppo Fognini non sarà della partita, torna sulla terra rossa ed è un peccato, perché Fabio lo conoscete bene, è una sorta di Napoli con l’esperienza internazionale, mentre Matteo lo vedo come una via di mezzo tra la freschezza dell’Atalanta e il potenziale del Paris Saint-Germain. Voi invece volete trovare a tutti i costi la sorpresa estera. Perdonate la confidenza, non è che siete di Ubitennis per caso? Sembrate davvero due firme allevate a pane e Scanagatta…

No, noi siamo solo due umili lettori… lei piuttosto, visto il suo ottimismo patriottico, non è della FIT per caso?

Ah ah, no, anch’io sono solo un appassionato lettore, sia di Ubitennis che della concorrenza. Insomma, credo proprio che nè Binaghi né Ubaldo sapranno nulla di questa discussione… Comunque noi qui sogniamo in spiaggia ma credo che il Real di turno, all’anagrafe Novak Djokovic, non si batterà neanche quest’anno. Lasciate perdere quest’anno che il Real dovrebbe rimontare il Manchester City, sarebbe come se Djoker dovesse rimontare 2 set a Zverev sul veloce (ci crederei solo se lo vedessi, e comunque in uno Slam ce la farebbe lo stesso). Vi saluto ragazzi

L’italico signore volge le spalle al mare e ai due amici, per stringere la mano a un altro cumenda, col quale scambia due veloci battute per concludere con un sorriso rassicurante: “Non si preoccupi Avvocato, anche dovessero giocare senza pubblico, per lei le porte degli Internazionali saranno sempre aperte“. I sospetti sulla provenienza di quel distinto vanno rafforzandosi, ma Matteo e Fabio tornano subito al tennis giocato.

M: “Certo che Berrettini mai come ora a New York ha una grande opportunità e ce l’avrebbe avuta anche Fognini. Anche se ti confesso che pensando a quei due penso subito a Flavia e Tomljanovic”. 

F: “Sì però pure tu, quelle due ieri sera ci sorridevano per tutto il lungomare e ora mi parli di Tomljanovic e Pennetta. Allora dillo che preferisci palleggiare contro un muro bellissimo piuttosto che giocare un bel match contro un fresco terza categoria…”. 

La Champions comincia tra poche ore, tra poco più di 20 giorni toccherà anche allo US Open. Nella speranza che la ripresa globale dello sport non venga interrotta da altre notizie infauste.      

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