Quando le donne vincono più degli uomini, ma il 'problema' è un altro

Focus

Quando le donne vincono più degli uomini, ma il ‘problema’ è un altro

Con la cifra record di $4.4 milioni Ashleigh Barty a Shenzhen ha portato a casa il montepremi più alto nella storia del tennis vincendo un torneo tutt’altro che trascendentale

Pubblicato

il

Ashleigh Barty (via Twitter, @WTA)

La stagione appena conclusa di Ashleigh Barty è da incorniciare: prima vittoria in un torneo Premier Mandatory, primo titolo Slam, prima posizione nel ranking, primo titolo alle Finals, prima finale di Fed Cup con l’Australia. E con gli $ 11.307.587 vinti nel 2019 una bella cornice per contenere il tutto ci esce di sicuro. A inizio novembre infatti Barty ha vinto le Finals e ha alzato al cielo il trofeo di “Maestra” assieme a un assegno di $4.420.000, il montepremi più alto mai assegnato al vincitore di un torneo, tennis maschile incluso. Questa ragguardevole cifra l’ha fatta balzare in testa anche nella classifica degli incassi stagionali, che ha concluso davanti a Simona Halep ferma a $6.962.442.

Facendo un paragone con lo scorso anno si osserva che in cima alla lista delle più ricche del 2018 c’era proprio la romena con $ 7.409.564, mentre Ash era undicesima con $2.823.371 di cui quasi un milione vinti in doppio. Il muro dei 10 milioni stagionali era stato superato anche nel 2016 e nel 2015, rispettivamente da Angelique Kerber e Serena Williams, mentre per trovare una tennista che ha guadagnato più di Barty in una stagione si deve tornare indietro al 2013, l’anno del Grande Slam sfiorato da parte di Serena la quale si dovette ‘accontentare’ di $ 12.385.572 (chissà a quale parte di quella cifra avrebbe rinunciato pur di disputare la finale dello US Open quell’anno).

SHENZHEN: UNA SPROPORZIONE? – Come detto gran parte del bottino vinto da Barty proviene dalle Finals di Shenzhen, che nel 2019 si sono disputate per la prima volta in Cina dopo il quinquennio di Singapore e hanno nettamente superato gli emolumenti promessi dal corrispettivo torneo maschile. Le Finals di Londra offrono infatti al campione imbattuto un montepremi da $ 2.871.000, sebbene questa eventualità non si sia verificata in questa edizione: il vincitore Stefanos Tsitsipas, sconfitto nel round robin da Nadal, ha portato a casa, oltre a tanta fiducia per la prossima stagione, $2.6 milioni. Il finalista Dominic Thiem ha vinto circa la metà, $1.302.000, cifra considerevolmente inferiore a quella portata a casa dalla finalista di Shenzen, Elina Svitolina: ben $2.400.000.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Per quel che riguarda i tornei nella loro totalità, sono ovviamente gli Slam i più ricchi e tra questi l’Australian Open, che ha assegnato quest’anno 4.1 milioni di dollari al vincitore e alla vincitrice, seguito dagli US Open con 3.85 milioni e dai circa 3 milioni di Wimbledon. Chiude, più staccato, il Roland Garros con €2.300.000.

 

La cifra di Shenzhen è quindi elevatissima per un torneo di una sola settimana, soprattutto se si considera che le partite giocate dall’australiana sono state solamente cinque – tre di girone più semifinale e finale – ma il livello delle avversarie non sarebbe potuto essere più alto, almeno sulla carta. Le Finals infatti sono riservate alle migliori otto del ranking, ma a torneo in corso ci sono state le defezioni di Naomi Osaka e Bianca Andreescu, che hanno lasciato spazio a Kiki Bertens e Sofia Kenin anche loro tornate a casa con le mani tutt’altro che vuote. L’olandese con una sconfitta e una vittoria (proprio su Barty) ha guadagnato $515.000 (un ottavo dei suoi introiti stagionali!), mentre la giovane statunitense dopo la sconfitta con Svitolina ha ricevuto $165.000 come compenso per la partecipazione.

IL FENOMENO ASIA – L’intenzione della WTA di abbracciare con sempre maggiore ‘affetto’ il mercato asiatico va avanti da diversi anni ormai e forse proprio lo scarso appeal delle Finals negli ultimi anni ha spinto gli organizzatori a una scelta del genere. Tentare i tennisti con montepremi così importanti non sembra una cattiva idea, basti vedere cosa è successo in Coppa Davis quest’anno: nonostante le incertezze sul nuovo formato, il roster dei partecipanti è stato comunque elevato proprio per questo motivo. Le prossime edizioni delle Finals di Shenzhen ci diranno fin dove all’aumento quasi sproporzionato dei montepremi corrisponderà l’innalzamento della qualità del tennis, quest’anno penalizzata dalla scelta di una superficie molto difficile da padroneggiare. Va poi aggiunto che durante quella settimana le giocatrici sono chiamate a un lavoro promozionale maggiore degli altri eventi, trattandosi di fatto del torneo di riferimento per la WTA sotto l’aspetto economico.

In ogni caso l’aumento degli stipendi è un fenomeno diffuso in tutti gli sport, non solo nel tennis dove ogni anno gli Slam si compiacciono tra loro per l’aumento del prize money totale, ma in questo caso l’ulteriore elemento di analisi – che in passato ha creato non pochi dibattiti – è quello dell’uguaglianza di montepremi tra uomini e donne. Nel tennis molte le giocatrici hanno lottato in questa direzione, a partire dalla pioniera Billie Jean King, fondatrice della WTA; negli anni recenti si ricordano soprattutto le voci di Serena Williams e Johanna Konta. Tra gli uomini i pareri non sono omogenei: nettamente dalla parte delle donne Andy Murray, più sfumate le posizioni ad esempio di Nadal e Djokovic, che nel 2016 si espresse a riguardo in maniera non troppo chiara e le polemiche furono immediate. L’argomento è evidentemente scottante e tutto sembra ruotare attorno all’affermazione “lo stesso lavoro va ricompensato con lo stesso denaro”, ma il problema sta proprio nel fatto che non è sempre possibile quantificare “il lavoro” svolto durante una partita di tennis.

Diventa tutto più chiaro se si considera il fatto che i tornei sono divisi per categorie e secondo queste vengono assegnati i montepremi. Ad esempio un tennista può vincere cinque partite e portare a casa un torneo da 500 punti, ma con lo stesso numero di partite si può anche vincere un 250; ecco che la stessa quantità di lavoro, almeno in apparenza, porta a un “incasso” differente. Se poi si tiene conto del fatto che ATP e WTA sono due associazioni distinte e separate, sebbene di recente ci siano stati dei tentativi inconsueti di avvicinamento, questo rende il tema ulteriormente complicato da affrontare. Un tema che si ripresenta ciclicamente durante lo svolgimento di tornei combined e ancor di più quando il combined non è simmetrico come accade negli Slam, a Indian Wells, Miami e Madrid.

Nel recente torneo di Mosca la differenza nel montepremi in favore delle donne era del tutto giustificata dal fatto che il torneo appartiene alla categoria Premier per la WTA mentre è solamente un 250 per gli uomini. A Roma accade l’opposto, poiché il torneo maschile è un 1000 – con circa un milione assegnato al vincitore – e quello femminile un Premier 5 – con poco più di mezzo milione alla vincitrice. Insomma la disparità di montepremi in certi casi è giustificata dalla logica con la quale vengono classificati i tornei, laddove i combined che abbinano tornei ‘gemelli’ propongono ormai tutti una perfetta parità di montepremi.

Federer e Muguruza, campioni di Wimbledon 2017: entrambi hanno vinto 2.200.000 di sterline

Quanto alla cifra quasi spaventosa vinta da Barty, più che evidenziare la sproporzione confrontando il torneo con il corrispettivo maschile sembra corretto ragionare sulla qualità del torneo in sé, che si svolge a fine stagione con tenniste provate da dieci mesi di sforzi e in un contesto discutibile dal punto di vista dell’atmosfera e del pubblico. In questo senso, sembra davvero eccessivo che alla vincitrice delle Finals debbano spettare più dei soldi vinti da Osaka al termine dell’Australian Open, che già di per sé ha altra storia e prestigio e in più si snoda su sette incontri nei quali si deve aver ragione di avversarie fresche di riposo e off-season. Per dare uno spunto di riflessione, viene difficile da credere che, a parità di ‘infortunio’, Osaka e Andreescu avrebbero preso con la stessa leggerezza la decisione di abbandonare l’Australian Open. A Shenzhen lo hanno fatto quasi senza battere ciglio, nonostante – appunto – le enormi possibilità di guadagno.

Certo non è colpa di Barty, che ha coronato una splendida stagione con un altro grande trofeo. Come divertissement, se l’australiana è appassionata di auto, con quella cifra ci si possono procurare due esemplari di Lamborghini FKP37 Sian – l’ultimo modello della casa automobilistica bolognese, il primo con motore ibrido – mentre restando in tema ambientalista con la stessa cifra si possono acquistare almeno 110 automobili Tesla Model 3. Da regalare ad amici e parenti eco-friendly per smorzare sul nascere ogni polemica.

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

Pubblicato

il

Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe

Continua a leggere

Flash

Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

Pubblicato

il

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

Continua a leggere

Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

Pubblicato

il

La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

Ascolta anche su Spotify.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, che consentirà anche di mandare commenti e domande in diretta durante la trasmissione. Si potrà accedere alla trasmissione live del podcast da questo articolo (alle 19 inseriremo il link in cima), dalla pagina Facebook di Ubitennis e, una volta terminata la diretta, si potrà riascoltare l’episodio anche sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement