Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl

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Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi parliamo del triennio dominato da Ivan Il Terribile, mai però capace di sfatare il tabù Wimbledon

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Quando Ivan Lendl affronta John McEnroe nella finale degli US Open 1985, è la 36° volta che si trovano di fronte il n°1 e il n°2 del ranking. Curiosamente, il bilancio è favorevole al n°2 per 20-15 e il cecoslovacco, ormai residente negli Stati Uniti, porta a 21 i successi dello sfavorito aggiudicandosi il match per 7-6 6-3 6-4. Oltre a fargli incamerare il terzo Slam in carriera, la vittoria consegna la leadership del ranking a Lendl che la terrà per tre anni esatti. 

Dopo aver sfatato la tradizione negativa che lo voleva sconfitto in una finale slam, Ivan matura e diventa dominante. Con McEnroe intenzionato a prendersi una pausa (lo farà dopo aver perso al Masters al primo turno con il connazionale Brad Gilbert con queste parole: “Devo riflettere sul mio futuro, spero di avere ancora qualcosa da dare a questo sport.”), cambiano gli avversari nella lotta per il vertice e adesso Lendl deve vedersela principalmente con due svedesi e un tedesco.

Il primo a riservargli un’amarezza è Stefan Edberg, nella semifinale del penultimo Australian Open su erba. Quando, nel 1977, gli australiani avevano deciso di spostare la data da gennaio a dicembre con la speranza di rilanciare le quotazioni del torneo – soprattutto nell’eventualità che un giocatore avesse vinto i tre major precedenti e quindi potesse completare il poker a Melbourne – era sembrata più la mossa della disperazione che una vera opportunità. A conti fatti però, anche se poi non se ne era fatto nulla e la conseguenza si era evidenziata con diverse edizioni minori disertate da quasi tutti i migliori del mondo, non ci erano andati così lontano: Bjorn Borg aveva messo a segno per tre volte la doppietta Parigi-Wimbledon e in due occasioni era arrivato in finale agli US Open mentre McEnroe, nel 1984, aveva dominato a Wimbledon e New York dopo aver perso di un niente la finale del Roland Garros. 

 

Tuttavia, dopo cinque edizioni che avevano languito incoronando due volte Vilas e Kriek e una volta Brian Teacher, il torneo è tornato ad essere frequentato dai top player tanto che le strutture del glorioso Kooyong Lawn Tennis Club non sono più in grado di ospitare al meglio la manifestazione. Il futuro è già tracciato; quella del 1985 è l’ultima edizione in dicembre, nel 1986 il torneo non si svolgerà perché verrà spostato a inizio ’87 e l’anno successivo si trasferirà a Flinders Park, con un centrale dotato di tetto mobile.

Dopo i due successi di Mats Wilander, quest’anno i riflettori illuminano un altro svedese, del tutto atipico. Due anni prima, nel 1983, Stefan Edberg ha messo a segno (unico nella storia) il Grande Slam juniores ma più dei risultati è il suo gioco a incuriosire, così diverso da quello di tutti gli altri connazionali sfornati a immagine e somiglianza della chioccia Borg. Stefan ha un meraviglioso rovescio a una mano, un dritto claudicante soprattutto quando deve scaricare il peso sulla palla ma il servizio e il gioco di volo sono una delizia per palati fini. 

Abituati come siamo adesso alla cura dei particolari, può sembrare strano che uno dei quattro tornei più importanti del mondo potesse disputarsi in un campo ricavato nello spazio in cui qualche giorno prima ve ne erano disegnati due, all’interno di un centrale in cui le tribune disposte a ferro di cavallo negli ultimi giorni del torneo costringevano una porzione degli spettatori a vedere le partite da una distanza per certi versi assurda. Ma è in questo contesto che il n°1 del mondo e Stefan Edberg si giocano l’accesso alla finale.

Lendl fa suo al tie-break il primo set, potrebbe andare 2-0 ma perde l’attimo e infila un buco nero che permette a Edberg di portarsi sul 2-1 dopo aver dominato 6-1 il terzo; Ivan pareggia (6-4) però nel quinto è ancora in grossa difficoltà, con Edberg che ha tre match point sul 5-4. In due di questi Lendl è costretto a servire la seconda e lo svedese mette fuori un rovescio a campo spalancato; Ivan pareggia e si va avanti fino al sedicesimo gioco, dove Edberg mette a segno un paio di punti miracolosi (un contro-smash e un passante di rovescio in corsa) e sulla quarta palla match chiude con un passante di dritto. Edberg batterà nettamente in finale Wilander inaugurando così la sua mezza dozzina di titoli Slam mentre Lendl vede interrotta una striscia positiva di 31 incontri e cinque tornei (US Open, Stoccarda, Sydney, Tokyo e Wembley).

Un incidente di percorso, quello del n°1 a Melbourne. Nella nuova stagione, Lendl infila altre 29 vittorie partendo dal Masters di New York e passando per Filadelfia, Boca West, Milano e Fort Myers. A Chicago, in finale, perde per la prima volta (dopo quattro vittorie) con uno dei rivali che caratterizzeranno maggiormente questo triennio: Boris Becker. Campione a soli 17 anni a Wimbledon l’anno prima, il tedesco è solo n°6 quando trionfa in Illinois con lo score di 7-6 6-3 e la sua posizione sarà la stessa qualche mese dopo, nel momento in cui il palcoscenico della sfida diventa il ben più prestigioso Centre Court di Wimbledon.

Nel frattempo, Lendl ha perso anche con Yannick Noah a Forest Hills e il franco-camerunense torna a metterlo in grande difficoltà anche nella semifinale di Roma, ma qui Lendl prevale al tie-break conclusivo e il giorno dopo batterà Emilio Sanchez in quattro set. Molto più agevole è invece il suo cammino al Roland Garros, dove l’unico che gli strappa un set è Andres Gomez (per poi subire un doppio 6-0 nel terzo e quarto parziale) e in finale si trova, tanto per cambiare, un altro svedese.

Non è però quel Mats Wilander che l’aveva battuto l’anno precedente, no; è un ragazzo che viene dal tennis universitario statunitense e nel circuito (per essendo n°27) ha vinto solo un challenger, a Porto Alegre, e niente più. Però a Parigi è in stato di grazia a a farne le spese sono, tra gli altri, il connazionale Edberg al secondo turno e Becker nei quarti. Se Mikael Pernfors facesse tris in finale contro Lendl diventerebbe probabilmente il caso più clamoroso nella storia del gioco ma il miracolo non si ripete e lo svedese di estrazione americana (che avrà anche un best-ranking da n°10) tornerà a far parlare di sé nel 1993 quando, reduce da un infortunio al tendine d’Achille che l’aveva fatto precipitare oltre la millesima posizione mondiale, si aggiudicherà gli Open del Canada a Montreal.

Come avremo modo di vedere continuando a seguire la sua carriera, per Lendl Wimbledon diventerà ben presto un’ossessione, sull’altare della quale arriverà perfino a sacrificare due possibili titoli in Francia pur di prepararsi adeguatamente alla tanto ostica erba. Buona parte di questa ossessione gliela provocherà proprio Boris Becker, che a Londra lo respingerà in tre occasioni. La prima è la finale del 1986, alla quale Ivan arriva con due maratone sul groppone (Mayotte e Zivojinovic sconfitti nei quarti e in semifinale al quinto set) e non rimedia nemmeno un set: 6-4 6-3 7-5. Sconfitto a Chicago e Wimbledon, il n°1 si prende una parziale rivincita regolando Becker nella finale di Stratton Mountain e agli US Open difende il titolo perdendo un solo set nel torneo e annientando in finale l’ormai ex-connazionale Miloslav Mecir.

Il duello con Becker prosegue anche negli ultimi mesi dell’anno e se a Sydney Boris torna a prevalere, al Masters di New York (ricollocato alla fine della stagione e non più all’inizio di quella seguente) Lendl fa la voce grossa compiendo un’impresa unica: aggiudicarsi il titolo dopo aver battuto i quattro tennisti che lo seguono in classifica. Dopo Noah (5) e Edberg (4) nel Round Robin, Ivan regola Wilander (2) in semifinale e il neo numero 2 Becker nell’atto conclusivo con un triplice 6-4.

Con Becker in lieve flessione, il 1987 si rivela un altro anno da incorniciare per il n°1 del mondo non fosse per il fatto che, quando la strada si trasforma in un sentiero erboso (e succede sia a Melbourne che a Wimbledon), a sbarrargli il passo è un australiano doc, degno erede della scuola che ha dominato il tennis negli anni ’60. Pat Cash non ha ancora 22 anni quando gioca la semifinale degli Australian Open contro Ivan Lendl.

Il suo ruolino di marcia negli Slam – fino a quel momento – è tutt’altro che esaltante, anche se in parte giustificato dalla giovane età. Tuttavia, certe sconfitte recenti (a Wimbledon ha perso con Acuna, a New York con Lavalle) non depongono a suo favore e nemmeno i precedenti con Ivan (0-4) aiutano ad avere maggiore fiducia, soprattutto perché due di questi si sono consumati proprio sull’erba. Eppure, nella semifinale degli US Open 1984 Cash ha servito per il match sul 6-5 del quinto e lì Lendl si è dovuto inventare un lob in corsa sulla linea per annullare la minaccia; poi, nel punto successivo, una maldestra chiamata ha negato a Pat l’ace che gli avrebbe dato una seconda chance e alla lunga Ivan è uscito dalla fossa vincendo poi il tie-break per 7-4.

La semifinale degli ultimi Australian Open al Kooyong si ferma invece al quarto parziale, pur essendo anch’essa equilibrata, e la vince Cash 7-6 5-7 7-6 6-4 ma per vincere il suo unico Major l’australiano dovrà attendere ancora qualche mese perché in finale non gli basterà recuperare due set di svantaggio a Edberg, che fa suo il quinto per 6-3 e difende il titolo conquistato a dicembre di due anni prima.

Tornando a Lendl, dopo il primo KO stagionale ne devono arrivare altri due prima di rivederlo alzare un trofeo. A Key Biscayne perde in finale con Mecir, a Tokyo si fa sorprendere dallo statunitense David Pate e finalmente ad Amburgo rompe il ghiaccio vendicandosi di Mecir. La forma del n°1 non è ancora delle migliori e lo svedese Nystrom rischia di rovinargli il resto della stagione sulla terra, battendolo a Roma e portandosi avanti due set a uno negli ottavi al Roland Garros. Qui però Lendl si ricorda del ruolo che riveste e chiude la pratica dominando quarto e quinto per 6-0 6-2 e andandosi a prendere il titolo in finale su Wilander. Dalla sconfitta rimediata al Foro Italico fino al passo falso con Peter Lundgren a San Francisco, Lendl giocherà 39 incontri e ne perderà uno solo ma molto probabilmente avrebbe barattato quel risultato con tutti gli altri. Perché si tratta della finale di Wimbledon e ancora una volta a fermarlo è Pat Cash, anche se questa volta in modo netto: 7-6 6-2 7-5.

Nell’estate americana, Lendl è un tritacarne. A Washington, Stratton Mountain (due tornei in cui batte solo statunitensi), Montreal e US Open non ce n’è per nessuno e solo a San Francisco, comprensibilmente stanco, inciampa lasciando via libera appunto a Lundgren. Sarà di nuovo uno scandinavo, Edberg, a batterlo nella finale dell’indoor di Tokyo ma prima e dopo il n°1 è insaziabile e fa suoi Sydney, Wembley e il Masters di New York, chiudendo la terza stagione consecutiva in vetta al ranking. Un uomo solo al comando, ma nel 1988… Lo vedremo la prossima volta.  

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – OTTAVA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1985LENDL, IVANEDBERG, STEFAN76 57 16 64 79AUSTRALIAN OPENG
1986LENDL, IVANBECKER, BORIS67 36CHICAGOS
1986LENDL, IVANNOAH, YANNICK36 57FOREST HILLS C
1986LENDL, IVANBECKER, BORIS46 36 57WIMBLEDONG
1986LENDL, IVANCURREN, KEVIN67 67CANADA OPENH
1986LENDL, IVANBECKER, BORIS63 67 26 06SYDNEY INDOORH
1986LENDL, IVANEDBERG, STEFAN57 16TOKYO INDOORS
1987LENDL, IVANCASH, PAT67 75 67 46AUSTRALIAN OPENG
1987LENDL, IVANMECIR, MILOSLAV57 26 57KEY BISCAYNEH
1987LENDL, IVANPATE, DAVID67 64 67TOKYOH
1987LENDL, IVANNYSTROM, JOAKIM46 62 36ROMAC
1987LENDL, IVANCASH, PAT67 26 57WIMBLEDONG
1987LENDL, IVANLUNDGREN, PETER36 64 67SAN FRANCISCOS
1987LENDL, IVANEDBERG, STEFAN76 46 46TOKYO INDOORS


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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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