Uno contro tutti: il magico 1984 di McEnroe e il duello per la vetta con Lendl

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Uno contro tutti: il magico 1984 di McEnroe e il duello per la vetta con Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi parliamo del testa a testa tra John e Ivan

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(credit foto: Eurosport)

L’anno del grande fratello orwelliano, del controllo su tutto e tutti, si esprime nel tennis con le fattezze e il genio di John McEnroe. Con Borg ormai fuori dal circuito e Connors che resiste al terzo posto ma non sembra possedere più l’energia per tenere il passo dei primi due, la lotta per il vertice del ranking ATP si identifica nel duello tra il mancino nato a Wiesbaden e cresciuto a New York e Ivan Lendl, nato a Ostrava in Cecoslovacchia ma con tutte le intenzioni di diventare cittadino americano.

Quando inizia la stagione 1984, è Lendl il n.1 ma nei due tornei che disputa perde altrettante finali proprio con McEnroe (a Filadelfia e Bruxelles) e con quelle la leadership. Dopo averci perso sette volte consecutive, adesso Mac sembra aver trovato le misure al grande rivale tanto da averlo battuto in cinque delle ultime sei sfide. In realtà, McEnroe ha innalzato la qualità del suo tennis ad un livello irraggiungibile per chiunque altro. Compreso il Masters di New York (che appartiene al 1983 ma si è disputato in gennaio nella consueta sede del Madison Square Garden), John ha infilato 24 vittorie consecutive per tornare n.1 (il 12 marzo) ma l’entità della sua dittatura si esplica ancora meglio conteggiando i set persi: appena 3 contro 51 conquistati.

Se però qualcuno pensa che il traguardo di aver conquistato la vetta per la decima volta in carriera (alla fine saranno ben quattordici, nessuno come lui) abbia avuto l’effetto di calmarlo, deve ben presto ricredersi. Dopo Filadelfia, Richmond, Madrid e Bruxelles, McEnroe domina le WCT Finals a Dallas e non si placa nemmeno sulla terra (verde) di Forest Hills e (rossa) della World Team Cup in programma a Dusseldorf. In entrambe le occasioni ritrova Lendl e lo liquida sempre in due set, portando a 36 gli incontri vinti uno dietro l’altro. Ma la vendetta, lo sanno tutti, è un piatto freddo, anche se arriva in un caldo e assolato pomeriggio parigino.

Sì perché nella finale del Roland Garros (mandata in onda ieri da Eurosport, a riaprire le ferite dei tifosi di Mac) accade l’imponderabile: avanti due set a zero esprimendo una qualità offensiva forse mai tradotta con tale efficacia sul centrale di Parigi, il n.1 subisce la lenta ma inesorabile rimonta di Lendl che alla fine vince il suo primo Slam con lo score di 3-6 2-6 6-4 7-5 7-5. È la prima delle tre sole sconfitte a cui andrà incontro l’americano nella stagione ma ha una valenza enorme nonché doppia. Perché Ivan, dopo aver perso le prime quattro finali Slam disputate, si è sbloccato e quando l’uragano McEnroe sarà passato, lui sarà pronto per succedergli; e perché, anche se solo per una settimana, torna ad essere il primo della lista.

Forse ebbro di gioia, Lendl approda al Queen’s da numero 1 e fa vivere a Leif Shiras il suo mercoledì da leone. Classificato oltre la centesima posizione, lo statunitense che ha studiato Shakespeare a Princeton ha un gioco che ben si adatta all’erba londinese e – dopo aver battuto Ivan 7-5 6-3 – si spinge fino all’atto finale dove strappa un set anche a McEnroe. Il ritorno alla vittoria diventa l’ennesima occasione di cambio della guardia e l’americano può difendere il titolo di Wimbledon da n.1 ma, nonostante sia lui che Lendl ribadiscano lo stesso risultato dell’anno prima, il cecoslovacco si riprende la vetta il 9 luglio. Non è sempre semplice spiegare un meccanismo che può sembrare perverso ma, lo ribadiamo una volta di più, il sistema di calcolo del punteggio non tiene sempre conto dell’esito del campo e in un caso come questo – con McEnroe che gioca forse il miglior incontro della sua vita battendo 6-1 6-1 6-2 quel Jimmy Connors che in semifinale aveva regolato proprio Lendl – diventa quasi incomprensibile.

 

Tuttavia, nelle cinque settimane successive Lendl scende in campo solo in Coppa Davis contro la Francia e perde in tre set con Henri Leconte mentre Mac supera in scioltezza gli argentini Clerc e Jaite. Il 13 agosto, alla vigilia degli Open del Canada a Toronto, anche il computer smette di fare le bizze e si adegua a ciò che il campo ha ripetutamente evidenziato: John McEnroe ridiventa n.1 e questa volta vi rimarrà per oltre un anno. Saranno due i passi falsi di John fino al termine di una stagione che chiuderà con lo stratosferico bilancio di 82-3; al primo turno di Cincinnati, dove a sorprenderlo è Vijay Amritraj, e nella prima giornata della finale di Coppa Davis a Goteborg.

È il 16 dicembre e siamo veramente agli sgoccioli di un anno memorabile per McEnroe, ma quando scende in campo per il secondo incontro della prima giornata gli Stati Uniti sono già sotto di un match perché Wilander ha battuto Connors nettamente. Nonostante entrambi gli americani abbiano miglior ranking rispetto ai due padroni di casa, sulla terra soffice stesa all’interno dello Scandinavium sia Mats che il ventenne Henrik Sundstrom (peraltro rispettivamente n.4 e n.6 del ranking) sono ossi duri. Infatti, dopo un primo set infinito, alla lunga McEnroe cede a Sundstrom con lo score di 13-11 6-4 6-3 e la Svezia ipoteca l’insalatiera. Tuttavia, ancora più profonda è la ferita del giorno dopo, quando la coppia più bella del mondo, quella composta dallo stesso McEnroe e Peter Fleming, viene battuta in quattro set da Edberg/Jarryd e vede interrotta la sua imbattibilità nella competizione, che durava da 13 incontri.

Poche settimane dopo la disavventura in Scandinavia, John McEnroe si conferma campione del Masters a New York prendendosi la rivincita su Jarryd e Wilander e regolando in finale Lendl 7-5 6-0 6-4. In buona parte, il 1985 sarà un anno simile al precedente per il mancino di Wiesbaden; da un Masters (Grand Prix) all’altro (WCT) McEnroe infila altre 19 vittorie e fa suoi gli indoor di Filadelfia, Houston, Milano e Chicago lasciando per strada appena due set. Ma a Dallas è ancora uno dei tanti “nipotini” di Borg a sbarrargli la strada: Joakim Nystrom. Dopo aver vinto il primo parziale per 6-4, il n.12 del mondo salva quattro set point nel secondo e fa suo il tie-break per 7-5 con Mac che si infuria per la chiamata di un fallo di piede; nel terzo (si gioca al meglio dei cinque) il n.1 riesce finalmente a strappare la battuta al rivale ma per lui non è proprio giornata e si arrende 6-3 sconcertando anche il pubblico.

Il passo falso in Texas viene parzialmente rimediato in Georgia, dove Mac fa suo il torneo di Atlanta ma con l’arrivo della terra arrivano anche altre tre sconfitte, due delle quali lasciano intendere che Ivan Lendl è pronto per spodestare nuovamente il re del tennis. Sia a Forest Hills (dove l’americano aveva già rischiato grosso nei quarti contro un sorprendente Claudio Panatta, che rimpiangerà otto palle break non capitalizzate nel secondo parziale e perderà solo 7-5 al tie-break decisivo) che a Dusseldorf, il n.2 anticipa quello che potrebbe succedere nel ben più prestigioso teatro del Roland Garros ma a Parigi il duello non si rinnova perché McEnroe trova sul suo cammino l’intera nazionale svedese e, dopo aver eliminato sia Sundstrom che Nystrom, in semifinale si arrende a Mats Wilander.

La grande quantità di punti da difendere costringe McEnroe a mantenere ritmi elevatissimi praticamente in ogni torneo e a Wimbledon solo il KO negli ottavi di Lendl (battuto da Leconte) attenua la sua secca sconfitta nel turno successivo contro Kevin Curren. Sudafricano di nascita ma appena naturalizzato statunitense, Curren non è nuovo a ottimi exploit nei grandi tornei, pur senza arrivare mai al successo: la sua grande occasione l’ha avuta sempre a Wimbledon nel 1983, quando ha perso in semifinale con Chris Lewis, ma anche agli Australian Open del 1984 avrebbe potuto vincere dopo aver eliminato Lendl e invece si fermò all’ultimo atto contro Wilander, nonostante l’erba fosse una superficie a lui più congeniale. Qui, McEnroe viene letteralmente annichilito (6-2 6-2 6-4) e dopo di lui Connors, che in semifinale si deve accontentare di cinque giochi, ma in finale il 27enne di Durban patisce l’emozione molto più del suo giovane avversario e consegna alla storia il talento precoce di Boris Becker.

Nell’estate americana John tiene a distanza Lendl battendolo in due set nelle finali di Stratton Mountain e Montreal ma la sfida decisiva è quella degli US Open e questa volta i primi due rispettano il pronostico trovandosi regolarmente di fronte nella finale. Oltre al titolo, è in palio anche lo scettro di n.1 del mondo e il verdetto è inappellabile: Lendl vince 7-6 6-3 6-4 e si mette comodo in poltrona, perché ci rimarrà per ben 157 settimane consecutive, sfiorando il record di Connors (160). Al contempo, si chiude qui la lunga stagione di McEnroe con numeri di assoluta qualità: 258 incontri (226-32) in 170 settimane e 51 tornei, di cui 30 vinti; infine, è il n.1 che, tuttora, ha il record di riconquiste della vetta (14). Degli anni di Ivan Lendl parleremo nella ottava puntata, che ci farà arrivare al 1988.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SETTIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 63 36 67FILADELFIAS
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN16 36BRUXELLESS
1984McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 62 46 57 57ROLAND GARROSC
1984LENDL, IVANSHIRAS, LEIF57 36QUEEN’SG
1984LENDL, IVANLECONTE, HENRI36 68 46DAVIS CUPS
1984McENROE, JOHNAMRITRAJ, VIJAY76 26 36CINCINNATIH
1984McENROE, JOHNSUNDSTROM, HENRIK1113 46 36DAVIS CUPC
1985McENROE, JOHNNYSTROM, JOAKIM46 67 36DALLAS WCTS
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN36 36FOREST HILLS WCTC
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN76 67 36WORLD TEAM CUPC
1985McENROE, JOHNWILANDER, MATS16 57 57ROLAND GARROSC
1985McENROE, JOHNCURREN, KEVIN26 26 46WIMBLEDONG
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN67 36 46US OPENH

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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