Il caso di George Floyd, il razzismo, le sofferenze di Arthur Ashe, Althea Gibson e Yannick Noah

Editoriali del Direttore

Il caso di George Floyd, il razzismo, le sofferenze di Arthur Ashe, Althea Gibson e Yannick Noah

Quando nel tennis il “nero” nel dubbio doveva dare il punto all’avversario bianco. E raccogliere le palle. I compagni bianchi al ristorante e i neri invece in macchina a mangiar panini

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Arthur Ashe regge il trofeo di Wimbledon, dopo la vittoria su Jimmy Connors: è il 5 Luglio 1975

Non si può restare indifferenti a quanto accaduto negli Stati Uniti a seguito del brutale assassinio di George Floyd da parte di un poliziotto che era passato indenne attraverso più di un comportamento violento, disumano e razzista. “I can’t breathe” è diventato il banner di sfilate, più o meno pacifiche, in giro per il mondo. Quanto accaduto a Minneapolis ha scosso l’opinione pubblica mondiale, non solo quella degli Stati Uniti. Tutti noi sappiamo bene che il razzismo c’è ancora, anche se non più come ai tempi della schiavitù. La questione razzismo non sopravvive soltanto nell’America di Trump e non riguarda soltanto i poliziotti violenti e aggressivi di quel Paese. E neppure soltanto i tifosi negli stadi di calcio che fanno “buuuh” al calciatore avversario che ha la pelle scura.

Un sito di tennis non è il luogo più adatto per addentrarsi nelle complesse implicazioni di un tema come quello del razzismo. Ci sono sedi e commentatori assai più autorevoli. In questa sede basterebbe intanto – e non solo per aver pubblicato su Ubitennis le reazioni di Osaka, Gauff e Auger-Aliassime – ammettere che l’atteggiamento più inaccettabile e misero che possiamo manifestare è quello di dire ‘il problema non esiste, gli si sta dando eccessivo peso‘.

Il problema esiste eccome ed è sotto gli occhi di tutti. Ricordo le forche caudine – perché al tennis mi voglio circoscrivere – attraverso cui sono dovuti passare tanti tennisti afroamericani. Penso alla storia di Jimmie McDaniel – il più forte tennista nero prima della seconda guerra mondiale, mancino d’un metro e 95, quattro volte campione dei tornei “segregati per colored“, l’American Tennis Association – cui fu straordinariamente “permesso” di affrontare il primo vincitore Slam, il bianco dai capelli rossi Don Budge, in un match di esibizione il 29 luglio 1940. Perse 6-1 6-2, ma tutta l’America fu emotivamente interessata a quell’incontro.

 
Don Budge e Jimmy McDaniel (Ph. from Whirlwind The Godfather Of Black Tennis by Doug Smith)

Anche perché Jimmie, il cui padre era stato un giocatore di baseball della “Negro League“, aveva avuto un passato burrascoso: a 18 anni aveva messo incinta una ragazza di 15 ed era finito per due anni in un riformatorio. L’ex olimpionico nero Ralph Metcalfe (quattro medaglie olimpiche compresa la staffetta 4×100 a Berlino con Jesse Owens sotto gli occhi rabbiosi di Adolf Hitler, correva i 100 in 10’3” e i 200 in 20’6”) gli aveva fatto avere una borsa di studio per l’atletica alla Xavier University di New Orleans, ma Jimmie era troppo più portato per il tennis.

E penso pure a Oscar Johnson, di Long Beach in California, primo afro-americano a vincere un campionato nazionale (The National Parks Junior Singles) a 17 anni, nel ’48. È morto nel marzo dello scorso anno (2019). Aveva ricevuto un’onorificenza nella Hall of Fame di Newport nell’87, ma è stato “enshrined” nella Black Hall of Fame soltanto nel 2010. E Robert Ryland, che nel 1946 fu uno dei primi due neri a gareggiare nel campionato NCAA di tennis. “Abbiamo dovuto fronteggiare moltissimi problemi a causa della discriminazione razziale in questi giorni – raccontava Ryland -. Quando ci mettevano in viaggio per giocare a Purdue o nell’Indiana, noi eravamo soliti mandare i nostri compagni bianchi nei ristoranti, dove loro mangiavano tranquillamente, a prendere dei panini che noi avremmo mangiato in macchina“.

Una decina d’anni dopo ecco Althea Gibson che prima di poter varcare i cancelli dei tornei americani dovette passarne di ogni tipo, di Arthur Ashe che vinse a Forest Hills nel ’68 in quel club di West Side Tennis in cui non avrebbe potuto mettere piede, sette anni prima di diventare il primo afro-americano a vincere a Wimbledon. Ricordava nell’81 Ashe: “Non puoi paragonare il tennis al football o al basketball. Quando Jackie Robinson infranse nel ’47 la frontiera del colore della pelle con i Brooklyn Dodgers, c’erano decine di buoni giocatori di baseball nelle Negro League che erano pronti a seguirne l’esempio. Quando Althea Gibson, la prima donna nera importante nella storia del tennis, vinse il titolo nazionale sull’erba di Forest Hills nel ’57 e nel ’58 non aveva alle spalle alcuna di riserva di talenti neri che aspettasse dietro alla porta per varcare la stessa soglia. I neri non si identificano in nessun modo con questo sport, né dentro né fuori dal campo“.

E nell’87 sempre Ashe: Ciò di cui abbiamo bisogno è uno Yannick Noah americano. Sotto molti aspetti io non ero un grande modello da seguire. Abbiamo bisogno di qualcuno che abbia un gusto e giochi un tennis sfrontato. E questi dovrebbe comportarsi come Julius Erving”.

Ma anche Zina Garrison e Lori McNeil, cresciute tennisticamente nei parchi pubblici del Texas, ne hanno raccontate di tutte e di più. Ora io non ho tempo per riaprire le loro autobiografie che ho nella mia biblioteca per ricostruire le loro storie quasi incredibili, certo imbarazzanti per qualunque essere umano dotato di un minimo di consapevolezza e sensibilità. Perfino le due sorelle Williams non hanno avuto vita facile, sebbene l’essersi rivelate super-campionesse già a 17 anni abbia contribuito all’apertura di qualche porta in più… ma Richard Williams non si è mai fidato troppo di tanta acquiescenza. Certo esagerando, ma lui era un personaggio così, quando disse: “È il peggior atto di pregiudizio razziale da quando hanno ucciso Martin Luther King”, sbottò polemizzando contro chi aveva seppellito di ‘buuh’ Serena Williams durante la finale 2001 di Indian Wells. La folla schernì anche Venus e il padre quando i due si sedettero fra gli spettatori, e le sorelle decisero di boicottare il torneo per ben 14 anni (15 anni Venus).

Serena, Venus e Richard Williams a Indian Wells

Mi perdonerete allora, spero, se saccheggio rapidamente anche una serie di dichiarazioni raccolte in un libro, Ipse Dixit” di Vincenzo Spina, che a suo tempo ha raccolto tante frasi pronunciate da tennisti, tenniste e personaggi del mondo del tennis. La maggior parte – lo avete già visto – sono di quel grande uomo, prima ancora che grande campione, che è stato Arthur Ashe, nonché di quel giovane camerunense, Yannick Noah, che fu proprio Arthur a scoprire nel corso di un viaggio fatto in Africa. Di Arthur Ashe, il delegato statunitense alle Nazioni Unite, di una trentina di anni fa ebbe a dire: Arthur Ashe ha preso il fardello della razza e lo ha indossato come un mantello di dignità.

Ecco allora alcune frasi di Ashe: “Grazie alla combinazione di una serie di fattori, i neri americani oggi rappresentano la sostanziale maggioranza tra gli atleti americani negli sport maggiori. Questo non è avvenuto nel tennis perché questo sport è stato organizzato in modo tale da scoraggiare la partecipazione dei neri (1988).

“Dajè Arturooo!” ricordo che un tifoso romano gridò al suo indirizzo mentre Arthur si esibiva al palasport dell’EUR, ma quello non era uno sfottò come quelli dell’ineffabile Ilie Nastase, che lo chiamava irridendolo “Negroni” senza che Arthur se la prendesse come invece fece a Stoccolma al Masters di fine anno 1975, sotto i miei occhi, quando Ilie prese a protestare per la luce insufficiente della Kungliga Halle dicendo spudoratamente: Ashe viene a rete e in questo buio non riesco a vederlo!. Disse quella e numerose altre finché la partita fu addirittura sospesa. Ashe, furibondo come non lo avevo mai visto, se ne uscì dal campo. Prima gli fu data partita persa, poi la fecero perdere giustamente a Nastase. Nastase era un tipo che fuori dal campo scherzava, anche pesantemente, con tutti: se incontrava un sudafricano, Drysdale, McMillan, lo salutava dicendogli “Salve Razzista!”.

Di Arthur ricordo questa profezia: È più facile che il prossimo vincitore nero di un Grande Slam sia una donna piuttosto che un uomo. I migliori atleti neri maschi preferiscono ancora giocare a basket, football e correre in una pista d’atletica (1992)”. Le due Williams, che all’inizio di carriera i giornali americani chiamavano “Ghetto’s sisters“, l’hanno confermata, altro che se l’hanno fatto! 23 Slam Serena, 7 Venus…

Ma già Zina e Lori, proprio a Wimbledon dove la prima ha raggiunto una finale e la seconda riuscì ad eliminare Steffi Graf al primo turno, avevano sfiorato il grande exploit, mentre fra gli uomini solo Malivai Washington, finalista nel 1996 dopo aver rimontato da 1-5 Todd Martin ma poi battuto da Richard Krajicek, è stato l’altro unico tennista di colore capace di sfiorare una vittoria Slam. Washington ebbe a dichiarare: È molto difficile per un ragazzo nero identificarsi con un tennista bianco. Voglio dire… con chi sarai più portato a identificarti, con Michael Jordan e Walter Payton oppure con Boris Becker e Ivan Lendl?”.

Nel 2006 James Blake (oggi direttore del torneo di Miami, padre afroamericano, mamma inglese), con il suo best ranking di n.4, è stato il tennista di colore più forte del terzo millennio assieme a Tsonga e Monfils. Althea Gibson disse: “Nello sport sei più o meno accettata per ciò che fai che per ciò che sei”. E anche: No, non mi considero una rappresentante della mia gente. Io penso a me stessa e a nessun altro…“. Le avevano chiesto se fosse fiera di essere paragonata al giocatore di baseball Jackie Robinson come rappresentante di spicco della sua razza, dopo che lei aveva vinto Wimbledon nel 1957. “Non sono una persona consapevole dal punto di vista razziale… Sono una giocatrice di tennis, non una giocatrice di tennis negra“.

Althea Gibson

Ancora Ashe: “Ricordo che c’erano regole destinate soltanto ai ragazzi neri del Sud. Quando hai dubbi su una palla (mio ricordo personale: negli USA fino al college ci si arbitrava da soli e io nella mia esperienza universitaria a Tulsa Oklahoma ricordo personalmente l’imbarazzo nel dover giudicare certi servizi fulminanti che sul cemento non lasciavano alcun segno. Non volevi passare da ladro, ma nemmeno regalare punti; nota di Ubs) considera buono il colpo del tuo avversario di pelle bianca. Se stai servendo prima del cambio campo… alla fine raccogli tutte le palle che si trovano nella tua metà campo e consegnale in mano al tuo avversario quando lo incroci. Il dottor Robert Walter Johnson, il nostro coach, sapeva che noi ci stavamo inoltrando in un territorio che spesso ci era ostile e voleva che il nostro comportamento fosse irreprensibile. Ci sarebbero voluti anni prima che io riuscissi a superare un simile pedaggio emotivo fatto di ira repressa e frustrazione!“.

Una volta Ashe, che io ho avuto ospite al mio torneo di Firenze e per la cui splendida, deliziosa moglie, fotografa professionista, avevo organizzato una mostra di fotografie, disse: Ogni giorno chiudo gli occhi e prego che le persone non siano crudeli con i miei figli come lo sono state con me. “Quel che mi fa infuriare di più è vedere un qualcuno della mia città, Richmond (Virginia) avvicinarsi a me in qualche altra città del mondo per dirmi: ‘Ti ho visto giocare a Byrd Park, quando eri un bambino’. Nessuno può avermi visto giocare a Byrd Park, perché quando ero bambino a Byrd Park potevano entrare solo i bianchi!.

E Yannick Noah, ultimo francese a vincere il Roland Garros nel 1983, ma nato a Yaoundè nel Camerun nel 1960, accenna ad un razzismo diverso: “Non ho mai avuto problemi ad essere nero, ma la federazione del Camerun non mi ha mai supportato. La ragione? Mia madre era bianca. Non sono ambasciatore di alcuna razza e di alcun Paese proprio per quello: con mia madre bianca e mio padre nero… dentro di me non mi sento bianco o nero. Penso di aver fatto più per la gente vincendo il Roland Garros di quanto avrei potuto fare andando in Sudafrica, durante il regime di apartheid, a fare conferenze. Può darsi che un giorno, verso i 35 anni, cambierò idea, ma non credo”.

Però quando Yannick Noah decise di portare i capelli con i dreadlocks (1983) si accorse che in Francia i bianchi facevano più fatica a riconoscerlo e ad accettarlo: D’improvviso non ero più un giocatore di tennis. Ero nero e non ero nessuno. Le reazioni della gente diventarono completamente differenti. Nulla di terribile, nulla che potesse scatenare una rissa, semplicemente differenti. In effetti non ho mai avuto alcun problema nell’essere un nero qui. È come dice Larry Holmes: se sei un nero e hai i soldi, allora non sei nero.

Però, come ha raccontato Felix Auger-Aliassime, “Se guidi una Mercedes di lusso, i poliziotti tendono a fermarti, come hanno fatto con mio padre, perché pensano che tu possa averla rubata”.

L’ex giocatrice Katrina Adams, best ranking n.67 WTA, ex semifinalista di doppio a Wimbledon nell’88 con Zina Garrison, è stata la prima presidente di colore dell’USTA, la federtennis americana, nonché la prima ad essere stata riconfermata – contro tutte le regole federali prima esistenti – dopo un quadriennio di presidenza. Se le cose sul fronte razzismo, almeno nel tennis, non sono cambiate con lei e grazie a lei, forse non cambieranno davvero mai con nessun altro.

Madison Keys, Katrina Adams e Sloane Stephens – US Open 2017 US Open (foto Art Seitz)

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: WTA rischia il fallimento dopo i sette tornei cancellati, incluse Finali e Race?

Il COVID-19 sciagura imprevedibile, ma la WTA ha commesso anche diversi errori. Il bluff di Federer. Il caso Halep: niente Palermo? Sono pessimista sull’US Open. Come minimo un’edizione maschile in tono minore

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Selfie di gruppo a Shenzhen - WTA Finals 2019 (foto @WTAFinals)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Direttore, lei ha scritto un paio di mesi fa che non credeva probabile, ma semmai demagogica, una “fusione” tra Atp e Wta, anche se in tanti l’avevano suggerita come ipotesi possibile…e anche Roger Federer aveva buttato un ballon d’essai un tantino populista, se posso permettermi di usare questa frase: “Sto pensando che potremmo unire ATP e WTA, in modo da avere una sola istituzione con uomini e donne insieme” – twittò Roger. Subito si erano dichiarati d’accordo Rafa Nadal e Simona Halep. Mentre la prevedibile risposta di Billie Jean King era stata: “Contenta che Roger lo pensi…io lo dico fin dagli anni Settanta!” Dopo questi mesi di…buone intenzioni, la pensa ancora così? Carmelo Scalabrino (Messina)

Sì, e ora anche più di prima. La sua lettera giunge a proposito. Roger se ne uscì con quella “provocazione” il 22 aprile scorso. Niente è accaduto, mi pare, perché vi sia stato dato alcun seguito. Dirò di più: quanto appena accaduto con l’annullamento del circuito asiatico, tanto per la WTA che per l’ATP, crea una situazione di ulteriore disparità finanziaria fra le due sigle dei tennisti professionisti. Mortifera agli effetti di una potenziale e quantomai improbabile fusione.

 

Già prima di questo disastro cinese la WTA aveva un bilancio da piccola società, con un utile di 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Decisamente meglio stava l’ATP con 19 milioni di utili ma soprattutto 160 milioni di attività liquide.

Anche per questi motivi di modestissima liquidità la WTA si era trovata costretta ad aggrapparsi alla Cina e ai suoi tornei, pur nella consapevolezza di affluenze modestissime nei vari stadi e, di conseguenza, un’immagine abbastanza compromessa anche agli occhi dei potenziali sponsor. Una scelta che personalmente avevo sempre considerato discutibile e rischiosa, a lungo andare. D’altra parte è anche vero che la WTA non ha potuto contare, fatta eccezione per Serena Williams (che non è stata più imbattibile come una volta), su personalità del carisma e dell’appeal di un Federer, un Nadal, un Djokovic. L’unico possibile contraltare di Serena, anche se dal 2004 non era più riuscita a batterla, era Maria Sharapova. Che si è ritirata a miglior vita. Tutto questo ha comportato una gran differenza! Non è stato neppur tanto un problema di natura tecnica, di spettacolo, di due set su tre invece che tre set su cinque. I protagonisti del circuito ATP sono stati decisamente di diversa caratura. E ora, grazie al COVID-19 (si fa per dire)… agli zoppi grucciate!

Per la WTA l’apporto economico cinese era fondamentale. Ma oggi si può dire – anche se nessuno poteva immaginarsi la pandemia del COVID-19 – che così come si suggerisce sempre agli investitori in borsa di diversificare gli investimenti anziché puntare su un solo titolo, la scelta ormai decennale della WTA di puntare troppo – se non quasi tutto – sull’Oriente, sul contiente asiatico, si è rivelata decisamente infelice.

Fu l’attuale direttrice dell’US Open, Stacey Allaster a credere che il fenomeno Li Na, avrebbe fatto proseliti, che i cinesi, gli orientali tutti, avrebbero riversato sul tennis la stessa passione che hanno per il ping-pong e il badminton, che sarebbero proliferate nuove Li Na, nuova campionesse e – chissà? – magari anche qualche maschietto competitivo. Non è successo. Né giocatori, né boom di spettatori e di interesse. Invece abbiamo visto soltanto stadi vuoti dappertutto, da Singapore alle varie località cinesi che pure si sono date da fare – vedi l’eterna lotta per una egemonia nazionale fra Shanghai e Pechino – dando vita a una grande concorrenza interna che ha portato tante diverse città ad allestire una dozzina di tornei WTA, di ogni possibile categoria.

Però il tennis non ha sfondato. E chissà che il Governo cinese, pronunciandosi per il blocco del circuito per via del Covid-19, non abbia in fondo pensato che investire (e far investire) tutti quei soldi sul tennis, fosse tutto sommato una cosa da evitare. Soprattutto quest’anno che neppure gli spettatori possono affollare gli stadi (semmai volessero farlo). Così, portando la WTA sull’orlo del baratro, del dissesto finanziario, sono saltati 11 tornei di questo autunno: 7 femminili e 4 maschili. Non ho elementi sufficienti per dire che la WTA rischi il fallimento, ma non mi stupirebbe assolutamente una discreta riduzione dei tornei nel 2021 in Cina e non solo (se prima o poi riprenderanno dovunque…) e montepremi più bassi. Per rispondere al lettore di Messina mi domando: se aumenterà il gap di interesse, dei montepremi fra ATP e WTA, chi mai glielo farà fare all’ATP di dividere equamente una torta che per tre quarti appartiene all’ATP? Come accetterebbero i tennisti di rinunciare a una bella fetta dei loro guadagni per consentire alle tenniste di spartirsi i montepremi a metà?

Roger con la sua uscita… ha acquisito nuovi consensi – come se non ne avesse abbastanza! – presso il pubblico femminile e le colleghe. Nadal si è accodato all’amico che raramente contraddice. Che Halep fosse favorevole, e con lei tutte le tenniste, beh dove sta la sorpresa?

Il punto è che l’ATP, che conta comunque di poter organizzare le sue finali ATP all’02 Arena di Londra – l’ultimo anno prima dei 5 anni di Torino (vi immaginate che bagno di sangue sarebbe stato per la nostra FIT se il COVID-19 fosse coinciso con il primo anno delle finali a Torino? Meglio non pensarci…) – può sopportare la perdita di quattro suoi tornei, quello di Pechino, il Masters 1000 di Shanghai e i due tornei di Chengdu e Zhuhai. Ma la WTA no. La WTA, intanto, di tornei ne perde ben sette. E fra questi soprattutto le finali di Shenzhen (14 milioni di dollari il montepremi e la maggior fonte annuale di reddito per la WTA), trovandosi costretta a cancellare perfino la Porsche Race. Un vero disastro, una catastrofe. Sono saltate infatti la settimana del 12 ottobre a Pechino, del 19 a Wuhan e Jiangxi, del 26 a Zhengzhou, del 9 novembre a Shenzhen, del 16 a Zhuhai, del 23 a Guangzhou. E con questi 7 tornei tutti i loro munifici sponsor. I sette tornei “offrivano” globalmente alle tenniste montepremi intorno ai 26 milioni di euro. E se fino a 6 anni fa le finali WTA apportavano alla stessa WTA il 35% delle proprie entrate, adesso la percentuale era parecchio salita.

Fino a pochissimi giorni fa Steve Simon, CEO della WTA, diceva: “Ci sono il 50% delle possibilità che sul suolo cinese il circuito tennistico proceda”. Si sbagliava. Forse pensava che il Governo cinese avrebbe dato via libera al tennis perché ospitare – fra gli altri – un torneo a Wuhan, la città più colpita in primis dal COVID-19, avrebbe potuto avere un forte significato simbolico e politico. Ora la scelta cinese – con Shenzhen che aveva deciso di investire un miliardo di dollari in 10 anni – si è rivelata purtroppo disastrosa. Steve Simon forse non ha colpe, forse sì. Di certo la WTA non si è dimostrata troppe volte all’altezza della situazione. Perché ad esempio non consentire a Palermo di ospitare un torneo da 48 giocatrici, con tante di quelle tenniste che desideravano giocarlo? Per proteggere i tornei americani che chissà se mai si disputeranno?


Gentile direttore, perché se è stato cancellato il torneo di Washington a 3 settimane dalla sua disputa, non si dovrebbe cancellare anche l’US open (e il prologo del Masters 1000 di Cincinnati a New York?)Carlo Tirinnanzi (Firenze)

Money, money, money. Ci sono molti più soldi in ballo fra uno Slam a New York (più un Masters 1000 trasferito nella stessa bolla) rispetto al torneo di Washington. Ciò premesso però, io a questo punto sebbene l’USTA stia facendo di tutto e di più per garantire che lo Slam di Flushing Meadows verrà giocato a qualunque costo, io sono sempre più pessimista. Gli americani vogliono far giocare il loro torneo anche se sanno benissimo che le defezioni saranno numerose. Almeno fino a quando il discorso quarantena non verrà chiarito. Se lei da giocatore – e in maggioranza i giocatori più forti sono europei – dovesse mettere sulla bilancia d’una sofferta decisione uno Slam (US Open) e un Masters 1000 (Cincinnati a New York) contro un altro Slam (Roland Garros), 2 Masters 1000 (Madrid e Roma) e una serie di tornei in Europa, che tipo di scelta farebbe?

È talmente evidente che non rispondo. Ma agli americani interessano i diritti tv, più che chi gioca e chi non gioca. Tuttavia mentre in campo femminile basta quasi la presenza di Serena, e di giocatrici nordamericane interessanti ce ne sono comunque a far da contorno (Kenin, Andreescu, Stephens, Keys, Riske), nel field maschile se oltre a Nadal, Wawrinka e Federer assenti, non dovessero andare neppure Djokovic, Zverev e Tsitsipas (che non si sono ancora pronunciati a differenza di Thiem), beh sarebbe certo un’edizione in tono minore.


Ma è vero che Simona Halep, data per sicura a Palermo dopo le sue stesse dichiarazioni, non potrebbe partecipare se il Governo italiano non cambia idea riguardo alla quarantena imposta a chi provenga da Romania e Bulgaria? – Giuseppe Accordi (Padova)

Purtroppo questa tegola parrebbe esserci. Il ministro della salute Roberto Speranza ha firmato un’ordinanza che impone una quarantena di 14 giorni a chiunque si sia trovato recentemente in Romania e Bulgaria. Ma il direttore del Country Time di Palermo Oliviero Palma, che ha invitato perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c., ad assistere al Ladies Open, spera ancora di strappare un provvedimento di esenzione per Simona. Sarebbe una vera beffa, per i siciliani che hanno fatto di tutto per allestire il loro torneo, se venisse a mancare la campionessa di Wimbledon in carica e la protagonista più attesa. Ciò detto, il torneo è di un tale livello, con altre 5 tenniste fra le prime 20, che anche nella peggiore delle ipotesi resterebbe comunque il migliore mai ospitato dal capoluogo siciliano.


Egregio Direttore, è con vero piacere che io ed altri appassionati di Tennis vediamo la Sua bella e interessante trasmissione. C’è però una cosa che ci incuriosisce: come mai nelle partite in cui gioca Nadal questi perde quasi sempre… Possiamo capire quando gioca contro Fognini, ma con gli altri?? Quando perse contro la Vinci, l’entusiasmo era più che comprensibile, ma contro le altre… Certamente saranno delle coincidenz , ma…. – Romano Morando

Confesso che non so a quali trasmissioni lei alluda. Io scrivo su Ubitennis. Non mi scambierà per un qualche dirigente o telecronista di Supertennis? Forse è a quelle trasmissioni cui allude. Io non c’entro. È probabilmente vero che Nadal fa più notizia quando perde che quando vince, idem Serena. Quindi forse Supertennis privilegia la notizia. Non credo che si voglia programmare apposta le sconfitte di Nadal e Serena, ma – insomma – io creda che lei abbia potuto sbagliare destinatario. Mi fa piacere però che segua anche Ubitennis (che qualche buontempone in passato aveva ribattezzato UbiNadal… ma doveva essere certamente un tifoso di Federer o di Djokovic).


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Editoriali del Direttore

L’impari lotta del ministro Spadafora. Troppi nemici. Malagò e Binaghi, nemici alleati e poltrone assicurate

Il testo unico della legge di riforma dello sport prevede un massimo di 2 mandati per il presidente CONI e di 3 per i presidenti federali. Così Angelo Binaghi, per garantirsi il suo sesto, ha fissato le elezioni per settembre, contando che la legge non passi rapidamente

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Credo che Spadafora andrà a sbattere contro un muro. E si farà pure male. Leggo su Repubblica di questo martedì (che riprende la Gazzetta dello Sport di lunedì): Il ministro ha dichiarato guerra a quei 16 presidenti che guidano le loro federazioni da quando c’erano ancora le Torri Gemelle. E in diretta Facebook Spadafora ha annunciato il testo unico di riforma dello sport che, nelle sue maglie, contiene il limite di tre mandati per i presidenti federali. Mentre per il CONI verrebbe introdotto da subito il limite di due mandati. Se la norma non sparirà dalla bozza, Malagò sarebbe ineleggibile già nel 2021.

Il testo è una legge delega che non necessita di approvazione parlamentare, ma deve passare in Consiglio dei ministri a fine mese – le vacanze estive però incombono – e prima per i partiti di maggioranza: questo martedì tocca a LEU e Italia Viva, mercoledì a PD e 5 Stelle. Molti scommettono che il testo unico possa essere ampiamente ritoccato. Troppi presidenti federali, in carica dal 2000, non vogliono mollare la loro poltrona e cercano di accelerare le nuove elezioni – quando essendo state rinviate le Olimpiadi queste avrebbero potuto essere indette fino all’autunno 2021 – perché l’obiettivo principe è conquistarsi altri quattro anni di potere. Così si è subito mosso Angelo Binaghi – come avete letto in questo articolo – che ha prima convocato il consiglio direttivo della FIT al Fort Village un paio di weekend fa (ovviamente tutti spesati i consiglieri per il viaggio e l’alloggio in Sardegna, ma non i 60 invitati a celebrare il suo sessantesimo compleanno nel costoso resort sardo) e poi ha fissato l’assemblea elettiva per settembre. 

Se Binaghi avesse aspettato il 2021 magari avrebbe potuto diventare legge il testo unico di Spadafora e il dirigente sardo avrebbe dovuto nominare un “re travicello”, da sostituire dopo un quadriennio, un po’ come ha fatto in Russia Putin quando, avendo esaurito i tempi del suo mandato, aveva messo al suo posto il debole Medvedev, giusto il tempo necessario per poi tornare in sella, dopo aver continuato a guidare i Paese alle sue spalle. Il problema di Spadafora è che sta pestando troppi piedi “illustri” e pesanti, in una sola volta, per non essere costretto a rivedere la sua posizione. Malagò e Binaghi, giusto per menzionare due persone che sarebbero toccate dal testo unico Spadafora, sono come cane e gatto ormai da tempo. Cioè da quando Binaghi si era alleato con la Lega e il precedente responsabile dello sport, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per esautorare il CONI sotto il profilo economico e dar vita a “Sport e Salute” che dei 450 milioni annui che “gestiva” il CONI se ne è presi circa 400, lasciando briciole di soldi e potere a Malagò. 

 

Se avesse potuto, Malagò avrebbe “fulminato” Binaghi, come già aveva sognato di poter fare all’epoca in cui Binaghi si era schierato nelle elezioni del presidente del CONI a favore di Pagnozzi (candidato del precedente presidente CONI Petrucci) dicendone di cotte e di crude sul conto di Malagò, accusato di combinare ogni tipo di disastro. Poi Binaghi, grazie anche ad alcune astute passerelle televisive offerte a Malagò su Supertennis (lo strumento di potere di cui Binaghi si serve disinvoltamente per favorire gli amici di vecchia data, e quelli da conquistare, in aggiunta ai circoli elettori che pur di comparire su “Circolando” farebbero carte false) si era riavvicinato a Malagò (per una volta assai ingenuo), prima di pugnalarlo alle spalle facendo lobby per “Sport e Salute”. 

Ma ora, così vanno le cose nel nostro Bel Paese, il testo unico di Spadafora ha il suo tallone d’Achille nel fatto che ricompatta anche i nemici Malagò e Binaghi che in questa battaglia contro le intenzioni di Spadafora si ritrovano alleati. 

Troppi centri di potere, ammanicati con i più diversi partiti, mi fanno ritenere che non prevarrà la logica di chi dice basta “a 16 presidenti che guidano la loro federazione sin da quando c’erano ancora le Torri Gemelle”. Non frequento i salotti, anzi… i corridoi della politica, ma quando c’è da mettersi contro troppa gente tutta insieme, anche i presunti “rottamatori” di solito si arrendono. Ogni allusione al mio concittadino Matteo Renzi è puramente casuale. 

Il ministro Vincenzo Spadafora

Voglio aggiungere, peraltro, a quanto ho appena scritto – nel probabile caso che i lettori mi attribuiscano, a seguito di queste righe, la volontà di mandare a casa Binaghi… che purtroppo e pur con tutti i gravi difetti che certamente imputo a Binaghi, non vedo (soprattutto da qui a settembre) né un qualche coraggioso oppositore degno di considerazione, né all’interno dell’attuale compagine governativa federale, qualcuno in grado di sostituirlo con benefici per l’immediato futuro del tennis italiano. 

Che è poi l’unica cosa che mi sta a cuore. Fra l’altro in tempi recenti la FIT si è ravveduta su diversi punti che io sostenevo da sempre: 

  1. la necessità di non far più guerra ai team privati e ai loro coach, affiancandoli invece con strutture e personale federale
  2. il sostegno economico ed organizzativo a chi volesse organizzare tornei di livello professionistico, ATP, WTA (come Palermo) e challenger
  3. promuovere il tennis anche attraverso eventi tennistici (vedi ATP-Next Gen, pur costata un occhio della testa al bilancio) e le finali ATP a Torino per il prossimo quinquennio, una manifestazione di indubbio prestigio e risonanza mondiale. 

Eppure Binaghi, che queste considerazioni le condivide certamente, è talmente terrorizzato di poter perdere la poltrona (che nessuno gli può togliere da sotto il sedere nell’arco di tre mesi e secondo me neppure in un anno o due) che per non correre il minimo rischio, ha fissato le elezioni per settembre. Ciò per prendere in contropiede qualsiasi testo legislativo non approvato e qualsiasi abbozzo di candidatura alternativa da parte di una improbabile opposizione. La quale, ricordo a chi non lo sa, per una norma statutaria introdotta da Binaghi nel 2009, dovrebbe essere avallata dalle firme dichiarate (e quindi con il brutto rischio di dispiacere a Binaghi e ai suoi che probabilmente manterranno il potere… perchè organizzati da anni per farlo). Lo statuto prescrive che una candidatura alle elezioni della FIT debba essere sostanziata dalla firma di 300 società sportive (appartenente a più di 5 regioni) e non solo.

  • Le 300 società sportive sono i circoli di tennis gli Affiliati aventi diritto al voto, appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione (una norma che dice tutto…)
  • devono firmare anche almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione
  • devono firmare in appoggio al candidato almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Il problema è trovare 300 società che firmino? Certo!

Si lasci perdere il punto 2 e 3 per i quali chi voglia candidarsi alla presidenza può sempre riuscire ad organizzarsi. Ma trovare, per chi non lo è già e non ha quindi rapporti con i comitati regionali, 300 circoli… che sottoscrivano una candidatura alternativa a quella del presidente, e minimo 10 per regione in 5 regioni, significa mettere su una tal macchina organizzativa …che ci vorrebbero almeno un paio d’anni per metterla in moto. Forse Trump o Biden potrebbero provarci. E talmente dispendiosa da scoraggiare chiunque a buttarsi dentro a una simile battaglia. Bisognerebbe che fosse ricchissimo, appassionatissimo, e…nullafacentissimo! 

Binaghi poteva stare tranquillo anche se le elezioni si fossero fatte nel 2022, credetemi. Organizzandole per il settembre 2020, secondo me, lascia solo l’impressione di uno che ha paura dei fantasmi e, di nuovo, non fa una bella figura. Sembra davvero troppo interessato, ma perché? Ma è anche vero che alla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis, queste vicende non interessano proprio per nulla.

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Editoriali del Direttore

Federer può giocare le finali ATP! E Nadal snobbare l’US Open, come Medvedev e Berrettini. Thiem no

Il nuovo calcolo delle classifiche ATP dà adito a possibili speculazioni. A favore dei “Fab 3” e di chi i punti li ha già. Djokovic sicuro n.1 a fine anno. Un James Bond per ogni top-player. Coscienza vs convienienza

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Non era facile trovare una soluzione al problema del calcolo dei punti, in questa fase di estrema incertezza. Si gioca o non si gioca? Potranno farlo tutti o magari qualcuno no? È giusto “costringere” a giocare chi non se la sente, penalizzandolo se rinuncia? E la quarantena c’è o non c’è da un continente all’altro? Che succede se il contagio si diffonde in un Paese, in un torneo, provvisto o meno di una “bolla protettiva”? E come tutelare i giocatori che avevano fatto i punti all’inizio dell’anno senza poter approfittare del ranking raggiunto per difenderli? E quelli che se li erano costruiti a fine 2019?

Erano davvero troppe le incognite. In un mio precedente editoriale avevo accennato alle 17 ipotesi che erano state avanzate da un team di esperti consultati dall’ATP. Dopo varie scremature erano rimaste in piedi un paio di tesi… ma alla fine ne è scaturita una nuova, quella che abbiamo descritto già ieri sera, quasi in tempo reale con l’annuncio.

Poco dopo l’uscita di quella “prima copertura”, forzatamente essenziale, tre dei miei quattro “vice” hanno anche improvvisato un podcast nel quale hanno discusso di tante situazioni che potevano venirsi a creare. Nel frattempo il sottoscritto, sapendo che – piaccia o non piaccia – gran parte dei nostri lettori non ha ancora fatto l’abitudine all’idea di ascoltare gli audio, così come di guardare i video (sebbene in audio e video si stiano investendo parecchie energie di Ubitennis), ho deciso di scrivere questo editoriale perché credo sia opportuno commentare l’importante decisione dell’ATP. Di certo non si è trattato di una decisione banale, né di una decisione improvvisata.

 

Di fatto l’ATP, tenuto conto di tutte le incertezze cui poco sopra alludevo e delle circostanze che potrebbero anche verificarsi – chi può sapere se il COVID-19 si placherà ovunque o magari invece accadrà il contrario anche soltanto in qualche Paese dove potrebbe doversi disputare un torneo oppure nel Paese di qualche tennista impossibilitato a espatriare? – ha deciso per il “liberi tutti”. Liberi tutti di giocare o non giocare qualunque torneo.

Preoccupandosi così in primis dei giocatori e in secundis degli organizzatori dei tornei che non possono più contare sulla partecipazione obbligatoria di tutti i migliori, come è invece sempre accaduto per tutti quei tornei (salvo Washington) che si dovrebbero giocare dal 13 di agosto in poi. D’altra parte l’ATP è nato e si comporta come un sindacato dei giocatori, prima che dei direttori dei tornei che pure si cerca di rispettare in quanto importanti parte in causa. I soldi li tirano fuori questi ultimi.

Questa manovra mi pare abbastanza equilibrata: favorisce i più ricchi che hanno più punti, certo, ma tutela indirettamente anche i meno ricchi e con meno punti. Se infatti più giocatori di vertice eviteranno di partecipare ai 7 tornei “mandatory” filati, si libereranno conseguentemente posti per i giocatori meno ricchi e in possesso di ranking che non avrebbero consentito loro la partecipazione a quei tornei. Magari sarà più difficile salire in classifica, ma qualcuno si metterà in tasca dei soldini cui altrimenti non avrebbe avuto accesso.

Quindi a livello di scelta “sindacale” quella dell’ATP ha una logica, dopo che la si è sempre accusata di fare soltanto gli interessi dei più ricchi. La scelta dunque ha una sua ratio. Ma come tutte le scelte “orizzontali” può favorire qualcuno e svantaggiare qualcun altro. Soprattutto può indurre qualcuno a far dei calcoli che altrimenti non avrebbe fatto. In linea di massima favorisce certamente chi i punti li aveva già, perché consente a questi giocatori già “ricchi” di punti di non avere alcuna necessità di difenderli.

Ciascuno conterà i suoi migliori 18 risultati. E parteciperà a un torneo oppure a un altro secondo coscienza o secondo convenienza? Forse questo è il punto – coscienza o convenienza? – destinato a sollevare dubbi, critiche, speculazioni. Il fatto che diversi dei top-player abbiano anche responsabilità politiche in seno all’ATP, tutti e tre i Fab 3, teoricamente dovrebbe far prevalere la coscienza. Ma, come San Tommaso, finché non vedo non ci credo.

Difficile pensare che, magari ispirati dai manager con meno scrupoli, i giocatori in toto rinuncino a fare calcoli. Calcoli relativi alla propria partecipazione a un torneo, alla programmazione più idonea a ottimizzare i loro sforzi.

Perfino Roger Federer, che aveva dato l’arrivederci al 2021, potrebbe rivedere i propri programmi. Potendo conservare fino alle ultime finali ATP di Londra i punti conquistati in Australia quest’anno e nel 2019 la finale di Indian Wells, la vittoria a Miami, la semifinale di Parigi, la finale di Wimbledon, i quarti di US open… chi mai può togliergli la qualificazione per la 02 Arena? Secondo voi Gaudenzi e management dell’ATP, che organizza le Finals per l’ultima volta a Londra non ci hanno pensato?

Non siamo ingenui, please. Da qui a novembre il ginocchio di Roger sarà a posto, esattamente come sarebbe stato a posto a gennaio per la trasferta australiana. Per l’ATP recuperare Federer per le finali sarebbe un colpo da jackpot! E chi mai si sognerebbe di dire a Federer: “Scusa Roger, avevi detto che non giocavi fino al 2021 e invece ora ti vuoi già presentare all’02 Arena?”.

Arriviamo a Rafa Nadal. Nadal ha oggettivamente molte più chance di fare il filotto Madrid, Roma e Roland Garros (con quest’ultimo torneo che resta comunque il suo obiettivo principale) se non va a New York a difendere il suo titolo e gli annessi 2.000 punti che a questo punto non perderebbe comunque, ma conserverebbe fino a settembre 2021.

Abbia o non abbia Rafa il timore di contrarre il COVID-19 a New York, in tutta franchezza chi glielo fa fare di andare a Flushing Meadows? Solo la gloria. Se si pensa che zio Toni Nadal, ancor prima di conoscere le intenzioni dell’ATP, glielo sconsigliava, è detto tutto. Andando a New York Rafa può fare solo peggio… sia là negli USA sia in Europa. Forse il più grande stimolo per andare a New York sarebbe quello di poter eguagliare là i 20 Slam di Roger e di superarlo poi con il 21° Slam a Parigi. Anche eguagliare i cinque trionfi all’US Open di Connors, Sampras, Federer per uno orgoglioso come Rafa…non sarebbe pungolo da poco, per la verità. Ma, anche se non mi piace citare i proverbi a sostegno di una tesi, ricordate il “chi troppo vuole a volte nulla stringe?”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E Djokovic? Beh, lui diventa praticamente impossibile da scalzare dal trono del tennis, con tutti i punti che ha. I 2.000 dell’Australian Open (che sono i soli 2.000 d’annata), i 2.000 intoccabili di Wimbledon, i 1000 di Madrid e i 600 di Roma in cassaforte, la semifinale di Parigi. Giochi o non giochi, per lui reduce dal coronavirus che ha vinto nel 2019 anche Bercy e potrebbe fare tranquillamente meglio alle finali ATP (dopo aver perso nel girone), cambia pochino.

Sarà quindi decisiva anche la voglia di competere di tutti. I campioni ce l’hanno connaturata, non sarebbero diventati tali se non l’avessero avuta, molto più dei calcoli. I calcoli li fanno gli agenti, di solito. Occorrerà vedere fino a che punto gli agenti “pesano”. E anche le famiglie “pesano”. I nostri Fab 3 hanno tutti mogli non proprio docilissime (Rafa forse escluso).

Potrebbe accadere – lo dico scherzando ma passando un messaggio su cui riflettere – che i giocatori decidano di allargare ulteriormente la compagine del loro team a un nuovo elemento: un agente di spionaggio. Questo James Bond delle racchette dovrà cercare di capire se uno dei competitor del suo cliente andrà o meno a giocare quel determinato torneo. Un torneo depauperato di tutti i big concorrenti, potrebbe essere un bell’incentivo a giocarlo occupando spazi più agevoli. Più che per i punti (comunque non in discussione), più che per i soldi (ne hanno già talmente tanti!), per il prestigio, per un titolo importante. Slam soprattutto, ma anche un 1000 non fa schifo al palmares.

Prendiamo il caso di Medvedev, protagonista di un’estate 2019 straordinaria. Vive in Costa Azzurra, nei tornei europei ha tutto da guadagnare perché lo scorso anno ha fatto poco o nulla. In quelli in America è abbastanza difficile che possa far meglio del 2019, quindi magari resterebbe anche volentieri in Francia… ma se potesse accarezzare l’idea di vincere uno Slam, lui come un Thiem, uno Zverev, un Tsitsipas, finora implacabilmente bocciati dai Fab 3 (e 4), voi dite che rinuncerebbe?

Ci può essere un momento più favorevole per un Next-Gen (o quasi Next-Gen) e un break through nell’albo d’oro di un Major?

Pensate a Thiem, n.3 del mondo e plurifinalista di Slam: lo scorso perse al primo turno all’US Open. Voi non ci andreste a New York – sicurezza sanitaria permettendo – per cercare il grande exploit, magari favorito dall’assenza di due Big Three, se non di tutti e tre?

Due parole anche sui “nostri” uomini di punta. Berrettini si trova in Europa, al momento non si sa neppure se il problema della quarantena con gli USA verrà risolto, ma potersi mantenere fino al settembre 2021 i punti della semifinale dell’US Open, non è cosa da poco. Significa, per i tornei europei (Madrid, Roma e Parigi) dove non ha cambiali da onorare, mantenersi una superclassifica e una posizione di testa di serie, come minimo la n.7 se ci sono proprio tutti i sei davanti (Federer no…), che non è poco.

Vero anche – va considerato in tutte queste ipotesi – che se uno non gioca… non guadagna soldi. Ma forse pur non guadagnandoli lì nell’immediato, quella posizione nel ranking potrebbe fruttare di più. Chissà… se a Matteo mancasse troppo Ajla Tomljanovic e lei non venisse in Europa, sarebbe il cuore a comandare la programmazione.

E Fognini? Ecco un altro che può tenere i 1000 punti di Montecarlo 2019 fino a fine anno (anche se lui li avrebbe conservati comunque). Lui, da n.11, potrebbe voler approfittare di qualche defezione più o meno calcolata di chi gli sta davanti, per recuperare quelle posizioni che gli consentirebbero di centrare finalmente l’obiettivo delle finali di Londra: all’US Open ha perso al primo turno, a Cincinnati non andò, a Roma e Madrid si è fermato al terzo, a Parigi giocherebbe con la ciambella di sicurezza degli ottavi raggiunti lo scorso anno. Insomma, se dall’operazione finalmente affrontata fosse uscito bene e avesse recuperato appieno, perché non sognare di raggiungere a 33 anni quel che finora – anche per via di una programmazione che lui stesso ha definito sbagliata (eppure non ci voleva un genio a pensarla diversamente) – gli è sempre sfuggito e che invece Matteo ha centrato quasi al primo tentativo serio?

Sinner infine. Per lui, come per il neocampione d’Italia Sonego, le cose non sembrerebbero cambiare teoricamente troppo. Però i risultati che farà eventualmente Jannik – auguri! Guai a considerarli scontati… gli creeremmo tutti troppa pressione – saranno comunque frenati da chi gli sta davanti che non gli cederà il passo con la stessa rapidità con cui l’avrebbe fatto in una situazione di punti non “congelati” per chi fa peggio rispetto all’anno precedente.

Il discorso per Sinner vale anche per gli italiani fuori dai top 100: però il rovescio della medaglia è che non sarebbero entrati nei tabelloni degli Slam e dei Masters 1000, mentre magari invece, a seguito delle defezioni di diversi giocatori contrari ad affrontare transvolate transoceaniche, potranno farvi irruzione. Travaglia, Seppi, Caruso, potrebbero giocare a Washington, se ci potessero e volessero andare. Lorenzi e Gaio – ma magari non solo loro – a New York e a Parigi (Paolo è 121, Federico 130) – possono sperare di giocare qualche partita ben ricompensata, dopo un anno disgraziato per le finanze.

Insomma, anche i “semiricchi” potrebbero forse godere di questo provvedimento… ma saranno peraltro quasi spinti a essere più coraggiosi, a sfidare il COVID-19, più dei ricchi Altrimenti far breccia fra i top 100 per tutti coloro che già non lo sono sarà più difficile, visto che a quelli già top 100, i punti non glieli potrà togliere nessuno.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Si dirà che la scelta ATP appare conservativa, certo è poco dinamica e un tantino ipocrita quando sostiene di voler premiare i giocatori che otterranno buoni risultati alla ripresa del gioco nel 2020. Vero che chi farà bene otterrà i punti previsti, ma non guadagnerà le stesse posizioni che avrebbe guadagnato, dal momento che chi stava davanti a lui non scalerà punti..

Bisogna però riconoscere che individuare una soluzione equa non era per nulla semplice. E comunque chapeau all’ATP… che, come avrebbe detto Galileo Galilei, “eppur si muove”. Avete per caso capito che farà la WTA? Da due mesi non riesce neppure a decidere se consentire a Palermo di ospitare un tabellone di 48 giocatrici, quando ci sarebbe la ressa per partecipare e già così come è ora – anche se alla fine per stani motivi Simona Halep e Karolina Pliskova decidesero di non partecipare – c’è un cast di partecipanti da far paura. Ma da dar grande lustro a quel grandissimo appassionato, prima ancora che direttore di torneo, che risponde al nome di Oliviero Palma. Il quale, per non lasciar nulla di intentato, ha pensato bene di invitare al Ladies Open perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c. che ha sempre abitato nella centralissima via della Libertà. E non è detto che all’invito non faccia seguito un sì.  

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