Lettere al direttore: quel record di Djokovic così sottovalutato

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Lettere al direttore: quel record di Djokovic così sottovalutato

Chi ha sofferto di più per le rimonte subite fra John McEnroe e Stefan Edberg di fronte a Lendl e Chang? Troppo gossip per Berrettini-Tomljanovic? Ancora e sempre GOAT…

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Novak Djokovic - Bercy 2019 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle sei domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Grazie alle repliche di Eurosport (che però non perde mai il viziaccio delle sintesi; per me una partita di tennis è come un film, va vista per intero), mi sono rivisto a distanza di poche ore due rimonte storiche, ormai nel mito, che hanno segnato la storia del torneo di Parigi e hanno pure segnato una svolta per i 2 protagonisti più celebri di queste sfide. Nella prima in finale nel 1984, Lendl rimontava 2 set al miglior McEnroe (e forse al miglior giocatore) che si sia mai visto sullo Chatrier. Per John quella sconfitta è stata la più bruciante della sua carriera e come ammesso da lui stesso ancora ci pensa e magari ci perde il sonno. Dopo quella finale sciagurata, iniziò la sua repentina discesa, e rivinse solo un altro Slam pochi mesi dopo. Mentre Lendl finalmente si bloccò dall’essere l’eterno perdente e iniziò il suo dominio. Che si concluse di nuovo sempre a Parigi cinque anni dopo, con un’altra rimonta passata alla storia, assai più incredibile della prima. In questo caso però “il pollo” fu di nuovo lui, come lo aveva definito agli inizi della carriera Connors. Ed anche lui dopo quella sconfitta clamorosa per mano di un ragazzino impertinente dagli occhi a mandorla targato USA, vinse solo un ultimo slam pochi mesi dopo, quasi che il destino volesse riprendersi quello che gli aveva consegnato 5 anni prima. Ci sono analogie tra queste due partite? E chi davvero ha più da recriminare per come è andata a finire?Simone Frosali, Carmignano (PO)

Le brutte e dolorose sconfitte spesso lasciano il segno. In questo caso è indubbio, come Simone sottolinea. Non ho mai visto giocare McEnroe meglio di quella volta sulla terra rossa. La battaglia con Lendl, con tutto quel successe, Supermac che se la prese con un fotografo i cui ripetuti clic lo deconcentrarono fino a fargli perdere la testa e il match che stava dominando, è stata addirittura oggetto di un film che mi sono trovato a presentare. Mentre sulla famosa rivalità, mai sopita neppure a fine carriera, fra Lendl e McEnroe, aveva scritto per noi Enzo Cherici e nel ricostruire la cronaca di quel celebre match Luca de Gaspari.

Per chi non lo avesse intuito la seconda “delusione” è quella che, per 4-6 4-6 6-3 6-3 6-3 patì Lendl negli ottavi contro Michael Chang nel torneo dell’89 che è stato forse il più sorprendente nella storia del Roland Garros moderno, o Open che dir si voglia. Il torneo fu vinto dallo stesso Chang, che annullò 10 palle break a Edberg in finale nel quarto set, quando lo svedese conduceva due set a uno. Ovviamente perse al quinto. Edberg sfruttò soltanto 6 pallebreak su 25 nel match! In quell’anno Arantxa Sanchez sorprese Steffi Graf. Due ragazzi di 17 anni, 34 in 2, trionfarono a Parigi. Se non fu sorpresa quella!

Non andava interpretato alla lettera invece quel “chicken!” sibilato da Jimmy Connors a Ivan Lendl quando il tennista ceco si arrese a lui praticamente senza lottare perché, all’ultima giornata del round robin, sapeva che perdendo si sarebbe qualificato come secondo nel girone e avrebbe affrontato in semifinale il più morbido Gene Mayer, che aveva chiuso come primo nell’altro gruppo, mentre vincendo si sarebbe imbattuto in Bjorn Borg. Che infatti batté in semi l’incavolatissimo Connors e in finale Lendl che aveva fatto bene i suoi calcoli. Ma la traduzione di “chicken” non era pollo, in quel caso, ma “vigliacco”! Connors non era tipo da mandarle a dire dietro le spalle. E non era tipo da far calcoli e perdere apposta neppure se avesse dovuto giocare contro sua madre Gloria.

Chi ha avuto più da recriminare fra McEnroe e Edberg? Il secondo ha avuto molte più occasioni, quindi lui. Però ha sofferto più certamente, per via di un carattere certo differente (nonché per l’odiato avversario cui aveva lasciato il passo), John piuttosto che Stefan. Una correzione poi: se è vero che Mac avrebbe vinto solo un US Open dopo quella batosta parigina, Edberg ha invece vinto Wimbledon ’90, due US Open, ’91 e ’92, e fatto quattro finali dopo Parigi ’89, nonché tre semifinali. Insomma, ha dimenticato quasi del tutto quel che McEnroe non dimenticherà mai.

P.S. Non si lamenti per le sintesi di Eurosport, lei che ama i match da gustare per intero. Si immagina se dovesse prendere piede l’UTS di Mouratoglou? È sicuro di poterlo escludere?

 

Egregio Direttore, ancora la questione GOAT. Valgono di più gli Slam o le settimane da n. 1? Le ATP Finals che danno più punti, sono più importanti dei Master mille, perché ci sono i primi 8 al mondo? Gli scontri diretti a favore, sono sintomo di una chiara superiorità tra i due contendenti? E il numero di finali raggiunte, di semifinali? Gli scontri diretti? Federer – Nadal 16-24: il margine è tale che non ci dovrebbero essere dubbi per stabilire chi è più forte dei due. Ma nei primi 10 (2004-2007) il bilancio è 7 a 3 per l’iberico. Negli ultimi 8 incontri nei quali Nadal gode invece di classifica migliore rispetto al vecchio Federer gli scontri diretti sono 7-1 per lo svizzero. Sulla terra battuta è 14-2 per Nadal, indiscutibile re del “rosso”. Ma il più vincente è anche il più grande? Secondo me, ovviamente tifoso di Federer, il più grande non lo si stabilisce solo dai numeri. Futuro Goat Novak Djokovic? Fortissimo tennista, forse il più vincente, non potrà mai essere considerato il più Grande. Non c’è veramente paragone fra i due. Djokovic, più forte di Federer e più vincente, non potrà mai raggiungere la qualità tennis che esibisce Roger. Mi pare che Roger abbia anche un record di 24 finali vinte consecutiveVincenzo

Caro Vincenzo, e con te intendo rispondere a tutti. Ho dovuto tagliare più di metà delle cose che hai scritto. E ciononostante… Non c’era una domanda, ma una tesi. Vi prego di farmi domande brevi. Non scrivete articoli. Togliete spazio agli altri. Sul GOAT vorrei non rispondere più. Fra Slam vinti, confronti diretti e/o anagrafici, anni migliori e peggiori, rivali più forti e meno forti, per me il dato più impressionante è quello delle semifinali Slam consecutive. Ma è anche vero che se a fronte di quelle uno non avesse poi vinto mezzo Slam, o ne avesse vinti 5 meno di un altro, occorrerebbe tenerne conto.


Buongiorno, non so esattamente chi pubblichi notizie su Berrettini ma quando le leggo mi sembra di sfogliare Novella 2000 e trovo tutto ciò molto poco “sportivo”. Io sono interessata al tennis ma leggere continuamente notizie sulla vita privata di Berrettini, (cosa che peraltro non mi pare sia mai stata fatta in nessun altro caso) dandone una relazione quasi quotidiana mi innervosisce molto. Di Berrettini e Ajla veniamo informati dettagliatamente da quando si sono scambiati il primo sguardo e a me non me ne può fregar di meno, sono cavoli loro! Mi sorge anche il dubbio che lui ci sguazzi in questo frangente perché diversamente farebbe in modo di essere più discreto il che mi fa scendere verticalmente l’indice di gradimento anche come tassista (volevi scrivere tennista? Oppure fai la tassista?). Tempo addietro ero iscritta ai fans di Camila Giorgi su Facebook ma quando mi sono accorta che gli apprezzamenti erano rivolti più alla parte estetica e non a quella tennistica, dopo averlo fatto presente (e ho avuto molti consensi positivi) mi sono tolta. P.S. Non disdegno alcune note o informazioni sulla vita privata dei giocatori ovviamente purché rimangano entro i dovuti limitiGiulia Molteni Ricci

Cara Giulia, prendo doverosamente atto dei suoi rimbrotti. Ma non mi sono accorto che si sia esagerato in tal senso. Di flirt fra giocatori ce ne sono sempre stati diversi seppur non tantissimi. I primi che mi vengono a mente sperando di non infastidirla ulteriormente, Connors-Evert, Malisse-Capriati. Stepanek-Hingis, fino ai più recenti Fognini-Pennetta, Monfils-Svitolina, Wawrinka-Vekic, Thiem-Mladenovic hanno sempre fatto la gioia dei fotografi, dei rotocalchi, delle trasmissioni televisive. Insomma, che se ne parli diffusamente è abbastanza normale.

Matteo Berrettini e Ajla Tomljanovic (Tennis United)

Può anche essere che in un periodo in cui non si sono giocati tornei, e che i giocatori si sono espressi più in video-chat che sui campi da tennis, si sia dato maggior risalto alle loro apparizioni di quel tipo… in assenza di altre. Tutti noi rappresentanti di media ci siamo trovati a lambiccarsi il cervello per escogitare argomenti su cui scrivere. Credo che Ubitennis, che ha quasi incredibilmente raggiunto anche 60.000 visite in certi giorni recenti nonostante non si giocasse, abbia offerto ai propri lettori anche servizi di qualità. Tutt’altro che gossip tipo Novella 2000.

Il web consente grande libertà ai lettori: quella di scegliere con lo scorrere di un polpastrello sul cellulare, o del mouse sul computer, dove soffermarsi e dove no. Non tutti i gusti sono alla vaniglia. Noi cerchiamo di soddisfare le curiosità, non malsane credo, della gamma più varia dei lettori. Senza per questo diventare gossippari, pubblicare foto di tenniste seminude. C’è chi adora gli aspetti tecnici, chi i profili dei giocatori, chi le interviste, chi le ricostruzioni storiche, chi le discussioni sul GOAT, chi si eccita solo se scriviamo di Federer, Nadal e Djokovic, chi è un fan di AGF e della sua rubrica per nulla gossippara sulle tenniste. Ma è vero che di Giorgi a volte sono state più apprezzate – da alcuni lettori – certe qualità estetiche che magari quelle intellettuali, anche se io avrei preferito si sottolineassero quelle tecniche. Ma non siamo tutti uguali. Dovremmo essere comprensivi anche con i gusti degli altri.


Caro Ubaldo, inutile ribadire i complimenti a Ubitennis, io rimpiango ancora le tue telecronache con Tommasi, Clerici e Lombardi. Premesso che non sono un tifoso di Novak Djokovic, perché quando si parla di slam non si fa mai riferimento ai 4 slam consecutivi vinti dal campione serbo tra Wimbledon 2015 e il Roland Garros 2016? Mi pare incomprensibile attribuire il titolo di career slam a chi ha vinto tutti i 4 grandi tornei e non quotare con un titolo questa sua performance; che oltretutto dovrebbe avere un certo peso nelle periodiche discussioni sul GOAT…eros.fontanesca@gmail.com

Trovo, Eros, che tu abbia ragione. Se ne è parlato più per il Serena Slam, sebbene lei non fosse la prima ad averlo conseguito – di sicuro c’è Martina Navratilova (1983-1984) – che non per Nole. Ingiustizia. Nole, salvo Don Budge che vinse sei Slam di fila fra il ’37 e il ’38 e Rod Laver con i suoi due Grand Slam (1962 e 1969), in campo maschile è stato il solo altro tennista che abbia vinto quattro Slam di fila anche se non nello stesso anno. L’exploit, come dice Eros, gli è riuscito fra il 2015 e il 2016. A differenza di Budge e Laver che potevano godere del fatto che tre Slam su quattro si giocavano sull’erba, Novak ha vinti i suoi quattro consecutivi su quattro superfici diverse, quindi direi che alla fin fine i suoi trionfi valgono ancora di più. Oltretutto non va dimenticato che nel 2015, quando vinse appunto tre Slam, l’unico che gli sfuggì fu il Roland Garros dove si arrese soltanto in finale di fronte a uno straordinario quanto sorprendente Stan Wawrinka.

A vincerne tre di fila invece sono stati diversi giocatori, a cominciare da Laurie Doherty 1903-1904. Jack Crawford 1933 (è a causa sua che si parlò, per le penne di Frank Kieran e Allison Danzig sul New York Times per la prima volta di Grand Slam: ma Crawford perse proprio l’ultima finale a Forest Hills contro Fred Perry pur essendo stato in vantaggio per due set a uno: ebbe un attacco di asma). Tony Trabert nel ’55, Lew Hoad nel ’56, Roy Emerson nel ’65-‘66, Pete Sampras nel ’93-‘94, Roger Federer 2005-06 e nel 2006-07, Nadal 2010, Djokovic 2011-2012 e 2018-2019.

(Finale Roland Garros 2015 – foto by ART SEITZ)

Ciao Ubaldo, volevo chiederti un parere su un’idea che mi sono fatto vedendo le Next Gen finals. Io cambierei i punteggi tennistici a seconda del tipo di torneo. Nei tornei ATP 250 si potrebbe giocare al meglio dei 3 set, ciascuno dei quali da 4 games CON I VANTAGGI; nei 500 al meglio dei 5 set (ciascuno da 4 games) SENZA VANTAGGI; nei Masters 1000 al meglio dei 5 set (ciascuno da 4 games) CON I VANTAGGI; infine negli Slam al meglio dei 3 set (ciascuno da 6 games) CON I VANTAGGI. In questo modo aumenterebbe l’appeal dei tornei minori riducendone il tempo di giocoFrancesco Putignano (Taranto)

Ciao, perdonami Francesco ma c’è già una tale confusione per raccapezzarsi – soprattutto per i non addetti ai lavori – quando in un torneo c’è un tiebreak finale a 6, oppure a 12, oppure non c’è proprio – che aggiungerne altra non mi parrebbe proprio il caso, anche se capisco la logica che lo ispira. Le regole dovrebbe essere sempre le stesse. Sennò non si capisce più nulla. E anche l’archiviazione delle statistiche dovrebbe far seguito a sistemi contabili coerenti. Perché dopo anni nessuno si ricorderebbe più se uno ha vinto quel torneo in 3 set, in 5, con game a 4 oppure a 6. Occorrerebbe mettere una quantità di asterischi per spiegare come si è giocato quella volta, in quel posto.


Non ti è parso eccessivamente egoista e ingeneroso Dominic Thiem a rifiutarsi di contribuire al sostegno dei tennisti meno forti e peggio classificati con la scusa che molti si impegnano poco e non lavorano abbastanza?Carlo S. Palermo

Premesso che Aleksej Grigor’evič Stachanov in confronto a Thiem era quasi un vero dilettante, perché l’austriaco è il lavoratore più infaticabile e quasi ossessivo che ci sia dai tempi di Guillermo Vilas, e quindi ai suoi occhi quasi tutti gli altri tennisti possono apparire degli scansafatiche, le sue prime dichiarazioni non gli hanno procurato grandi manifestazioni di simpatia. Tirar fuori 30.000 dollari per un giocatore che ha guadagnato 25 milioni di dollari senza contare le sponsorizzazioni, non avrebbe dovuto essere un problema.

Però occorre riconoscere che Dominic è un ragazzo molto serio che non si è nascosto dietro un dito, non è stato ipocrita o politically correct come magari qualche altro che la pensava allo stesso modo ma non si è esposto al pubblico ludibrio. È stato onesto nel dire come la pensava. Anche perché non era per nulla chiaro con quali criteri si sarebbe dovuto attribuire soldi dal n.500 o dal n.750 in giù. Giocatori che in buona parte sono semiprofessionisti che ci rimettono quando giocano… motivo per cui paradossalmente spendono di più se giocano rispetto a quando non giocano. Ok, per un giovane il Covid-19 è stato un brusco stop, ma avrebbe l’ATP stabilito il criterio di aiutare i giovani più dei meno giovani? E come? Non toccava, anche secondo me, ai giocatori autotassarsi in base al ranking o ad altro, ma semmai all’ATP – è o non è un sindacato giocatori? – che oltretutto ha un bilancio niente male (a differenza della WTA).

Thiem ha fatto, suo malgrado, la figura del taccagno. Secondo me ha sollevato una questione di principio. Si deve aiutare chi non lavora duro per emergere, o anche chi lavora duro ma non ha sufficiente talento? In quale altra professione ciò avviene? Forse nel mondo sono una decina di migliaia i calciatori che guadagnano intorno o più di 100.000 euro l’anno. Ma fra i tennisti a quella cifra non arrivano in 200. Uno che prova a fare il professionista di tennis lo fa a suo rischio e pericolo, sapendo quali sono le condizioni di mercato. Chi non ce la fa a entrare fra i primi 200 è destinato a soffrire. Detto questo, Thiem si è lasciato prendere un po’ più dalla lingua che… dalla mano sul portafogli.


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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La prova della Lotto Raptor Hyperpulse 100

Recensione e test in campo della scarpa Lotto Raptor Hyperpulse 100: stabilità e leggerezza con l’innovativa suola Vibram®

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Da oltre 45 anni Lotto Sport risponde alle esigenze di atleti professionisti e amatori per offrire loro il meglio in termini di stile e funzionalità. Per questo la collezione Performance autunno inverno 2021 vede il ritorno di Raptor nella sua naturale evoluzione: la Raptor Hyperpulse 100. La nuova scarpa da uomo rispetta il passato per proiettarsi verso il futuro. Alle caratteristiche che l’hanno resa celebre – supporto e stabilità – si aggiungono leggerezza e confort fin dalla prima calzata.
Tante le innovazioni, a partire dalla tomaia in mesh ultra sottile in poliestere a doppio strato, che garantisce leggerezza e traspirabilità, alla trama in Kurim degli inserti posizionati nella parte alta della scarpa. Questi inserti rinforzano l’area dell’avampiede e, grazie al taglio aereodinamico consentono di fendere l’aria con meno attrito. Lo stesso materiale avvolge la punta della scarpa, l’area soggetta a maggior sfregamento con il terreno. L’altezza del tacco si assesta a circa 2,8 centimetri, è massiva ma, come vedremo in seguito, assicura un’ammortizzazione eccellente garantita dal sistema Hyperpulse. Questa innovativa tecnologia, realizzata in una combinazione di ETPU ed EVA, presenta uno speciale design lamellare che assorbe l’impatto e restituisce energia. A questo sistema di ammortizzazione, si aggiunge la soletta estraibile spessa 8 millimetri, circa il doppio delle solette delle scarpe concorrenti, e realizzata in materiale Ortholite per un ulteriore confort. L’intersuola garantisce maggiore leggerezza e, grazie alla sua struttura specifica, stabilità media e laterale. La tecnologia BFC, realizzata in materiale TPU e posizionata nell’area centrale del piede, determina un controllo perfetto in torsione e maggiore stabilità. Infine, va menzionata la suola della scarpa studiata da Vibram® in collaborazione con Lotto Sport, e realizzata in una speciale mescola, differenziata per superfici in terra e cemento, la quale assicura trazione e resistenza elevate.

TEST IN CAMPO

La scarpa non si calza con estrema facilità, ma, una volta indossata ed effettuato i primi movimenti in campo, sentirete subito una sensazione di naturale protezione. L’allacciatura è molto robusta e trattiene saldamente la linguetta. Si percepisce subito la stabilità, soprattutto nei movimenti laterali,
molto esplosivi. La scarpa pesa circa 360 grammi (in taglia 42) e quindi risulta abbastanza leggera; si sente quando si flette l’avampiede per la ricerca della massima velocità in avanti. Il pregio più grande della scarpa è però l’ammortizzazione, l’azione della soletta che, grazie al sistema Hyperpulse, assicura un buon assorbimento dell’impatto e ottimo confort quando il piede tocca terra, soprattutto sul cemento ma anche sulla terra battuta. L’abbiamo testata su entrambe le superfici e, nonostante la scarpa avesse la suola per cemento, il grip è risultato ottimo anche sulla terra battuta. Riservandoci di verificare col passare del tempo l’efficacia del lavoro sviluppato da Vibram® in termini di durabilità e resistenza, ci limitiamo a dire che la suola è molto robusta e che il grip sul terreno è eccellente. Dopo diverse ore di gioco emerge che la Raptor Hyperpulse 100 si può adattare benissimo a diversi tipi di giocatori: il peso contenuto piacerà ai tennisti che cercano velocità e reattività, mentre la robustezza della costruzione incontrerà le esigenze di coloro che necessitano stabilità e controllo.

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CONCLUSIONI

La Raptor Hyperpulse 100 è un modello che potrà soddisfare un’ampia gamma di giocatori, un ottimo compromesso per chi cerca in una scarpa velocità, reattività ma anche robustezza. Le competitor di questo prodotto sono tutte di fascia alta: Solecourt Boost di Adidas, Vapor di Nike e Eclipsion di Yonex. La Raptor è una scarpa solida, all-round, un altro ottimo prodotto che dimostra l’eccellenza italiana nella progettazione delle calzature tecniche e sportive.

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Coppa Davis

In difesa del tennis, sempre e comunque. Anche questa bistrattata Coppa Davis è tennis. E tennis vero

I giocatori si battono, si impegnano alla morte. A Torino, Innsbruck, Madrid. E non è solo questione di soldi. Vedi Kukushkin, Sinner, Djokovic. Tanti errori. Non avrei voluto cambiarla così. Ma è meglio che niente

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Sono più innamorato del tennis che dei nomi che si danno agli eventi. Sono cresciuto con la racchetta in mano e i miei sogni da bambino erano di poter un giorno giocare a Wimbledon e in Coppa Davis, non necessariamente in quell’ordine. Non ce l’ho fatta e il rimpianto è stato di non poter giocare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73, quando avrei potuto farle perché avevo fatto dei buonissimi risultati nell’attività di college negli Stati Uniti, battendo fra gli altri il n.1 del Messico Loyo Mayo ma non solo, e per l’appunto per via del boicottaggio di 82 dei primi 100 tennisti del mondo (il numero andrebbe verificato, cito a memoria) a seguito del “caso Pilic” tante volte descritto, l’accesso ai Championships era assai più abbordabile.

Ma mio padre stava molto male, tornai precipitosamente dagli Stati Uniti e dovetti rinunciare a giocarle, con grande dispiacere… perché oltretutto sull’erba giocavo meglio che su altre superfici. Nelle Fiji avevo anche vinto un torneo di doppio organizzato da John Newcombe – lui che mi premiava è uno dei miei più bei ricordi – e me l’ero cavata benino anche in singolare raggiungendo i quarti. Non era uno Slam eh. E nemmeno un 250…

Tutta questa lunga premessa, che ai miei più incalliti denigratori parrà solo sfoggio autocelebrativo, in realtà l’ho fatta perché Davis e Wimbledon, Wimbledon e Davis, sono miei due grandi amori e mai li tradirei come ha fatto David Haggerty, l’attuale presidente della federazione internazionale, e anche tutte le federazioni che lo hanno fatto, inclusa la nostra. Quasi tutte, anche la nostra, lo hanno fatto per i soldi che la vecchia Davis non garantiva e che questa, con l’investimento monstre di Piqué e soci, invece li garantisce a federazioni e giocatori. 3 miliardi di dollari… per 25 anni se ho ben capito. Ma fossero anche meno… hanno consentito di tenerla in vita quando stava morendo perché 130 federazioni su 160 non ce la facevano a mantenersi e a mantenerla.

 

Ciò detto, e pur dichiarandomi io nostalgicamente innamorato anche dei match tre set su cinque, che secondo me garantiscono quasi sempre che a vincere sia il più forte – mentre così non è sulla distanza dei due set su tre; capisco il gusto della sorpresa e del poter dire “C’ero anch’io quando…” – e pur capendo che tutti quelli che hanno giocato la vecchia Coppa Davis inorridiscano nel seguire la nuova versione subentrata all’ultima vinta dalla Croazia nel 2018 e vorrebbero cambiarle il nome (Tennis World Cup?) per evitare, come dice Nicola Pietrangeli, che il suo ideatore Dwight Davis, si rivolti nella tomba, trovo però che sia sbagliato anche disprezzare tutto quello che si sta vedendo in questi giorni.

Sempre tennis è. Ed è vero tennis. Magari più triste perché non c’è sempre l’atmosfera che c’era una volta se una delle due squadre in campo giocava in casa e c’era sulle tribune un entusiasmo travolgente – e sono quindi certamente ancora più preoccupato di quanto potrà accadere negli Emirati Arabi l’anno prossimo… in attesa di scoprire domenica mattina ulteriori dettagli su come si pensa di organizzare l’evento – ma a me che gli si cambi il nome o non glielo si cambi, interessa il giusto. Mi piace vedere tennis e se vedo che si gioca con lo spirito giusto, e non quello delle per me insopportabili esibizioni, a me sta bene così. Preferirei vedere giocare tutti i campioni, certo – è scontato! – però se tanti di quelli dalle loro orecchie non ci sentono – e non ci sentivano neppure prima, almeno negli ultimi anni – pazienza, ce ne faremo una ragione.

Non si può scandalizzarci per i soldi messi in palio da Piqué e soci, o dagli arabi, se poi anche i tennisti più famosi snobbano – perché più facile fare soldi in altro modo – questo evento che come tutte le cose nuove commette errori di vario tipo, prima programmando incontri che finiscono all’alba (vedi 2019 alla Caja Magica), poi facendoli cominciare tardi (a Torino come a Madrid) e finire ad orari sempre assurdi, infine pensando di giocare parte degli incontri indoor per poi finire con la rassegna finale outdoor a tutt’altre temperature e superfici con pochi giorni di intervallo e viaggi aerei di 6 o 7 ore a dir poco… Così pare che potrebbe accadere a Abu Dhabi e da Hewitt a Djokovic a Kukushkin avete già sentito le sdegnate reazioni.

Non so come andrà, se si rivelerà un flop, o un obbrobrio come dice Pietrangeli, che certo dopo aver giocato 164 match in un certo modo non può davvero rassegnarsi a 87 anni a veder chiamare Coppa Davis un evento che non gli assomiglia salvo per il fatto di essere una competizione a squadre. Del resto anche i mondiali di calcio in Qatar non mi convincono. Però non sono d’accordo con chi dice: “Allora meglio nulla”. Io in queste due settimane, fra Torino e Madrid, sto vedendo dell’ottimo tennis. Anche se l’ho visto giocare a pochi top-ten. Ma Sinner è stato grande o no? Djokovic non vale la pena vederlo? Medvedev e Rublev preferireste stessero in Costa Azzurra? Berrettini non ci sarebbe stato se avesse potuto? Avremmo avuto metà dei top-ten… E i doppi erano brutti se giocati da Mektic/Pavic, Cabal/Farah, Sock/Ram?

Mi pare che si esageri in snobismo. E in catastrofismo. Io non sto dicendo che questa sia la soluzione migliore, ma tutti quella che la criticano sembrano incapaci di presentare una soluzione alternativa. Quella che è vissuta fino al 2018 veniva definita in crisi per la stessa primaria ragione che si ripresenta oggi. In primis l’assenza dei top-players una volta che essi (vedi Federer e Wawrinka, Nadal, del Potro… i primi che mi vengono a mente ) l’avevano già vinta e non volevano più sacrificare un minimo di 8 settimane del loro calendario e dei loro soldi (e di quelli dei loro gruppi manageriali, attenzione!) per giocare 4 long-weekend l’anno in tutti gli angoli del mondo e con cambi assolutamente improgrammabili ad inizio anno di superfici, palle, clima, fusi orari, continenti. Spesso travolgendo una più corretta e ordinata programmazione. Che è ciò che, legittimamente, sta più a cuore ai top-players che non possono mai deludere.

In questa criticatissima Coppa Davis – i cui promotori non avrebbero mai potuto pensare di investire tutti i soldi che stanno investendo e che chiedono ai loro sponsor giapponesi (Rakuten), arabi (sceicchi uniti…) italiani (Unicredit) e internazionali se gli avessero cambiato il nome, se l’avessero chiamata Coppa Rakuten invece che Coppa Davis – si è avvertito comunque fra i giocatori, con i loro capitani lo spirito di squadra. Gli abbracci, il sostegno reciproco, non è stato una recita collettiva. Era, è, roba vera. Perfino quel cafone di Opelka, che ha giocato come un cane, era incavolato nero per aver perso a quel modo. Mica recitava.

Le difficoltà organizzative ci sono state dappertutto e sarebbe ingiusto non tenerne conto. Nella vendita dei biglietti, nella ristorazione quasi ovunque inesistente, nella programmazione, negli aspetti logistici, in altri aspetti che ora non cito, ma quel che è successo a Innsbruck all’ultimo momento – la decisione di far giocare a porte chiuse – poteva accadere ovunque in questa disgraziatissima epoca Covid. Non si può non tenerne conto, avere le stesse pretese che si avevano per quegli eventi ante-Covid. Tante partite sono state avvincenti, non solo quelle degli italiani che abbiamo seguito più da vicino, come la rimonta di Jannik Sinner con Marin Cilic che ha servito per il match sul 5-4 nel secondo set. Si sono rivelati ottimi professionisti giocatori semisconosciuti ai più, i vari Gojo, Gomez junior, Mejia, Machac, Piros, Rodionov, che non avrebbero avuto altrimenti una chance di diventare eroi per caso, ma che è bello che lo siano diventati.

Mi diceva Giovanni di Natale che ha un ruolo importante nell’organizzazione media della FIT ed è un ex collaboratore di Ubitennis come tanti altri (Spalluto e Mastroluca fra gli altri, per breve tempo anche Angelo Mancuso, da anni capufficio stampa FIT…, chi più riconoscente, chi meno) che Supertennis ha avuto grandi ascolti durante la Davis, grazie al fatto di essere depositaria unica dei diritti tv. “Quasi da tv importante…”. E io a Torino, ma anche qui in Spagna – sebbene la Spagna sia stata eliminata come l’Italia – dove certo la gente avrà acquistato biglietti prima del k.o., ho visto tantissimi aficionados sulle tribune. E probabilmente tanta anche davanti alle tv di tutti quei Paesi che hanno acquistato i diritti. Tanti bambini entusiasti erano a Torino a gridare Jannik, Jannik! Bellissimo. Sono appassionati che ci resteranno in eredità, per sempre.

Vorremmo privarci di tutto questo? Io sinceramente non vedo perché. È sempre promozione per il tennis, anche se Sonego purtroppo si fa prendere dall’emozione e dalla pressione di dover vincere a tutti i costi e perde il doppio. Ma ci sta. Nello sport nulla deve essere scontato, sennò che gusto ci sarebbe? E mi immagino come se ne sarebbe parlato oggi se anche lui, quel bravissimo ragazzo di Lorenzo, avesse vinto, e ancor più se avessimo avuto qui un Berrettini in grado di farci lottare per la vittoria finale. Che magari arriverà a Abu Dhabi o altrove, chi può saperlo? Per il nostro sport sarà sempre uno spot positivo.

Una volta la Davis poteva essere vinta quasi da un solo giocatore, come accadde quando la vinse Bjorn Borg nel ’75 o più recentemente Andy Murray: due singolari vinti in partenza, un doppio raccattato in qualche modo e oplà, Davis conquistata. Oggi il doppio è diventato improvvisamente molto più importante, per il 33%. Siamo sicuri sia un male, un aspetto negativo? Non si sta rivitalizzando una specialità in agonia? Che fosse in agonia lo scriveva già trent’anni fa Rino Tommasi, quando i più forti tennisti smisero di giocarlo. Era post McEnroe. Ora potrebbe anche rinascere.

Si riuscisse a rigiocarla in casa (o in trasferta) almeno per un turno o due, magari creando degli aspettiti per le squadre che l’anno prima erano giunte in semifinale, potrebbe essere un progresso. Ma siamo ancora in fase sperimentale, e purtroppo ancora in fase Covid. Ci vuole pazienza. Come quella che io ho sempre avuto per i commenti che arrivano a Ubitennis. Molti dei miei collaboratori vorrebbero chiuderli. Li trovano inutili, frequentati sempre dagli stessi 500 lettori su 50.000 abituali e 100.000 o 150.000 più occasionali (nel senso che vengono a leggerci soltanto nelle grandi occasioni). Io trovo che invece si deve solo puntare a farli migliorare individuando un modo il più possibile oggettivo – difficilissimo! – per cassare quelli offensivi, iperpersonalizzati, inutili. Evidenziando invece quelli che contribuiscono a migliorare la qualità del sito, perché segnalano errori – mai prendersela con loro ma semmai ringraziare! Chi fa sbaglia ma non deve prendersela – perché danno suggerimenti utili, notizie, numeri, idee.

Ecco, in particolare per le discussioni relative a questa nuova Coppa Davis, sia i detrattori sia gli estimatori, hanno mantenuto un buon livello di discussione, salvo pochissime inevitabili eccezioni. Io vi invito a rileggere i commenti all’articolo di Vanni Gibertini “Coppa Davis, nuova formula, gironi in Europa, fase finale ad AbuDhabi. Sarebbe il colpo di grazia?”, perché molti – e voglio citare quelli di Alessio Francone, di Unforgiven 79, di Shapo, di Teus, di Cataflic (non li ricordo tutti e mi scuso con gli altri che meritavano citazione), di molte risposte dello stesso Vanni Gibertini – secondo me hanno tentato, riuscendoci, di dare contributi intelligenti alla discussione in atto. Dipende solo da voi lettori mantenere alto il livello dei commenti, evitando personalismi inutili. Per Ubitennis può essere un atout vincente. Sarebbe bello che anche nel corso dei nostri live, che a volte superano i 2.000 post, ci si limitasse a fare osservazioni utili per il maggior numero dei lettori. Ce la faremo?

Intanto dopo aver registrato l’ennesima maratona vincente di Kukushkin, annullando 4 matchpoint e trasformando il quinto nel corso di un infinito tiebreak e di un match di 3 ore e 18 minuti che ha avuto per vittima inconsolabile lo sfortunato (ma un tantino pavido) Kecmanovic, registro anche la vittoria in doppio di Djokovic con Cacic sullo stesso duo kazako Nedovyesov-Golubev (che parla italiano meglio di tanti, dopo la su alunga permanenza in Piemonte) che sei anni fa avevamo affrontato con l’Italia ad Astana. E devo dire “chapeau” a Djokovic perché quei tennisti che mettono in primo piano l’appartenenza al proprio Paese più che ai soldi, ai tornei più importanti, a me suscitano sempre grande ammirazione. Perché, come dicevo all’inizio anche per rispondere a tanti catastrofisti, per me la Coppa Davis e Wimbledon sono due passioni intramontabili. E chi li rispetta merita rispetto.

E se, di nuovo, questa coppa Davis non assomiglia a quella vecchia, pazienza. Finché non ce ne sarà una uguale o un’altra più simile, mi tengo questa senza “massacrarla”. Forse, in questo, a furia di star in mezzo ai ragazzi che collaborano al sito, che mi hanno insegnato a capire (se non sempre ad apprezzare…) i social, anche se fatico ad adeguarmi a Instagram, a Facebook, a Twitter, sono meno vecchio di coloro che vivono soltanto in mezzo ai loro vecchi coetanei. E che si danno ragione l’un l’altro senza confrontarsi con spiriti e anime diverse. Con questo non dico che gli uni o gli altri abbiano ragione di pensarla in un modo o nell’altro. Il mondo è bello perché è vario e non tutti i gusti sono alla vaniglia (ricordava sempre maestro Gianni Clerici). L’importante è che si giochi a tennis, si veda tennis, si legga di tennis, si parli di tennis.

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Coppa Davis

Coppa Davis, che rimonta di Sinner! Italia-Croazia 1-1, decide il doppio

Grande rimonta di Sinner che porta l’Italia sul 1-1. Cilic ha servito per il match nel secondo set. Sarà il doppio a decidere chi tra Italia e Croazia volerà a Madrid per giocare la semifinale della Coppa Davis 2021

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J. Sinner (ITA) – M. Cilic (CRO) 3-6 7-6(4) 6-3

da Torino il nostro inviato

L’Italia è ancora viva. Grande, grandissima vittoria di Jannik Sinner che ribalta un match che sembrava  già perso. Cilic era avanti 6-3 5-4 ed ha servito per il match e per portare la Croazia in semifinale, ma Jannik è riuscito a trascinare  il secondo set al tiebreak e a vincerlo, completando  l’opera nel terzo set.
E così l’Italia che era sul bordo del precipizio, può giocarsi l’accesso alle semifinali di Coppa Davis nel decisivo doppio.

 

La partita
L’inopinata sconfitta di Lorenzo Sonego contro Borna Gojo, pone Jannik Sinner di fronte ad un match senza ritorno.
Sulle spalle del nostro giovane campione ci sono tutta la responsabilità e la tensione di mantenere in vita le speranze di semifinale dell’Italia.
Marin Cilic non è più il giocatore che ha vinto uno slam e giocato altre due finali spingendosi fino al numero 3 del mondo, ma è pur sempre un grande giocatore che ha vinto questa coppa (o meglio la vera Davis…)  da protagonista nel 2018 e che in questa stagione ha portato a casa due trofei dopo 3 anni di astinenza, rientrando in top30.
Marin fa valere tutta la sua esperienza in avvio, mentre Jannik appare contratto e falloso.
Il break arriva già nel quarto gioco dopo una mirabile accelerazione di diritto di Cilic ed un brutto errore di rovescio dell’altoatesino (3-1).
Il croato spinge lontano dal campo il numero 10 del mondo ed è efficace al servizio (6 ace nel primo set), per l’entusiasmo della banda croata  che ci sogneremo tutta la notte.
Jannik prova a reagire ma l’unica piccola chance la ha quando Cilic va a servire sul 5-3  per chiudere il parziale e si ritrova 0-30 sotto la spinta dell’azzurro. Cilic si salva con il servizio e resiste al tentativo di rimonta di Sinner che annulla tre set point prima di capitolare con una brutta risposta di rovescio su una seconda del croato. Dopo 45 minuti la Croazia si ritrova ad un set dalla semifinale della Coppa Davis.

La musica (non solo della banda) non cambia in avvio di secondo set. Anzi, Cilic sfonda subito con il diritto e si assicura il break in apertura  che gli infonde tranquillità nonostante lo stadio provi a sostenere a gran voce il suo beniamino.

Ma Cilic è famoso anche per i suoi improvvisi black-out. E così sul 2-1 40-0 in un game apparentemente in controllo, Jannik indovina due grandi soluzioni, poi il croato ci mette tre errori di rovescio che riannettono Sinner alla partita (2-2) e con un parziale di 9 punti a 1 lo portano per la prima volta davanti (3-2).
Al cambio di campo il croato avanti 30-0  combina altri tre disastri a campo aperto e concede a Jannik la palla per un nuovo break, ma servizio&diritto alla vecchia maniera lo tirano fuori dai guai. Sul 3-3 è però Jannik a dover fronteggiare una palla break che potrebbe risultare fatale: con gran classe e tre prime vincenti va a condurre 4-3.
La situazione si ripete però sul 4-4 e stavolta il diritto di Jannik vola via mandando Cilic a servire per il match e per portare la Croazia a Madrid.
Finita? Non quando c’è Marin in campo che ancora non ha fatto pace con i demoni del tennis. Diritto steccato, doppio fallo, rovescio largo mandano Jannik a tripla palla break, subito capitalizzata dal nuovo errore del croato, stavolta su spinta dell’azzurro: 5-5.
Sinner si salva da 0-30 con grande coraggio e mette Cilic – che pochi minuti prima vedeva la vittoria ad un passo – nella scomoda sensazione di servire per salvare il set: stavolta i nervi non tradiscono il croato ed è il tiebreak a decidere.
Jannik lo gioca da campione consumato. In diritto largo di Cilic gli dà un mini break di vantaggio (4-2), che però restituisce con un errore di rovescio (4-4). Sinner però è sempre in spinta e costringe il croato al l’errore che lo manda al doppio set-point (6-4). Il passante di diritto in cross che pone fine al parziale è un capolavoro che fa impazzire Torino. Dopo due ore siamo ancora vivi!

All’inizio del terzo set l’inerzia sembra tutta per l’Italia tanto che Cilic si fa breckare subito a zero. Tuttavia il croato ha una reazione d’orgoglio , riprendendo subito il break e portandosi avanti 2-1.
Nel settimo game sul 3-3 arriva la svolta: Jannik ha sempre più i piedi dentro al campo e picchia a più non posso sulla diagonale sinistra costringendo Cilic alla resa : è il break decisivo e il Pala-Alpitour adesso è una bolgia. Sinner ora è un treno in piena corsa, inarrestabile e competa l’opera facendo esplodere di gioia la panchina azzurra e con essa l’intero palazzetto.
L’orchestrina croata non suona più, magari riprenderà a cantare per il doppio balcanico fortissimo.
Ma c’è un ragazzo giovane, biondo e italiano. Fortissimo. E che vuole l’ultima parola.

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