La bolla dello US Open è scoppiata? Le pretese dei big e gli alberghi che forse diventano due

Focus

La bolla dello US Open è scoppiata? Le pretese dei big e gli alberghi che forse diventano due

Sembra probabile un ulteriore rilassamento del progetto di messa in sicurezza di New York per la disputa dello US Open Probabilmente, la decisione è guidata dal parere dei top player

Pubblicato

il

Rafael Nadal - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

Può una notizia essere attesa e sorprendente allo stesso tempo? Evidentemente sì, perché questo è l’impatto che ha avuto il tweet di Jon Wertheim di poche ore fa:

I giocatori sono stati informati che non verranno ospitati nell’albergo dell’aeroporto JFK“. Facendo un breve riassunto, la USTA aveva inizialmente pensato di creare una bolla prenotando tutto l’hotel per la durata dei due tornei newyorchesi (Cincinnati e US Open), ma in seguito alle proteste dei giocatori più forti, impossibilitati dalle nuove misure a portarsi il proprio team, si era trovata una via di mezzo che includeva la possibilità di affittare una casa e di portare fino a tre membri della propria équipe. Adesso, però, sembra che possa aver luogo ulteriori diluizioni degli alloggi (ora gli alberghi sono due) e del numero di accompagnatori, tre per ciascuno:

 

Eppure, i segnali inviati dal virus sembravano andare nella direzione opposta: in fondo, l’unico evento a spalti pieni aveva fatto molto per minare l’immagine del tennis, servendo anzi da spot contro le celebrazioni affrettate, e la pandemia negli USA è ripartita a ritmi superiori a quelli di marzo e aprile, anche se non nella Grande Mela.

Dopo l’Adria Tour, il consenso era chiaro: i giocatori hanno provato a fare di testa propria e l’hanno pagata, ergo saranno molto più flessibili alle nostre richieste, come aveva detto, parafrasando, Andrea Gaudenzi. Queste le parole del CEO dell’ATP: “È un po’ come quando dici ai tuoi figli di indossare il caschetto mentre provano ad imparare ad andare in bicicletta. Dicono ‘no, no, no’ e continuano a guidare la bicicletta, poi cadono e allora mettono il caschetto. Adesso tutti sappiamo che può accadere molto facilmente, quindi staremo ancora più attenti e forse saremo più comprensivi e tolleranti nei confronti della creazione della bolla”.

Che cosa è successo, quindi? Difficile saperlo con certezza, soprattutto perché:
a) le indiscrezioni non sono confermate seppur provenienti da fonti di tutto rispetto;
b) a dispetto delle parole della USTA, gli aruspici non avranno accolto la cancellazione di Washington come una folata d’ottimismo.

Inoltre, l’intera gamma delle eventuali richieste degli atleti non verrà mai resa pubblica, anche se si può tranquillamente supporre che la fine del Manhattan Project in budello e fibra sintetica abbia molto a che fare con esse, visto che la problematica dello staff è emersa da più parti, e l’allargamento del numero di “ospiti” è indicativo in questo senso.

La questione, tuttavia, ci dice molto delle aporie dello sport contemporaneo, nel senso che da valori simili scaturiscono risultati diversi e anzi apparentemente contraddittori. Il valore in questione è quello del player empowerment, ovvero della crescita del peso politico degli atleti all’interno delle discipline.

Ogni fan della NBA potrà dirvi che le finestre competitive delle squadre sono ormai determinate da specifiche estati (quella del 2016, quella del 2019) in cui buona parte del gotha della Lega è in scadenza di contratto, e questo permette un riallineamento delle gerarchie, gerarchie che però non durano molto perché chi cambia squadra di propria spontanea volontà (vale a dire senza essere scambiato) può firmare al massimo un quadriennale, e spesso non firma neanche quello, per darsi più libertà di movimento e beneficiare del progressivo aumento degli stipendi con rinnovi più frequenti. Nel calcio, mutatis mutandis, si potranno notare le cessioni sempre più frequenti di giocatori che hanno rinnovato da poco, fenomeno che in genere indica una volontà del calciatore di essere ceduto già da prima, con il nuovo contratto che serve ad aumentarne il valore di mercato.

Il tennis non ha queste logiche, essendo uno sport individuale, ma ha alcune similitudini con gli sport americani, per esempio il rapporto fra un guadagno fisso (monte salari per le leghe americane, prize money per i tennisti) e guadagni extra-campo, la vera discriminante fra l’establishment e gli altri. Inoltre, è innegabile che il peso decisionale dei giocatori sia aumentato, vuoi per i successi senza precedenti dei Big Three e di Serena Williams, vuoi perché la combinazione fra questi e la creazione di un brand personale favorita dai social media li ha resi per certi versi dei marchi superiori a quelli dei rispettivi tour, che possono quasi solo dipendere dal calloso pollice dell’imperatore di turno. Ne è una conferma il fatto che Nadal, Federer e Djokovic siano tutti membri del Player Council, un evento che, come ci ricorda Mats Wilander, non ha precedenti, almeno nel tennis Open – l’OPA di Bobby Riggs e Jack Kramer ai tour del tennis professionistico ebbe probabilmente un impatto ancora maggiore.

Okay, ma dov’è che i percorsi fra i due sport si separano? Per quanto riguarda la NBA, molteplici fonti hanno riportato una grande insistenza da parte dei giocatori più in vista per una ripresa, che sia per la legacy di LeBron James, per l’afflato competitivo di tutti i giocatori franchigia delle squadre da titolo, per motivi economici o per Black Lives Matter (anche se su quest’ultimo aspetto, almeno inizialmente, ci sono stati pareri discordanti), ma bene o male alla fine tutti i protagonisti maggiori hanno accettato di confinarsi nella bolla di Orlando, circondati dai compagni e da tutto il loro staff. Niente fattore campo, famiglie o serate? Ce ne faremo una ragione, e i roster delle squadre sono stati ampliati per coprire eventuali positività o infortuni. Vediamo quindi come il potere dei giocatori sia andato nella direzione di favorire il confinamento dorato di Disneyworld.

E nel tennis? Nel tennis è possibile che per le stesse ragioni si prenda la decisione opposta, perché opposte sono le esigenze. Quello con racchetta è un gioco globale, dove i giocatori girano costantemente e non solo per gli Stati Uniti, ma individuale, in cui l’approccio iper-professionista riflette l’esigenza di essere circondati dai propri “compagni di squadra” (coach, psicologo, nutrizionista, fisioterapista, ecc…) per poter dare il meglio, e questa è una grossa differenza se pensiamo a come sono state concepite le due bolle – da un lato i cestisti sono confortati dalla presenza dei preparatori, dall’altro anche senza di loro scendono in campo con quattro compagni, e la pagnotta è garantita a prescindere, mentre il tennista è solo, durante il match e nella generazione di introiti per l’entourage, e si appoggia a una sovrastruttura da cui può dipendere il suo benessere e breve ma soprattutto a lungo termine.

Novak Djokovic – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Questo tema si associa a una maggiore debolezza economica del tennis rispetto alla NBA, cosa che non ha permesso la cooptazione di un luogo delle dimensioni di Disneyworld, creando quindi delle limitazioni a cui i top player si sono ribellati.

L’aspetto della legacy è sicuramente interessante, perché ci mostra un’altra differenza fra i due sport, visto che mentre da una parte prosegue l’inseguimento al fantasma di Jordan (“The Last Dance” avrà fatto venire la bava alla bocca a molti), dall’altra siamo in un’epoca crepuscolare, in cui il superiore magistero dei migliori è già stato affermato, e si cerca solo di ritoccare questo o quel record, con la possibile eccezione di Djokovic. Infatti, le prime conferme per Flushing Meadows sono arrivate dai potenziali regicidi (Thiem, Tsitsipas, Medvedev) piuttosto che dai monarchi, decisamente più propensi a centellinare gli impegni per una questione anagrafica e quasi prossemica – sanno di arrivare in fondo, quindi non hanno bisogno di giocare sempre.

Può risultare difficile coniugare le dichiarazioni di generosità e l’impellenza dei mancati introiti a richieste per certi versi contingenti come quelle che sono arrivate alla dirigenza della USTA, ma ricollegandosi alla tematica del player empowerment forse una logica può essere desunta. Essere un campione oggi vuol dire vendere il proprio modello di eccellenza e integrità 24/7, e per farlo bisogna dare un colpo al cerchio (usare la propria immagine di icona globale per difendere i diritti dei colleghi rafforzando il proprio peso politico) e uno alla botte (mettersi nelle condizioni di continuare a vincere così da tenere in piedi la struttura di potere e denaro di cui sopra), ed è possibile che per molti sia il modo giusto di costruire il futuro del gioco. Quindi: giochiamo a tutti i costi ma solo se ci date tutto quello che vi chiediamo? Giochiamo a tutti i costi ma solo se ci date tutto quello che vi chiediamo.

Pretesa egoista? Probabile. Campata per aria? Non così tanto.

Continua a leggere
Commenti

Flash

WTA Strasburgo: finale Svitolina-Rybakina

Finale di alto livello nell’International alla vigilia del Roland Garros. L’ucraina supera Sabalenka in tre set

Pubblicato

il

In anticipo di un giorno rispetto al torneo ATP di Amburgo e con la partecipazione straordinaria di Paul-Henri Mathieu, il WTA International di Strasburgo ha decretato i nomi delle due tenniste che si contenderanno il trofeo e l’assegno di oltre ventimila euro.

Ancora una vittoria in due set per Elena Rybakina che arresta la corsa di Nao Hibino. Dopo essere riuscita nell’impresa tutt’altro che impossibile di battere Sloane Stephens al primo turno, la giapponese aveva approfittato del vuoto lasciato dal ritiro di Kiki Bertens, ma la kazaka nata a Mosca non le ha lasciato scampo in semifinale. È la quarta finale dell’anno per Elena, che ha alzato la coppa solo a Hobart.

All’ultimo atto, la n. 18 WTA Rybakina si troverà di fronte la seconda testa di serie Elina Svitolina, in realtà prima favorita dopo la rinuncia a tabellone già compilato di Karolina Pliskova. L’ucraina ha superato Aryna Sabalenka in tre set in poco meno di due ore di gioco. Lo scontro inedito fra Svitolina e Rybakina andrà in scena sabato mattina alle 11. Poi, premiazione e via verso l’avventura parigina.

 

Risultati:
[5] E. Rybakina b. N. Hibino 6-3 6-4
[2] E. Svitolina b. [4] A. Sabalenka 6-2 4-6 6-4

Continua a leggere

Focus

Gli Internazionali d’Italia visti da un americano

Michael Mewshaw, autore di 11 romanzi e storico inviato agli Internazionali d’Italia, ci ha regalato quello che lui stesso ha definito “un ritratto impressionistico” del torneo di Roma

Pubblicato

il

Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Michael Mewshaw è un decano del giornalismo americano, sebbene la sua attività sia andata ben oltre il giornalismo: il 77enne ha infatti scritto 11 saggi e 11 romanzi, da uno dei quali è stato anche tratto un film (interpretato, tra gli altri, da Sharon Stone e Valeria Golino). Tra le sue grandi passioni, e oggetto di diversi suoi scritti, c’è il tennis. Ospitiamo qui la traduzione di un suo articolo sugli Internazionali d’Italia, scritto prima dell’inizio dell’edizione 2020.


In un coinvolgente rito primaverile, sono stato molte volte all’Open d’Italia. Quest’anno il torneo si terrà a metà settembre, quasi un addio all’estate, ma io non ci sarò a causa del COVID-19. Ad ogni modo, ricordo gli anni scorsi, quando tornavo a Roma per guardare gli estenuanti incontri sulla terra rossa e per partecipare allo spettacolo vorticante dei campi secondari. Se si può dire di una città così sfaccettata e complessa come Roma che abbia un microcosmo, questo è rappresentato proprio dagli Internazionali d’Italia, che comprimono in una settimana gli elementi essenziali di una città con 2700 anni di storia, una città che si auto-definisce eterna ma allo stesso tempo mostra l’energia frenetica di un moscerino della frutta che vive soltanto per un momento.

Tutti gli archetipi romani sono concentrati qui – i colori scintillanti, il continuo movimento, la luce dorata del sole, il cibo e il vino, l’alta moda e la comicità sboccata, le amicizie spontanee e il fervente nazionalismo, la calma sotto pressione e le goffe rievocazioni di un passato reale ed immaginario. Il luogo del torneo, il Foro Italico, è un arruffato pot-pourri di ordine e di anarchia. L’ordine è esclusivamente architettonico, eredità dello stile Fascista. Costruito nel 1935 durante il regime di Benito Mussolini, il Foro ancora oggi include le strutture, le statue e un alto obelisco che portano il nome del Duce [appellativo utilizzato nell’originale, ndr], intenzionato a ricordare al mondo la grandezza della Roma antica, che il dittatore era determinato a ricreare. Al contrario, finì per condurre la nazione alla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, e le lastre di marmo del Foro sono oggi usate come panchine o come tavolozze per i graffiti.

 

L’anarchia all’Open d’Italia non sembra disturbare gli italiani, ma può essere angosciante per i fan provenienti dall’estero che si picchino di una forma mentis più lineare. Nei parcheggi, i veicoli seguono percorsi tutti loro e cercano di accaparrarsi un posto in modi che pochi americani possono immaginare – è un po’ come un allegro giro sugli autoscontri. Alle biglietterie e ai cancelli d’ingresso, laddove ci si aspetterebbe di vedere file ordinate, gli italiani tendono a formare arabeschi sgomitanti. Non quest’anno, però, perché le autorità italiane hanno proibito agli spettatori di presenziare al torneo per via del COVID-19 (successivamente è stato consentito l’ingresso a 1000 spettatori per semifinali e finali, ndr).

Una volta passati i cancelli e raggiunto l’impianto, la folla usava sparpagliarsi non solo per guardare il tennis, ma anche per spiare la concomitante sfilata di moda. Difficile a questo proposito dire chi fosse vestito in maniera più elegante, se i giocatori o gli spettatori, anche perché spesso indossavano i medesimi completi. Capi da tennis firmati con strisce audaci o colori pastello sono sinonimo di italianità, e in nessun posto come al Foro Italico sono meglio rappresentati i prodotti di Fila, Ellesse e Sergio Tacchini – lo stile e la creazione di una “bella figura” [dall’originale, ndr] sembra essere importante tanto per gli spettatori quanto per i giocatori.

Cintati da Viale delle Olimpiadi e da Viale dei Gladiatori, i campi sono situati in anfiteatri che affondano al di sotto del livello della strada, e l’aria che si raccoglie in queste cavità è calda e pregna di pollini, di profumi da donna e dell’aroma di aglio e origano proveniente dai ristoranti vicini. Maestose statue di marmo bianco raffiguranti gli atleti circondano e troneggiano sul Campo centrale. Ironicamente, tutti gli atleti raffigurati – anche lo sciatore e il pattinatore su ghiaccio – sono nudi, e, dopo i recenti rifacimenti che hanno aggiunto posti a sedere nella parte più alta dello stadio, ora ricordano dei paradossali guardoni che, seppur nudi, spiano gli spettatori riccamente vestiti.

Il Pietrangeli, circondato e ‘protetto’ dalle sue statue

Durante la mia prima visita al Foro Italico, negli anni Settanta, un uomo immenso con una voca ancora più immensa si alzava in piedi intonando delle arie ai cambi di campo. Quell’uomo si chiamava Serafino, e le arie erano per incoraggiare Adriano Panatta, numero uno italiano dell’epoca. Eppure, non tutti i compatrioti di Serafino avevano la sua stessa grazie nel sostenere i beniamini locali, e la storia degli Internazionali d’Italia è stata macchiata da lanci di cuscinetti, lattine e persino panini da parte degli astanti. In alcune occasioni i giocatori si sono ritirati, piuttosto che sopportare gli oltraggi che tifosi e arbitri italiani perpetravano con l’obiettivo di supportare gli atleti locali.

Nel 1976, Harold Solomon si ritirò durante le semifinali dopo aver subito svariate chiamate avverse, palesemente errate. Due anni dopo, lo spagnolo Josè Higueras, noto per il comportamento impeccabile, se ne andò dallo stadio dopo essere stato coperto da insulti e lanci di monetine da parte degli spettatori. Un giorno più tardi, durante l’incontro fra Adriano Panatta e Bjorn Borg, lo svedese manifestò, di fronte allo stesso comportamento, una superiorità inattaccabile; era infatti uso ad essere ricoperto di denaro, ancorché metaforicamente, visto che promotori e pubblicisti lo facevano da anni. Quando gli spettatori cominciarono a lanciare monetine, Borg semplicemente ne intascò un paio e chiese all’arbitro di fare qualcosa così da non costringerlo a ritirarsi (non sarebbe stata una buona pubblicità per il torneo), e completò l’opera vincendo su Panatta.

I campi secondari si trovano sul fondo di un’enorme cavità ispirata allo stile del Circo Massimo, il luogo dove si svolgevano le corse dei carri nell’antica Roma. Negli anni passati, i fan più accaniti rimanevano in piedi sui vialetti che circondano i campi. Ciò consentiva loro di ripararsi sotto i pini che adombrano i sentieri. In quei punti l’aria è fresca, mentre sui campi, durante gli scambi più duri e combattuti, gli atleti grondano di un sudore che a contatto con la sabbia rossa scurisce fino a sembrare sangue, evocando delle corride. Guillermo Villas, il campione argentino, una volta descrisse gli Internazionali d’Italia come potrebbe fare un matador che si prepari ad affrontare la morte nel pomeriggio: “Il sole è caldo, il campo lento, le palle pesanti. Non è facile”.

In quella che sembra una vita passata, gli spettatori erano costretti a ritirarsi dal solleone e sorseggiare Campari e soda nei ristoranti attorno ai campi, dove assistevano ad un intrattenimento differente. Si può dire quello che si vuole sugli italiani e la loro frequente indifferenza vis-à-vis le nozioni di efficienza nordiche, ma sicuramente sanno come impiattare artisticamente. Come del resto accade anche in Francia, il pasto è un rituale quasi religioso, ancorché più vicino alla chiesa delle origini piuttosto che a una liturgia gregoriana, più revival fondamentalista che solenne benedizione. Ogni portata è annunciata da inni di giubilo o disappunto, dal tintinnio di piatti e posate, dal balletto dei camerieri di bianco vestiti che si destreggiano fra un “momento!” ed un “subito!”.

Durante gli anni Ottanta, in una delle tante, parossistiche coincidenze romane, il tennis occupava solo la seconda posizione per importanza al Foro Italico: infatti, a Viale delle Olimpiadi, in un sito barricato da sacchi di sabbia e protetto dalle forze armate, si stava svolgendo il processo italiano più importante del secolo, durato tre anni. E mentre i giocatori si scambiavano dritti e rovesci, i giudici valutavano le prove contro le Brigate Rosse nel processo per il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, ex Presidente del Consiglio. Per fare un paragone, è come se John Hinckley Jr, attentatore di Reagan, fosse stato processato in uno spogliatoio di Flushing Meadows durante lo US Open. Ma a Roma nessuno lo trovava bizzarro.

Nel 2020 almeno una cosa sarà estremamente prevedibile, con Rafael Nadal in campo per conquistare il suo decimo titolo agli Internazionali d’Italia. Anche se a Roma nessuno può mai sapere quale surreale o sublime incidente potrà mischiare le carte in tavola (a posteriori, questo ‘incidente’ ha avuto il nome e le sembianze di Diego Schwartzman, ndr). Io sarò sintonizzato a migliaia di km di distanza, seguendo nervosamente gli eventi.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

Continua a leggere

ATP

ATP Amburgo: Ruud schianta Humbert al terzo. Avanti anche Tsitsipas e Rublev

Il norvegese conferma il suo valore sul rosso, segnali di risveglio per il greco che supera Lajovic. Bene il russo in due set su Bautista Agut

Pubblicato

il

Casper Ruud – ATP Amburgo 2020 (foto via Twitter @atptour)

Mentre a Parigi va in scena l’ultimo turno delle qualificazioni e Rafa Nadal, per la prima volta in carriera, si allena sullo Chatrier ma non sotto il cielo, ad Amburgo otto tennisti ce la mettono tutta per raggiungere le semifinali incuranti dello Slam incombente. Anche quelli che ambiscono ad arrivare non semplicemente alla seconda settimana, bensì in fondo al torneo. C’era anche curiosità per lo scontro fra il fenomeno della settimana (il francese che ha preso a pallate Medvedev sotto gli occhi deliziati di mamma Anne) e quello che in stagione ha vinto 14 match terraioli su 17, perdendo solo da Seyboth Wild, Mager e Djokovic (il norvegese figlio d’arte che ha giù superato il padre, cosa che probabilmente non accadrà a Emilio Gomez). E, a proposito di eredità, era impegnato anche quello che vuole diventare un rematore estroso opposto al suo nuovo modello. Andiamo a vedere com’è finita e perché.

RBA NON VA – Un tennista che quest’anno si è fatto notare in entrambi i due spezzoni di stagione (e, per fortuna, non nello spazio tra i due come alcuni suoi colleghi) è senz’altro Andrey Rublev. Dopo la preventivabile stecca nel passaggio da New York a Roma, il moscovita ha ripreso a martellare con efficacia venendo a capo in due set di Roberto Bautista Agut. Lo spagnolo non è a suo agio sulla terra quanto lo è sul duro (sotto il livello di guardia la sua percentuale di vittorie sul rosso contro i top 50), eppure sorprende un po’ il dominio di Andrey nel primo parziale chiuso 6-2. Il secondo set pare avviato verso una conclusione simile ancorché meno netta, ma un paio di punti girano male per Rublev – rompe le corde su una risposta, un dritto esce dopo aver sfiorato il nastro – che cede a quindici il successivo turno di battuta. Rimane però in partita e, brekkato nuovamente Bautista, chiude 7-5.

STEFANOS IN RIPRESA – Gioca bene a tennis, Dusan Lajovic. Soprattutto se non deve fare i conti con la palla di Nadal come a Roma. Basta però davvero poco perché esca dal match dopo un primo set ben giocato fino a due punti dall’accaparrarselo e lasci strada a Stefanos Tsitsipas. Arrivati a metà del tie-break entrambi con un ragguardevole 12 su 13 con la seconda di servizio, Dusan allunga sul 5-3 quando la sua risposta sfiora il nastro e manda fuori tempo il dritto greco. Stefanos si riprende il maltolto con una palla che muore in una buca compromettendo la difesa avversaria e vola 7-5, mentre la racchetta serba, scagliata poco serenamente a terra, rimbalza verso la giudice di linea. Poco potenza e mira da rivedere per Lajovic, che quindi non viene neanche sanzionato con il warning, come se il comportamento non fosse pericoloso. Il match dello sfavorito dovrebbe essere finito su quella buca e il break in apertura a favore Tsitsipas pare confermarlo. Ma il tennis si imbruttisce, quello ateniese compreso, e allora contro-break, poi un nuovo strappo e ancora… no, il 2 pari non arriva, nonostante Dusan apparecchi la situazione per un comodo dritto che spara invece fuori. Quindi, sì, l’incontro era davvero finito con il tie-break: è che ancora non lo sapeva. Tsitsipas fallisce due match point in risposta (e fanno otto consecutivi), ma chiude al terzo 6-2 con il servizio.

 

SEMPRE PIÙ RUDE – Ce la mette tutta, Ugo Humbert, ma alla fine Casper Ruud fa valere la sua maggior tenuta atletica che gli permette di prendersi il set finale dopo oltre due ore e mezza di battaglia durissima e per larghi tratti più che apprezzabile. Ruud inizia con la solita pressione da fondo, ma commette troppi errori con il dritto e il set rimane in equilibrio. Esce indenne da un lunghissimo decimo game nel quale salva anche due set point spingendo con il dritto (il secondo con un nastro benevolo) e si prende il break che vale il set subito dopo. Humbert, che sa fare più cose e ha una “mano” più sensibile, riesce ad allungare al quarto gioco fra tocchi delicati, accelerazioni, le indispensabili imprecisioni dell’altro e un pizzico di fortuna stavolta dalla sua. Vanificato l’immediato tentativo di rientro norvegese, il ventiduenne di Metz pareggia il conto dei set.

L’altro classe 1998 ma nato in dicembre rischia di andare subito sotto all’inizio della partita finale, ma per due volte Ugo non riesce a trafiggerlo da posizione vantaggiosa. Occasione favorevole fallita e turno di battuta francese perso a zero. Con un Ruud sempre più vicino a salirgli sopra fisicamente in modo definitivo, Ugo salva tre PB dello 0-4 che gli valgono l’illusione di essere rimasto in vita, soprattutto quando l’opportunità persa di mettere un bella pietra sopra il match da parte di Casper si traduce in un game di servizio aperto da due errori. Rimedia però piantando due ace consecutivi – i primi del match – e l’illusione di Humbert svanisce in fretta: il divario atletico è ormai incolmabile e Ruud vola pressoché indisturbato verso il 6-1. Resta comunque l’ottima settimana di Ugo, mentre sarà interessante, se entrambi ci arrivano, vedere gli scambi parigini tra lui e Thiem sulla diagonale destra.

IL PROGRAMMA DELLE SEMIFINALI – Sabato, si parte alle 13.30 con Rublev che affronta Ruud. Non prima delle 15.30, Tsitsipas cercherà la finale contro Cristian Garin, vittorioso in rimonta ai danni di un Alexander Bublik che può ritenersi soddisfatto del suo torneo dopo il ripescaggio come lucky loser.

Risultati:
[5] A. Rublev b. [4] R. Bautista Agut 6-2 7-5
[2] S. Tsitsipas b. D. Lajovic 7-6(5) 6-2
C. Ruud b. U. Humbert 7-5 3-6 6-1
C. Garin b. [LL] A. Bublik 3-6 6-4 6-4

Il tabellone completo

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement