Mats Wilander: “Lendl aveva gli incubi prima di affrontarmi”. E difende Djokovic sull’Adria Tour

Interviste

Mats Wilander: “Lendl aveva gli incubi prima di affrontarmi”. E difende Djokovic sull’Adria Tour

Da quell’indimenticabile 1988 ai suoi pensieri sul ruolo pubblico degli sportivi, lo svedese non è mai banale. Dalla sua casa in Idaho, racconta l’influenza di Borg sul suo gioco, l’epica sfida in Davis con McEnroe e il dietro le quinte del suo famoso commento sugli attributi di Federer

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Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Arriva un altro episodio delle interviste che sto realizzando con Steve Flink, e stavolta l’ospite non ha davvero bisogno di presentazioni. Se da un lato questo è vero per quasi tutta la lista di grandi personaggi che si sono alternati negli ultimi mesi (siamo pur sempre un sito specializzato!), dall’altro è innegabile che Mats Wilander sia il volto più riconoscibile, un po’ perché probabilmente il giocatore più forte ad aver aderito, un po’ perché immancabile chiosatore di tutti gli Slam targati Eurosport.

Bisogna pur sempre fare gli onori di casa, però, quindi ecco un bigino dei suoi tanti successi: 33 tornei vinti, 7 titoli dello Slam in singolare più uno in doppio, numero 1 di fine stagione e giocatore dell’anno sia per l’ATP che per l’ITF nel 1988 (anno in cui conquistò il primo Australian Open sul cemento, oltre al Roland Garros e allo US Open, quest’ultimo al termine della più lunga finale newyorchese a parimerito con quella del 2012), tre volte campione in Davis, 20 settimane da n.1 delle classifiche, più giovane vincitore Slam all’epoca della sua vittoria a Parigi nell’82 (è stato poi superato da Becker e Chang), secondo uomo a vincere degli Slam su tre superfici dopo Connors (ma è l’unico assieme a Nadal ad averne almeno due per ciascuna), e via discorrendo.

Non va poi dimenticato il suo ruolo decisivo nella creazione dell’ATP Tour: è celeberrimo il discorso con cui annunciò, durante lo US Open del 1988, il divorzio dell’associazione giocatori dal Grand Prix, portando alla creazione del circuito come lo conosciamo a partire dal 1990. Attualmente fa l’istruttore in un circolo di Hailey, in Idaho, quando non sta presentando “Game, Schett & Mats”.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 

Minuto 00 – Introduzione e saluti. Stavolta l’elenco dei successi da elencare è piuttosto lungo, e Steve mi ha intimato di non dire come mio solito che avrebbe potuto vincere di più! Wilander ci racconta di Sun Valley, in Idaho, dei suoi quattro figli (non cinque come ho detto all’inizio!) e del suo circolo, il Gravity Fitness and Tennis.

05:51“Fino all’88 ho vissuto a Greenwich, in Connecticut, dove mi ero trasferito da New York su consiglio di Ivan Lendl, il mio nemico di allora! Quando Ivan è tornato primo in classifica ho deciso di spostarmi in un luogo dove potessi ancora essere il migliore…. In realtà la scelta è ricaduta sull’Idaho per via del clima, perché uno dei suoi figli è affetto da un problema cutaneo (epidermolisi bollosa, ndr).

06:51“Ho intervistato Djokovic il primo giorno dell’Adria Tour, ed era felicissimo di ciò che aveva contribuito ad organizzare, diceva di avere le lacrime agli occhi durante i match. Per quanto mi riguarda la responsabilità ricade sul governo serbo, Nole ha pagato la propria ingenuità nel voler fare la cosa giusta. Detto questo sono preoccupato per la stagione, perché l’onda lunga dell’esibizione potrebbe condizionare tutti a partire dallo US Open”.

11:18 – Perché Djokovic ha fatto da parafulmine per gli altri giocatori? “Perché il mondo è così, ma secondo me ci si dovrebbe levare il cappello di fronte Nole perché ha provato a fare qualcosa, e anche per tutto ciò che fa per i bambini del suo Paese”.

13:21US Open o US Closed? “Le condizioni saranno molto diverse perché i giocatori migliori non si potranno portare dietro il team, ma oggi nessuno mette un asterisco sulla vittoria di Kodes a Wimbledon nel ’73, quindi anche questo dovrebbe contare come un titolo Slam a tutti gli effetti.

15:18Kyrgios predicatore? “Lo è sempre stato! Se ci pensate ha sempre promosso apertamente un certo stile di vita basato sul divertirsi in ciò che si fa, non lo biasimo per questo”.

17:07Djokovic dovrebbe dimettersi? “Non se non vuole farlo! Se uno si espone è normale che ogni tanto sbagli, ma non dovrebbe pagare per il proprio spirito d’iniziativa. La sua situazione mi ricorda ciò che era successo a me nel 1988 ai tempi della rottura fra ATP e Grand Prix, quando l’unico top player a supportarmi fu Tim Mayotte, mentre oggi i Big Three sono tutti parte del Player Council e vogliono lavorare per il bene del tennis”.

20:16 – Il 1988 è anche la miglior stagione della sua carriera, e Steve gli chiede di raccontarci come riuscì a far incastrare tutto alla perfezione per vincere tre Slam in un anno e diventare finalmente numero uno: “Sarò troppo romantico ma credo che il mio matrimonio sia stato decisivo (si era sposato l’anno precedente, ndr). Tutto andò per meglio a partire da quando vinsi a Melbourne, con un po’ di fortuna, 8-6 al quinto contro Cash”. Aggiungo che quella è una partita su cui l’aussie ancora recrimina.

22:18Il rapido declino dall’89 in poi, con un solo torneo vinto dopo i 24 anni: “Ci provavo, ma la concentrazione era andata, e la morte di mio padre nel 1990 non mi aiutò. Significativamente, Wilander ricollega la sua perdita di autostima a ciò che potrebbe succedere a molti grandi giocatori se giocassero lo US Open senza preparazione: “Anche i migliori sono umani, un giorno potrebbero svegliarsi e non avere più la motivazione giusta”.

25:28 – L’ho sempre considerato fra i giocatori più intelligenti, visto che fra il suo primo e il suo ultimo Slam riuscì a passare da un tennis di strenua difesa da fondo contro Vilas al Roland Garros dell’82 a uno molto più offensivo contro Lendl a Flushing Meadows del 1988, quando scese a rete la bellezza di 131 volte! Lui però mi ha giustamente ricordato che le volée e lo slice li ha sempre saputi fare: “Ho vinto Wimbledon in doppio con Nystrom! Semplicemente non avevo mai avuto bisogno di cambiare il mio gioco fino a quando iniziai a perdere sempre allo stesso modo con Lendl sul cemento. Considera quella partita con Lendl la più divertente che abbia giocato: “Non avevo idea di come sarebbe andata a finire, ero come un musicista che continua a suonare senza sapere dove andrà a parare ma poi si ritrova per le mani la canzone che lo renderà famoso”.

Mats Wilander – Roland Garros 1988

29:14 – Lendl l’ha battuto 15 volte su 22, ma nelle finali Slam è stato Mats a prevalere per 3-2. Come mai? Ivan mi ha detto che aveva gli incubi prima di affrontarmi, perché sapeva che sarebbe stata lunga! Ho sempre trovato interessanti le nostre partite, soprattutto all’aperto. Il mio obiettivo era di rimanere in partita dal punto di vista fisico, perché sentivo che eravamo simili in termini di talento, pazienza ed energie, mentre contro un McEnroe dovevi augurarti che non fosse in giornata. Ivan non era un talento così naturale, e mentalmente mi soffriva. Andate al minuto 31:17 per sentire la sua imitazione di Lendl, di cui è sempre stato un buon amico.

31:43 – L’influenza dell’Orso: Bjorn Borg non era bello da vedere quando andava a rete, ma sapeva fare tutto. In Svezia guardavamo tutte le sue finali e le sue semifinali, e questo mi ha permesso di capire come giocare contro McEnroe, Connors e Vilas. Una volta capito come affrontare l’avversario, la questione diventava esecutiva, e io sentivo di poter replicare almeno in piccola parte ciò che faceva Bjorn, anche se non ero rapido come lui e non colpivo altrettanto forte. Gli ho però ricordato che il suo rovescio lungolinea era molto più efficace di quello di Borg…

34:30 – Il rispetto fra i grandi della sua epoca e quel grande match di Davis contro Mac (sei ore e trentadue!) nel 1982: “Rispetto John perché il suo gioco gli è sempre interessato meno della salute del tennis in generale, ed è il motivo per cui ha ancora così tanto peso. Quel giorno non riusciva a stare con la testa dentro la partita, e continuava a comportarsi male, ma non si è mai arreso, e alla fine mi ha battuto. In ogni caso quello è stato un grande momento per me, perché sapevo di poter giocare bene anche sulle superfici rapide, ma non ero convinto di poterlo fare contro i migliori. Dopo quel match mi sentivo così sicuro di me che mi tagliai i capelli in spogliatoio!”. Un po’ di pubblicità per il libro di Steve… 

39:11 – Come mai batteva sempre Connors (5-0) e perdeva spesso con Mecir (4-7)? “Sono sempre stato molto umile sul campo, nel senso che avevo sempre una chiara percezione dei miei limiti, e questo mi portava a studiare più profondamente l’avversario, perciò quando mi trovavo contro Miloslav mi rendevo sempre conto di quanto più dotato di me fosse, e non riuscivo a liberarmi di quella sensazione. Per quanto riguarda Jimmy, rifacevo semplicemente ciò che faceva Borg, e funzionava!.

42:52 – Quando ha voluto rigiocare il match point con Clerc in semifinale al Roland Garros (nel 1982) anche se l’arbitro gli aveva assegnato il punto: “Sicuramente è il momento su un campo da tennis di cui vado più fiero. Dopo il match, i miei fratelli maggiori, che erano arrivati dalla Svezia per vedermi giocare, volevano prendermi a cazzotti…”. Parla anche del suo rapporto con Edberg, descritto come un uomo intelligente e generoso.

49:08“Tifo per i giocatori con uno stile simile al mio perché so quanto fatica debbano fare, ma sul tour non mi sono mai divertito più di quanto abbia fatto allenando Safin!. Oggi non si vede come un telecronista: “Quando guardo un match è come se lo stessi giocando anch’io, e questo mi ha portato a usare delle espressioni di cui mi sono poi pentito, come quando dissi a Federer che lui non aveva avuto le palle (gli attributi, ma dice proprio balls, ndr) al Roland Garros mentre Nadal invece ne aveva tre o quattro. In generale, però, sono grato per il modo in cui i big reagiscono alle critiche, perché mi consente fare ciò che ritengo migliore per il pubblico, mi consente di essere onesto.

59:17 – Mats finisce con un manifesto programmatico di ciò che cerca di fare quando commenta il gioco, e soprattutto quale tipo di contributo hanno dato e possono dare tennisti come Arthur Ashe e Billie Jean King: “Per quanto mi riguarda, se giocatori come i Big Three sfruttano il loro ruolo pubblico per rendere il mondo un posto migliore alla fine il tennis vince”. Davvero non può esserci conclusione più adatta.


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Gemelli diversi: intervista doppia (e auguri) a Lorenzo Sonego e Andrea Vavassori

Lorenzo e Andrea, affiatati partner di doppio, compiono 25 anni a pochi giorni di distanza. Sono entrambi di Torino e fanno molte cose insieme. Anche vincere

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Lorenzo Sonego (n.33 ATP) e Andrea Vavassori (n.70 ATP in doppio) sono nati entrambi a Torino nel 1995, nel mese di maggio, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (Andrea il 5 e Lorenzo l’11, quest’oggi) e il destino ha voluto che entrambi giocassero a tennis. Il loro percorso è stato parallelo, le loro vite strettamente intrecciate in un rapporto dove la rivalità è ben presto sfociata in una profonda amicizia.

È un piacere allora, in occasione del loro compleanno e per salutare l’inizio degli Internazionali di Roma e a meno di un mese dal Roland Garros, dedicare loro questa chiacchierata a due voci. Da cui emerge il ritratto di due ragazzi molto determinati ma non monotematici, due seri professionisti che però sanno concedersi il gusto della battuta, con quel sottile filo di ironia tutto sabaudo.


Buongiorno ragazzi, innanzitutto grazie del vostro tempo. Anzi, per ora grazie a te Lorenzo perché Andrea è in ritardo...

 

Lorenzo: Non mi stupisco, credo che non sia mai arrivato puntuale una sola volta in vita sua (ride, ndr).

Sai cosa facciamo? Iniziamo dalle domande dedicate a te, in attesa del ritardatario. E precisamente da quel famoso provino quando, a dieci anni, ti portarono al circolo da Gipo Arbino (il suo coach storico, ndr) e dal maestro Bonaiti. Gipo assicura che tu, con due sole lezioni di tennis alle spalle, eri già meglio di tutti gli altri ragazzi della SAT. Leggenda?

Questo è quello che dice Gipo (ride, ndr), ma è vero che, appena presa in mano la racchetta, scoprii subito di avere una grande coordinazione, mi veniva tutto abbastanza facile. Chissà, forse contribuiva il fatto di aver giocato a calcio nelle giovanili del Torino. 

Grazie a questa tua coordinazione e velocità riuscisti a giocartela da subito contro ragazzi più grandi di te. Diventasti ‘un rematore assoluto’, come dice sempre Gipo. Cioè uno cui non facevi mai punto perché tiravi su tutto.

Infatti, comincio subito a vincere qualche partita anche contro quelli più bravi, che casomai facevano qualche errore. Purtroppo ero piccolo e gracile e appena salivo un po’ di livello facevo fatica proprio perché mi mancava la forza per spingere. Il rovescio, ad esempio, mi veniva più naturale a una mano, ma proprio non ce la facevo fisicamente e allora Gipo mi impostò bimane. 

Per fare il salto di qualità Gipo decise che non potevi limitarti ad essere un regolarista e iniziò a trasformarti in un attaccante da fondo. L’inizio non fu dei più brillanti perché perdevi contro chiunque, non avevi proprio la misura dei colpi.

Vero, presi anche una gran stesa dal signore che si è appena aggiunto alla chat.

Benvenuto Andrea.

Lorenzo: Sempre in ritardo, sempre. Sei davvero incorreggibile.
Andrea: Buongiorno a voi e perdonate il ritardo. Scusate se mi inserisco ma vorrei puntualizzare: non è che Lorenzo cercasse di colpire più forte, semplicemente aveva scambiato il tennis per il baseball, specialista in fuoricampo (ride, ndr).
Lorenzo: Effettivamente a volte esageravo e ho perso anche con persone di classifica inferiore, ma non ero preoccupato dei risultati. Avevo fiducia in Gipo e sapevo che prima o poi ce l’avremmo fatta. 

Sempre Gipo dice che tu sei un giocatore che non sente proprio la pressione.

Lorenzo: Non è che non sento la pressione, diciamo piuttosto che sotto pressione mi diverto e riesco a tirare fuori il mio meglio. Più il momento è critico più trovo coraggio. 

Pare che tu non soffra nemmeno per la lontananza da casa quando sei in trasferta.

No, mi piace molto viaggiare. Poi devo dire che, non appena posso, le persone importanti me le porto dietro. Inoltre, allenandomi a Torino, cioè a casa, quando non sono in giro per tornei recupero i miei affetti e i miei rapporti. 

Parlaci della partita di Vienna quando nei quarti di finale hai rifilato un 6-2 6-1 a Djokovic.

Forse non fu il miglior Nole della storia, ma era pur sempre il numero 1 del mondo. E io giocai molto bene. È stato uno dei passaggi decisivi della mia carriera, assieme alla vittoria su Robin Haase (allora n.43 ATP) al primo turno dell’Australian Open 2018 e ai quarti di finale a Montecarlo 2019.

Parlatemi del vostro rapporto in doppio.

Andrea: A me il doppio è sempre piaciuto molto. Una delle prime volte assieme fu in un Future a Saint Gervais. Poi siamo cresciuti e siamo passati ai Challenger (vittoria ad Andria nel 2017). Adesso, compatibilmente coi rispettivi impegni, ce la giochiamo nel tornei ATP. La vittoria di Cagliari è stata senza dubbio il miglior risultato della mia carriera.

Lorenzo e Andrea a Pula (Sardegna Open 2020)

Tra l’altro il doppio potrebbe garantirti una carriera in maglia azzurra perché, prima o poi, Simone Bolelli lascerà per raggiunti limiti d’età. 

Andrea: Si dai, tra un po’ prendiamo il suo posto (ride, ndr). E arrivarci assieme a Lorenzo sarebbe davvero una cosa speciale. Quest’anno ho già esordito in ATP Cup ma la Davis ha un fascino tutto particolare. 

Seguite altri sport?

Andrea: Ogni tanto gioco a basket con gli amici, ma giusto per divertimento. Sono però un grande appassionato NBA e colleziono le canotte delle squadre, sono già arrivato ad averne 15. Tifo per i Lakers perché è la squadra di Lebron James e fu la casa di Kobe Bryant. 
Lorenzo: Anche a me piace il basket ma la mia vera passione è il calcio. Da bambino, come detto, giocavo nelle giovanili del Torino, all’inizio da punta poi mi spostarono sulla fascia perché anche a calcio mi piaceva correre. 

Soprannome.

Andrea: Il mio è ‘Wave‘ che è un po’ una storpiatura del cognome, ma che mi piace molto perché c’è anche questa associazione con l’onda. Adesso nel circuito mi chiamano tutti così. 
Lorenzo: A inizio carriera nei Future mi chiamavano ‘Polpo‘ perché mi allungavo come un polipo e prendevo tutto. Poi mi hanno chiamato anche ‘Viking‘ perché sono un grande appassionato della serie TV. Passione che, tra l’altro ho trasmesso ad Andrea.

Letture.

Lorenzo: Poco, poco.
Andrea: Mia madre mi ha appena regalato ‘Il conte di Montecristo’.

Ma guarda, il libro preferito di Paolo Lorenzi. Però stai divagando perché nella bolla di Melbourne ti avevo lasciato alle prese con ‘Aria sottile’, il bellissimo libro di Jon Krakauer dedicato alla tragica spedizione sull’Everest. Non mi risulta che tu lo abbia ancora finito. 

Andrea: Giuro che, prima o poi, ce la faccio.

Sui social siete attivi?

Lorenzo: Io ci sono, ma non è che sia particolarmente appassionato. 
Andrea: E come potresti fare ad appassionarti? Dovete sapere che se Lorenzo dal vivo è veramente di compagnia, al telefono è un vero orso. Su WhatsApp spesso mi risponde a monosillabi. 

Riti scaramantici prima della partita?

Andrea: Diciamo che ho un rituale che si ripete sempre uguale. Mi isolo ascoltando musica in cuffia e mi carico. Poi faccio riscaldamento prima in campo e poi in palestra.
Lorenzo: Nessuna scaramanzia.

Il vostro colpo forte e quello invece da migliorare.

Andrea: Servizio e volée sono i punti forti del mio gioco. Da migliorare la risposta.
Lorenzo: Il diritto è il colpo forte. Anche per me la risposta è quello da migliorare.

Superfice preferita.

Lorenzo: Terra rossa.
Andrea: Anche per me terra rossa, ma ultimamente mi trovo molto bene anche sul veloce.

Un obiettivo credibile per la vostra carriera.

Lorenzo: Mi piacerebbe tanto qualificarmi per le ATP Finals di Torino.
Andrea: Entrare in top 10 in doppio.

Quando siete in viaggio riuscite a fare del turismo?

Andrea: A me piace molto, ma purtroppo col Covid si sono molto ridotte le possibilità di andare in giro. Ad esempio questo mese tra Cagliari, Belgrado e Monaco non sono riuscito a vedere niente: solo circolo e hotel. Ed è un po’ stressante.

Il posto più brutto dove avete giocato?

All’unisono: quel Future in Romania dove abbiamo sofferto entrambi di un’intossicazione alimentare.
Lorenzo: Io sono stato male la sera prima della partita con Rondoni che ovviamente ho perso.
Andrea: E io subito dopo essere stato eliminato da un lituano. Ho vomitato per tutto il viaggio di ritorno. Nessuno dei due infatti è mai più tornato in Romania.

Prima delle partite studiate i vostri avversari?

Lorenzo: Gipo li studia, eccome.
Andrea: Mio padre la sera prima mi manda sempre una scheda dei miei avversari. E anch’io guardo, se posso, un loro video recente. 

Andrea, come va il rapporto professionale con tuo babbo/coach?

Diciamo che le discussioni sono quotidiane. Ma abbiamo comunque trovato un giusto compromesso ed è un rapporto che potrei definire molto positivo.

E tuo fratello Matteo, ho sentito che vuole seguire le tue orme?

Adesso è cresciuto tantissimo, sia fisicamente che tecnicamente. A nemmeno 17 anni è già un ottimo sparring. Spesso il pomeriggio, quando torna da scuola, mi alleno con lui. Quando si diplomerà avrebbe intenzione di andare al College. 

A proposito di scuola, tu Andrea hai fatto il Liceo Scientifico Statale, nessuna scorciatoia. Tu Lorenzo?

Ho fatto ragioneria, anch’io in un istituto pubblico.

Situazione sentimentale?

Lorenzo: Io sto sempre, felicemente, con Alice. 
Andrea: Da un paio di mesi frequento una persona, ma non c’è ancora niente di ufficiale. 

La sorella di Andrea, che è al volante al suo fianco, ridacchia con aria complice. Peccato non possa parlare. Tu Lorenzo hai fratelli?

Lorenzo: Sì, una sorella più grande.

Il vostro rapporto coi soldi. Adesso si comincia a fare sul serio.

Lorenzo: Guarda, non è che ci faccia tanta attenzione anche perché non sono uno spendaccione. Ho delegato tutto a mio padre e me li gestisce lui. 

Quando ti arriverà una sua cartolina dalla Polinesia comincerai a preoccuparti.

(Ride, ndr), Figurati. Semmai lo raggiungo!

Andrea: Questo è stato il primo anno in cui ho veramente guadagnato qualcosa. Finora andava tutto in spese e l’unico introito vero proveniva dalla serie A, con Pistoia. Quest’anno con l’ATP Cup e qualche torneo di livello superiore sta andando abbastanza bene. 

I vostri migliori amici nel circuito?

Andrea: Lorenzo ovviamente, Mager e Pellegrino.
Lorenzo: Andrea, altrettanto ovviamente, Berrettini, Mager e Caruso.

Un pronostico secco su quello che sarà il best ranking di Sinner e Musetti.

Lorenzo: Sinner arriverà al n.1, non so quando ma succederà. Per Musetti ingresso in top 10.
Andrea: Guarda ho recentemente scommesso con il mio secondo allenatore Davide Della Tommasina che Sinner sarà n.1. Musetti penso anch’io in top 10.

A Torino vi frequentate anche al di fuori del tennis?

Andrea: Sì, usciamo spesso assieme, avendo tanti amici in comune.

Chissà quante volte vi sarete scontrati a livello giovanile.

Andrea: Quasi ogni settimana e vincevo spesso io (ride, ndr).
Lorenzo: In realtà dovrei controllare.
Andrea: Dai, diciamo che eravamo più o meno pari. Ti concedo però che le ultime cinque volte non ho toccato palla. 
Lorenzo: Eravamo i magnifici quattro (assieme a D’Anna e Marangoni), e tutti i tornei erano nostri. A parte quelli dove partecipavano Napolitano e Donati che erano veramente di un’altra categoria.

Con l’inglese come va?

Andrea: lui è migliorato tantissimo (ride, facendo di no con la testa, ndr). Io invece vado bene, soprattutto mi ha aiutato molto giocare spesso in doppio con compagni stranieri.

Toglietemi una curiosità, quando uno va a rete e l’altro batte cosa sono tutti quei segnali che vi scambiate dietro la schiena?

Lorenzo: Fai ace e non rompermi!

Seri, per favore!

Andrea: Il primo segnale indica la direzione verso cui vogliamo la battuta, il pugno chiuso significa che a rete resto fermo mentre mano aperta vuol dire che cercherò di cambiare. È un codice che penso che sia ormai universale. 

Ragazzi vi ringrazio tantissimo per la vostra disponibilità e vi faccio il nostro in bocca al lupo per il proseguimento della stagione.

Lorenzo: Grazie a voi di Ubitennis.
Andrea: È stato un piacere anche per me, poi in confidenza devo dire che non ricordo che in vita sua Lorenzo sia mai stato al telefono per 40 minuti come ha fatto oggi. Nemmeno con la sua fidanzata (ride, ndr).

Beh, più di mezz’ora Lorenzo ce l’aveva già dedicata un anno fa. E allora in bocca al lupo e auguri e entrambi!

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Paire: “Con gli stadi vuoti la partita è come un allenamento. La classifica? Approfitto del sistema”

Lunga conferenza di Benoît Paire da Roma: “Mi sono vaccinato 2 giorni fa, ho chiesto di giocare più tardi ma mi hanno fatto giocare lunedì alle 10”. Sulla foto al segno contro Travaglia: “Come avrei fatto contro un amico in allenamento”

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https://www.ubitennis.com/blog/2019/05/22/la-foto-di-fucsovics-che-fa-discutere-la-palla-e-buona-o-fuori/

Ci risiamo. Benoît Paire ne ha combinata un’altra delle sue, e nulla hanno potuto le buone sensazioni apparentemente ritrovate sulla terra madrilena la settimana scorsa. A Roma, durante il primo match di primo turno contro Stefano Travaglia, sul 6-4 2-2 del secondo set per il tennista marchigiano, il francese ha esternato tutto il suo malcontento per un servizio decretato out da Carlos Bernardes. Sono arrivati poi tre doppi falli, il conseguente break per l’azzurro, nonché un warning al francese per ripetute proteste. Infine, Benoît ha fotografato col telefono il segno della disputa, convinto che la sua palla avesse toccato la riga (una trovata che a Roma aveva già adottato Fucsovics due anni fa). A nulla sono serviti gli avvertimenti di Bernardes sul fatto che sarebbe incorso in una multa. Da quel momento, il blackout e il nostro Travaglia si è aggiudicato il match per 6-4 6-3.

In conferenza stampa, rispondendo ai giornalisti francesi, il 32enne di Avignone ha spiegato a briglia sciolta il suo stato d’animo e la sua mancata motivazione dovuta al fatto di ritrovarsi in uno stadio completamente vuoto: “Intanto, per cominciare, mi sono vaccinato due giorni fa. Ho chiesto dunque di poter giocare il più tardi possibile perché per me il vaccino è una cosa molto importante e penso che lo sia per tutti quanti. Per questa ragione sono potuto arrivare a Roma solo ieri sera. Mi fa ancora un po’ male il braccio dopo l’iniezione, è un po’ complicato alzarlo ma lo sapevo; ho chiesto di giocare tardi e alla fine mi sono trovato a giocare stamattina alle 10. Questo vuol dire che non ho neanche potuto palleggiare un po’ qui e non ho potuto allenarmi gli ultimi giorni“. Un episodio simile era accaduto già prima del suo esordio contro Sinner nell’edizione 2020; Paire aveva chiesto all’organizzazione che venisse posticipato l’incontro, che invece si è giocato regolarmente di lunedì con Paire al limite del tanking.

Per me resta una partita, ho fatto del mio meglio” ha proseguito Benoît. “Il risultato alla fine non è molto importante, ciò che importa è aver ritrovato il campo, aver giocato un po‘. Come ho detto già altre volte, per me si tratta soprattutto di un allenamento finché ci sono gli stadi vuotiprosegue Paire. “Ne ho già parlato ed è ciò che provo. Quando sono arrivato lo stadio era a porte chiuse, tutto vuoto, senza neanche un tifoso, ed è difficile sapendo bene che tipo di atmosfera c’è a Roma di solito; ho già giocato bene qui in passato e conosco bene quell’atmosfera e vedere lo stadio così per me è un po’ dura. Comunque vado avanti, settimana dopo settimana. Non sono preoccupato per il mio tennis. Vado a Ginevra la settimana prossima, poi a Parma e poi al Roland Garros e cercherò di fare del mio meglio quando ci sarà un po’ di gente, come ho detto sempre“.

 

Il francese poi entra nel merito dell’episodio incriminato durante la partita con Travaglia. “La palla? Beh, come ho detto, quando gioco senza pubblico per me è un po’ come se mi stessi allenando e quindi sono andato a vedere il segno come avrei potuto fare giocando contro un amico. Ecco tutto. Sono arrivato su un campo che ho davvero amato in passato perché ci ho giocato benissimo e invece è vuoto. Arrivare così su un campo vuoto, come succede per gli allenamenti, per me è un po’ dura. Allora sì, mi sono un po’ bloccato sul segno, ma come avrei potuto fare con i miei amici in allenamento quando scherziamo ma non è quel che segno che mi ha davvero disturbato. Non mi aspettavo di fare un match pazzesco dopo Madrid e la vaccinazione“.

Poi, lo stesso Benoît parla della classifica: “Non bisogna dimenticare che dopo tutte queste settimane, e nonostante abbia vinto due match in due anni, ho una buona classifica. Sono n. 35 del mondo. Ho conservato un po’ di punti di Marrakech, Lione e Roland Garros. Anche se scendessi al n. 50, non importa. Spero che la pandemia passi e che possa ritrovare un po’ di piacere ad essere in campo. L’avevo ritrovato un po’ a Madrid con i tifosi, ma non sono preoccupato per la classifica. Per me la Race non significa nulla, a parte per il Masters di fine anno. Per il resto sono abbastanza contento, ecco tutto. Ho ancora il doppio da fare e poi andrò a Ginevra con la mia famiglia, sono tranquillo”. Non prima però di essersi goduto un po’ la capitale italiana. “Dopo il torneo resterò ancora a Roma per qualche giorno per godere un po’ del tempo libero, vedo che qui i ristoranti sono aperti, quindi voglio approfittarne un po'”.

L’avignonese non si cura della classifica, ma come gestirà le partite al Roland Garros dove, sì, ci sarà il pubblico, ma i match sono al meglio dei cinque set e lui, finora, ha pochissimo tennis nelle gambe? “Mi allenerò, non ho detto il contrario. L’ho fatto dopo Madrid e sto cercando di farmi aiutare anche dal punto di vista atletico. Non sto dicendo che voglio smettere di allenarmi, ma solo che in questo momento per me è difficile affrontare questa situazione ai tornei. Voi mi conoscete, sapete che sono alquanto sensibile. Quando eseguo bei colpi ora vengono trasmessi solo su Tennis TV e intorno al campo c’è il silenzio totale; che faccia un errore o un vincente, è esattamente la stessa cosa, quindi ho davvero la sensazione di trovarmi in allenamento e non in gara. Non voglio gettare la spugna ma, in simili condizioni, non riesco ad essere competitivo. Cerco di fare il possibile”.

Benoit Paire – ATP Santiago 2021 (foto via Twitter @chile_open)

Parigi dovrebbe portare con sé un pizzico di normalità in più, sempre con le dovute limitazioni. “Poi, come detto, al Roland Garros ci sarà un po’ di gente, cercherò di allenarmi, di ritrovare una certa condizione fisica e il piacere di giocare con degli amici. Se non ce la farò per il Roland Garros, sarà per i prossimi tornei. Comunque sia, finché la situazione è questa, io non ci riesco anche se faccio il possibile. Ogni settimana salto da una città all’altra per un torneo, quando c’era un torneo non troppo importante per me come Estoril, sono andato alle Maldive ma poi ho giocato a Madrid. Adesso sono a Roma e poi andrò a Ginevra con i miei genitori, continuerò ad allenarmi e cercherò di trovare un allenatore. Mi piacciono i tornei e la loro atmosfera, anche quelli piccoli. Ad essere onesto quindi non ho molta paura, perché sento che ho ancora il mio gioco. Quando colpisco la palla ho buone sensazioni. È solo un po’ difficile e delicato mentalmente. Se non sarà a Roland Garros, sarà Wimbledon, e se non sarà Wimbledon sarà lo US Open. Sarò comunque in tabellone“.

Dovrò forse vincere qualche match per essere nei Masters 1000 di quest’estate”, puntualizza il francese, “anche se ho visto che il torneo in Canada verrà certamente annullato”. Questa notizia peraltro non era stata data da nessuno prima che ne parlasse Paire, e siamo ancora in attesa di poterla verificare.

“Io arrivo motivato ai tornei ma poi quando vedo gli stadi vuoti per me è difficile, perfino a Roma” ha concluso Paire. “Io approfitto del sistema, so che sono n. 35 e anche se la settimana prossima dovessi perdere al primo turno, conserverei comunque una finale, perché ho ancora la metà dei miei punti. E quindi, la settimana prossima, che mi fermi al primo round o faccia finale, è la stessa cosa. È difficile poi parlare di motivazione. Perché alla fine ora è come se avessi vinto un ‘250’ in quattro settimane, perché ho Lione e Marrakech e i due tornei messi insieme fanno una vittoria in un ‘250’. Ecco, non sono preoccupato, quando ritroverò la motivazione e la condizione atletica, il mio tennis ci sarà, e quindi non ho neppure fretta di ritrovare il mio miglior livello“.

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Berrettini: “Ho dimostrato di meritare la Top 10”

Pur sconfitto, il numero uno italiano ha giocato a un grande livello: “Zverev ha fatto più fatica con me che con Nadal e Thiem, questo mi dà fiducia”

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Matteo Berrettini nella finale di Madrid, 2021 (Credit: Mateo Villalba, MMO21)

Matteo Berrettini non può sicuramente essere contento della sconfitta patita contro Alexander Zverev nella finale di Madrid, ma dalla sua conferenza stampa traspare quantomeno una grande consapevolezza del risultato ottenuto e del tennis espresso durante la settimana. Nonostante l’andamento del match, che l’ha visto andare avanti di un set prima della rimonta di Sascha, il tennista romano non ha molto da recriminare: Non ho rimpianti, ho dato tutto. Ho parlato con il mio team dopo la finale e ovviamente siamo tristi, e io più di loro, però nel terzo ho avuto solo una palla break su cui lui ha giocato molto bene. Sono anche riuscito a rispondere a un servizio che andava sopra i 220 all’ora, ma questo è il tennis. Nel primo set sentivo di non stare giocando il mio miglior tennis, anche se ero sopra di un break, poi ho giocato molto bene all’inizio del secondo ma non sono riuscito a strappargli di nuovo la battuta; nel terzo invece è stata una lotta”.

Urge ricordare che questa era la prima volta che arrivava in fondo in un 1000 (prima di Madrid aveva fatto semifinale a Shanghai 2019, battuto sempre dal tedesco), un passo importante della carriera: “Questa era la mia prima finale 1000, spero che non sarà anche l’ultima. […] Giocarla è stata una sensazione incredibile, sono orgoglioso di me stesso e del lavoro che ho fatto, non solo nell’ultimo mese ma lungo tutto l’arco della mia carriera. A 18, 19, o 20 anni non ero nella lista di quelli che avrebbero potuto raggiungere simili traguardi, ho dovuto lavorare davvero duramente per farcela”. Nonostante questa condizione iniziale (e non solo, per certi versi) di underdog, ora il numero uno italiano vuole queste vittorie: Non stavo aspettando un risultato di questo tipo, stavo provando a raggiungerlo. Il mio obiettivo è di giocare bene i grandi tornei, gli Slam e i 1000. Ovviamente anche la vittoria di Belgrado è stata bella, ma tutti sanno che i Top 10 vogliono vincere i grandi tornei”.

Tornando al suo tennis, Berrettini ha aggiunto: Oggi non ho giocato in maniera straordinaria, anche perché lui non mi ha consentito di farlo, ma ho comunque giocato bene. […] Come dicevo nei giorni scorsi, so di poter giocare a questo livello e di meritare di essere qui. Quando uso le mie armi nel modo giusto, tutti fanno fatica contro di me, e questo mi fa sentire ottimista per il futuro. […] Si tratta di un risultato importante per il mio livello: Sascha ha vinto in due set contro Rafa e Thiem, ma contro di me ha fatto fatica, e questa cosa mi dà sensazioni positive che dovrò utilizzare per costruire buoni risultati anche nei tornei futuri. In questo momento la sconfitta brucia, ma alla lunga sarà utile”.

 
Matteo Berrettini – Madrid 2021 (photo Alberto Nevado)

Due parole, infine, sulle prospettive a breve e medio termine, visto che, nonostante gli infortuni, al momento Berrettini sarebbe qualificato per le Finals di Torino – ricordiamo inoltre che domani sarà in campo nella sua città: “Essere fra i primi otto della Race mi dà molta fiducia, la stessa fiducia che sentivo in Australia, forse di più. Comunque è ancora troppo presto per pensare a Torino, la cosa più importante per me in questo torneo era la salute: una volta che sono in salute posso raggiungere il mio miglior livello, come credo di aver dimostrato questa settimana. Fra due giorni gioco a Roma, dove avrò nuovi obiettivi”.

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