Il Roland Garros di Krejcikova e dei ritiri - Pagina 4 di 4

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Il Roland Garros di Krejcikova e dei ritiri

Lo Slam sulla terra rossa ha proposto quattro semifinaliste esordienti e una vincitrice a sorpresa. Ma anche tanti problemi fisici delle giocatrici di vertice

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Lo Slam peggiore degli ultimi anni?
Non è mai facile esprimere giudizi complessivi sulla qualità di gioco di un torneo così ampio come uno Slam, ma ci provo lo stesso: la mia personale valutazione per l’ultimo Roland Garros non è molto positiva. Direi anzi che si è trattato di un Major che ha messo a dura prova la tenuta del tennis femminile, soprattutto a causa delle troppe giocatrici di vertice condizionate da problemi di varia natura: ritiri, infortuni, forfait.

Per quanto si possano apprezzare le due finaliste e la loro storia umana e professionale, penso che questo Roland Garros abbia offerto poche partite all’altezza della qualità che ci si aspetterebbe da uno Slam. Sono troppo severo? Forse, ma quasi mi verrebbe da dire che sul piano della qualità di gioco sia stato lo Slam peggiore degli ultimi anni.

 

Innanzitutto le prime tre giocatrici del mondo si sono trovate fuori dal torneo senza essere state sconfitte “normalmente” sul campo. La numero 1 Barty si è ritirata durante il secondo turno contro Magda Linette, dopo aver raccolto appena un game nel primo set: impossibile proseguire per i problemi all’anca.

La numero 2 Osaka ha dato forfait in seguito alla amarissima vicenda delle conferenze stampa (che qui non affronto per ragioni di spazio: non mi sembra giusto liquidare la questione in poche righe). La numero 3 Halep ha addirittura alzato bandiera bianca prima ancora che il torneo prendesse il via: infortunio al polpaccio. Ricordo che Barty e Halep erano le campionesse di Parigi nel 2018 e 2019, mentre Osaka la vincitrice dell’ultimo Slam disputato.

Non è finita qui. Sempre per problemi fisici, sono saltate altre due teste di serie: Alison Riske (alla vigilia delle prime partite) e Jennifer Brady, (terzo turno, dolore al piede). Infine è presto venuta a mancare anche la semifinalista dello scorso anno Petra Kvitova, a causa di un guaio tanto grottesco quanto sfortunato: è inciampata sui gradini della sala stampa, e si è storta la caviglia.

Purtroppo la lista dei problemi va ancora allungata. Tre possibili protagoniste del torneo non si sono potute presentare in condizioni ideali, e sono uscite al primo turno: Bianca Andreescu, eterna convalescente dal fisico di cristallo, ha dovuto saltare per quarantena Madrid e Roma, e all’esordio non è riuscita a superare lo scoglio rappresentato da Tamara Zidansek.

Garbiñe Muguruza è apparsa lontanissima dalla forma di inizio stagione, probabilmente ancora condizionata dall’infortunio subito a Charleston, ed è uscita anche lei al primo turno al termine di una prestazione molto insufficiente contro Marta Kostyuk. Garbiñe ha concluso il match addirittura con un saldo di meno 31: 9 vincenti e ben 40 errori non forzati in appena 17 game (6-1, 6-4).

Kiki Bertens, una delle migliori interpreti della terra rossa, ha dimostrato di non avere ancora recuperato dalla operazione al tendine di Achille, e anche lei ha lasciato strada al primo turno a una cliente difficile sulla terra battuta come Polona Hercog.

Ricapitoliamo: out Barty, Osaka e Halep (oltre che Kvitova, Brady, Riske). Fuori condizione Andreescu, Muguruza, Bertens. Provate a fare questo piccolo esperimento: immaginate di prendere uno Slam di un qualsiasi periodo del tennis Open, al femminile come al maschile, togliete dalla lista dei partecipanti i primi tre tennisti del mondo e poi alcuni dei migliori interpreti della superficie: lo spettacolo non ne avrebbe sofferto?

A questo punto si potrebbe obiettare: non è certo la prima volta che nella attuale WTA cadono presto così tante teste di serie. Però c’è una notevole differenza se l’eliminazione avviene contro avversarie capaci di grandi prestazioni, rispetto a quando si esce a causa di infortuni o per cattiva forma. Nel primo caso è come se la giocatrice capace dell’upset ricevesse una dose in più di entusiasmo e fiducia, che quasi sempre aiutano a giocare bene anche nei turni successivi. Nel secondo caso, invece, nel torneo rimane soltanto un vuoto difficilmente colmabile. Al Roland Garros 2021 solo Tamara Zidansek, vincitrice su Andreescu al termine di una battaglia molto intensa (6-7, 7-6, 9-7) ci ha davvero messo del suo per eliminare uno dei nomi citati. E infatti si è poi spinta sino alla semifinale, offrendo del tennis degno di nota per le sue possibilità. Ma per le altre?

A conti fatti, delle primissime favorite, le uniche sopravvissute alla falcidia dei primi due turni sono state Sabalenka e Swiatek. Ma Aryna ha di nuovo dimostrato di non essersi lasciata alle spalle il complesso dello Slam, ed è uscita al terzo ostacolo, contro la futura finalista Pavlyuchenkova (6-4, 2-6, 6-0). E se pensiamo che Pavlyuchenkova ha confessato di avere giocato il match menomata alla gamba, suona ancora più grave il bagel subito da Aryna nel set decisivo.

Swiatek invece si è fermata nei quarti di finale contro Maria Sakkari, al termine di una prestazione ben al di sotto delle sue possibilità. Esito però non sorprendente, visto che Iga ha giocato corto per tutto il match: con la palla che rimbalzava troppo spesso nei pressi della linea del servizio, i suoi colpi in topspin sono diventati assist su cui Sakkari si è trovata a meraviglia nel trasformarli in vincenti.

E così in semifinale abbiamo avuto quattro esordienti che hanno sofferto il peso della responsabilità, come testimoniano i numeri. Naturalmente, per valutare la qualità del tennis, le statistiche non sono le tavole della legge, però un minimo indirizzo lo danno. Ebbene, le due semifinali si sono concluse con tutte le protagoniste in saldo negativo: Pavlyuchenkova -3 (19/22), Zidansek -6 (27/33). Peggio ancora la seconda semifinale: Krejcikova -27 (31/58) Sakkari -26 (27/53); per fortuna ci ha pensato il pathos degli ultimi game a risollevare, in parte, il loro match.

Qualcuno potrebbe pensare che siccome su Ubitennis mi occupo di tennis femminile, dovrei cercare di difendere sempre e comunque il “prodotto”. Ma non è così, perché non mi piacciono le posizioni preconcette, in negativo come in positivo. Non voglio quindi tenere un atteggiamento speculare (ma nella sostanza identico) rispetto a coloro i quali parlano esclusivamente male del tennis WTA: zitti in occasione dei tornei spettacolari (come per esempio Madrid 2021) e invece sempre pronti a intervenire quando si presenta l’occasione per denigrare (come è successo dopo il 6-0, 6-0 della finale di Roma).

No, secondo me si tratta di prendere atto della situazione e semmai provare a capire se questo Roland Garros sia stato semplicemente un torneo sfortunato a causa di una serie di circostanze occasionali, o se invece vada considerato come un campanello di allarme in vista del proseguo della stagione.

Nel dubbio, credo che in WTA farebbero bene a ragionarci un po’, perché le protagoniste del tennis di oggi sembrano essere diventate sempre più fragili. Sino a qualche anno fa le cose funzionavano più o meno in questo modo: i primi acciacchi da usura stagionale cominciavano ad affiorare durante gli impegni estivi delle US Open Series, per poi mettere in difficoltà alcune giocatrici durante la trasferta asiatica autunnale.

Quest’anno invece i problemi sono emersi già in primavera, e al Roland Garros i guai fisici di molte possibili protagoniste sono stati davvero tanti. Anzi: troppi. Chissà, forse il lungo stop della pandemia, ma anche le successive quarantene (più o meno rigide) non hanno aiutato le atlete a prepararsi al meglio.

Speriamo sia così, perché in WTA ci sono molte giocatrici che hanno dimostrato di poter offrire tennis di valore. Non occorre nemmeno andare tanto a ritroso: meno di due stagioni fa le cose avevano preso una piega ben diversa. La grande partita di Pechino 2019 tra Osaka e Andreescu, per esempio, sembrava potesse inaugurare una nuova rivalità destinata a fare epoca. Ma anche il 2020 aveva proposto nuovi nomi capaci di offrire ottimo tennis; penso a Elena Rybakina, a Ons Jabeur, a Iga Swiatek. E tutto questo senza trascurare le giocatrici già più affermate, come Barty, Halep, Azarenka, Kvitova, Sabalenka…

Oggi però bisogna ammettere che fra Roma e Parigi la qualità di gioco non è stata all’altezza delle aspettative. A questo punto bisogna sperare che il trasferimento sull’erba aiuti a recuperare la forma di qualche protagonista, anche se di sicuro la programmazione compressa (appena due settimane fra Roland Garros e Wimbledon) non è un buon punto di partenza. Ma gli strascichi della pandemia questo ci hanno lasciato, e non possiamo fare altro che conviverci.

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WTA, protagoniste del 2021: Barty, Kenin e Muguruza

Primo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Ashleigh Barty, conferma al vertice
Nelle ultime stagioni WTA i nomi e le protagoniste si sono succeduti con grande varietà: titoli e successi sono stati appannaggio di un notevole numero di giocatrici, in un quadro di insieme in cui a regnare sovrani sono stati incertezza ed equilibrio. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di altre fasi storiche nelle quali poche giocatrici svettavano quasi incontrastate.

Pensiamo per esempio all’epoca di Navratilova ed Evert. Martina e Chris davano vita a una rivalità che caratterizzava la gran parte dei tornei disputati ed egemonizzava il vertice del tennis mondiale con la solidità di una roccia. Oggi no, le cose vanno diversamente, e dalla solidità della roccia si è passati a un contesto liquido e sfuggente, così sfuggente che a volte più che liquido rischia di diventare gassoso.

Nelle ultime stagioni, però, una costante ha iniziato a delinearsi, ed è rappresentata da Ashleigh Barty. La 25enne australiana (è nata il 24 aprile 1996), si sta costruendo un curriculum di rilievo ed è per questo che, se si ragiona sulle protagoniste della stagione appena conclusa, il primo nome che viene in mente è il suo.




 

Barty è diventata numero 1 della classifica WTA per la prima volta nel giugno del 2019, succedendo a Naomi Osaka. E da quel momento solo lei e Naomi hanno occupato il vertice del ranking mondiale, anche se in parte a causa delle nuove regole introdotte con la pandemia (su questo tema torneremo più avanti).

Con il passare del tempo, però, in classifica Barty ha preso il sopravvento su Osaka: non tanto per i picchi di rendimento, quanto per la maggiore continuità e adattabilità alle diverse superfici. Allo stato attuale, Ashleigh “regna” sulla WTA dal settembre 2019, e nel 2021 nessuna giocatrice è mai arrivata davvero vicina a scalzarla dal primato.

Ecco perché, pur nello scenario liquido delle ultime stagioni WTA, Barty rappresenta l’unico vero punto di riferimento, il più credibile “ubi consistam” che il tennis femminile possa offrire. E se ripercorriamo rapidamente i risultati del 2021 ne abbiamo la conferma.

Ashleigh ha cominciato la stagione vincendo uno dei tre tornei di preparazione allo Slam australiano, lo Yarra Valley Classic, e si è presentata tra le favorite allo Slam di casa. Primi quattro turni di Melbourne superati senza lasciare set, ma poi eliminazione inaspettata contro Karolina Muchova, al termine di una partita sconcertante.

Una partita dominata nella prima parte, sino al 6-1 2-1 a suo favore, e poi giocata malamente nella seconda, cominciata dopo il Medical Time Out chiamato da Muchova. Risultato finale: successo di Muchova per 1-6, 6-3, 6-2. Il titolo della cronaca di Ubitennis recitava: “L’MTO più decisivo dell’Australian Open: una grande Muchova elimina la numero 1 Barty”

Senza voler togliere i meriti a una giocatrice di notevole talento come Muchova, la sensazione rimasta di quel match è che Barty abbia faticato a gestire la tensione dell’impegno di casa, lasciandosi sopraffare dallo stress improvvisamente cresciuto durante la pausa determinata dall’intervento medico. Una sconfitta quindi più nata da cause mentali che tecniche.

Una sconfitta dai contorni anomali, per la quale però è la stessa Ashleigh a non cercare scuse o indulgenza. Queste le sue parole di allora: “Anche io in passato ho chiamato dei medical time-out, quindi non dovrebbe essere un momento così decisivo in un match. Sono insoddisfatta perché sono stata io a farlo diventare decisivo. (…) È una sconfitta che mi spezza il cuore, ovviamente. Ma o si vince o si impara, e oggi credo ci sia moltissimo da imparare“.

Archiviata la delusione di Melbourne, Barty riprende il suo percorso con ottimi risultati, specie nei tornei di prima fascia: vittoria a Miami, quarti di finale sulla terra verde di Charleston (sconfitta dall’emergente Badosa), vittoria a Stoccarda e finale a Madrid (sconfitta 6-0 3-6 6-4 da Sabalenka).

A questo punto della stagione nessuna giocatrice può vantare una tale continuità di risultati. Poi però a Roma ci si mette un infortunio al braccio destro a fermarla (si ritira durante il match dei quarti di finale contro Gauff). E siccome il dolore persiste, finisce per compromettere anche il Roland Garros: Ashleigh si ritira durante il match di secondo turno contro Linette.

Il problema al braccio la obbliga a saltare i tornei sull’erba di preparazione a Wimbledon, ma per fortuna durante i Championships, il guaio rientra. Di nuovo a posto fisicamente, conquista il torneo superando in finale Karolina Pliskova. Dopo molto tempo in WTA la giocatrice prima nel ranking, prima nella race, testa di serie numero 1, tiene fede alle aspettative, e conquista il titolo di un Major da favorita.

La vittoria a Wimbledon (secondo Slam dopo il Roland Garros 2019), non rappresenta solo uno dei culmini della sua carriera, ma anche la definitiva legittimazione del suo primato nella attuale WTA. Ormai non ci sono più dubbi.

Il passaggio dall’erba al cemento comincia con una grande delusione: la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo per mano di Sorribes Tormo, per 6-4, 6-3. A mio avviso la peggiore prestazione in stagione di Barty, che durante la partita non riesce proprio a registrare i colpi, compiendo una quantità industriale di errori non forzati: situazione non usuale per le sue caratteristiche.

Poi però Barty torna a primeggiare a Cincinnati, dove si afferma in modo straordinariamente autorevole: cinque match disputati, dieci set vinti e zero persi. La vittoria in Ohio rafforza la sua posizione di prima favorita allo US Open.

Ma a New York accade qualcosa di simile a quanto vissuto a Melbourne: Barty perde un match contro Shelby Rogers nel quale sembrava avere in pugno la vittoria. Partita male, Ashleigh raddrizza la partita e si spinge sino al 2-6, 6-1, 5-2. Ma a questo punto diventa incapace di chiudere il match: una crisi di “braccino” le fa perdere la sicurezza e la misura dei colpi, sino alla sconfitta nel tiebreak decisivo.

E così nei due Slam sul cemento, Barty ha lasciato strada ad avversarie che a un certo punto del match si vedevano già pronte a rientrare negli spogliatoi da sconfitte. E se a Melbourne probabilmente aveva influito il peso della responsabilità di giocare nel torneo di casa, a New York la sensazione è che sia arrivata logora fisicamente e ancor di più mentalmente, al termine un lungo tour de force affrontato senza mai potersi fermare per tornare a casa.

A causa delle regole della pandemia, infatti, per Ashleigh è risultato impossibile tornare in patria, visto che dovrebbe sottoporsi a un periodo di quarantena al rientro in Australia. E i lunghi mesi della tournée senza mai staccare, alla fine hanno presentato il conto.

Tenendo presente tutto questo, non sorprende che Barty abbia deciso di chiudere la stagione in anticipo, rinunciando a competere sia a Indian Wells che alle Finals di Guadalajara, dove si sarebbe presentata da numero 1. Due rinunce che non hanno comunque scalfito il suo primato nel ranking WTA, che oggi comanda con oltre mille punti di vantaggio sulla numero 2 Sabalenka.

Barty ha terminato il 2021 con un bilancio di 42 vittorie e 8 sconfitte (84,0% di partite vinte), ma di queste 8 sconfitte 2 sono arrivate per ritiro in seguito a infortunio (a Roma e Parigi). E nei confronti diretti con le giocatrici Top 20 ha chiuso con un bilancio di 14 vittorie e 1 sola partita persa (in tre set contro Sabalenka nella finale di Madrid). Cinque i tornei vinti su tre superfici diverse (tre su cemento, uno su terra rossa, uno su erba). Tutti dati che dimostrano che allo stato attuale nessuna giocatrice appare più credibile di lei quale numero 1 della classifica WTA.

a pagina 2: Sofia Kenin

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.




 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.




 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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