Mattia Bellucci coltiva i propri sogni di gloria da tempo immemore. E lo fa con la passione tipica di chi di tennis vuole vivere. Non si tratta di questioni meramente economiche, ma dell’interpretazione personale del gioco. Non schemi tattici, ma invenzioni, giochi di fantasia atti a sorprendere gli avversari. Il 24enne di Busto Arsizio ha aspettato a lungo il proprio momento e continuerà a farlo finché non vedrà materializzarsi gli obiettivi che si è prefissato. Il 2025 può costituire l’inizio di un percorso verso gli alti livelli del tennis. Ma nessuno chieda a Mattia la regolarità. Non gli appartiene. La grossa sfida per la prossima stagione sarà provare a trovare un equilibrio tra l’estro straripante e la costanza di rendimento e risultati.
Bellucci chiude l’anno da numero 74 del mondo, dopo aver ritoccato a più riprese il best ranking, fino alla 63esima posizione di luglio. Un sogno di mezza estate rimasto strozzato in un autunno complesso. La top 100 è un treno a cui rimanere attaccato con tutte le forze, perché garantisce l’accesso ai tabelloni principali dei tornei più prestigiosi, evitando la roulette delle qualificazioni.
Forse era lecito aspettarsi qualcosa in più. O forse qualcosa di diverso. La sensazione è che nel 2026 capiremo definitivamente fino a dove Mattia possa spingersi, quale sia la dimensione reale del suo tennis che – e stavolta è certezza, non sensazione – non sarà mai snaturato.
Il 2025 di Bellucci: dal sogno di Rotterdam alle 9 sconfitte di fila
Facciamo un passo indietro. Riportiamo il calendario a gennaio 2025. Bellucci orbita attorno alla 100esima piazza del ranking ATP. In chiusura di 2024 è riuscito a iscriversi al circolo dei migliori 100 giocatori per la prima volta in carriera e adesso si trova lì, sul filo di lana. Per l’Australian Open è costretto a passare per la lotteria del tabellone cadetto. Da testa di serie numero 2 si arrende al secondo turno a Terence Atmane, salutando l’eventualità di accedere al main draw, proprio nel torneo in cui, nel 2023, aveva fatto il suo debutto in uno Slam.
Per consacrare il suo ritorno in Europa, Mattia sceglie di scendere di livello e di iscriversi al Challenger di Quimper. Lui che i Challenger li ha frequentati e li frequenta senza il timore di farseli andare stretti o la paura di sporcarsi mani e scarpe alla ricerca di punti decisivi per stabilizzarsi in altitudini di classifica che gli donino una certa serenità. Il genio a Bellucci non è mai mancato, ma spesso ha faticato a metterlo a disposizione di una certa costanza, componente indispensabile nel tennis contemporaneo.
“Ho attraversato un periodo complicato, mi stavo godendo poco il campo, poi ad un certo punto, insieme al mio allenatore, abbiamo deciso di non guardare più il numerino del ranking, e a quel punto, finalmente, sono tornato a divertirmi” racconta a proposito del limbo tennistico vissuto, quando i sogni erano ormai troppo grandi per essere contenuti in un cassetto, ma ancora era difficile dare loro una forma concreta.
Con uno stato d’animo contraddittorio, così, Bellucci si presenta a Rotterdam, dove è chiamato ancora una volta a qualificarsi. Ci riesce non lasciando per strada neppure un set ai due padroni di casa Boogaard e Brouwer.
Chissà se Mattia si sarebbe mai immaginato che quei match avrebbero rappresentato solamente l’inizio di una cavalcata folle, in cui il suo tennis ha parlato per lui.
Dopo un esordio tutto sommato morbido contro il terzo olandese di fila, cioè la wild card Rottgering, il tabellone gli mette davanti la seconda forza del torneo, Daniil Medvedev. Da questa partita esce un capolavoro tecnico e tattico da parte dell’azzurro. Nel primo set il russo è completamente disorientato dalle variazioni del 24enne di Busto Arsizio. Le smorzate, gli slice e le traiettorie mancine colgono del tutto impreparato Medvedev, che fatica a prendere le misure a un tennis spumeggiante e imprevedibile. Tuttavia, nel secondo parziale, pare capirci qualcosa di più, a sufficienza per prolungare il set al tiebreak, dove un fin lì perfetto Bellucci cede il passo all’emozione. Un match point vanificato e verdetti rimandati al terzo. Qualcosa scatta nella testa dell’italiano, l’occasione è troppo ghiotta per lasciare che svanisca. E allora riprende a macinare punti con una solidità mentale da veterano, aspetto che Medvedev pare aver smarrito. La prima vittoria su un top 10 è un portento.
Ma non finisce qui. Due giorni dopo l’azzurro batte con un perentorio 2-0 anche Stefanos Tsitsipas, successo che gli vale la prima semifinale ATP. “Bellucci è troppo forte per essere nelle qualificazioni” aveva dichiarato il greco alla vigilia della sfida. L’ennesimo match giocato con fantasia accorta in quel di Rotterdam, il che può sembrare un ossimoro ma calza a pennello all’idea di gioco di Bellucci. Nessun ingabbiamento, nessun limite. Contro Alex de Minaur non riesce a replicare quanto fatto in precedenza, senza, però, che i soli tre game raccolti modifichino i giudizi e le percezioni circa il torneo disputato da Mattia.
Le aspettative su Bellucci si alzano vertiginosamente. Il livello tenuto durante l’ATP 500 olandese ha impressionato e gli auspici sono che il giocatore lombardo trovi la propria collocazione definitiva, abbandonando il limbo di incertezze.
È sempre complicato lasciarsi andare a previsioni perché lo sport fa dell’imprevedibilità una variabile interveniente mica da poco. In ogni caso, forse era altrettanto difficile pensare che Rotterdam rimanesse a lungo un caso isolato, un momento di crescita fine a sé stesso.
Sul cemento di Acapulco, Bellucci non passa le qualificazioni alle quali è ancora costretto da una classifica ulteriormente migliorabile, infrangendosi contro Gabriel Diallo al turno decisivo. La fortuna dello sconfitto spesso viene in soccorso e l’azzurro è ripescato per il main draw. Da lucky loser arriva a un soffio dall’estromettere all’esordio Alejandro Davidovich Fokina. Quattro match point non bastano all’italiano per mettere il punto fermo all’incontro. Una sconfitta ambivalente: se da una parte il rammarico non può che essere concreto, il fatto che Bellucci perseveri nell’offrire grandi prestazioni contro avversari più accreditati spinge a vedere il bicchiere mezzo pieno.
Tuttavia, le due sconfitte messicane si rivelano le prime di una striscia che si protrae fino a cinque. Per ben un mese e mezzo Bellucci fatica a ritrovare concretezza. A Indian Wells non passa le qualificazioni, al Challenger di Punta Cana non supera l’esordio e a Miami non va certo meglio.
Una crepa di risultati che innesca il famoso circolo vizioso: poche vittorie, pochi progressi in classifica.
Per tornare ad assaporare il successo Bellucci ha bisogno del rosso, una superficie che ha scoperto piano piano e che spesso ha amplificato i difetti del suo tennis. Ma che adesso è una terra promessa. All’ATP 250 di Marrakech, l’azzurro torna a disputare i quarti di finale, regolando Kotov e Herbert, prima di arrendersi a Griekspoor in due set. L’asticella torna ad alzarsi e l’irruzione in top 70 ne è la prova.
Lo spaccato di stagione sul mattone tritato, iniziato con il vento in poppa, si aggroviglia su sé stesso. Si apre una nuova striscia di sconfitte: stavolta sono nove consecutive tra circuito maggiore e Challenger, tra terra battuta e primi tornei sull’erba.
La maledizione si rompe solamente a fine giugno, quando nel tabellone cadetto di Eastbourne Bellucci riprende a vincere partite. La qualificazione è un punto di (ri)partenza importante, a cui si aggiunge la prima vittoria in un main draw a più di due mesi dall’ultima.
L’erba è una superficie particolare. Richiede un adattamento specifico, pur essendo risicato il tempo per prendere dimestichezza. Prossima fermata Wimbledon.
Il 2025 di Bellucci: Wimbledon squarcio di luce e fonte di speranze
All’All England Club, Bellucci è atteso da un esordio abbordabile, anche se le poche partite vinte rappresentano un’insidia maggiore rispetto alla wild card casalinga Oliver Crawford. Infatti il primo set restituisce un giocatore a cui il tennis non manca, ma che fatica a ritrovare il bandolo della matassa nelle soluzioni a sua disposizione. Tuttavia, basta un set a Mattia per riaccendersi e per poter tornare a credere che, forse, una ripartenza sui campi più prestigiosi del mondo è possibile.
Così, non sbaglia più e approda al secondo turno, dove lo attende Jiri Lehecka, fresco finalista del Queen’s che ha reso la vita difficile a Carlos Alcaraz. Il ceco è un tennista regolare, solido da fondocampo e, in virtù della scuola tennistica da cui proviene, capace di variare se necessario. Quel giorno il Bellucci sceso in campo è la versione migliore, giocatore capace di estromettere la 23esima testa di serie con un assolo. Lehecka è disorientato e non trova la continuità necessaria al proprio tennis. Non può trovarla se l’estro di Mattia è così ben congeniato.
Il sogno dell’azzurro sfuma al terzo turno contro Cameron Norrie, altro giocatore mancino dal gioco insidioso e dal carattere malandrino.
Pensare che il 2025 di Bellucci termini a Wimbledon è erroneo. Purtroppo, però, il ritorno sui campi in cemento, sia esso outdoor o indoor, rallenta il momento del mancino di Busto Arsizio.
Il ritiro a Toronto contro Gaston e la successiva eliminazione in due tiebreak a Cincinnati contro Dzumhur convincono Mattia a rifrequentare i Challenger. Nello specifico si iscrive a Sumter e lo vince, a dimostrazione del fatto che il suo livello rispecchi a pieno il circuito maggiore.
Ciononostante, tra agosto e ottobre le vittorie sono solo quattro. Certo, le esperienze rimangono, come calcare l’Arthur Ashe Stadium contro Carlos Alcaraz. Tutto fa bagaglio, soprattutto in quella che si delinea come la prima stagione di un certo spessore.
Adesso tocca nuovamente a Mattia. Perché, alla fine, il giudizio più importante è proprio il suo.
Gli obiettivi per il 2026: stabilizzare l’emotività e migliorare giorno dopo giorno
In una recente intervista, Bellucci ha dichiarato quale sia l’obiettivo per il 2026: “Stabilizzare la mia emotività personale e gestire meglio tutto ciò che riguarda il team e il lavoro quotidiano”. Nessun proclamo altisonante, nessuna forma di pressione da auto caricarsi sulle spalle – anche se il sogno di debuttare in Coppa Davis rimane lì splendente. Imparare dagli errori e farli fruttare al massimo. Con una promessa: provare a essere più gentile con se stesso, a leggere le proprie emozioni sotto un’altra interpretazione.
Lui che di letture complesse è uno dei più esperti del circuito. “Dostoevskij e Murakami sono tra i miei scrittori preferiti, anche se in questo periodo riesco a leggere un po’ meno. Guardo diversi film e sono appassionato di Storia. Diciamo che provo ad informarmi, mentre su altre cose sono particolarmente pigro e non le porto avanti” ha confessato durante il Roland Garros, su impulso di Vanni Gibertini.
Con la sua immancabile bandana e una parlantina arguta, Bellucci è anche uno dei personaggi più interessanti del circuito. E il suo tennis pare essere l’estrinsecazione della sua personalità. Un gioco che inevitabilmente cattura l’occhio, che incuriosisce e spesso esalta.
Perché Bellucci ci ricorda che non esiste un solo modo di vincere, c’è una via differente. E soprattutto ci richiama alla mente che ognuno ha il suo percorso. Unico e non replicabile, dove i traguardi sono relativi e non univocamente definiti.
