Maja Chwalinska
Che nella finale del Roland Garros 2026 potesse arrivare una giocatrice polacca, non era certo impossibile: nelle ultime sei edizioni quattro volte il titolo era stato vinto da Iga Swiatek. Ma che la polacca in finale fosse invece la mancina ventiquattrenne Maja Chwalinska, nessuno lo avrebbe immaginato: prima tennista nella storia del Roland Garros a raggiungere la finale partendo dalle qualificazioni e seconda in assoluto nella storia degli Slam (dopo Emma Raducanu allo US Open 2021).
Eppure Swiatek e Chwalisnka oltre alla nazionalità hanno diverse cose in comune: tutte e due nate nel 2001 (Iga nel mese di maggio, Maja in ottobre), compagne di doppio in epoca junior, erano considerate entrambe grandi promesse del tennis giovanile. Però una volta passate al professionismo hanno avuto risultati agli antipodi: Iga capace di vincere sei titoli Slam su tutte le superfici e a lungo numero 1 del mondo; Maja neanche entrata fra le prime 100 del Ranking e alla prese con le delusioni di una carriera molto al di sotto delle aspettative.
Per quanto mi riguarda Chwalinska non era un nome del tutto nuovo; e non lo dico per vantarmi, ma solo per sottolineare la competenza di alcuni lettori di Ubitennis. L’avevo infatti scoperta grazie ai commenti in calce agli articoli; se avete voglia potete ancora ritrovarli sotto a questo pezzo dedicato a Coco Gauff (in cui si parla incidentalmente anche di Diane Parry) e a quest’altro dedicato invece alle giocatrici nate nel 2001.
Beh, se un lettore davvero esperto vi parla di una giocatrice fisicamente piccolina ma dotata di un superiore talento tennistico, non vi interessate? Ovvio che sì. Da allora ho periodicamente controllato il percorso di Chwalinska, e anche per questo fra i tanti match di primo turno dello Slam parigino ho scelto di seguire il suo esordio contro Zheng Qinwen. Per Maja, dopo avere superato brillantemente i tre turni di qualificazione, Zheng era una partenza complicata: atletica, potente, e capace di vincere le Olimpiadi proprio sui campi del Roland Garros, grazie anche a uno dei migliori servizio del circuito. In sostanza, due giocatrici opposte: era difficile concepire un contrasto di stili più estremo.
Cito qualche dato che illustra il loro match. Velocità media della prima di servizio: Zheng 171 kmh, Chwalinska 136 kmh. Errori non forzati totali: Zheng 32, Chwalinska 5. Maja è riuscita a “sterilizzare” la potenza di Qinwen utilizzando innanzitutto palle dalla parabola alta e molto profonda, con un rimbalzo che spingeva Zheng letteralmente contro il bordo del campo. Che non era lo Chatrier, lo stadio dagli out più grandi di tutto il circuito, ma il Court n. 7, non adatto a un tennis di questo genere. E inevitabilmente, con Qinwen costretta ai margini del rettangolo, lo scambio poteva evolvere in due modi: Chwalinska si inventava qualche soluzione che sparigliava le carte (come un drop-shot o un colpo corto e stretto nell’angolo opposto); ma più spesso era Zheng stessa che provava a forzare la conclusione, cercando vincenti da posizioni improbabili, che la portavano a sbagliare oltre il lecito.
Non è semplice per chi, come Zheng, è abituata a sfidare le avversarie attraverso gli scambi di potenza ad alto ritmo, ritrovarsi a colpire ogni volta una palla diversa per altezza, posizione, spin e velocità. Chwalinska era in grado di non farle giocare mai un colpo uguale a quello precedente, aggiungendici anche delle piccole crudeltà tecniche come il finto dropshot: cioè un rovescio in back che nella preparazione sembra preludere a una palla corta, invoglia alla corsa in avanti e invece risulta essere uno slice dalla parabola lunga che coglie in completo controtempo. Colpo che nel passato era una specialità di Federer ma anche, guarda caso, di una grande polacca come Agnieszka Radwanska. Non sorprende che nel secondo set Qinwen abbia faticato a rimanere lucida, finendo per lasciare strada alla numero 114 del mondo: 6-4, 6-0.
C’è un aspetto molto specifico nel tipo di tennis che propone Chwalinska, e che non va trascurato: il rischio che chi la affronta la prenda sul personale. E quando dico “sul personale” intendo soffrire il confronto in un modo particolarmente profondo sul piano psicologico, quasi al di là della questione puramente sportiva. Perché un conto è perdere da una giocatrice più alta, potente e forte di te, che ti batte attraverso gli uno-due. Altra cosa invece è perdere da uno scricciolo che vince i punti dopo avere costruito scambi che sembrano quasi volerti prendere in giro. Nella nostra cultura siamo pieni di miti e favole che raccontano il successo dell’astuzia e dell’intelligenza sulla forza bruta. Davide e Golia, Ulisse e Polifemo. Ma chi vuole passare per Golia o Polifemo in queste situazioni?
Anche un tennista di circolo sa quanto sia difficile rimanere calmi di fronte a un avversario dalla manualità superiore, che ti “scherza” portandoti a spasso per il campo: palla profonda, palla corta, pallonetto e magari stop volley finale. Oltre alla partita, si rischia di perdere anche il controllo dei nervi: e se questo succede non nel campetto sotto casa, ma di fronte a uno stadio intero, che esulta al termine di certi scambi, è anche peggio. Probabilmente anche per questo Zheng è crollata in conferenza stampa: in un contesto in cui c’era davvero poco da salvare per lei, il modo in cui era arrivata la sconfitta non faceva altro che rendere il tutto ancora più amaro.
Ma quanto valeva questa vittoria di Chwalinska? In fondo Zheng era reduce da un periodo difficile, e poi sempre al Roland Garros già due anni fa contro Avanesyan aveva dimostrato di soffrire particolarmente chi la affrontava con parabole alte e profonde, alternate a improvvisi cambi di ritmo. Se l’esordio vincente poteva lasciare aperti diversi dubbi, sono stati i match successivi a confermare che Maja aveva compiuto un improvviso salto di qualità.
Delle partite di Chwalinska nei turni seguenti c’è un elemento interessante da sottolineare: le sei vittorie nel main draw di Parigi hanno avuto tutte un andamento simile; più il match si sviluppava, più Maja riusciva a mettere in difficoltà le avversarie. 6-4 6-0 a Zheng, 6-4 6-0 a Mertens, 1-6 6-3 6-2 a Sakkari, 6-3 6-2 a Parry, 7-6 6-3 a Kalinskaya, 7-6 6-4 a Shnaider. Segno che ogni volta è stata lei a trovare le chiavi migliori per costruire il gioco, in modo che girasse sempre più a suo vantaggio. A dimostrazione della straordinaria lucidità e intelligenza messa in campo.
Di tutti i match vinti dopo l’esordio, ne scelgo due. Il primo è il quarto turno contro Diane Parry, nel quale l’incognita era soprattutto ambientale. Parry era reduce dal successo contro Anisimova, che aveva chiaramente patito il contesto ostile, giocando un finale di match pieno di errori sconcertanti. Invece Chwalinska nel catino dello Chatrier non si è scomposta; dopo essere stata la beniamina del pubblico nei turni precedenti, per un giorno si è ritrovata dalla parte della “nemica”, ma ha dimostrato di non risentirne. A fine match tutte e due le giocatrici hanno chiuso con 21 vincenti; ma la differenza si è avuta negli errori non forzati: 14 quelli di Maja, più del doppio quelli di Diane, 38. Dal 2-2 secondo set, Chwalinska ha cambiato marcia infilando quattro game consecutivi, grazie a un parziale di 16 punti a 2. A dimostrazione di come avesse ormai in pugno la situazione.
a pagina 4: Chwalinska, semifinale e finale del Roland Garros
