Sono passati 11 mesi da quando Jack Draper salutò anzitempo lo US Open, non presentandosi in campo nel match con Zizou Bergs, per un problema all’omero sinistro. Visto il periodo, potremmo cedere facilmente ad ogni tipo di correlazione letteraria, con riferimenti all’Odissea, ma no, non lo faremo. La sua assenza, questo è indubbio, ha tolto al tennis mondiale uno dei pochissimi giocatori che, per età, struttura fisica e qualità tecniche, sembravano avere gli strumenti per provare a inserirsi nella conversazione dominata da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.
Questo ovviamente non significa collocarlo sullo stesso piano dei due fenomeni che hanno sequestrato quasi tutti gli ultimi grandi titoli, eccezion fatta per il Roland Garros 2026, appannaggio di Sascha Zverev.
La classifica assegna oggi al tedesco il ruolo di primo inseguitore e alle sue spalle non mancano candidature più giovani: Ben Shelton, Lorenzo Musetti, Jakub Mensik, Learner Tien, Joao Fonseca e Arthur Fils. Molti di loro, però, rappresentano ancora una promessa o qualcosa di più. Draper aveva già cominciato a trasformare la propria candidatura in risultati.
Una candidatura già diventata realtà
La semifinale dello US Open 2024, il titolo a Indian Wells nel 2025, la finale raggiunta poche settimane più tardi sulla terra di Madrid e il numero 4 del ranking conquistato nel giugno dello scorso anno non erano fiammate isolate. Nel deserto californiano Draper aveva superato Taylor Fritz, Shelton e Alcaraz prima di lasciare appena quattro giochi a Holger Rune nella finale del suo primo Masters 1000.
Una marcia accompagnata da una dichiarazione che raccontava bene la sua ambizione: “Non voglio essere normale, voglio stare lassù”, disse qualche mese più tardi dopo aver perso con Alcaraz a Roma.
Anche i confronti diretti spiegano perché il suo nome non possa essere accostato agli altri soltanto per suggestione. Draper ha battuto due volte Alcaraz, al Queen’s nel 2024 e a Indian Wells nel 2025, mentre il bilancio con Sinner è in parità: successo del britannico sull’erba londinese nel 2021 e rivincita dell’azzurro nella semifinale dello US Open 2024.
Nel marzo scorso, appena rientrato dopo mesi di inattività, Jack ha inoltre superato Novak Djokovic a Indian Wells, conquistando la sua terza vittoria contro un giocatore classificato tra i primi tre del mondo.
Draper possiede soprattutto caratteristiche difficili da riprodurre. È alto 193 centimetri, è mancino e può superare le 130 miglia orarie con il servizio, ma non è un giocatore costretto ad affidarsi soltanto alla battuta.
Il dato più sorprendente riguarda la mobilità: secondo una rilevazione citata dall’ex Top 5 Jimmy Arias, a Indian Wells il britannico avrebbe fatto registrare la maggiore velocità nella corsa in linea retta, davanti persino ad Alex de Minaur e Alcaraz. La sua vera particolarità è proprio questa: muoversi da difensore dentro il corpo di un attaccante. Potenza, copertura del campo e capacità di ribaltare lo scambio spiegano perché è tra i papabili del ruolo di terzo uomo del tennis.
Dodici mesi dentro il tunnel
Poi il tennis è stato sostituito dalle diagnosi. Il problema più serio è stato una complessa contusione ossea, accompagnata da stress all’omero sinistro: esattamente il braccio con cui Draper serve e costruisce gran parte della propria identità tecnica.
Dopo Wimbledon 2025 giocò soltanto il primo turno dello US Open, battendo Federico Gomez prima di ritirarsi alla vigilia della sfida con Zizou Bergs. Saltò il resto della stagione e successivamente anche l’Australian Open.
Il ritorno iniziò a febbraio, prima in Coppa Davis e poi a Dubai. A Indian Wells arrivò fino ai quarti, piegando, come scritto, Djokovic prima di cedere a Daniil Medvedev. Sembrava la fine del tunnel, invece era soltanto una delle sue numerose false partenze. Dopo la precoce sconfitta di Miami contro Reilly Opelka rinunciò a Montecarlo per proteggere il braccio. A Barcellona si fermò con Tomas Martin Etcheverry per un problema alla gamba destra, poi diagnosticato come tendinite al ginocchio. Quell’infortunio gli fece perdere quasi tutta la stagione sulla terra, compreso il Roland Garros.
La coperta troppo corta del servizio
La storia della sua riabilitazione è diventata anche un complicato problema tecnico. Per alleggerire il braccio, Draper aveva modificato il servizio passando dalla posizione “pinpoint”, con il piede posteriore che si avvicina a quello anteriore, alla “platform”, mantenendo i piedi più distanti. Aveva inoltre adottato corde in budello naturale, più morbide e meno traumatiche. La nuova impostazione, però, richiedeva un coinvolgimento maggiore delle gambe e non ha aiutato il ginocchio.
A Eastbourne è quindi tornato al vecchio movimento e alla configurazione abituale della racchetta. Una sorta di coperta troppo corta: proteggendo il braccio ha caricato maggiormente le gambe, ritrovando il ginocchio ha nuovamente sollecitato l’omero.
Sull’erba di Eastbourne, Draper aveva comunque raggiunto la semifinale, mettendo insieme quattro incontri sotto lo sguardo di Andy Murray. Pochi giorni più tardi arrivò però la rinuncia più dolorosa: ritiro da Wimbledon a ventiquattr’ore dal primo turno contro Taylor Fritz per una nuova riacutizzazione del problema al braccio. Australian Open, Roland Garros e Championships: tre Slam saltati nella stessa stagione e una classifica precipitata fino al numero 147.
“Fisicamente mi sento meglio rispetto a qualsiasi altro momento dell’ultimo anno. Mentalmente ero stanco, ma sto ritrovando le mie energie”, ha spiegato Draper prima di Washington. La distinzione è importante. Il dolore non ha consumato soltanto il suo corpo, ma anche la fiducia necessaria per colpire senza aspettarsi una nuova fitta. Il britannico ha disputato appena cinque tornei nel 2026 e quello contro Michelsen sarà soltanto il quattordicesimo incontro della sua stagione.
Murray, il maestro delle ricostruzioni
È qui che entra in scena Murray. L’accordo doveva limitarsi alla stagione sull’erba, ma i due hanno deciso di proseguire durante l’estate nordamericana e, possibilmente, fino allo US Open. Non sarà una collaborazione a tempo pieno: Murray non vuole trascorrere lunghi periodi lontano dalla famiglia e James Trotman resta il tecnico principale, con il sostegno della LTA. La presenza dello scozzese aggiunge però qualcosa che va oltre gli aggiustamenti tattici. Murray conosce la difficoltà di ricostruire una carriera attorno a un corpo del quale non ci si può più fidare completamente.
Washington, da questo punto di vista, non è un luogo casuale. Nel 2018 Murray vi arrivò da numero 832 del mondo durante il tormentato rientro dopo l’operazione all’anca.
Batté Marius Copil in un incontro terminato alle 3.01 del mattino, scoppiò in lacrime sulla propria sedia e il giorno seguente fu costretto a rinunciare al quarto di finale per la stanchezza. Quella notte gli aveva restituito la sensazione della vittoria, ma non ancora la possibilità di recuperare dopo averla ottenuta.
Otto anni più tardi è tornato nello stesso torneo dall’altra parte del box, per accompagnare un giocatore alle prese con il medesimo interrogativo. Quella rimane una delle immagini più forti della carriera di Murray.
A Washington, altra delusione
Il calvario però non finisce: Jack è costretto a rinunciare all’ATP 500 di Washington a causa del solito persistente problema. Il britannico aveva ricevuto una wild card per il torneo statunitense e sperava di tornare finalmente in campo dopo aver saltato anche Wimbledon per il riacutizzarsi dell’infortunio al braccio sinistro.
Soltanto poche ore prima Draper aveva manifestato ottimismo sulle proprie condizioni, dichiarando di sentirsi fisicamente meglio rispetto agli ultimi dodici mesi. Il nuovo forfait rappresenta quindi un’altra battuta d’arresto in una stagione da incubo.
«Gli ultimi mesi sono sembrati una successione continua di difficoltà e contrattempi», ha scritto Draper su Instagram. «Nella maggior parte dei giorni sono stato assalito dai dubbi, ma continuo a sperare di poter fare passi avanti positivi e trovare il modo di progredire. Nei giorni liberi rifletto e sono soltanto grato per questa lotta e per ciò che mi sta insegnando».
L’ex numero 4 del mondo ha poi sottolineato come la sfida più difficile sia stata quella di accettare i tempi del recupero: «Imparare ad accettare il processo e ad avere pazienza è stata la prova più grande, ma so che mi sto avvicinando al punto in cui voglio tornare. Sono molto fortunato ad avere persone straordinarie che mi aiutano ad attraversare questa tempesta. Continuiamo a perseverare».
