Di Rafa Jodar si parla ormai per due ragioni: perché continua a vincere e perché continuano a rompersi i lacci delle sue scarpe. La prima dovrebbe interessare molto più della seconda, ma è proprio quel dettaglio apparentemente insignificante, ripetuto con una frequenza quasi scientifica, ad aver trasformato il diciannovenne spagnolo da rivelazione dell’anno a personaggio capace di dividere il circuito.
Chiariamolo subito: questo non è il solito articolo intitolato “Chi è Rafa Jodar?”. Quella fase l’abbiamo superata da tempo. Se chi legge non l’ha ancora fatto, forse è perché segue il tennis soltanto quando in campo ci sono riccioli rossi e un bel viso. Nulla di male, naturalmente, ma in quel caso potrebbe essere finito nel posto sbagliato.
Jodar non deve più essere presentato, ma raccontato per quello che sta facendo. È numero 11 del mondo e ha vinto 36 partite a livello ATP nel 2026: soltanto Alexander Zverev e Jannik Sinner hanno fatto meglio. Numeri che hanno già reso superflua qualsiasi biografia introduttiva. Adesso resta da capire fin dove possa arrivare e, già che ci siamo, perché i suoi lacci scelgano con tanta puntualità i momenti più delicati per arrendersi.
Una strada già tracciata
A gennaio Jodar era numero 168 del mondo. Nel mezzo ci sono il primo titolo conquistato a Marrakech, i quarti al Roland Garros, la finale raggiunta a Washington e la semifinale nel Masters 1000 di Montreal, primo giocatore nato nel 2006, o successivamente, a riuscirci.
A Cincinnati ha aggiunto prima la folle rimonta contro Denis Shapovalov, recuperando dall’1-5 nel terzo set, annullando due match point e vincendo sei game consecutivi, quindi il 6-2 6-1 rifilato ad Alejandro Tabilo in appena 75 minuti. Jodar, insomma, non è più una sorpresa. Non può esserlo.
I risultati non sono in discussione, il personaggio, invece, divide. Jodar non sembra infatti raccogliere una benevolenza universale né tra i tifosi né all’interno del circuito ed è stato lo stesso Shapovalov a manifestare più chiaramente il proprio fastidio. Resta infatti il retro pensiero che lo spagnolo ricorra a qualche pausa di troppo nei passaggi complicati durante i match. Forse è solo un caso.
Il mistero dei lacci
La ragione di tanta diffidenza non riguarda il suo tennis, ma un accessorio apparentemente innocuo: i lacci delle scarpe. Si rompono e spesso, oseremo dire con una frequenza che probabilmente non si registra neppure nel torneo sociale del circolo di Caltabellota, splendido borgo di una parte di Sicilia troppo poco conosciuta.
Tornando alle cronache spagnole, sono quattro gli episodi contestati; con Shapovalov è accaduto addirittura due volte, mentre il canadese aveva il match in mano. Una delle interruzioni è durata diversi minuti, il paio di ricambio è dovuto arrivare dal box e Denis ha chiesto spiegazioni al giudice di sedia, prima di presentarsi a rete con pochissima voglia di sorridere dopo essersi fatto rimontare sei giochi consecutivi.
Tre indizi faranno anche una prova nei romanzi gialli. Su un campo da tennis non bastano per pronunciare una sentenza, ma sono più che sufficienti per alimentare il sospetto di chi vede in queste pause una forma di gamesmanship. Jodar sostiene di non poter controllare l’accaduto: le scarpe non avrebbero alcun problema, mentre i lacci potrebbero essere troppo fragili. Una spiegazione possibile, anche se la puntualità degli incidenti continua a far alzare più di un sopracciglio.
Per evitare un’altra discussione, contro Tabilo lo spagnolo si è presentato con un sacco trasparente pieno di scarpe di ricambio. Un vero e proprio pacco, questa volta nel senso più letterale del termine; la scena è stata divertente e perfetta per i social; non sappiamo quanto abbia fatto sorridere lo sponsor tecnico, Adidas, costretto a osservare il proprio giocatore entrare in campo con una scorta di calzature sufficiente per attraversare a piedi l’intero Ohio.
La soluzione elimina eventualmente il tempo necessario per recuperare un nuovo paio, ma non risolve la questione di fondo. Se il problema sono davvero i lacci, portarsi dietro dieci scarpe cura l’effetto e non la causa. Carina la scenetta, intelligente la risposta alle polemiche, ma il dubbio rimane allacciato benissimo.
Il possibile detonatore con Cobolli
Adesso davanti a Jodar c’è Flavio Cobolli, numero 10 contro numero 11 del mondo nel loro primo confronto ufficiale. Il romano è appena sopravvissuto ad Alexander Blockx recuperando dal 3-5 nel terzo set; lo spagnolo aveva fatto persino meglio con Shapovalov, risalendo appunto dall’1-5 nel terzo e decisivo set. Due giocatori che arrivano agli ottavi dopo aver dimostrato di non considerare definitivo quasi nulla.
La partita è già ricca: classifica, talento, carattere e un posto nei quarti di un Masters 1000, ma esiste una domanda capace di aggiungere ulteriore pepe. Se Jodar dovesse trovarsi nuovamente sotto nel punteggio e, per pura casualità, dovesse rompersi un altro laccio, come reagirebbe Cobolli?
Flavio potrebbe sorridere, aspettare e riprendere a giocare, oppure la sua garra potrebbe trasformare una pausa apparentemente banale nel detonatore del match. Il piatto principale promette già molto e quel sacco pieno di scarpe potrebbe aggiungere gusto. O far saltare tutto.
