Il 15 febbraio 2025, poche ore dopo l’accordo tra Jannik Sinner e la WADA che avrebbe portato alla sospensione di tre mesi dell’italiano, Nick Kyrgios affidò a X l’ennesimo post della sua lunga offensiva sul caso Clostebol: «Colpevole o no? Giornata triste per il tennis. L’equità nel tennis non esiste». Traduzione perfetta del ruolo che l’australiano si era attribuito da mesi: non soltanto critico del sistema antidoping, ma accusatore sfacciato, osservatore inflessibile, custode informale di una linea morale che riteneva fosse stata oltrepassata. Una linea che Kyrgios aveva spesso legato anche alla responsabilità dei tennisti come modelli per i più giovani e al dovere di dare l’esempio.
Il 19 agosto 2026 quelle affermazioni sono tornate indietro come un boomerang. Non perché il caso Kyrgios sia sovrapponibile a quello di Sinner — sostanze e circostanze sono diverse — ma perché a essere coinvolto in un procedimento antidoping è ora proprio chi, con tanta asprità, aveva insistito proprio sull’esemplarità degli atleti. L’International Tennis Integrity Agency ha annunciato che Kyrgios è provvisoriamente sospeso ai sensi del Tennis Anti-Doping Programme. Il campione che ha prodotto il risultato positivo era stato raccolto il 22 giugno, durante l’ATP 250 di Maiorca; il 17 luglio un laboratorio accreditato WADA aveva confermato la presenza di benzoilecgonina, metabolita della cocaina. La sospensione è in vigore dal 4 agosto. Kyrgios aveva il diritto di impugnarla e, al momento della comunicazione dell’ITIA, non lo aveva fatto.
Un diciannovenne sul Centrale
Canberra, 1995. Kyrgios comincia a giocare a tennis a sei anni, diventa numero 1 junior e nel 2013 conquista l’Australian Open ragazzi. L’anno successivo arriva a Wimbledon da numero 144 del mondo e cambia in pochi giorni la percezione che il tennis ha di lui. Agli ottavi trova Rafael Nadal, numero 1 ATP e due volte campione del torneo. Lo batte 7-6(5) 5-7 7-6(5) 6-3, prima di fermarsi nei quarti contro Milos Raonic. Ha diciannove anni.
Non è soltanto una sorpresa da Slam. L’australiano diventa, dopo Lleyton Hewitt, il secondo giocatore capace di vincere il primo confronto diretto con Nadal, Roger Federer e Novak Djokovic: Nadal a Wimbledon 2014, Federer a Madrid nel 2015, Djokovic ad Acapulco nel 2017. Contro Djokovic avrebbe vinto anche poche settimane dopo a Indian Wells, arrivando alla finale di Wimbledon 2022 con un bilancio di 2-0 sul serbo. Solo lì Djokovic avrebbe accorciato a 2-1.
Nel 2015 Kyrgios raggiunge anche i quarti dell’Australian Open. Nel 2016 arrivano i primi tre titoli ATP, a Marsiglia, Atlanta e Tokyo, e in ottobre sale fino al numero 13 del ranking, che resterà il suo massimo. Nel 2017 raggiunge a Cincinnati la sua unica finale Masters 1000, persa contro Grigor Dimitrov, dopo essere stato semifinalista a Miami sia nel 2016 sia nel 2017. A fine 2022 i dati ATP gli attribuivano già 27 vittorie contro Top 10. Non è il curriculum di un fenomeno immaginario, le prove del livello raggiungibile esistono, numerose e distribuite negli anni.
Anche il rapporto con la Coppa Davis racconta un Kyrgios meno individualista di quanto suggerisca la caricatura. Il profilo ufficiale della competizione registra dieci convocazioni e un bilancio di 11 vittorie e 5 sconfitte in singolare con l’Australia. Nei contesti di squadra — Davis, poi il doppio con Thanasi Kokkinakis — ha spesso mostrato una partecipazione emotiva diversa.
Il talento era reale
Il potenziale di Kyrgios non è mai stato soltanto estetico. Il servizio è il punto di partenza: movimento compatto, lancio poco leggibile, enorme capacità di generare velocità senza la preparazione apparentemente laboriosa di altri grandi battitori.
L’australiano riusciva a produrre potenza con pochissimo spazio. Il diritto, soprattutto quando poteva colpire in anticipo, sembrava accelerare quasi senza caricamento; il rovescio era meno distruttivo ma essenziale, piatto e capace di togliere tempo. Possedeva sensibilità per la palla corta, capacità di chiudere a rete, passanti improvvisati, cambi di ritmo e angoli che non appartenevano al normale catalogo geometrico dello scambio. L’underarm serve, i tweener e le soluzioni da esibizione hanno finito per monopolizzare l’immaginario, ma erano soltanto la parte teatrale di una qualità più profonda: vedeva possibilità che molti giocatori non vedevano, e possedeva la mano per eseguirle.
La risposta non ha mai avuto la continuità del servizio. La mobilità, soprattutto con l’aumentare del peso e dei problemi fisici, non è stata quella dei dominatori della sua epoca. La disciplina tattica poteva evaporare insieme alla pazienza. E un tennis costruito sulla capacità di anticipare, accelerare e inventare richiede comunque una base atletica e mentale enorme quando deve essere riprodotto per sette partite in due settimane, oppure per quaranta settimane l’anno.
L’etichetta di “talento sprecato” che molti gli hanno affibbiato non è mai stata convincente. Kyrgios ha vinto sette titoli ATP di singolare, raggiunto una finale Slam e una finale Masters 1000, giocato quarti in tre Slam differenti, conquistato un Major in doppio ed è stato numero 13 del mondo. Ha avuto una carriera che quasi tutti i professionisti firmerebbero per avere. Ma la distanza tra il suo massimo livello occasionale e il suo livello medio stagionale è stata insolitamente grande. È questo, piuttosto, ad alimentare la sensazione dell’incompiuto.
Non esiste invece alcuna prova che sarebbe necessariamente diventato numero 1 o pluricampione Slam se avesse avuto una diversa disciplina. Il tennis di vertice non premia soltanto ciò che un giocatore può fare per due ore: premia ciò che riesce a ripetere. Ed è precisamente quella ripetibilità che Kyrgios non ha mai dimostrato abbastanza a lungo.
Contro gli altri, contro sé stesso
La contraddizione ha accompagnato quasi tutta la sua carriera. Kyrgios sembrava voler dimostrare contemporaneamente di poter battere chiunque e di non volersi sottoporre fino in fondo al giudizio implicito in quella possibilità. Se perdeva, il tennis non era poi così importante. Se vinceva, diventava evidente quanto poco gli occorresse per competere con i migliori.
Negli anni ha parlato apertamente di motivazione intermittente, del peso del circuito e, soprattutto, delle proprie difficoltà mentali. Nel 2023 raccontò di avere avuto pensieri suicidari, di essersi fatto del male e di essere finito in una struttura psichiatrica a Londra nel 2019. È una parte della sua storia che merita di essere presa sul serio senza utilizzarla né come assoluzione retroattiva né, all’opposto, per ridurre a sintomo ogni comportamento controverso.
Nel 2015 a Montreal, durante il match contro Stan Wawrinka, i microfoni raccolsero una frase volgare con la quale Kyrgios coinvolgeva Thanasi Kokkinakis e la vita privata dello svizzero. Kyrgios si scusò, ma l’ATP considerò l’episodio “aggravated behaviour”: oltre alle sanzioni immediate, gli impose una sospensione condizionale di 28 giorni e una multa aggiuntiva di 25.000 dollari, che sarebbero diventate effettive in caso di nuove violazioni comportamentali nel periodo stabilito.
A Shanghai 2016 il problema fu diverso e forse ancora più significativo per la sua carriera. Nella sconfitta 6-3 6-1 contro Mischa Zverev, Kyrgios giocò alcuni punti con evidente disimpegno, servì senza convinzione, abbandonò uno scambio prima della sua conclusione e litigò con uno spettatore. Dopo le multe inflitte sul posto, l’ATP gli comminò altri 25.000 dollari e otto settimane di sospensione per “conduct contrary to the integrity of the game”, riducibili a tre se avesse seguito un percorso con uno psicologo dello sport. Kyrgios accettò di cercare assistenza professionale.
A Roma 2019, contro Casper Ruud, dopo una penalità per comportamento antisportivo, calciò una bottiglia e lanciò una sedia sul campo: fu squalificato dal match, multato di 20.000 euro, perse 45 punti ATP e i 33.635 euro di prize money maturati nel torneo.
Tre mesi dopo, a Cincinnati, durante la partita contro Karen Khachanov, una lunga sequenza di abusi verbali, racchette distrutte e violazioni gli costò 113.000 dollari: 85.000 per cinque episodi di condotta antisportiva, 20.000 per abuso verbale, 5.000 per oscenità udibile e 3.000 per aver lasciato il campo. L’indagine successiva dell’ATP aggiunse una multa di 25.000 dollari e una sospensione di 16 settimane, anch’essa condizionale, oltre a prescrizioni comportamentali.
Tutti questi episodi dimostrano che Kyrgios non era diventato un personaggio perché i media avevano deciso arbitrariamente di costruirgli attorno una parte. Alla costruzione aveva partecipato con enorme dispendio di energia.
2022: il Kyrgios possibile
Poi arrivò il 2022.
A gennaio, insieme all’amico Thanasi Kokkinakis, vinse il doppio dell’Australian Open, battendo in finale Matthew Ebden e Max Purcell 7-5 6-4. Era il primo titolo Slam per entrambi e la Rod Laver Arena adulò quella coppia entrata quasi come attrazione e trasformata in uno dei fenomeni del torneo.
Ma soprattutto funzionò il singolare. Kyrgios avrebbe chiuso l’anno con 37 vittorie e 10 sconfitte, il miglior bilancio stagionale della carriera. A Wimbledon, numero 40 del mondo e non testa di serie, superò tra gli altri Tsitsipas e Cristian Garin; il ritiro di Nadal prima della semifinale lo portò direttamente alla prima finale Slam. Contro Djokovic vinse il primo set, prima che il serbo imponesse la propria superiorità e chiudesse 4-6 6-3 6-4 7-6(3).
A dire il vero, neppure in quelle due settimane Kyrgios divenne improvvisamente docile: venne multato di 10.000 dollari dopo il primo turno per aver sputato in direzione di uno spettatore e il terzo turno contro Tsitsipas si trasformò in una partita elettrica, piena di proteste e recriminazioni reciproche.
In estate vinse Washington per la seconda volta. Un dato fotografa quella versione di Kyrgios: nell’intero torneo non perse il servizio una sola volta in 64 turni di battuta, salvando dieci palle break.
Allo US Open batté al quarto turno il numero 1 del mondo Daniil Medvedev e arrivò ai quarti. Contro Karen Khachanov perse 7-5 4-6 7-5 6-7(3) 6-4 e uscì devastato, consapevole di avere davanti una parte di tabellone nella quale una seconda finale Slam non era un miraggio.
Per qualche mese sembrò che Kyrgios avesse trovato una formula possibile senza doversi normalizzare, accettando abbastanza disciplina da consentire al talento di durare.
Non durò.
Il corpo si rompe
Il 2023 avrebbe dovuto verificare se il 2022 fosse stato un punto di partenza. Si trasformò invece nell’inizio del declino.
A gennaio Kyrgios si sottopose a un intervento artroscopico al ginocchio sinistro e saltò l’Australian Open. Tornò soltanto a giugno, a Stoccarda, dopo circa cinque mesi, perdendo contro Wu Yibing 7-5 6-3. Fu l’unico incontro di singolare disputato nell’intera stagione. Poco dopo, durante la preparazione per Maiorca, accusò dolore al polso: gli esami evidenziarono una lesione a un legamento e Kyrgios rinunciò a Wimbledon. In autunno si sottopose alla ricostruzione del polso.
Nel 2024 non disputò alcun match ufficiale di singolare. Mentre il giocatore scompariva, il personaggio trovava però un nuovo terreno. La BBC lo inserì nella propria squadra a Wimbledon; all’ US Open lavorò per ESPN. Reuters osservò come Kyrgios fosse ormai uno di quei “player-commentators” capaci di diventare parte della storia che stavano raccontando. Proprio da quella posizione intervenne ripetutamente sul caso Sinner.
Il tentativo di rientro del 2025 produsse cinque incontri di singolare. All’Australian Open perse al primo turno contro Jacob Fearnley e ammise di non riuscire realisticamente a immaginarsi ancora molte volte nel singolare del torneo. A Miami, battendo Mackenzie McDonald 3-6 6-3 6-4, ottenne la prima vittoria ATP dall’ottobre 2022; due giorni dopo perse contro Khachanov 7-6(3) 6-0. Non avrebbe più giocato in singolare quell’anno.
Nel 2026 ha provato ancora. A Brisbane ha perso con Aleksandar Kovacevic; a Stoccarda, il 9 giugno, ha battuto Corentin Moutet 6-3 6-4, prima vittoria in quindici mesi, per poi uscire al turno successivo. Il 22 giugno a Maiorca Adam Walton lo ha sconfitto 6-3 6-4. Proprio durante quel torneo sarebbe stato raccolto il campione destinato a cambiare nuovamente la traiettoria della sua carriera. Nel 2026 il suo bilancio ATP di singolare è 1-3; al 19 agosto è precipitato intorno alla posizione numero 919 del ranking. L’ultima apparizione competitiva è arrivata in doppio a Wimbledon, insieme ad Alexander Bublik, con eliminazione al primo turno.
Dal principio del 2023 al momento della sospensione Kyrgios ha dunque disputato appena dieci incontri di singolare.
Meno tennis, più Kyrgios: l’offensiva contro Sinner
Il 20 agosto 2024 l’ITIA rese nota la vicenda di Jannik Sinner. L’italiano era risultato positivo a quantità minime di Clostebol in due controlli nel marzo precedente. L’ITIA accettò, dopo l’indagine e il parere di esperti scientifici, la ricostruzione secondo cui la contaminazione era avvenuta attraverso un membro dello staff che aveva utilizzato su una propria ferita uno spray contenente Clostebol e aveva poi praticato massaggi e trattamenti a Sinner. Il 15 agosto un tribunale indipendente stabilì No Fault or Negligence e non impose un periodo di ineleggibilità; furono però cancellati risultato, punti e prize money di Indian Wells.
Kyrgios reagì praticamente in tempo reale. Su X scrisse:
«Ridicolo. Che sia stato accidentale o programmato, se risulti positivo due volte a una sostanza vietata (uno steroide), dovresti stare fuori due anni. La tua prestazione è stata migliorata. Crema per massaggi… sì, certo».
Quell’affermazione conteneva già tutti gli elementi della posizione che avrebbe mantenuto: irrilevanza dell’intenzionalità ai suoi occhi, richiesta di una lunga squalifica, diffidenza verso la spiegazione della contaminazione e convinzione che ci fosse stato un vantaggio prestativo.
Quest’ultimo punto è importante perché gli sviluppi successivi lo avrebbero contraddetto. Quando la WADA chiuse la vicenda nel febbraio 2025, dichiarò esplicitamente di accettare che Sinner non avesse intenzione di barare, non avesse tratto alcun beneficio prestativo dall’esposizione e non ne fosse a conoscenza. La contestazione della WADA riguardava invece il grado di responsabilità attribuibile all’atleta per la negligenza del proprio entourage.
Kyrgios non attenuò comunque il giudizio. All’ US Open 2024, dove lavorava come commentatore ESPN, disse di sostenere quanto aveva scritto. A dicembre, nel podcast Nothing Major, immaginando un possibile incontro con Sinner all’Australian Open, andò oltre la questione regolamentare: disse che avrebbe cercato di portare il pubblico dalla propria parte e di trasformare la partita in una sorta di “rivolta”, aggiungendo che «ogni rispetto sarebbe andato fuori dalla finestra» pur di vincere.
Il 28 dicembre 2024, alla vigilia del rientro a Brisbane, allargò il discorso anche al caso di Iga Swiatek e pronunciò parole ancora più pesanti: definì la situazione «disgustosa» per lo sport e aggiunse che «l’integrità del tennis in questo momento è terribile. Non va bene». Kyrgios rivendicò di aver attraversato gli infortuni senza ricorrere a sostanze vietate e contrappose i propri eccessi comportamentali — racchette rotte, esplosioni emotive — a ciò che considerava una violazione molto più grave.
Quando Sinner vinse Wimbledon nel luglio 2025, Kyrgios pubblicò su X un semplice asterisco. Nessuna spiegazione. Dopo quasi un anno di attacchi, molti lo interpretarono come un’ulteriore allusione alla vicenda antidoping.
Dall’agosto 2024 in poi nessun giocatore di primo piano ha insistito sul caso Sinner con la stessa frequenza, durezza e personalizzazione di Kyrgios. Aveva trasformato una legittima discussione sull’uniformità delle procedure antidoping in una battaglia personale.
Il controllo di Maiorca
Il 22 giugno Kyrgios era a Maiorca e perdeva 6-3 6-4 contro Adam Walton. In quella stessa giornata, secondo la comunicazione ufficiale dell’ITIA, fornì il campione che avrebbe dato esito avverso. Il 17 luglio il laboratorio accreditato WADA confermò la presenza di benzoilecgonina. È il principale metabolita della cocaina: il dato analitico documenta quindi l’esposizione alla sostanza, senza significare che nel campione sia stata trovata necessariamente cocaina ancora attiva.
La cocaina è classificata dalla WADA come stimolante e, nello stesso tempo, come “Substance of Abuse”. È vietata in competizione. Questa classificazione è determinante, perché il Tennis Anti-Doping Programme contiene una disciplina specifica: se un atleta dimostra che l’assunzione è avvenuta fuori competizione e in un contesto estraneo alla prestazione sportiva, il periodo di ineleggibilità previsto è di tre mesi, ulteriormente riducibile a un mese in caso di completamento soddisfacente di un programma terapeutico approvato dall’ITIA. Se l’uso è avvenuto in competizione ma l’atleta dimostra che il contesto era comunque estraneo alla prestazione, il regolamento prevede un diverso trattamento dell’elemento dell’intenzionalità.
Questo non significa che Kyrgios riceverà uno o tre mesi. Al 19 agosto non è stato pubblicato alcun accertamento dell’ITIA sul momento dell’assunzione, sulle circostanze o sulla sanzione finale. Esiste soltanto una sospensione provvisoria, in vigore dal 4 agosto, che Kyrgios può contestare davanti all’organo indipendente previsto dal TADP. Alla data dell’annuncio non lo aveva fatto.
Kyrgios, invece, ha ammesso pubblicamente il fatto essenziale. Su Instagram ha scritto: «Recentemente non ho superato un controllo antidoping a Maiorca dopo essere risultato positivo alla cocaina. Ho commesso un enorme errore e me ne assumo pienamente la responsabilità». Si è scusato con famiglia, tifosi, sponsor e soprattutto con i ragazzi che lo seguono.
Ha poi fornito un contesto senza presentarlo come giustificazione. Gli ultimi anni di infortuni, ha spiegato, hanno avuto un peso enorme «fisicamente e mentalmente»; il suo corpo non è più riuscito a fare ciò che la mente pretendeva e accettare di essere vicino alla fine della carriera è stato più difficile di quanto immaginasse. Ha ripetuto una frase che, riletta sulla sua intera traiettoria, sembra quasi la sua autobiografia in nove parole: «Non ho scelto il tennis: è stato il tennis a scegliere me». Ha annunciato che si allontanerà per 28 giorni dai social e dalla vita pubblica per concentrarsi su sé stesso.
Che cosa resta di Nick Kyrgios
È probabile che per molto tempo Kyrgios continui a essere raccontato come quello che avrebbe potuto essere. È una definizione seducente e in parte vera, ma anche ingenerosa.
Il giocatore è esistito davvero. Quello che a diciannove anni batté Nadal sul Centrale di Wimbledon. Quello che vinse il primo confronto con Federer e i primi due con Djokovic. Quello che serviva per interi tornei senza farsi strappare la battuta, che nel 2022 mise insieme 37 vittorie, raggiunse la finale di Wimbledon e buttò fuori il numero 1 Medvedev allo US Open.
È esistito altrettanto realmente il giocatore che non riusciva o non voleva offrire al tennis la continuità necessaria per trasformare quei picchi in una presenza stabile al vertice. Quello delle partite lasciate scivolare, delle sospensioni, delle multe, delle giornate trascorse più a combattere con arbitri e pubblico che con l’avversario. E non possiamo sapere quanto quella discontinuità dipendesse da scelta, carattere, sofferenza psicologica, preparazione, vulnerabilità fisica o dalla loro combinazione.
La provocazione, la sfacciataggine, l’irrequietezza, il bisogno di sfidare l’autorità e persino il tentativo di sottrarsi al peso delle aspettative sono stati gli elementi che ne hanno limitato la carriera. Ma qualcosa di quella stessa libertà insolente era anche dentro il tennis che lo ha reso il giocatore che è/è stato.
