In questi giorni il tennis festeggia un nuovo campione Slam.
Alexander Zverev ha inseguito a lungo questo traguardo. Lo desiderava fin da quando, ancora ragazzino, ha fatto il suo debutto sul circuito maggiore. Per lui si prospettava un futuro da dominatore. La traiettoria della sua carriera ha, però, suggerito altro.
Da predestinato a eterno incompiuto, il passo è breve. Che poi una bacheca da sette Masters 1000, 2 ATP Finals, un oro olimpico per un totale di 24 titoli era tutt’altro che la quintessenza dell’incompiutezza. Tuttavia, la sensazione è che gli sia sempre mancato qualcosa. La maturità prima, la freddezza poi. E una testa che nei momenti importanti non gli ha mai garantito la certezza di rimanere presente a se stessa.
Parigi è la città del destino per Zverev. Avverso e perdente, rassicurante e finalmente glorioso.
Nel 2022 l’infortunio durante la bellissima semifinale con Rafael Nadal aveva fatto temere che il tedesco avesse concluso lì con il tennis ad alti livelli. Eppure ha dimostrato quasi subito che il finale lo avrebbe scritto di proprio pugno, senza lasciare che la caviglia decidesse al suo posto.
Due anni fa il nativo di Amburgo si conquistava sui quel medesimo campo la sua seconda finale Slam. La gioia, però era destinata ad attendere ancora. Carlos Alcaraz gli ha negato la prima affermazione in un Major. E Zverev è sembrato davvero finire in un limbo. Dopo i Big Three ecco la diade Sincaraz.
Alla ricerca del proprio posto nell’universo tennistico, Alexander non si è mai arreso all’evidenza. È un grande giocatore, ma non così grande da essere il migliore in nessuna delle due epoche in cui si è ritrovato. Però ha fatto pace con questa idea.
Dopo un 2025 di alti – pochi – e bassi – abbastanza – con ancora una finale persa all’Australian Open e una fiducia andata scemando – fino all’eliminazione al primo turno di Wimbledon con il conseguente sfogo – il classe 1997 si è rilanciato verso quel sogno mai sopito.
Se a Melbourne è stato ancora una volta sconfitto in semifinale da Alcaraz e dai suoi demoni, sulla terra rossa francese tutto è andato nel verso a lui più congeniale.
Quattro anni dopo il terribile infortunio, il Philippe Chatrier è teatro del momento più bello di una carriera mai veramente lineare. Quando lo smash di Flavio Cobolli è atterrato fuori, tra l’altro pressoché nella medesima zona in cui il recupero su un diritto lungolinea di Nadal gli è costato una caviglia, Zverev è crollato. Le lacrime di sollievo e felicità hanno definitivamente cancellato il pianto disperato e pieno di paura.
E in un attimo Sascha non è più il primo dei perdenti. Ma fu vera gloria?
Zverev, le controversie di un personaggio a metà
Alexander Zverev è uno dei personaggi più controversi del panorama tennistico. Si scusi l’aggettivo, forse altrettanto controverso, che può risultate troppo semplicistico in confronto alla realtà che si è delineata attorno al tedesco.
Sascha avrebbe tutto per essere uno dei volti del tennis mondiale. Ha una storia da raccontare, quella diagnosi di diabete di tipo 1 ricevuta all’età di quattro anni. Ha il racconto di un riscatto da portare avanti. E il carisma di chi non teme di prendere posizione o di dire anche cose scomode.
Tutto questo, però, non basta. Non può bastare. Perché c’è dell’altro. C’è l’altra faccia della medaglia, l’altra parte del tutto. Ed è l’esatto motivo per cui il successo di Zverev al Roland Garros non è stato accolto – almeno non da tutti – come una bella narrazione, il lieto fine che conclude un libro a tratti cupo.
Sul numero 3 del mondo pendono due accuse di violenza domestica, mai davvero risolte con sentenze definitive. Vicende rimaste fumose dal punto di vista giuridico, che prestano il fianco a interpretazioni personali basate sulla propria sensibilità.
Ci piacerebbe tanto parlare solo di tennis. Sul serio. Tuttavia, a volte è necessario non fermarsi al livello agonistico.
Il primo Slam di Sascha ha lasciato sensazioni ambivalenti. O non ha lasciato proprio sensazioni. Tra chi ha celebrato il trionfo, si è fatta largo la voce di tutti coloro che considerano il 7 giugno 2026 una giornata triste per la racchetta.
E non perché il tabellone sguarnito ha spalancato le porte a una vittoria propiziata dalle assenze. Il diritto sgangherato del tedesco e il suo carattere incline a crolli emotivi quando deve capitalizzare non c’entrano. Le nuvole nere riguardano tematiche tristemente attuali.
L’Equipe ignora Zverev e lo interroga sulle accuse
Il Roland Garros è uno degli eventi capitali della stagione agonistica in Francia. Eppure “L’Equipe”, il maggior quotidiano sportivo transalpino, ha declassato il successo di Zverev a notizia di secondo piano. Una scelta editoriale che ha privilegiato la pallamano femminile e la squadra del Metz, vincitrice della Champions League. Per la prima volta dal 2005 il vincitore dello Slam francese non si è guadagnato la prima pagina.
Sempre “L’Equipe” ha provato a interpellare il diretto interessato circa le accuse mossegli da Olya Sharypova e Brenda Patea. Non una domanda diretta, bensì un confronto, avvenuto durante una ben più ampia intervista, sulle possibili reazioni attorno alla sua vittoria. Il riferimento è quando è successo nel 2025 durante la premiazione all’Australian Open, quando una spettatrice ha gridato: “L’Australia crede a Olya e Brenda”, e al timore che a Parigi potesse ripetersi un fatto analogo. Non solo Zverev si è mostrato sicuro sull’impossibilità di un remake, ma ha anche interrotto la conversazione, incoraggiato dal proprio agente. Non prima di ribadire la sua posizione: “Innanzitutto, non è questo il tipo di intervista. E poi, sa che è stato dimostrato che le accuse erano false?“.
Le versioni di Sharypova e Patea e una sentenza mai arrivata
“L’Equipe” si è fatta portavoce di una parte di opinione pubblica che si è sempre rifiutata di spegnere i riflettori sulla doppia vicenda.
Facciamo un passo indietro. Le prime accuse risalgono al 2020. Olya Sharypova, per 13 mesi legata sentimentalmente a Alexander tra il 2019 e il 2020, ha affidato ai social network e a qualche intervista la propria denuncia, scegliendo di non procedere presso le autorità competenti. Si parla di maltrattamenti fisici e violenza psicologica perpetrata da Zverev nei confronti della russa durante praticamente tutta la loro relazione. Molti degli eventi riportati da Sharypova si sarebbero svolti durante i tornei, tra gli Stati Uniti, la Svizzera e la Cina. Questo rende l’ATP un attore attivo in tutta la storia, dato che gli scenari sarebbero stati gli hotel dei giocatori. La mancanza di un’azione legale da parte di Olya rende intricata una qualsiasi opinione.
Alexander ha respinto con forza ogni accusa. A dire il vero, senza nemmeno impegnarsi nel riconquistare la fiducia degli appassionati. A sua volta ha evitato di portare Sharypova in tribunale per diffamazione, anche se ha querelato Ben Rothenberg autore dell’intervista-rivelazione alla ex ragazza, e ha ottenuto un’ingiunzione, con oscuramento degli articoli.
Dopo un attimo di immobilismo, l’ATP ha dato avvio a un’indagine che si è conclusa con un niente di fatto.
Dopo qualche anno, Brenda Patea, ex compagna e madre della figlia di Sascha, ha avanzato accuse analoghe, procedendo, però, per vie legali. La denuncia da parte della tedesca ha condotto a un’ordinanza penale che condannava Zverev al pagamento di 400 mila euro per abuso domestico – un decreto che, secondo il diritto tedesco, si basa sulla sola parte dell’accusa. Il giocatore si è appellato, negando ancora di aver commesso il fatto, e ha optato per andare a processo. Processo che si è svolto perlopiù a porte chiuse. Ciò che è certo è l’epilogo.
Zverev e Patea hanno trovato un accordo extra-giudiziale per terminare anzitempo il procedimento. Il tedesco, dunque, ha pagato 200 mila euro, di cui 150 allo Stato e 50 in beneficenza, per le spese processuali, senza che questo pagamento sia sinonimo di un’ammissione di colpa – o di innocenza. Semplicemente il processo si è concluso prima di una sentenza definitiva. Per il bene della figlia Mayla, si dice.
Una storia che non deve diventare uno scontro tra tifoserie
Ecco. La sintesi della storia può fornire ulteriori motivi di confusione. Perciò, il rimando è a tutti gli articoli che trattano delle vicende, di cui Ubitennis si è occupato cercando di riportare i fatti.
Le polemiche scaturite della vittoria del Roland Garros da parte di Zverev non sono giuste e non sono sbagliate. Almeno secondo chi scrive. La violenza domestica e di genere è un argomento troppo delicato per essere ignorato. Dall’altra parte, però, ci sono le basi dello Stato di diritto, secondo cui chiunque è innocente fino a prova contraria.
La versione di Olya Sharypova non è mai arrivata in un’aula di tribunale. Le motivazioni dietro la scelta della russa sono molteplici e nessuna implica una menzogna da parte sua. La sua storia ha tratti plausibili e si basa su testimoni – che, tuttavia, non hanno avuto lo stesso coraggio della ragazza quando c’era da farsi avanti.
Brenda Patea ha intentato una causa, ma ha a sua volta acconsentito che il suo racconto rimanesse incastrato tra qualche intervista, un decreto penale e una sentenza che non ha avuto tempo di vedere la luce.
Chi scrive è da sempre combattuto tra la sua sensibilità di donna e una posizione garantista che non intende scalfire. Anche se il crimine è di quelli odiosi da riportare. Questa storia rischia di diventare un terreno di scontro tra due fazioni impossibilitate a dialogare. Probabilmente, se la realtà potesse parlare, ci direbbe: “Ognuno si tenga la propria verità”. Ed è questo il punto, purtroppo.
L’atteggiamento di Zverev – non ultimo l’intervista troncata – ha spesso sollevato dubbi sulla sua integrità morale. Ma il sospetto rimane sospetto. La giustizia ci ha restituito un innocente fino a prova contraria. E anche l’indagine dell’ATP non ha riscontrato elementi sufficienti. La morale personale può e deve fare da corollario, però.
