Andrea Petkovic, dove danzare se non a Charleston?

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Andrea Petkovic, dove danzare se non a Charleston?

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TENNIS AL FEMMINILE – Battendo Jana Cepelova a Charleston, Andrea Petkovic ha vinto il primo torneo  Premier in carriera, a distanza di tre anni dal suo ultimo successo. Storia di una giocatrice tanto forte caratterialmente quanto sfortunata e fragile fisicamente.  

In uno dei tipici filmati della WTA, alla domanda su quali siano propositi e aspirazioni per l’anno nuovo, le prime due giocatrici intervistate esprimono lo stesso desiderio: rimanere sane.
Non che sia sorprendente: evitare malattie e infortuni naturalmente è importante per tutti; ma per gli sportivi la salute (anzi: la perfetta salute) è condizione indispensabile per poter esercitare al meglio la propria professione. E sappiamo che nel corso di una carriera sono inevitabili periodi di appannamento determinati da défaillance fisiche, più o meno gravi.
Se questo è vero, è anche vero però che per alcuni tennisti rimanere sano è impresa particolarmente difficile.

Nella settimana appena conclusa, Andrea Petkovic ha vinto sulla terra verde di Charleston il suo terzo torneo, ma quasi si esita a raccontare finalmente una pagina felice della sua carriera, tanto fragile e precaria è apparsa ultimamente la sua integrità fisica.
La maggior parte degli appassionati probabilmente ricorda il suo sfortunatissimo 2012, ma in realtà le sue avversità fisiche sono più antiche, e cominciano molti anni prima, quando la carriera era ancora agli inizi.

 

Petkovic ha seguito un percorso sportivo abbastanza anomalo. E’ nata nel 1987 in Bosnia-Erzegovina (allora ancora Jugoslavia) e quando aveva solo sei mesi la sua famiglia si è trasferita in Germania, dato che il padre (ex giocatore professionista) aveva trovato lavoro in una scuola di tennis a Darmstadt.
A differenza di molte tenniste di successo, Andrea ha aspettato di raggiungere il diploma di scuola superiore prima di dedicarsi seriamente al tennis. A questo proposito, una delle poche giocatrici attuali che ha compiuto la stessa scelta è stata la connazionale Mona Barthel (come avevo raccontato qualche settimana fa).

Per entrambe questo ha implicato tempi ritardati rispetto a quasi tutte le loro coetanee.
Petkovic, ad esempio, ha la stessa età di Sharapova, però tennisticamente ci sono molti anni di differenza: Maria aveva già vinto un paio di Slam quando Andrea ancora si dedicava principalmente allo studio.

Dicevo dei suoi problemi fisici ad inizio carriera. Probabilmente per le tenniste il momento fondamentale per dare una solida impostazione professionistica alla propria attività è riuscire ad entrare in pianta stabile tra le prime 100 del mondo (meglio ancora vicino alle 50). In questo modo si può prendere parte agli Slam e a quasi tutti i tornei WTA senza passare dalle qualificazioni, potendo così raggiungere una certo equilibrio economico e tecnico, con tutto quel che ne consegue in termini di programmazione e di qualità del team su cui fare conto.

All’inizio del 2008 Petkovic aveva raggiunto quel punto cruciale: era salita al 92mo posto, e per la prima volta poteva partecipare agli Australian Open. Ma al primo game in assoluto disputato a Melbourne, si procura la  rottura del crociato del ginocchio destro. Riguardando il momento dell’infortunio, ci si ritrova ancora più dispiaciuti vedendo che l’avversaria di quel giorno era Anna Chakvetadze, un’altra giocatrice che in quanto a sfortuna ha raggiunto livelli record; a sottolineare ulteriormente che senza la salute la carriera di uno sportivo davvero non può esistere.

Vorrei soffermarmi sulla parte finale del filmato. Non so chi l’abbia messo in rete, e forse il taglio è stato fatto sbadatamente. Tuttavia il modo in cui si conclude lo trovo significativo: Petkovic esce dal campo (addirittura sulle sue gambe) dopo essersi ritirata, e lo speaker annuncia il match successivo (Johansson vs Baghdatis) con conseguente ovazione del pubblico.
Intendiamoci, non credo si possano muovere particolari accuse agli spettatori, che non potevano sapere della gravità dell’infortunio di quella giocatrice esordiente. Però con il senno di poi si percepisce tutta la durezza dei meccanismi del tennis professionistico: chi si infortuna rischia di essere messo da parte immediatamente e dimenticato senza troppi rimpianti; avanti con il nuovo match.

Per Andrea quel crac al ginocchio significava gettare via in un istante tutti gli sforzi fatti negli anni precedenti per scalare il ranking. Nemmeno un game intero giocato, appena sfiorato il vertice, e si ritrovava a dover ricominciare tutto da capo: una vera e propria fatica di Sisifo. Operazione e otto mesi di stop. Al rientro non sarebbe stato sufficiente il periodo di ranking protetto a permettere il completo recupero della condizione dopo un infortunio così serio. Per tornare ad essere una giocatrice del tutto pronta, Petkovic avrebbe avuto bisogno di più di un anno.

Bisogna anche dire che, considerato il suo modo di giocare, per lei la condizione ottimale è davvero imprescindibile.
Il suo è un tennis di ritmo e potenza. Anche per questo si è costruita una fisico particolarmente prestante, e dato che secondo me non dispone di grande tocco né di tante varianti di gioco, per poter emergere ha bisogno di essere in forma assoluta.
Ha un modo di giocare che non permette grandi margini di sicurezza: in particolare di rovescio si basa su traiettorie tese che se non vengono eseguite con un timing perfetto rischiano di infrangersi in rete.

Nel dritto (che è più forte del rovescio) adotta una open stance esasperata, a volte direi perfino troppo, tanto che secondo me qualche volta si trova in difficoltà a spingere al massimo sul lungolinea. In ogni caso la sua direzione prediletta è quella incrociata.
Anche per questo quando vuole giocare il lungolinea (e ancor più il dritto anomalo) tende a posizionarsi con molto anticipo, rendendo più facile all’avversaria l’interpretazione della direzione del colpo.
Quando Petkovic è davvero in condizione, il suo gioco di costante pressione diventa molto solido: i gratuiti scendono drasticamente e riesce a tenere a lungo un palleggio ad alta velocità con cui finisce per soffocare quasi tutte le avversarie, fatta forse eccezione solo per le primissime del ranking.
In sostanza direi che la vera forza del suo tennis si basa sulla solidità dei fondamentali da fondo, considerata anche l’efficacia della risposta (forse un po’ più debole sugli allunghi) e, specie nell’ultimo periodo, anche l’incisività della battuta.

A rete secondo me colpisce discretamente da ferma, mentre correndo in avanti fatica molto di più a dosare il tocco di palla. Sulle palle alte, a volte, invece che giocare la volèe di rovescio dorsale preferisce l’esecuzione della volèe alta di dritto giocata con la sinistra; caratteristica davvero rara, visto che di solito il cambio di mano le giocatrici tendono a farlo sugli allunghi da fondo (ad esempio Sharapova e Pavlyuchenkova spesso giocano dei dritti con la sinistra al posto del rovescio bimane).

Questa era la Petkovic che era riuscita ad entrare in top ten nel 2011, e a contendere fino all’ultimo a Radwanska e Bartoli l’ultimo posto utile per il Masters di Istanbul. Andrea era diventata la migliore giocatrice di Germania, la prima a rientrare nell’elite WTA dopo undici anni. La sua costante crescita sembrava procedere bene, quando all’inizio del 2012 sono ricominciati i guai. Prima una frattura da stress alla schiena (Australian Open saltati): quattro mesi ferma.

Poi l’impressionante infortunio alla caviglia a Stoccarda contro Azarenka, appena rientrata. Cinque mesi di stop, tempo non sufficiente per usufruire del ranking protetto (6 mesi senza partite è il minimo per averne diritto), ma l’interruzione sommata a quella del primo infortunio alla schiena ha significato stagione e classifica compromess
E il 2012 aveva ancora in serbo un’ultima amarezza proprio alla sua conclusione. Il 29 dicembre, nel primo giorno di Hopman Cup (di fatto l’apertura della stagione 2013) Andrea si infortuna al menisco. Sulle prime sembra una cosa da niente: prima qualche piegamento sospetto, e dopo un paio di scambi ancora disputati (sufficienti a terminare il game e il set) arriva il MTO e poi il ritiro.
Così si conclude il suo annus horribilis. Il 2012 è finito, ma il 2013 è già in parte compromesso. Senza ranking protetto, risalire diventa durissimo.

Di nuovo come Sisifo, tutti gli sforzi precedenti diventano inutili, e Andrea si ritrova per la terza volta nella carriera con la montagna della classifica da scalare; questa volta il punto più basso è il 177mo posto (4 marzo 2013).
Usufruisce di wild card in alcuni tornei WTA, ma deve giocare le qualificazioni del Roland Garros, dove perde al secondo turno dalla cinese numero 156 del mondo Yi-Miao Zhou, fallendo quindi l’accesso al tabellone principale.
Dando un’occhiata alla tabella della sue partecipazioni Slam si possono capire tutti gli ostacoli che ha incontrato lungo la strada di tennista:

Petkovic - tabella Slam


Di solito evito di fare il riepilogo delle stagioni delle giocatrici, con date e risultati, perché lo trovo abbastanza inutile e noioso; secondo me per questo genere di informazioni vanno più che bene Wikipedia o il sito WTA. Però questa volta ho voluto mettere uno in fila all’altro gli infortuni di una giocatrice perché credo che così si possa capire meglio cosa significa per un professionista dello sport disporre o no della propria integrità fisica.

A questo proposito la stessa Petkovic ha confidato che dopo l’ultimo infortunio ha temuto di non riuscire a risalire per l’ennesima volta, pur avendo dentro di sé la volontà di continuare con il tennis, perché volontà non sempre significa certezza di successo (“ho dubitato di me stessa tutti i giorni e mi capita ancora. Ma non ho mai smesso di volerlo”). Personalmente trovo sorprendente quanto la sfortuna e tutte queste avversità siano in contrasto con il suo carattere aperto ed espansivo.
Generosa in campo, dà l’impressione di mettere tutta se stessa nel gioco, e a fine partita è sempre sportivissima con l’avversaria, anche quando perde il match decisivo della stagione. Andrea ha chiaramente grande facilità di dialogo e sembra una leader nata, quanto meno con le sue compagne di squadra. Un modo di comportarsi molto estroverso che l’ha resa popolare, ma qualche volta anche un po’ indigesta ad alcune colleghe. Non tutte, ad esempio, hanno gradito la Petkodance, il balletto fatto al termine delle partite vinte.

Per quanto mi riguarda, devo confessare di essere vittima di un “pregiudizio” positivo nei suoi confronti. Parlo di pre-giudizio, perché l’opinione su di lei me l’ero fatta prima che diventasse davvero famosa e conosciuta.

I lettori meno recenti di Ubitennis, infatti, Petkovic l’hanno apprezzata molto prima che avesse i migliori risultati, e questo grazie a Monique Filippella, che l’aveva “scoperta” al torneo di Bad Gastein del 2010 e ci aveva raccontato del suo particolare modo di porsi e della sua attenzione nei confronti degli altri.

Così poi era stato cercato il suo sito, dove pubblicava i filmati di Petkorazzi, parlava dei suoi studi e dei suoi interessi. Questi sono i link di quegli articoli (ciascuno con una parte dedicata ad Andrea), che consiglio di leggere a tutti; a maggior ragione a chi in quel periodo non seguiva Ubitennis e  quindi non ha avuto la fortuna di conoscere i fotoracconti di Monique:

Benvenuti a Bad Gastein

Finisce l’avventura di Dentoni

Il mistero della Matrioska

Sissi e Franz a Bad Gastein

– Tutti pazzi per Petkorazzi

A causa di quei fotoracconti avevo deciso di seguirla al primo turno degli US Open 2010, quando Andrea ha inventato la petkodance, che ho quindi avuto “il privilegio” di veder nascere in diretta. E forse se si contestualizzasse un po’ la genesi di quella esultanza si capirebbe che a volte le cose accadono quasi per caso, senza particolari desideri esibizionistici. In quel momento Petkovic non era ancora una tennista molto nota, nemmeno testa di serie. Tanto è vero che le era capitato un primo turno sulla carta quasi proibitivo: Nadia Petrova allora numero 16 del ranking, ma soprattutto reduce dalla finale di New Haven la settimana precedente.

Probabilmente proprio perché la possibilità di passare sembrava piuttosto remota, Andrea aveva fatto una scommessa con il suo allenatore: in caso di vittoria avrebbe ballato a fine match. Anch’io, pur avendo deciso di seguirla a notte inoltrata, non nutrivo grandi speranze. E invece riuscì a spuntarla (al tiebreak del terzo set, giocando pure bene) mantenendo di conseguenza la promessa. A dire il vero la danza venne effettuata in uno stadio quasi completamente vuoto, visto che il match era stato programmato come ultimo sull’Armstrong e la partita era andata per le lunghe.

Così la petkodance divenne un portafortuna, ma forse se al turno successivo non avesse sconfitto una giocatrice locale (Bethanie Mattek Sands, in un altro match lottatissimo), la cosa si sarebbe notata meno. Invece crescita di risultati e popolarità andarono di pari passo, e le affermazioni del biennio successivo fecero il resto.

P.S. Ho chiesto conferma a Monique Filippella, e quindi posso anticipare che, salvo imprevisti, finalmente ritornano i suoi straordinari fotoracconti. Appuntamento per il torneo di Stoccarda, tra meno di due settimane.

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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