Cinque cose sul prossimo Wimbledon maschile

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Cinque cose sul prossimo Wimbledon maschile

Tutto quello che c’è da sapere sul terzo Slam dell’anno: chi ci sarà, chi no, chi ritornerà e chi esordirà. E poi i possibili incroci delle teste di serie, il programma e i record dello Slam più prestigioso e tradizionale che ci sia

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Chi mancherà, chi ritornerà e chi esordirà – Ormai l’assenza di Juan Martín del Potro non è più una notizia. Ci si chiede, piuttosto, se e quando l’argentino tornerà mai a giocare. L’ultimo Slam giocato da del Potro resta quindi l’Australian Open dello scorso anno, quando perse al secondo turno da Roberto Bautista-Agut. Non ci sarà nemmeno Julien Benneteau, che ha saltato anche il Roland Garros a causa della pubalgia e che l’anno scorso uscì al primo turno, battuto in tre set da Gilles Muller. Non sono stati annunciati per ora altri forfait per cui il cut-off è alla posizione numero 100 dato che ben sei tennisti hanno chiesto di entrare in tabellone grazie al ranking protetto. Oltre a del Potro, che però rinuncia al posto, ci saranno Tommy Haas, Nicolás Almagro, Florian Mayer, Radek Stepanek e Janko Tipsarevic. Con il ritiro di del Potro e Benneteau entrano in tabellone anche Filip Krajinovic e Marinko Matosevic. Essendo cominciate le qualificazioni, il posto di eventuali tennisti ritirati sarà preso da un lucky loser.
Tra i tennisti che torneranno c’è Milos Raonic, la cui assenza è stata breve e significativa dato che il suo ritiro dal Roland Garros ha comportato la promozione del futuro campione Stan Wawrinka tra le prime otto teste di serie (ammesso che abbia significato veramente qualcosa, cabala a parte). Tommy Haas tornerà a giocare uno Slam nel torneo dove nel 2009 raggiunse una delle sue quattro semifinali a livello Major (le altre tre le ha raggiunte a Melbourne). Haas, dopo un lungo stop, è tornato a giocare a Stoccarda, dove ha passato un turno prima di arrendersi a Bernard Tomic. Anche il suo connazionale Florian Mayer, che era già tornato a giocare a Parigi, ha raggiunto il suo migliore risultato a Wimbledon, dato che a Londra ha giocato un quarto di finale nel 2004 (al debutto) e nel 2012.
Le wild-card sono state assegnate a Liam Broady, Matthew Ebden, Kyle Edmund, James Ward, Denis Kudla, Brydan Klein, al campione dell’edizione 2002 Lleyton Hewitt e al vincitore di ‘s-Hertogenbosch Nicolas Mahut. Per Broady e Klein si tratta dell’esordio assoluto, non solo a Wimbledon ma anche in uno dei quattro Slam. Oltre a loro esordiranno a Wimbledon anche Borna Coric, Diego Schwartzman, Chung Hyeon (all’esordio assoluto in uno Slam), Tim Smyczek, João Souza, Thanasi Kokkinakis, Alexander Zverev (anche lui non ha mai partecipato ad uno Slam), Damir Dzumhur, Lucas Pouille e Filip Krajinovic.

Le teste di serie – Come sanno ormai anche i sassi (anche quelli meno istruiti), Wimbledon non segue pedissequamente il ranking ATP e prevede invece un calcolo ad hoc che valorizza maggiormente i risultati ottenuti sull’erba negli ultimi due anni. Questo algoritmo aggiunge il 100% dei punti conquistati nei tornei su erba negli ultimi 12 mesi e il 75% del miglior punteggio ottenuto su erba nei 12 mesi precedenti l’ultimo anno ai punti ATP di ciascun giocatore nella settimana precedente al torneo, cioè quella in corso. Di conseguenza, queste sono le teste di serie:

1-2: Djokovic – Federer
3-4: Murray – Wawrinka
5-8: Nishikori – Berdych – Raonic – Ferrer
9-12: Cilic – Nadal – Dimitrov – Simon
13-16: Tsonga – Anderson – López – Goffin
17-24: Isner – Monfils – Robredo – Bautista-Agut – Gasquet – Troicki – Karlovic – Mayer
25-32: Seppi– Kyrgios – Tomic – Cuevas – García López – Fognini  – Sock – Thiem

 

Le teste di serie non si possono incrociare tra loro prima del terzo turno. Il regolamento prevede che al terzo turno le prime otto teste di serie non possano incontrare i tennisti compresi tra la diciassettesima e la ventiquattresima posizione. Inoltre, i primi quattro del tabellone non possono essere sorteggiati agli ottavi contro i tennisti compresi tra la nona e la dodicesima posizione (che invece pescano quelle tra la quinta e l’ottava posizione). Questo significa che i primi quattro, agli ottavi, pescano tra la tredicesima e la sedicesima testa di serie.
Salta all’occhio la posizione di Rafael Nadal, addirittura fuori dai primi otto, il che significa che il maiorchino giocherà uno Slam con la più bassa testa di serie di sempre (quando esordì con una testa di serie, al Roland Garros 2005, era già numero 4). La decima posizione fa sì che il suo cammino potrebbe essere complicato già dal terzo turno. Negli ultimi tre anni ha perso con tennisti dal ranking a tre cifre e paradossalmente avversari così impegnativi fin da subito potrebbero costringerlo a tenere altissima la soglia di attenzione e a dare quindi il meglio di sé già dalla prima settimana, cosa che a Wimbledon non è successa quasi mai. Al terzo turno i pericoli sono almeno tre: John Isner, restato fuori dai primi sedici per un soffio, Gaël Monfils e Ivo Karlovic. Decisamente più agevoli gli altri cinque, anche se uno di loro (Gasquet) ha giocato una semifinale a Wimbledon. Agli ottavi – cioè il risultato ottenuto da Nadal lo scorso anno – il compito dovrebbe essere davvero complicato: se Tomas Berdych e Milos Raonic saranno in condizioni accettabili potrebbero costituire un ostacolo davvero insormontabile per un Nadal ancora alla ricerca del suo miglior tennis.
Passando alle prime posizioni del ranking, i primi otto avranno comunque qualche grattacapo già dal terzo turno: tra i tennisti che sono nell’ultima fascia ci sono pericoli da non sottavalutare come lo specialista Andreas Seppi, i parvenu che hanno già giocato un quarto di finale a Wimbledon, cioè Nick Kyrgios (lo scorso anno) e Bernard Tomic (nel 2011) e Jack Sock, che a Wimbledon ha vinto il torneo di doppio lo scorso anno in coppia con Vasek Pospisil. Per quanto riguarda il quarto turno la mina vagante per i primi quattro ha un nome e cognome ben preciso: Jo-Wilfried Tsonga, ritrovatosi a Parigi e pronto a sorprendere di nuovo nel suo Slam preferito. Gli altri tre (Anderson, López e Goffin) non costituiscono un pericolo serio – almeno non per i primi tre, mentre per Wawrinka vale il solito teorema: tutto dipende da come si alza al mattino. Per i tennisti tra la quinta e l’ottava posizione il tennista più pericoloso, dopo tutto, sembra Nadal. È vero che Cilic e Dimitrov l’anno scorso giocarono un ottimo torneo ma entrambi sembrano molto distanti da quel livello e Simon, sull’erba, non dovrebbe spaventare nemmeno i meno avvezzi alla superficie, cioè Ferrer e Nishikori. Ricapitolando: i primi quattro vorranno evitare Tsonga, quelli che stanno subito dopo si augurano di non pescare Nadal, che dopo tutto è uno dei cinque campioni in tabellone (e uno dei tre ad aver vinto il torneo più di una volta).
Infine un occhio a chi non è compreso tra le teste di serie: i tedeschi Philip Kohlschreiber, Tommy Haas e Florian Mayer si trovano tutti molto bene sull’erba (tutti e tre hanno giocato almeno i quarti a Church Road) e se non fosse per le condizioni deficitarie di Haas e Mayer costituirebbero un tridente temibilissimo. Occhio naturalmente a Lukas Rosol e Sergyi Stakhovsky, che possono vantare scalpi eccellenti, all’imprevedibile Aleksandr Dolgopolov e a Marcos Baghdatis, che ha giocato una semifinale a Wimbledon nel 2006. Alla lista ci sentiamo di includere anche uno dei cinque campioni in tabellone, cioè Lleyton Hewitt: l’australiano giocherà il suo ultimo Wimbledon e crediamo che nessuno vorrà trovarselo nei primi turni.

Gli italiani – Sono sempre loro quattro: Andreas Seppi, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Paolo Lorenzi. Di questi quattro quello che ha meno possibilità è Lorenzi, decisamente poco a suo agio su questa superficie. Nemmeno Fognini si può definire uno specialista, ma la testa di serie potrebbe garantirgli un percorso agevole fino al terzo turno. Bolelli può far bene su questa superficie (l’anno scorso impegnò Nishikori fino al quinto set e complessivamente a Wimbledon ha vinto più partite di Fognini) ma non avendo una testa di serie può uscire molto presto. Andreas Seppi, tornato numero 1 italiano dopo la finale di Halle, è uno di quei tennisti da tenere d’occhio. Forse ha zero chance con i primi quattro e quasi nulle con Berdych e Raonic ma con Ferrer e Nishikori potrebbe dar vita ad un match scoppiettante, magari al quinto set. Seppi è di gran lunga il migliore dei nostri sull’erba: ci ha vinto un titolo (Eastbourne 2011) e a Wimbledon ha raggiunto gli ottavi nel 2013. L’anno scorso uscì al primo turno e dunque avrà motivazioni extra per risalire ulteriormente in classifica e cercare di migliorare il suo best ranking, distante solo nove posizioni. Nel tabellone di qualificazioni erano rimasti al turno decisivo tre azzurri: Luca Vanni, Andrea Arnaboldi e Matteo Donati. Sono stati eliminati tutti e tre, per cui Vanni e Arnaboldi dovranno rimandare l’esordio a Wimbledon mentre Donati dovrà pazientare almeno un altro paio di mesi prima di esordire in uno Slam.

Il programma – Si comincia lunedì 29 giugno e si termina domenica 12 luglio. Il sorteggio del tabellone principale si terrà domani, venerdì 26 giugno, alle ore 10 locali (le 11 italiane). Il programma per il torneo maschile, che prevede la tradizionale domenica di riposo, è il seguente:

Primo turno: lunedì 29 e martedì 30 giugno
Secondo turno: mercoledì 1 e giovedì 2 luglio
Terzo turno: venerdì 3 e sabato 4 luglio
Ottavi di finale: lunedì 6 luglio
Quarti di finale: mercoledì 8 luglio
Semifinali: venerdì 10 luglio
Finale: domenica 12 luglio

Si comincia a giocare ad ora di pranzo (alle 12:30 italiane), le semifinali scatteranno alle 14 mentre la finale si giocherà a partire dalle 15. Wimbledon è uno dei due Slam ad essere dotati di tetto retrattile (ma solo sul Campo Centrale) perciò si gioca anche in caso di pioggia. Le sessioni notturne non sono previste ma gli organizzatori possono decidere di far giocare o terminare gli incontri sul Centrale con il tetto coperto e le luci artificiali (non oltre le 23 locali, però), anche spostandoli dai campi laterali.

I record – Partiamo dal campione in carica, nonché numero 1 del mondo, Novak Djokovic. È dai tempi di Roger Federer (2003-2007) che un tennista non vince (almeno) due edizioni di fila. Djokovic non c’è mai riuscito nei tornei degli Slam che non siano gli Australian Open e ci proverà di nuovo a Wimbledon dopo il fallito assalto al Career Grand Slam. Dovesse vincere il titolo salirebbe a quota tre e aggancerebbe il suo allenatore Boris Becker e John McEnroe oltre a Bill Tilden, Fred Perry e John Newcombe. Inoltre Novak staccherebbe nel computo totale il folto gruppo di chi si è fermato a quota otto Slam, cioè Ivan Lendl, André Agassi e Jimmy Connors oltre a Fred Perry e Ken Rosewall. Piccola curiosità: nessuno di coloro che è salito a quota nove si è fermato lì, nemmeno prima dell’Era Open. Evidentemente la doppia cifra è un obiettivo troppo allettante.
Roger Federer proverà ancora a staccare tutti – tennisiti dell’Era Open e precedenti – vincendo l’ottavo titolo a Wimbledon. Solo Rafael Nadal è riuscito a vincere lo stesso Slam più di sette volte, lui diventerebbe il secondo. Inoltre, ma pare quasi inutile sottolinearlo, lo svizzero ritoccherebbe il record di Slam complessivi che già gli appartiene. La sua vittoria in un Major sarebbe la quinta più anziana nell’Era Open dopo le tre di Rosewall (Australian Open 1972, Australian Open 1971 e US Open 1970) e quella di Gimeno (Roland Garros 1972). A Wimbledon, quindi, diventerebbe il tennista a vincere il titolo con più primavere alle spalle. Il record appartiene ad Arthur Ashe, che vinse a Londra nel 1975 all’età di 31 anni, 11 mesi e 25 giorni. Se raggiungerà la finale, Federer andrà in doppia cifra per quanto riguarda le finali nel suo Slam preferito e diventerebbe così il primo tennista dell’Era Open a giocare almeno dieci finali nello stesso Slam.
Andy Murray, invece, cercherà di vincere il secondo titolo londinese e il terzo complessivo. L’ultimo Slam vinto risale proprio a Wimbledon di due anni fa. Da allora ha giocato solo una finale, agli Australian Open quest’anno. Ad ogni modo gli mancherebbe ancora un titolo per agganciare Fred Perry, che vinse tre titoli a Wimbledon.
Infine arriviamo a Rafael Nadal. Bi-campione a Wimbledon come Djokovic, proverà a raggiungere Becker e McEnroe. Inoltre, dovesse arrivare in finale raggiungerebbe Björn Borg a quota sei finali ma con uno score decisamente peggiore dato che lo svedese ne vinse ben cinque.
Gli altri tennisti che hanno qualche possibilità di raggiungere dei buoni risultati sono, in ordine di classifica, Stan Wawrinka, Kei Nishikori, Tomas Berdych e Milos Raonic. Di loro quattro, solo Tomas Berdych ha giocato una finale, nel 2010, mentre Milos Raonic può vantare una semifinale, raggiunta lo scorso anno. Nishikori e Wawrinka, invece, non si trovano molto bene sull’erba: il giapponese non ha mai raggiunto i quarti, lo svizzero ci è arrivato lo scorso anno dove si è tolto pure il lusso di vincere un set contro Federer. Ma è difficile immaginare uno di loro quattro – a cui potremmo aggiungere il due volte semifinalista Tsonga – tra i vincitori. Del resto, Wimbledon è l’unico Slam che dal 2003 ad oggi è esclusivo appannaggio dei cosiddetti Fab Four.

 

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Wimbledon, la nostalgia dei segni

L’ultima concessione alla nostalgia del Wimbledon 2020 che non c’è stato. E ora appuntamento al 2021

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

NOTA DELLA REDAZIONE – Sarebbe dovuto essere il lunedì dedicato al commento, dopo le due finali di Wimbledon. Invece nulla è stato e nulla sarà fino al prossimo luglio. Con questo breve pensiero, ci congediamo dalla nostalgia e diamo appuntamento al prossimo anno


Cala il sipario su un Wimbledon privo di vincitori e vinti mentre un percettibile ‘down’ reclama la sua parte di mestizia. L’indomani dei tornei è sempre un po’ così: poca realtà tanti ricordi! Sullo stesso tono, il lato etereo degli Championships si trascina ormai da un anno e un altro ancora dovrà attendere prima di tornare in sé. E in un clima ovattato, il lato onirico della faccenda rimanda ad applausi scroscianti ridotti a brusii appena percepiti e a palline gialle senza più rumore. Quindi evoca bianchi soggetti che tra le righe si muovono qua e là con fare felpato mentre tutt’intorno, visi attoniti esprimono stupore per via di un proprio linguaggio.

Un ‘oooh’ breve vale un fastidioso doppio fallo così come un ‘oooohhh’ esteso premia un passante andato a segno. Un ‘ooooooohhhhh‘ infinito rimanda, invece, a un gratuito madornale. Immagini che restituiscono all’immaginario collettivo dissolvenze opache e surreali cullate in un’improbabile nebbia londinese di metà luglio. Un Purgatorio dantesco in cui tutto è fermo ai maledetti match point di un anno prima, buttati alle ortiche da un Federer frettoloso contro un Djiokovic freddo e calcolatore.

Poi tutto si attarda sui fili d’erba! I miliardi del grande centrale offrono dimora a macchie color dell’ocra foriere di una loro verità circa l’evoluzione di questo sport. La più corposa si spande da destra a manca a ridosso di una polverosa baseline e dice che il taglio a 8mm ha spostato il gioco all’indietro favorendo la via dello scambio in luogo dell’attacco puro che, ai tempi, dilungava volentieri il coloraccio verso rete sulla scia di Edberg, Sampras e McEnroe.

Lungo gli out, poi, aloni ristretti rimandano a raccattapalle lesti e sempre all’erta mentre altri più lontani lasciano rimpiangere compassati giudici di linea per i quali ogni chiamata vale un pezzo d’amor proprio. Un viottolo giallastro dai contorni definiti rasenta rapido il giudice di sedia vagheggiando campioni ciondolanti verso una sospirata panca e solerti fisioterapisti al capezzale di eroi più malandati.

In un clima di amarcord degno del miglior Fellini, i Championships 2020 consumano così il loro pizzico di nostalgia, scevri da soverchie pandemie che vorrebbero privarli della guadagnata eternità. Qualcosa svanirà, altro rimarrà: il resto è già attesa! Questo Wimbledon va in archivio così, senza lo straccio di un rumore. Sssssst… tutto tace: luglio 2021 è ancora lontano.

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Fiabe a Wimbledon: chi sarà l’erede di Federer?

Federer tornerà a Wimbledon forse un’altra volta, per salutare il suo giardino. Nel frattempo è già partita la caccia all’erede

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Nell’ideale collettivo, Wimbledon è il torneo temprato a tutto: pioggia, critiche e ogni sorta di imprevisto. Un appuntamento che incurante di tutto va dritto alla meta con il suo seeding prettamente erbivoro – anzi, non più: è stato appena eliminato – concepito talora in barba al ranking, quello vero. Preso in contropiede da un virus sferico malamente spelacchiato, anche il torneo più importante al mondo si è arreso a ragioni di salute pubblica cancellando l’ottimismo che per breve durata ha serpeggiato tra le stanze al dieci di Dowining Street. Senza rinunciare al solito aplomb, il comitato organizzatore ha sorvolato su possibili negoziati con ITF e ATP rimandando ogni cosa al 2021. Con grande eleganza, ha persino deciso di elargire un montepremi compensativo ai giocatori che avrebbero preso parte al torneo per classifica. 

Per quest’anno, dunque, non ci saranno che gli highlights erbivori di cui straripa il web, scegliendo, magari, quelli più evocativi degli abbondanti tre lustri ormai alle spalle. Per apprendere che, tolto qualche estemporaneo finalista, nello stesso periodo lo Slam londinese, più degli altri tre, ha espresso bene l’idea di dominio, quello ristretto al perimetro dei Fab Four. Come se il tennis degli ultimi anni non fosse stata che una questione da dipanare tra quattro anime o poco più. 

E se a giugno prossimo quelli appena oltre gli …enta saranno certamente ai nastri di partenza, l’unico sull’orlo degli …anta potrebbe incappare, invece, negli inconvenienti  dell’età. Si tratta di un re vestito di bianco vicino ad abdicare, seppure ancora felicemente regnante. Insensibile, ormai, a faccende di fredda classifica, Roger Federer sopravvive più arzillo che mai, per la gioia di un popolo sterminato che lo considera unico e irripetibile. Senza impedire, nondimeno, che a un anno dai prossimi Championships il quesito affiori di getto: tornerà col piglio di sempre o gli acciacchi avranno la meglio? Con i marcantoni in giro per il circuito non sarà facile tenere botta.

 

Dunque il pensiero del  ‘dopo’ prende corpo via, via che il tempo scorre impietoso. E anche se otto titoli e quattro finali restituiscono al mondo un fuoriclasse inarrivabile, l’idea della successione serpeggia furtiva insieme all’incognita di un gioco arduo da replicare. Oltre ai naturali successori, ben oltre la trentina, toccherà dunque a un moderno randellatore della Next Gen raccogliere lo scettro o sarà piuttosto un cesellatore a tutto campo, magari un po’ vintage? Dalla nuvola di supposizioni  piove anche qualche certezza: per accedere al cuore della gente, l’erede dovrà comunque avere grande dignità, talento da vendere e portamento regale. Qui non si tratta solo di scalare il ranking ma di bucare il video salvando il tennis dalla noia

Fosse stato Dickens a scrivere il seguito della fiaba, avrebbe fatto del successore un bel giovane dall’infanzia negata, chiamato a grandi privazioni  pur di guadagnare la via del successo. Dalla penna di Perrault, sarebbe, invece uscito il profilo di uno sfigato Pollicino che vive il tennis con tenera furbizia. Meglio avrebbero fatto i fratelli Grimm che, tagliando corto, sarebbero andati dritti a un principe volleatore che risveglia Biancaneve e tutto il resto.  

Di fronte a un tennis ricco di denari ma povero di creatività, gli scribi dell’era moderna ipotizzano pretendenti alla Thiem, Tsitsipas, Zverev. Figure di spicco, per carità, ma forse poco inclini alla nobile magia con cui il monarca ha disegnato traiettorie stellari facendo dei colpi una sfilza infinita di rime baciate. Non dimentichiamo, ad ogni modo, che il terzo giocatore più vincente del torneo in Era Open è ancora in attività e si chiama Novak Djokovic, che condivide il gradino più basso del podio con Bjorn Borg, entrambi a cinque successi. Non si può parlare però di Djokovic come un vero erede, prima di tutto perché il serbo ha vinto durante l’epoca di Federer, e poi perché, pur sei anni più giovane di Federer, è comunque nella fase finale della sua carriera.

Come ricordare, dunque, il passaggio storico di un re tanto amato? A molti basterebbe l’iscrizione in qualche albo d’oro o nella Hall of Fame. Un privilegio non da poco rispetto ai comuni mortali in fila al botteghino, ma poca cosa per quel sovrano che per tante volte ha deliziato l’anima dei 15.000, Windsor inclusi, stipati fianco a fianco nell’atmosfera unica del Centre Court

Non sappiamo come i neonati di oggi che, bontà loro, giocheranno un giorno a tennis, penseranno in futuro a quel re dai modi garbati e amante del bello. Molti ne sentiranno parlare da genitori  rigati da qualche luccicone, altri si getteranno in biografie ricche di minuzie mentre i più curiosi spulceranno filmati su YouTube. Per venire al corrente, che tra vittorie e finali, si narra anche della splendida vittoria del 2009 contro Andy Roddick finita 16-14 al quinto dopo che l’americano aveva fallito un set point d’oro su una facile volée alta di rovescio. O del match clou del 2008 perso con Nadal 9-7 al quinto, giudicato da tutti come il più bello di Wimbledon versione Open. E un po’ di amaro scorrerà per i maledetti 68 game dello scorso anno snocciolati contro un Djokovic irriducibile e finiti male per via di due match point gettati alle ortiche per questioni d’ansia. 

Ma bando alla mestizia, panta rei dice Eraclito, tutto scorre. E poiché le fiabe finiscono sempre per salvare capra e cavoli, l’epilogo migliore potrebbe essere che in futuro, accanto al vincitore in Church Road, troverà spazio il classico tormentone della nonna: ‘Eh, mio caro lei…. se ci fosse stato Lui!’. E quando anche quest’epopea sarà fuggita via, noi contemporanei ripenseremo al King Roger di questi anni come alle ninfee di Monet o ai girasoli di Van Gogh. 

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La top 10 delle migliori performance nella storia di Wimbledon

Da Djokovic 2015 a Federer 2017, passando per Becker, Borg e Sampras. Abbiamo provato a classificare i migliori di sempre nello Slam londinese in base al rendimento su edizione singola

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Roger Federer con il trofeo di Wimbledon 2017

Si può determinare chi ha vinto “meglio” di altri? Ovviamente no. Troppi fattori incalcolabili, l’impossibilità di pesare le assenze, e un certo lassismo statistico nel tennis che sfavorisce gli albori dello sport (come si vedrà in seguito) rendono il compito esageratamente aleatorio – senza considerare che la comparazione di ere diverse non ha mai avuto senso, in particolare dall’inizio dell’evoluzione tecnologica del tennis dalla metà degli anni Ottanta. Seppur largamente insufficienti, dei mezzi oggettivi esistono, e possono consentire di approssimare delle idee, se non altro nel limite dell’estensione dei parametri stessi.

Questo è ciò che si è fatto per determinare chi siano stati i vincitori più assertivi nel singolare maschile Wimbledon durante l’Era Open, in omaggio al torneo che si sarebbe dovuto disputare in questi giorni. Mesi fa, un pezzo simile era stato scritto sulle prestazioni dei vincitori Slam in generale, ma l’unico criterio era il ranking medio degli avversari, dato facilmente falsato se si incontra il N.323 al primo turno e il 112 al secondo. Stavolta, visto anche la quantità inferiore di campioni, sono stati aggiunti altri fattori, alcuni vicini, altri apparentemente antitetici.

Al ranking medio degli avversari (si suggerisce la lettura dell’articolo sopracitato per i caveat del caso) è stata appaiata una statistica ribattezzata “top player battuti, che in scala decrescente attribuisce un valore numerico ai giocatori affrontati, in ossequio alla struttura dei tabelloni Slam – 7 per i Top 2, 6 per i Top 4, 5 per i Top 8, 4 per i Top 16, 3 per i Top 32, 2 per i Top 64, 1 per i Top 128, 0 per tutti gli altri. In questo modo i valori degli avversari dal ranking più basso è calmierato, dando più valore agli avversari incontrati nelle fasi calde dei tornei.

 

Le altre due categorie considerate sono molto simili fra loro, e.g. set persi e game persi. Sono due dati per certi versi arbitrari, perché se qui si è premiata la manifesta superiorità di chi ha concesso poco, qualcun altro potrebbe opinare che forse è chi fatica di più a meritare gli onori delle cifre – opinione condivisibile, che avrebbe il merito di includere le finali più leggendarie, ma quando si parla dei migliori raramente si parla di gente che sarebbe potuta uscire da ogni sliding door. Una volta calcolati i parametri, i primi venticinque di ogni categoria sono stati messi in fila, con punteggi decrescenti (25 al primo, 24 al secondo, ecc) – i valori finali scaturiscono dalla somma dei quattro rendimenti.

Come già detto, purtroppo i dati sul ranking sfavoriscono le prime edizioni Open, visto che dal 1971 al 1973 non esisteva ancora la classifica computerizzata, mentre fino alla metà degli anni Ottanta abbiamo a disposizione quasi sempre solo la Top 100, e questo non consente di avere dati completi sulle edizioni del 1978 e su quelle comprese fra l’81 e l’83 – addirittura c’è un caso di ranking desaparecido, quello della prima settimana di Wimbledon ’76, ma fortunatamente è disponibile la classifica immediatamente precedente. Il corollario è che per i poveri Laver, Newcombe e Smith non c’è troppa gloria, ma è probabile che stanotte dormiranno bene comunque.

In realtà, ci sarebbe stato un parametro in grado di riequilibrare lo studio, ovvero quello relativo ai minuti spesi in campo. Infatti, è fatto abbastanza noto che il passaggio al lolium perenne 100% nel 2001 e soprattutto l’introduzione delle palline Type 3 l’anno successivo abbiano dilatato i tempi di gioco sull’erba dando più tempo di reazione in risposta.

Due dati esemplificativi: la media dei minuti in campo del vincitore è passata da 865 minuti nel periodo 1991-2000 (laddove i dati sono disponibili) a 1002 nel periodo 2008-2019 (il periodo intermedio ha un glitch del videogame estremamente fotogenico e con quattro figli), e che la durata media di un set dal terzo turno in poi è sempre stata sotto i 39 minuti fino al 2001, mentre da allora si è scesi sotto quella soglia in tre circostanze su diciotto – la durata media dei set è aumentata di oltre tre minuti laddove quella dei tie-break e dei set a oltranza è aumentata solo di 0,21 minuti all’anno, cioè di 0,007 a partita.

Di conseguenza, è ragionevole pensare che i vincitori delle ere passate, specialmente nell’era delle racchette di legno, procedessero più rapidamente nel tabellone di quanto si faccia oggi, ma sfortunatamente per loro mancano i riscontri, e pertanto le cifre di questa categoria sono state tralasciate – il tempo di gioco è stato usato in una sola circostanza per spezzare un ex-aequo.

Una critica che si potrebbe muovere ai parametri scelti è che si possono tranquillamente suddividere in due coppie all’interno delle quali un valore è in qualche modo superfluo rispetto all’altro. Vero ma non totalmente, per due motivi: innanzitutto ci sono alcuni casi di valori scollati, che cioè performano bene in un dato e non nel fratello minore e viceversa; e poi perché i dati migliori sono quelli che figurano in tutte e quattro le graduatorie, permettendo così di distinguere fra un buon dato isolato (esempio, per numero di top player sconfitti Michael Stich nel 1991 risulta essere il migliore, ma non avendo altri grossi exploit non arriva fra i primi dieci).

Anche dei bonus erano stati presi in considerazione, per Slam o altri tornei su erba vinti nella medesima stagione, ma si è deciso di escluderli per privilegiare la prestazione nel torneo singolo. Inoltre, c’è un ultimo vantaggio dell’avere due categorie paronomastiche, vale a dire la possibilità di utilizzare i valori dell’una per risolvere i parimeriti dell’altra – in parole povere, a parità di set persi arriva davanti chi ha perso meno giochi e viceversa.

Finito il panegirico, di seguito potete vedere la Top 10 dei migliori performer di Wimbledon in base a questi quattro parametri arbitrari, con un chiaro vincitore:

10. Novak Djokovic, 2015

Novak Djokovic – Wimbledon 2015

Score: 48 punti. N.23 per set persi, N.2 per ranking medio degli avversari, N.5 per top players battuti.

Nel bel mezzo della sua stagione più dominante (anche se forse il Djokovic della prima metà del 2011 aveva uno strapotere superiore da fondo, perché appiattiva molto più naturalmente con il dritto), questa performance di Nole è al secondo posto per ranking medio degli avversari, curiosamente alle spalle di quella dell’anno precedente, che però rimane fuori dal gotha.

La finale contro Federer fu la meno bella delle tre (non per demerito, le altre due sono fra gli azimut del gioco e probabilmente dell’umanità), e forse anche la meno giustificabile da parte del pubblico britannico, partigiano ai limiti della decenza e forse anche un po’ oltre, soprattutto nel tie-break del secondo. Al di là di questo, il percorso di Djokovic si ricorda soprattutto per la due giorni contro Kevin Anderson con annessa rimonta fra buio e pioggia, e per essere stata l’inizio del Grande Slam sghembo che sembrò segnare la fine della sua traiettoria, a cui però mancava la discesa agli inferi per qualificarsi come vera e propria epopea. Missione compiuta, verrebbe da dire.

9. Roger Federer, 2003

Federer e Philippoussis, Wimbledon 2003

Score: 48 punti. N.9 per game persi, N.8 per set persi, N.13 per ranking medio degli avversari.

Cosmogonia. La prima vittoria di Federer fu un evento particolare, perché scaldò il cuore di tanti boomer disillusi dalla finale fondista dell’anno precedente (Hewitt-Nalbandian), e al contempo consacrò un ragazzo la cui temperanza nei grandi tornei era stata messa in dubbio da più parti – per molti fu una riedizione del celebre “se questo ragazzo non vince Wimbledon entro cinque anni smetto di scrivere di tennis” di tommasiana memoria (lui si riferiva a Stefan Edberg), visto che lo svizzero aveva portato a casa il trofeo juniores nel 1998.

Quella finale con Philippoussis non è granché discussa oggi, perché sembra quasi che il quindicennio successivo fosse già scritto, ma non è assolutamente così, visto che la continuità non sembrava essere la qualità migliore del virgulto. L’unica cosa certa è che il suo tennis sia stato immediatamente adottato dal pubblico, inizialmente preso da un talento da imbottigliare nella sua effimerità. Qualche mese dopo, a Houston, si iniziò a intuire che le coincidenze erano solo apparenti, e il resto lo conosciamo.

Piccolo caveat: questa è l’unica circostanza in cui il tempo passato in campo è stato un fattore per determinare il piazzamento finale (960 minuti per Nole, 745 per Roger).

8. Bjorn Borg, 1976

Bjorn Borg – Wimbledon 1976

Score: 53 punti. N.3 per game persi, N.1 per set persi, N.21 per top players battuti.

Sebbene il successo più famoso dell’Orso sia l’ultimo, per via della leggendaria finale con McEnroe, il più enfatico fu senza dubbio il primo, caratterizzato come una grande sorpresa, sia perché Borg era considerato uno specialista, nonostante sulle superfici più rapide qualcosa avesse combinato (aveva vinto Wimbledon Juniores nel 1973 e raggiunto tre finali consecutive alle WCT Finals più una al Master del 1975, peraltro persa male contro il suo avversario a Wimbledon, Ilie Nastase), sia per il modo in cui zittì gli scettici, diventando il primo uomo a vincere i Championships senza perdere set durante l’Era Open.

Il novero degli scalpi è tutt’altro che disprezzabile, visto che negli ultimi quattro match gli si pararono davanti Brian Gottfried, Guillermo Vilas (non un erbivoro ma vincitore dell’unico Master giocato sulla superficie e di due Australian Open verdi ancorché farlocchi), Roscoe Tanner, e il sopracitato Ilie Nastase, suo vero e proprio antipode sul campo – fuori nemmeno così tanto, almeno post-ritiro.

Le vittorie di Bjorn a Wimbledon, però, furono soprattutto degli eventi culturali, in quanto forieri della novella Beatle-mania ribatezzata “strawberries and screams” (laddove gli strilli provenivano da adolescenti in preda a tempeste ormonali da arca di Noè, fondamentali per rendere il tennis lo sport di massa che è oggi), ma anche degli eventi tecnici, perché le vittorie sue e di Connors mostrarono un modo nuovo di adattarsi al tennis su erba, un modo che esaltava il fulgore balistico dei loro passanti bimani.

6 (ex-aequo). Boris Becker, 1986

Score: 59 punti. N.13 per game persi, N.14 per set persi, N.9 per ranking medio degli avversari, N.9 per top players battuti.

A proposito di giovani sorprese. Boris Becker aveva scioccato il mondo nel 1985, vincendo Wimbledon a neanche 18 anni (più giovane campione Slam fino all’avvento di Michael Chang quattro anni dopo), ma nessuno si aspettava che potesse ripetersi.

E invece il teutonico non solo si impose di nuovo, ma lo fece con insindacabile autorità, mettendo in fila nell’ordine Mecir, Leconte e il miglior Lendl di sempre, di fatto cementificando il proprio status di “padrone di casa” su Centre Court, consolidato attraverso la trilogia (quasi tetralogia) con Edberg e rimesso solamente in seguito alla sconfitta nella finale del 1995 contro Sampras.

6 (ex-aequo). John McEnroe, 1984

John McEnroe a Wimbledon nel 1980

Score: 59 punti. N.1 per game persi, N.3 per set persi, N.15 per ranking medio degli avversari.

Mac non poteva mancare, e la sua voce poteva solo essere legata alla stagione più dominante della carriera, e forse di sempre. Assimilata la botta tremenda di Parigi, dove un microfono e i lob di Lendl stralciarono una conclusione già scritta, Genius veleggiò per il Queen’s senza perdere set, e per poco non concesse il bis la settimana dopo, quando perse un tie-break al primo turno per poi concedere 48 giochi nei 19 set successivi – una notte d’amore fra una macchina perfetta e il più dionisiaco dei tennisti.

Wimbledon ’84 è ricordato con particolare piacere dallo statunitense, un po’ perché arrivò la quasi pleonastica doppietta singolare-doppio (casualmente lui e Fleming batterono in finale Paul McNamee, lo stesso che gli aveva tolto all’inizio della quindicinale), un po’ perché non gli sono mai interessate le partite leggendarie, almeno non quanto la perfezione del gioco.

McEnroe era talmente superomistico nel suo approccio al tennis (e ne aveva ben donde) da ritenere che se avesse giocato al massimo del proprio potenziale non ci sarebbe stata storia con nessuno, ed è precisamente ciò che dimostrò in finale contro Jimbo Connors, che due anni prima gli aveva soffiato il titolo dopo che era stato a due punti dal match: 6-1 6-1 6-2 con tre (tre) errori non forzati. Epica? E chi ne ha bisogno?

A pagina due, i cinque migliori successi della storia di Wimbledon

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