Da CiCi Bellis a Madison Keys: il futuro del tennis USA

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Da CiCi Bellis a Madison Keys: il futuro del tennis USA

Sloane Stephens ha vinto a Washington il suo primo torneo WTA, confermando la crescita complessiva delle giovani statunitensi. Ecco chi sono le giocatrici del futuro del tennis USA che sostituiranno Serena e Venus Williams

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Ricordate Melanie Oudin e il suo “believe”?
Era il settembre 2009 e gli statunitensi si erano emozionati per una diciottenne giocatrice della Georgia, che era riuscita ad arrivare sino ai quarti di finale nello Slam newyorkese, sconfiggendo una dopo l’altra quattro russe (Pavlyuchenkova, Dementieva, Sharapova e Petrova). “Believe!” (“credici!”) era il motto che si era scelto, e che aveva accompagnato le sue imprese, tanto che lo aveva scritto sulle scarpe.

In quel momento gli appassionati americani potevano pensare che il tennis femminile USA non si identificasse esclusivamente con le sorelle Williams, ma potesse avere anche un futuro a lungo termine. Se si guardava il ranking di allora, infatti, tra le prime cento giocatrici del mondo non c’erano giovani statunitensi, a parte Oudin: oltre a Serena e Venus, le altre presenti erano Varvara Lepchenko, uzbeka naturalizzata da un paio di anni (già ventitreenne) e Jill Craybas, addirittura del 1974.

La nazione-guida nel tennis degli ultimi decenni, rischiava di rimanere senza ricambio generazionale, scoprendosi sorprendentemente fragile. Tanto fragile che quel “believe” più che un semplice atteggiamento ottimistico sembrava quasi un atto di fede di fronte ad una situazione estremamente precaria. Certo, c’erano sempre le Williams; ma poi?

 

Per quanto mi riguarda non ho mai considerato Melanie Oudin come una giocatrice tecnicamente e fisicamente in grado di fare da leader per lo sviluppo di un movimento tanto importante come quello americano. Dopo quel memorabile Flushing Meadows, Oudin non ha mantenuto le speranze; inizialmente per la classica difficoltà a confermarsi che spesso vivono le teenager, ma poi anche per l’enorme sfortuna che l’ha colpita sul piano fisico, con una infinita serie di tribolazioni di salute, culminate addirittura con due operazioni al cuore.

E così quando Venus ha cominciato a calare di rendimento (non le era ancora stata diagnosticata la sindrome di Sjögren) e soprattutto quando Serena si era dovuta fermare quasi un anno (prima per l’infortuno al piede poi per l’embolia) il tennis statunitense ha attraversato un periodo difficilissimo. Esattamente quattro anni fa, nella classifica uscita il 9 agosto 2011, nessuna giocatrice americana era presente fra le prime trenta. La prima, al numero 31, era Bethanie Mattek-Sands.

Negli anni successivi Venus e Serena sono risalite, con Serena stabilmente al vertice, ma è l’intero movimento che nel frattempo è rifiorito. E se i risultati di Serena sono diventati tanto notevoli da mettere quasi in secondo piano ragionamenti a lungo termine, si può comunque dire che, anche per quanto riguarda il futuro, il peggio è alle spalle. E il ranking lo testimonia.

Oggi tra le prime cento ci sono dodici giocatrici USA, mentre undici seguono tra il centesimo e il duecentesimo posto; e per la maggior parte si tratta di giocatrici giovani o giovanissime, con buone prospettive per il futuro.
Tra quelle presenti oltre il centesimo posto almeno due hanno già fatto parlare di sé per la precocità, CiCi Bellis e Taylor Townsend. Ma anche Shelby Rogers e Nicole Gibbs hanno raggiunto risultati degni di nota. Considerato che per quasi tutte la carriera è ancora agli inizi, le presento in ordine di età invece che di ranking (comprese tra il centesimo e il duecentesimo posto):

– Catherine “CiCi” Bellis
Nata l’8 aprile 1999, capace l’anno scorso di sconfiggere Dominika Cibulkova a Flushing Meadows, a quindici anni ha mostrato una maturità sorprendente. In una età in cui le coetanee ancora faticano a racimolare i primi punti WTA è già numero 158 del mondo; significa essere sicuramente un fenomeno in termini di precocità. D’altra parte lo è sempre stata in tutte le categorie (è stata numero uno junior nel 2014).
Ora però arriva il difficile, visto che nel tennis professionistico contano molto il fisico e la continua applicazione mentale, aspetti che nei circuiti giovanili sono invece ancora tutti da sviluppare.

– Katerina Stewart
Nata il 17 luglio 1997, attuale numero 159 del mondo, semifinalista agli US Open 2014 junior, ha scalato le posizioni prendendo parte agli ITF americani. Ha cominciato da pochi mesi l’esperienza del circuito professionistico maggiore: wild card agli US Open 2014, recentemente ha disputato le prime qualificazioni in un WTA europeo, a Bad Gastein. Per il momento ha costruito la classifica giocando (e vincendo) soprattutto sui campi in terra, caratteristica non proprio usuale per una tennista statunitense.

– Louisa Chirico
Nata il 17 maggio 1996, numero 5 delle classifiche junior nel 2013 quando era stata semifinalista a Wimbledon e Roland Garros, sempre fermata da Belinda Bencic.
Delle quattro teenager qui citate mi pare quella fisicamente più matura, e più vicina ad essere pronta ad affrontare gli sforzi del circuito professionistico. Alta 1,75, sta sviluppando un gioco piuttosto potente che costituisce una base importante per fare strada nel tennis contemporaneo.
Oggi è numero 120 della classifica (best ranking 110), e proprio nel torneo di Washington appena concluso ha mostrato un significativo salto di qualità riuscendo per la prima volta in carriera a sconfiggere due giocatrici come Heather Watson e Alizè Cornet.

– Taylor Townsend
Mancina, nata il 16 aprile 1996 attualmente 199 del mondo (ma con un best ranking di 94), è già stata in grado di battere Alizè Cornet di fronte al suo pubblico, al Roland Garros 2014. Salita alla ribalta anche per le polemiche con la USTA, la federazione americana (che aveva minacciato di non appoggiarla se non fosse calata di peso) ha mostrato di possedere un gioco fuori dagli schemi, con improvvise accelerazioni di dritto e la tendenza a verticalizzare e a prendere la rete.
In questi ultimi mesi i risultati sono in regresso, ma gli alti e bassi sono tipici delle giovanissime. A mio avviso tecnicamente è una delle più interessanti della sua generazione, mentre mi pare ancora lontana dall’eccellenza sul piano fisico ma anche della costanza mentale.

– Sachia Vickery
Nata l’11 maggio 1995. Numero 6 delle classifiche junior nel 2012, semifinalista all’Orange Bowl 2011 (sconfitta da Yulia Putintseva), attualmente è numero 136 delle classifiche mondiali (108 il best ranking).
Possiede un gioco da fondo abbastanza solido, ma dovrà dimostrare di potersi costruire delle armi in più oltre ad un discreto rovescio per supplire ad una statura che potrebbe penalizzarla nel circuito maggiore (è alta 1,62). Nel tennis professionistico attuale se non si dispone di grande potenza occorre fare leva su altre doti: capacità tattica, applicazione mentale, qualità tecniche, mobilità, anticipo, etc. In almeno uno (o meglio ancora, in più d’uno) di questi aspetti occorre essere di livello superiore per colmare il gap fisico che si concede all’avversaria.

– Jennifer Brady
Nata il 12 aprile 1995, sino ad ora ha trascorso la sua carriera giocando quasi esclusivamente negli Stati Uniti, se si eccettua qualche torneo subito fuori dai confini (Messico, Canada). Come Nicole Gibbs, ha seguito la carriera sportiva universitaria, giocando per la UCLA sino al 2014, anno in cui la sua squadra ha vinto il campionato NCAA.
Si è poi allenata presso la Academy di Chris Evert. Ferma per una frattura da stress nella prima metà del 2015, ha ripreso subito con buoni risultati negli ITF che le hanno consentito di entrare per la prima volta tra le prime 200 al mondo (attualmente è numero 195).

– Nicole Gibbs
Nata il 3 marzo 1993, semifinalista agli US Open junior 2011, è stata campionessa universitaria americana (NCAA) sia in doppio che in singolare con l’università di Stanford. Ha deciso di passare professionista nel 2013 (significa che prima poteva giocare i tornei open, ma non accettare i premi in denaro).
Attuale numero 110 del mondo (ma con un miglior ranking 84 nel marzo di quest’anno), vanta in carriera un secondo turno agli Australian Open 2015 ma soprattutto il terzo turno agli US Open dell’anno scorso, quando seppe sconfiggere Caroline Garcia e Pavlyuchenkova, prima di perdere da Flavia Pennetta.
Ha già dimostrato di poter superare la soglia significativa delle prime cento, ma per farne parte stabilmente occorre una maggiore costanza di rendimento.

– Shelby Rogers
Nata il 13 ottobre 1992, attualmente è numero 157 della classifica, ma vanta un 70mo posto come best ranking, ottenuto nel 2014.
Il suo momento migliore è stato proprio dodici mesi fa, quando era stata capace di arrivare in finale a Bad Gastein partendo dalle qualificazioni e sconfiggendo lungo il percorso Suarez Navarro, Errani, Giorgi, prima di perdere da Andrea Petkovic. Un paio di settimane dopo, in Canada, aveva fatto scalpore il doppio 6-0 inflitto a Eugenie Bouchard nel match vinto in tre set contro la fresca finalista di Wimbledon (6-0, 2-6, 6-0).
In tutte queste occasioni Rogers aveva messo in mostra notevoli doti di colpitrice, con cui ovviava a qualche limite di mobilità. Fosse stata in grado di proseguire su quei livelli i progressi in classifica sarebbero stati significativi, ma invece dopo quel periodo di grazia i risultati hanno cominciato a latitare.

A PAGINA 2 LE GIOCATRICI IN TOP 100, KEYS, STEPHENS E LE ALTRE!

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

Come è stato possibile che una giocatrice diciottenne, sconosciuta fino a tre mesi fa, sia riuscita a vincere lo US Open in un modo mai riuscito prima?

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

L’ultimo US Open femminile è stato lo Slam delle sorprese e dei record. Gli storici e gli statistici si sono sbizzarriti a identificare tutti i numeri che hanno sancito l’eccezionalità della vittoria della giovane Emma Raducanu: i record sono così tanti che per non diventare noiosi è meglio ricordarne solo alcuni.

Prima volta nell’era Open che una giocatrice vince partendo dalle qualificazioni. E senza lasciare set per strada: un totale di dieci partite (tre più sette) con uno score di 20 set vinti e zero persi. Prima dell’era Open a conquistare uno Slam alla seconda partecipazione in assoluto in un Major (anche Pam Shriver nel 1978 aveva raggiunto la finale al secondo tentativo, ma aveva perso contro Evert a New York). Raducanu lo ha fatto senza avere ancora vinto una partita in carriera a livello di “normali” tornei WTA, visto che fuori dai Major aveva affrontato due soli tornei, perdendo sempre all’esordio (Nottingham e San Josè).

Più giovane finale Slam dallo US Open 1999 (Serena Williams contro Hingis). Più giovane campionessa Slam dai tempi di Maria Sharapova a Wimbledon 2004. Seconda vincitrice della storia fuori dalle prime 100 del ranking, preceduta da Kim Clijsters nel 2009 (sempre a New York) quando al rientro nel tennis non aveva ancora una classifica per l’esiguo numero di tornei giocati. Ma anche terza teenager della storia a vincere lo US Open senza concedere set (dopo Seles nel 1992 e Hingis nel 1997).

 

Ultimo dato prima di entrare nel merito delle partite newyorkesi: Raducanu ha vinto il torneo senza affrontare Top 10. Nel corso del suo cammino, infatti, ha incontrato solo due teste di serie: nei quarti la numero 11 Bencic e in semifinale la 17 Sakkari. Ma naturalmente non gliene si può fare una colpa: questo le ha offerto il tabellone, ed Emma più che lasciare le briciole a tutte le avversarie che le sono capitate, non poteva fare.

Ma visto che stiamo parlando di una semi-esordiente, il dato che colpisce è che in carriera non ha ancora mai affrontato una Top 10. In compenso vanta un record niente male: ha giocato 13 volte contro una Top 100 vincendo 11 partite e perdendone solo 2: sconfitta da Zhang Shuai a San Josè e da Tomljanovic a Wimbledon (a Londra Emma perse per ritiro).

Le partite di Emma Raducanu allo US Open
Dopo la wild card ricevuta a Wimbledon in quanto giocatrice di casa, Raducanu si presenta allo US Open senza avere la classifica necessaria per essere ammessa direttamente al tabellone principale. Da numero 150 del ranking è soltanto testa di serie 31 del torneo di qualificazione. Superato piuttosto brillantemente, come detto, senza perdere set. 6-1, 6-2 a Bibiane Schoof, 6-3, 7-5 a Mariam Bolkvadze, e infine 6-1, 6-4 a Mayar Sherif, testa di serie n. 4 delle Quali.

Con i tre successi nelle qualificazioni, Emma conquista l’accesso nello Slam vero e proprio. Il posto capitato nel main draw non è proprio favorevolissimo: primo ostacolo la testa di serie numero 14 Jennifer Brady, semifinalista lo scorso anno, e finalista all’Australian Open 2021. Soprattutto sul cemento, una avversaria davvero impegnativa.

Ma in extremis le cose cambiano. Brady è costretta alla rinuncia a causa di un infortunio. Quando Jennifer dichiara forfait, ormai il sorteggio è fatto, e quindi la porzione di tabellone di Raducanu perde la testa di serie più alta. A sostituirla è la lucky loser Stephanie Voegele. I due set della partita si sviluppano con un andamento identico: Emma parte lenta, subisce un break in avvio, ma dall’1-2 sotto, cambia marcia: controbreak immediato e resto del set dominato. Finisce così 6-2, 6-3, anche se le occorrono ben sette match point per chiudere l’incontro.

Al secondo turno Raducanu trova Zhang Shuai, proprio la giocatrice che l’aveva sconfitta in modo netto all’inizio di agosto a San Josè (6-3, 6-2). Purtroppo non sono riuscito a seguire le loro due partite, e quindi non posso entrare nel merito. In linea generale, penso si possa ricordare questo: la Zhang più recente è un po’ scesa nel ranking perché è diventata piuttosto discontinua; se la mattina si alza con la luna giusta è capace di dare filo da torcere anche alle più forti, ma se invece le manca l’ispirazione, aumenta di molto gli errori e diventa molto più abbordabile.

Con questo non sto affatto dicendo che il risultato opposto delle due partite sia dipeso da Zhang e non da Raducanu. Anzi. Agli atti rimane semmai una dichiarazione di Emma nella conferenza stampa successiva al loro ultimo incontro, nella quale racconta: “Avevo perso contro di lei un mese fa, ma sento che match dopo match sto migliorando, sto imparando a tenere alto il mio livello di gioco senza cali durante la partita. In queste settimane avere affrontato tante avversarie di alto livello mi ha fatto crescere sempre di più”. Sentire parlare di crescita nel corso di un solo mese, una crescita tale da permetterle di rovesciare completamente il risultato contro una giocatrice esperta e di valore come Zhang, sembrerebbe esagerato. Ma nel caso di Emma sono proprio gli eccezionali traguardi raggiunti a rendere credibili affermazioni del genere.

Forse il passaggio più interessante di questa stessa conferenza stampa è quando spiega il suo modo di prepararsi contro le avversarie: “A livello WTA la maggior parte delle giocatrici non ha grandi debolezze; per esempio non puoi pensare di insistere sempre dalla stessa parte in attesa di un errore. Dunque si tratta sia di dare il meglio per quanto riguarda il proprio tennis, sia di saper individuare piccole scappatoie che creino qualche disagio a chi hai di fronte. Con il mio team mi preparo con questi obiettivi. Non sempre ci si riesce, e allora devi andare in campo almeno riuscendo a esprimerti al tuo massimo”. In pratica Emma racconta che affronta i match con un duplice intento: da una parte sviluppare al massimo il suo gioco, ma dall’altra cerca anche di modularlo di volta in volta in funzione del tipo di avversaria che ha di fronte, per metterla a disagio. Cosa che puntualmente si verificherà nei turni successivi del suo torneo.

Superare le qualificazioni, sconfiggere con percorso netto Voegele e Zhang sono rimarchevoli traguardi per una giovanissima. Ma, per quanto mi riguarda, la partita che mi ha davvero fatto drizzare le antenne sul torneo di Raducanu è stata quella di terzo turno contro Sara Sorribes Tormo.

Sorribes nell’ultimo periodo è cresciuta moltissimo, trasformandosi in una specie di muro difensivo. Al punto che oggi è forse la giocatrice più dura da affrontare sul piano della pazienza tattica e della tenuta mentale e fisica, perché regala quasi nulla e riesce a contenere e rimettere in campo una quantità enorme di attacchi, allungando moltissimo ogni scambio. Se non la si affronta con la condizione giusta si rischia di soccombere, come è capitato alla numero 1 Barty alle Olimpiadi di Tokyo.

Invece Emma domina l’incontro con una condotta vicina alla perfezione. Vince addirittura i primi 11 game, e si trova con un match point sul 6-0, 5-0. Sorribes si salva dal cappotto completo, ma rimanda solo di una game la conclusione: 6-0, 6-1. Per Raducanu sono 60 punti vinti complessivi, appena 33 persi, e un saldo finale di +7 tra vincenti ed errori non forzati (23/16). Agli spettatori lascia una sensazione di grande efficacia e chiarezza tecnico-tattica: tanti vincenti ottenuti (appunto 23 su 60 punti totali), senza però mai dare l’idea del colpo tirato alla “va o la spacca”. Emma al contrario è riuscita a trovare la chiave per vincere senza andare sopra le righe.

Riepiloghiamo. Diciotto anni, esordiente senza esperienza a livello WTA, e senza disporre della potenza di Serena Williams o di Aryna Sabalenka. E però capace di lasciare un solo game a Sorribes Tormo, infliggendole la peggiore sconfitta da quando Sara è diventata Top 50. Obbligatorio seguirla con estrema attenzione.

Con queste premesse, la curiosità sul valore di “questa” Raducanu sembrava potesse essere soddisfatta attraverso il più probante ostacolo possibile: il confronto con la numero 1 del mondo Barty. La massima favorita del torneo, e potenziale avversaria al quarto turno. Al termine del match di terzo turno, in conferenza stampa i giornalisti chiedono a Raducanu se è pronta ad affrontare Barty. Emma, forse presaga, prima di entrare nel merito avverte: “Mah, il match di Ashleigh non è ancora cominciato, e la sua avversaria, Shelby Rogers, giocherà di fronte al pubblico di casa. Difficile dire chi vincerà. Quando giochi con il pubblico di casa dalla tua, hai un differente livello di motivazione…”.

Come sappiamo, Shelby Rogers è davvero riuscita fare lo sgambetto a Barty (o forse la stessa Bartiy si è inciampata da sola), ed è quindi Shelby la rivale di quarto turno. Tra Raducanu e Rogers, la partita fila via rapida. Sarà la più breve del torneo di Emma: un’ora e 6 minuti complessivi, con gli spettatori americani presto ammutoliti dalla troppa differenza in campo.

Dopo i primi due game persi in fase di assestamento (ricordo che era la prima volta che Raducanu giocava sull’Arthur Ashe), Emma infila una serie di 11 game consecutivi, esattamente come contro Sorribes, che segnano definitivamente il match. Nel secondo set, concesso il game del 5-1, chiude sul proprio servizio per 6-2, 6-1. Una partita nella quale Rogers lascia la sensazione che, dopo aver dato tutto per superare Barty, non fosse pronta per misurarsi alla pari contro una avversaria motivata, concentrata, e poco disposta a regalare punti come la Raducanu di questo torneo.

Chi si aspettava che la pesantezza del dritto di Shelby potesse diventare un fattore, viene smentito, e nemmeno il servizio l’ha aiutata a rimanere in partita. Infatti Emma non solo ha risposto benissimo, ma per la maggior parte degli scambi ha tenuto in mano l’iniziativa, e questo ha costretto Rogers a rimanere in difesa, l’ambito di gioco nel quale è di gran lunga meno forte.

a pagina 2: Le partite decisive allo US Open

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