Becker: ”Vorrei vedere Djokovic alzare la Coppa dei Moschettieri a Parigi”

Interviste

Becker: ”Vorrei vedere Djokovic alzare la Coppa dei Moschettieri a Parigi”

Boris Becker, coach del n. 1 del mondo Novak Djokovic, è stato il protagonista dell’incontro-conferenza organizzato a Belgrado dalla “Novak Djokovic Foundation”, dove ha raccontato della sua vita, delle sue esperienze, del suo rapporto con Novak. E dove ha confessato il desiderio che vorrebbe veder realizzato

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Chi era presente lo ha definito un attore consumato.

Qualche giorno fa, la sera prima della conferenza stampa tenuta assieme a Novak Djokovic, Boris Becker è salito senza alcun timore sul palco di uno degli storici teatri di Belgrado, il Teatro Drammatico Jugoslavo “Ljuba Tadic”, per raccontare al numeroso pubblico presente la sua storia: dall’infanzia a Leimen, passando per la carriera da tennista di alto livello, sino all’esperienza attuale come coach del più forte giocatore del mondo.

Era la terza volta che Becker visitava la capitale serba. Le prime due visite erano legate all’amicizia con il tennista belgradese Slobodan “Bobo” Zivojinovic, giocatore che ottenne anche una discreta notorietà nella seconda metà degli anni ’80. Ottimo doppista, tanto da arrivare al n. 1 della classifica mondiale e a vincere in coppia con Andres Gomez gli US Open nel 1986, il gigante jugoslavo (1,98 di altezza per 100 kg di peso) ottenne buoni risultati anche in singolare, soprattutto sulle superfici veloci grazie al suo poderoso servizio. Best ranking n. 19, vinse 2 tornei ATP ed arrivò due volte in semifinale negli Slam, in entrambe le occasioni senza essere testa di serie. La prima fu agli Australian Open del 1985, dopo aver battuto in cinque set nei quarti John Mc Enroe, la seconda, quella più famosa, a Wimbledon nel 1986, dove si arrese solo al quinto set a Ivan Lendl, che in finale fu poi sconfitto proprio da Becker.

 

L’amicizia tra i due era nata poco tempo prima e fu Zivojinovic a raccontarne la genesi in una intervista di diversi anni fa: “Alla fine del 1984 giocammo le qualificazioni a Stoccolma, non ci conosceva nessuno (erano entrambi fuori dai top 100, ndr). Nello spogliatoio ci trovammo seduti uno di fronte all’altro. Boris, 16enne, piangeva e diceva che non avrebbe mai più preso una racchetta in mano: ‘Meglio andare a scuola e studiare, se perdo partite così’. Lo consolai, dicendogli che era stato solo un episodio negativo e che il suo momento sarebbe arrivato. Pochi mesi dopo avrebbe vinto Wimbledon“.
I due amici giocarono molte volte insieme in doppio: tra il 1985 ed 1987 vinsero anche tre tornei e arrivarono in finale in altre tre occasioni.

Fu così che Becker venne una prima volta a Belgrado nel 1988 per giocare un’esibizione con Zivojinovic, allo stadio della Stella Rossa davanti a 10.000 persone, e poi una seconda volta 4 anni dopo per partecipare al matrimonio tra il suo amico e la cantante pop-folk Lepa Brena, famosissima negli anni ottanta in Jugoslavia.

Becker e Zivojinovic a Belgrado nel 1987

Becker e Zivojinovic a Belgrado nel 1988

Zivojinovic, oggi presidente onorario della Federazione Tennis della Serbia, era impegnato in Cile la scorsa settimana e non ha perciò potuto salutare il suo vecchio amico e assistere all’incontro-conferenza “Boris Becker da una diversa angolazione”, organizzato dalla Novak Djokovic Foundation e presentato dallo stesso Djokovic assieme alla moglie Jelena Ristic.
Ma seduti in platea c’erano tanti altri grandi nomi dello sport, dello spettacolo e dell’imprenditoria della Serbia, insieme ai migliori studenti delle università di Belgrado e Novi Sad.

Tutti ad ascoltare il “il rosso di Leimen”, che ha raccontato com’era la sua vita in quella piccola cittadina del Land tedesco del Baden-Wuttenberg, come è accaduto che tra basket, nuoto e calcio abbia scelto il tennis e come un ragazzino talentuoso sia diventato campione di Wimbledon a 17 anniBecker ha parlato degli alti e bassi nella sua carriera, ha parlato dei sogni e di quanto siano importanti nella carriera di un atleta. Anche se per lui tutto è stato un po’ particolare, dopo che nel 1985 divenne il più giovane vincitore nella storia del torneo sull’erba All England (record che detiene tuttora).
Nella mia vita tutto è successo molto in fretta. Non ho avuto il tempo di sognare. Vincere Wimbledon è stato come arrivare in cima dell’Everest” ha detto il 47 enne tedesco, che dopo quella vittoria in finale contro Kevin Curren nel luglio di 30 anni fa fu catapultato all’improvviso in una realtà totalmente diversa da quella a cui era abituato.
Il torneo fu seguito per la prima volta dal capo di stato tedesco. Non era mai accaduto prima. Al rientro a casa mi accolsero come se fossi il Papa. Salutavo la gente da un’auto scoperta, ci saranno state 50.000 persone. Non capivo cosa stava succedendo, io ero cresciuto in una cittadina di 10.000 abitanti. Era come essere in un sogno. Ma poi ho capito che era anche la fine di una vita “normale” ha confessato Becker, spiegando che da quel momento iniziarono le pressioni, una vita sempre sotto i riflettori e che non fu tutto facile e scontato da gestire, per uno che in fin dei conti era ancora un adolescente.
Quando a 17 anni ho sollevato il trofeo più importante del tennis volevo solo vincere. Ma un ragazzo così giovane, com’ero io a quei tempi, aveva anche bisogno di scoprire se stesso. È un processo, non sei una macchina, devi avere altri interessi oltre al tennis. Il tennis mi ha dato tutto nella vita, ma ad un certo momento ti rendi conto che non puoi vivere solo di quello. Ho vinto ancora tornei, ero sempre ai vertici della classifica mondiale, ma ero anche giovane. Volevo uscire, avere una vita oltre al tennis. Fortunatamente a quei tempi non c’erano i social network, internet, sennò ogni volta che facevo tardi, il giorno dopo lo avrebbero saputo tutti!” ha detto Becker facendo ridere il pubblico in sala.

Ha raccontato aneddoti della sua carriera, come quello della conquista dell’oro olimpico Barcellona nel 1992 in doppio, assieme al connazionale Michael Stich. Nonostante i rapporti tra i due fossero tutt’altro che idilliaci.
Eravamo grandi rivali nel circuito. A Barcellona, all’inizio, anche se giocavamo insieme in doppio praticamente non ci parlavamo. Poi, quando fummo eliminati in singolare, ma soprattutto una volta arrivati ai quarti di finale, io dissi: “Dobbiamo sederci e fare un piano, perché giocheremo contro una grande coppia, Casal e Sanchez, e soprattutto contro 12.000 tifosi spagnoli scatenati”. Da quel momento iniziammo a collaborare e a parlarci, e alla fine vincemmo il torneo. Chiamai metà villaggio olimpico a festeggiare, alcune persone le vidi solo in quell’occasione, festeggiammo a lungo e chi era l’unico assente? Beh, Stich. Con ancora addosso la tuta della premiazione andò direttamente all’aeroporto e partì per la Germania. Sei settimane fa l’ho incontrato ad Amburgo e mi ha chiesto se mi ricordassi che avevamo vinto il titolo olimpico. Ho risposto affermativamente e lui mi ha detto: “È stato davvero un grande successo, solo che non so per quale motivo non l’abbiamo mai festeggiato. Sai, dovremmo farlo una volta o l’altra.” Penso che prima di morire troveremo veramente il tempo per farlo” ha detto Becker, suscitando l’ilarità generale del pubblico del teatro intitolato a Ljubomir “Ljuba” Tadic, uno dei più grandi attori del cinema jugoslavo, scomparso nel 2005.

Risate e applausi hanno spesso fatto da sottofondo alle parole dell’ex n.1 del mondo che, proprio da grande attore, ha saputo sapientemente mescolare risposte serie e scherzose, così come da giocatore alternava le cannonate di servizio e dritto ai deliziosi tocchi sotto rete. E lo ha fatto anche quando è arrivato il momento di parlare dei più grandi rivali di Nole, Federer e Nadal.
Spesso ci si domanda chi è il miglior giocatore di tennis di tutti i tempi. Ma questa domanda non potrà mai avere una risposta, perché questo sport ha avuto molti grandi campioni, che sono stati i migliori nelle rispettive epoche. Prima il più forte era Laver, giocava in maniera fantastica. Poi è arrivato Borg, uno dei miei idoli, era incredibile. Dopo è venuto il momento del genio di McEnroe e a seguire il dominio di Lendl, l’atleta che personalmente ritengo abbia portato la professionalità nel tennis, poi Edberg. Tutti vincitori nati. In seguito c’è stato Agassi, il tennista con la migliore risposta al servizio e Sampras, che ha vinto 14 trofei del Grande Slam. Dopo il 2000 è arrivato questo svizzero. Ha conquistato 17 titoli del Grande Slam e, da questo punto di vista, è lui il migliore in assoluto, ha portato il tennis al livello più alto. Poi ha fatto la sua comparsa anche quello spagnolo che ha trionfato nove volte al Roland Garros, un risultato incredibile. Ma a interrompere la festa è arrivato un ragazzo dalla Serbia che li ha scioccati a colpi di dritto e rovescio. Tutti sono rimasti sorpresi. Da dove spunta adesso questo serbo che gioca così bene a tennis? Per Novak è stato molto difficile all’inizio, perché non aveva il rispetto degli altri. Ma lui ha una grande forza, la determinazione, la perseveranza dei veri campioni. Nella vita ha dovuto affrontare molto presto degli ostacoli ed ha imparato molto da questo. Ha imparato che bisogna affrontarli e superarli.”

E la perseveranza è anche una caratteristica che accomuna l’allievo Nole al coach Boris.
Parliamo la stessa lingua, anche se ci ha messo un po’ di tempo a capire il mio pessimo inglese. Punta sempre alla vittoria, come facevo io. Ho riconosciuto in lui quello spirito, quella fame di nuove vittorie e trofei. È questo uno dei motivi principali per cui ho accettato di diventare il suo allenatore.” ha sottolineato Becker, che è entrato a far parte del team di Djokovic nel dicembre 2013.

Un altro punto in comune tra Becker ed il suo allievo è la voglia di conquistare il Roland Garros, l’unico Slam che manca nel palmares del 28enne di Belgrado, ma anche in quello del suo allenatore, che da giocatore non è mai riuscito a vincere un torneo sulla terra battuta. Il tedesco disputò ben 6 finali sul mattone tritato, uscendo sempre sconfitto: le più importanti furono quella persa a Roma contro Pete Sampras e le due disputate a Montecarlo. In particolare è rimasta nella storia quella del Torneo del Principato del 1995, in cui crollò al quinto set contro Muster, dopo essere stato in vantaggio due set a zero e aver sprecato un match point tentando un ace di seconda, a quasi 200 km orari, nel tie-break del quarto.
Ho un desiderio ancora irrealizzato, vedere Novak sollevare la Coppa dei Moschettieri a Parigi” ha rivelato “Bum Bum” al pubblico belgradese.

Il pubblico ha apprezzato anche l’onestà con cui il tedesco ha risposto alle domande che gli sono state poste, in particolare quelle relative alla collaborazione con Novak.
Quando abbiamo iniziato la nostra collaborazione, molti hanno criticato la cosa. Hanno detto che non ero adatto a lui. Ma noi ci troviamo bene assieme, abbiamo personalità simili. C’è stato anche un momento difficile, proprio all’inizio. Agli Australian Open del 2014 si era presentato da campione in carica e quattro volte vincitore del torneo. Qualsiasi risultato che non fosse stata la vittoria sarebbe stato visto come un fallimento (Nole perse nei quarti 9-7 al quinto contro il futuro vincitore Stan Wawrinka, ndr). Ma siamo stati pazienti e i risultati ci hanno dato ragione. Sono orgoglioso di Novak, della sua determinazione e della sua perseveranza. È quello che gli consente di rimanere al vertice” ha detto il 47enne ex campione, che ha poi ha elegantemente spazzato via una volta di più le voci su eventuali dissapori all’interno del team di Nole relativi al suo arrivo, dicendo di essere stato ben accolto da tutti dal primo momento. E ha poi voluto sottolineare come spesso all’esterno non si tenga in dovuta considerazione l’importante ruolo che ha Jelena, la moglie di Novak, all’interno del team. Ma non rinunciando neanche in questo caso alla battuta.
Ragazzi, davvero non possiamo trascurare quanto sia importante Jelena nella vita di Novak. Lei è la persona che è sempre accanto a lui, lo aiuta ad essere il migliore nella sua professione, E aiuta molto anche me. Lei è la persona che si sveglia accanto a lui, e prima dell’allenamento da lei posso avere notizie di prima mano se Nole ha dormito bene oppure no.” ha detto Becker, facendo ridere Novak e sua moglie Jelena, seduti in prima fila, vicino alla squadra serba di Coppa Davis: i giocatori Viktor Troicki e Nenad Zimonjic e il capitano non giocatore Bogdan Obradovic. E Becker ha riservato una delle sue boutade anche a Troicki.
Viktor, lo sai vero che sono ancora arrabbiato con te per il torneo dei Queen’s?“ ha detto “Bum Bum” al 27enne tennista di Belgrado, riferendosi alle occasioni sprecate nella semifinale persa a Londra contro Murray.

Il tre volte vincitore di Wimbledon ha infine sostenuto che il tennis negli ultimi anni è tornato ad essere molto popolare grazie alle grandi rivalità che lo stanno caratterizzando in questo periodo.
Il tennis vive di rivalità. È uno dei motivi per cui il tennis oggi è così popolare. Quando hai personaggi come Novak, Roger, Rafa, Andy e adesso anche Stan, questo attrae il pubblico: giocatori con alle spalle storie e ambienti diversi, grandi rivali tra loro” ha dichiarato Becker.

Come detto, l’incontro con Boris Becker è stato presentato da Novak Djokovic e sua moglie Jelena, nelle vesti rispettivamente di presidente e direttore della Novak Djokovic Foundation, organizzatrice dell’evento, che hanno presentato anche il primo numero di “Original” la rivista della Fondazione destinata agli studenti. Il n.1 del mondo ha voluto ringraziare il suo allenatore per averlo sostenuto nel portare avanti il lavoro della fondazione e per aver condiviso le sue esperienze con il pubblico in sala, in particolare con gli studenti “che rappresentano il futuro di questo Paese” come aveva detto la moglie Jelena ad inizio serata.
È un uomo fantastico, disciplina tedesca e fascino francese” ha detto a fine serata riferendosi al suo coach il 28enne tennista di Belgrado, che ha poi postato su Twitter un commento sulla serata, per ringraziare ancora Becker del messaggio trasmesso dal palco:
“Impara, abbi fede, lavora duro e non mollare mai. Questo è quello che mi porto via dalla conferenza della scorsa notte di Boris Becker”

https://twitter.com/DjokerNole/status/647532140977111040/photo/1

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Australian Open

Australian Open, Musetti: “Con De Minaur troppi alti e bassi, non mi spiego perchè”

L’azzurro sottolinea in conferenza stampa: “Il problema è mentale, non tecnico. Il futuro? Da qui alla terra rossa giocherò solo sul veloce”

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Lorenzo Musetti - ATP Sofia 2021 (ph. Ivan Mrankov)

Lorenzo Musetti saluta l’Australian Open 2022 al primo turno, dopo la sconfitta in quattro set rimediata contro il beniamino di casa Alex De Minaur (qui la cronaca del match). Dopo la partita, il tennista azzurro si è sottoposto alle domande dei media collegati in conferenza stampa.

Quali sono state le difficoltà? Come mai tanti alti e bassi? (domanda di Ubaldo Scanagatta)

“Non dipende dall’avversario, ma da me. Anche io non me lo spiego. Ne abbiamo parlato con il mio team. Avevo percepito questo problema anche ad Adelaide: ero riuscito a ribaltare la partita contro Daniel, che stava giocando bene, avevo la partita in mano ma me la sono fatta sfuggire, come nel secondo set oggi. Credo di aver colpito bene la palla ma anche io mi accorgo che ci sono troppi alti e bassi che purtroppo a questo livello non ti vengono concessi, soprattutto da un De Minaur che concede molto poco sempre e soprattutto quando gioca in Australia. Sapevo sarebbe stata una partita difficile. L’avevo impostata bene, perché quando ero connesso ed energetico lui faceva fatica. C’è rammarico, anche io sono dispiaciuto per non riuscire a tenere questo ritmo per più tempo. Questo è il miglioramento più grosso che devo fare, parte dall’allenamento e parte già da domani”.

 

Rispetto a un tempo, cerchi di anticipare di più, di non essere ricacciato fuori dal campo. Il processo di crescita passa da qui? (domanda di Ubaldo Scanagatta)

“Sì. Questo è qualcosa che non centra tanto con il discorso di prima, è più un discorso tecnico. Ad esempio in risposta, devo dire che ho quasi sempre fatto bene. Tante volte mi sono ritrovato a far fatica a rispondere, specie su superfici rapide, come contro Daniel ad Adelaide. Oggi invece mi sono trovato bene; non posso dire che la risposta sia stata un problema. I miglioramenti ci sono stati, anche fisicamente stavo bene, non ho avuto problemi alla spalla. Ora devo imparare cosa mi è mancato: serve avere la costanza di tenere il livello alto”.

Dopo il primo set ti sei irrigidito per la tensione? (domanda di Lorenzo Ercoli de Il Tennis Italiano)

“No. Ovviamente mi ero reso conto che stavo giocando bene e che avevo vinto un gran primo set contro un avversario che aveva iniziato molto bene, brekkandomi per merito suo e non per errori miei. Sono stato bravo io a ribaltare la situazione e il set poi aveva preso una bella piega. Per quel che è successo poi non parlerei di tensione, ma di difficoltà a tenere il focus centrato per tutti i punti. Sono calato di intensità e di energia. Quando succede si vede subito da servizio e diritto. E il rovescio è il colpo che mi riesce meglio, ma anche quello in quei momenti diventa un colpo interlocutorio e non più incisivo. A un giocatore come De Minaur, poi, per fargli un punto devi sparargli nelle gambe… Però questi cali di tensione succedono troppo spesso”.

La decisione finale sulla racchetta in quanto tempo è arrivata, dopo le Next Gen Finals? (domanda di Lorenzo Ercoli de Il Tennis Italiano – durante il torneo tenutosi a Milano Lorenzo aveva alternato due telai diversi, ndr).

“Ho avuto modo di aggiustare alcuni dettagli rispetto a quella che usavo a Milano. Ora è più simile a quella che usavo prima. Mi ci trovo bene, non è sicuramente colpa della racchetta se perdo partite del genere, è colpa di Lorenzo e basta”.

Quali sono gli obiettivi della stagione? Hai scelto di giocare indoor, ma hai dei punti da difendere, è una decisione improntata al lungo termine? (domanda di Lorenzo Ercoli de Il Tennis Italiano)

“All’inizio l’idea era quella di giocare in Sudamerica, nel mio habitat naturale che è la terra rossa. Ripensandoci, abbiamo deciso che cercare di migliorare sul rapido è un investimento da fare. Ad Acapulco, a Miami e in altri tornei ho dimostrato di poter giocare bene anche sul veloce, quindi è questione di fare esperienza. Dopo questo torneo andiamo a Pune, poi vedremo per Rotterdam, dipende se entro in tabellone o meno, poi sicuramente Doha e Dubai, poi la Coppa Davis, dopodiché Indian Wells e Miami prima della terra. Si tratta di un investimento che abbiamo deciso di fare; se perdo punti, pazienza”.

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Sergio Palmieri su Novak Djokovic: “Non è un esempio per i giovani”

Il direttore degli Internazionali a ruota libera: “Nole si batte per le cose in cui crede, ma non ha mai avvicinato la popolarità e la credibilità di Nadal e Federer”

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Novak Djokovic - Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

La disavventura australiana di Novak Djokovic si sarà anche conclusa, ma non per questo si riesce a evitare di parlarne. Anzi, la questione si alimenta adesso di ipotesi, consigli, previsioni e interpretazioni riguardo al numero 1 del mondo, specificatamente sul suo calendario, alla luce delle restrizioni relative all’ingresso nei Paesi che ospitano tappe del Tour. Ospite di Radio Anch’io Sport, il direttore degli Internazionali BNL d’Italia Sergio Palmieri ha espresso opinioni da addetto ai lavori sia sugli undici giorni che hanno catalizzato sugli eventi di Melbourne l’attenzione anche di chi non si era mai interessato al tennis, sia su Nole come uomo e personaggio pubblico.

Dal momento che, tra gli attori della vicenda, Craig Tiley spicca come uno di coloro che non possono lanciare la prima pietra, non si può non domandare a Palmieri cosa avrebbe fatto al suo posto. “Non mi sarei comportato come il direttore dell’Australian Open se non altro nella fase pre-torneo, dove mi sembra che in qualche modo la direzione del torneo abbia favorito l’ingresso di Djokovic in Australia”, dice, ammettendo però che si tratta di una questione interna e rimarcando la mancata intesa tra gli organi coinvolti che quindi “non poteva risolversi in modo positivo”.

Palmieri racconta del rapporto di lunga data con Djokovic, spiegando che “è una persona assolutamente diversa da quella che può sembrare, con un carattere molto forte” e in un ipotetico incontro, anche in prospettiva di una sua partecipazione al Masters 1000 di Roma, gli direbbe di “essere se stesso come lo è sempre stato, cercando di guardare un po’ avanti e non all’immediato. Credo che il suo futuro e quello del tennis siano due cose importanti che lui ha probabilmente sottovalutato”.

 

Ricordando che Nole ha saputo uscire dalla crisi personale di qualche anno fa, Palmieri è convinto che supererà anche questo momento negativo, mentre l’eventuale perdita della vetta del ranking, che detiene ininterrottamente da quasi due anni, avrebbe un impatto limitato: “Un conto è perderla giocando e quindi venendo sopravanzati, ma perderla perché non si gioca lascia il tempo che trova”. Tuttavia, riconosce che “questa vicenda può seriamente compromettere l’equilibrio mentale che un grande atleta deve assolutamente conservare”.

A proposito delle possibilità di giocare i tornei, sempre tenendo presente che la situazione può cambiare rapidamente, la partecipazione di Djokovic agli Internazionali “dipende innanzitutto da lui. Se si iscrive, noi dobbiamo stare alle regole. Se arrivano giocatori in regola, non abbiamo nessun motivo per non accettarli”.

Arriva il momento per un’analisi del comportamento pubblico di Djokovic, con quanto successo nell’ultimo mese da un certo punto di vista tutt’altro che imprevedibile considerando che “la sua personalità è questa, è un personaggio molto controverso” rimarca Palmieri. Si batte per delle cose in cui crede e rischia di persona. Il fatto che non è un esempio per i giovani, per quelli che si avvicinano al nostro sport, questo è assolutamente vero. Ma è la differenza che poi noi constatiamo da quindici anni a questa parte dove, nonostante il valore tecnico, sportivo di Djokovic, non ha mai avvicinato la popolarità e la credibilità che hanno Nadal e Federer, che sono amati e rispettati nel mondo non solo del tennis”.

Alla fine, dire di battersi per ciò in cui si crede suona sempre nobile, ha addirittura respiro epico, ma questo non deve far dimenticare che dipende anche da quello per cui ci si batte. Come diceva Daria Morgendorffer, “rimanete fedeli a ciò in cui credete, finché logica ed esperienza non vi contraddicono”.

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Berrettini: “Con Sinner c’è feeling, la Davis è una priorità. Sogno Federer nel mio team”

Intervistato dal Corriere della Sera, il n. 1 italiano parla della sua crescita mentale e rivela il suo allenatore dei sogni

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Matteo Berrettini - ATP Cup 2022 (foto Twitter @ATPCup)

Mancano ormai meno di 24 ore all’inizio del primo Slam stagionale e seppur la preparazione per questo evento non è stata delle migliori neanche per gli addetti ai lavori, bisogna sforzarsi di rientrare sui binari del tennis e non c’è modo migliore per farlo che lasciar parlare i tennisti di questo gioco che per loro è anche un mestiere. Nei giorni scorsi dunque il Corriere della Sera ha intervistato Matteo Berrettini e il tennista romano si è lasciato andare con interessanti dichiarazioni. Il discorso è partito con la delusione delle ATP Finals di Torino nelle quali il tennista romano è stato costretto al ritiro durante il primo incontro. “A Torino stavo giocando bene, tra i top 8 mi sentivo al posto mio, avevo tanta fiducia. Poi il patatrac: mi sono visto strappare dalle mani il torneo per colpe non mie”

“Con il senno di poi ho riflettuto” ha detto nell’intervista.Gli infortuni mi succedono quando chiedo troppo al mio corpo: a Wimbledon sono arrivato da tre mesi di tennis non stop, al Master avevo addosso il logoramento di una stagione intera. La parte mentale ha giocato un ruolo: a Torino gestire le emozioni delle ATP Finals e di tutto ciò che gli ruotava intorno non è stato facile. Alla vigilia avevo un po’ di febbriciattola, tanto ero teso.” Ovviamente il problema della pressione psicologica è molto presente nel tennis e certi atleti ne subiscono i danni più di altri. La testa è tutto. Stefano, il mio mental coach, mi spinge a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. È troppo importante: non vale la pena di svilire tutte le cose belle che ho e sto ottenendo nel tennis” ha spiegato Matteo.

La forza mentale è proprio quella necessaria per battere i più forti della classe e anche Berrettini lo sa bene. “Contro i super top player mi è richiesto, innanzitutto, un salto di qualità mentale. Per di più negli Slam c’è sempre un discorso molto fisico: contro Nole, a Wimbledon e all’Us Open, ho bruciato tutto per vincere il primo set, all’inizio del secondo io ero morto e lui fresco come una rosa. Una delle mie sfide sarà proprio imparare a capire come gestire le energie nei match tre su cinque.” Molti suoi colleghi per sopperire all’inesperienza a livello Slam hanno assoldato nel loro team ex grandi campioni della racchetta lo stesso Matteo si sta ponendo il quesito: “Io e Vincenzo Santopadre, il mio coach, siamo aperti alle novità e umili abbastanza da sapere che, in funzione della crescita di entrambi, uno scenario del genere accadrà”. Il primo nome della lista? “Il sogno è Roger Federer, il mio idolo da bambino. L’unico motivo per cui sarei felice che andasse presto in pensione è se entrasse nel mio team”

 

Quest’anno nella programmazione del 25enne si è aggiunta una lunga tappa in Sud-America che include anche l’ATP 500 di Rio di febbraio. Il motivo di questa scelta? Sia sportivo che sentimentale. “Per affrontare esperienze che non avevo mai fatto, per allargare il bagaglio. E per nonna Lucia, la mamma di mamma, che da cinquant’anni vive a Roma ma è brasiliana. Pandemia permettendo, mi piacerebbe portarla. Ho una lista di amici e parenti da andare a trovare: insieme a lei sarebbe bellissimo.” Inevitabile poi parlare del rapporto che si sta solidificando in questi ultimi mesi con il 20enne Jannik Sinner. Nonostante la differenza d’età, con Jannik ho sempre avuto un bel feeling. Mi ricorda un po’ me stesso: ha una maturità superiore alla sua età. Ho visto nei suoi occhi e nei suoi messaggi che ha capito il dramma sportivo. Se lo è meritato, il posto alle Atp Finals. Qui in Australia stiamo passando tanto tempo insieme. È un rapporto utile a tutti: a me, a Jannik, al tennis italiano e alla squadra di Davis.” E proprio la sfida con la Slovacchia in programma il 4-5 marzo “è una delle mie priorità.” Ma prima, è tempo di Australian Open.

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