La WTA delle nazioni, parte seconda

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La WTA delle nazioni, parte seconda

Nell’arco di una settimana il tennis italiano ha vinto tre tornei, e Roberta Vinci ha raggiunto la top ten. A dimostrazione che a volte anche lo sport più individuale può essere influenzato da dinamiche di squadra

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Questa settimana Roberta Vinci è entrata per la prima volta fra le prime dieci del mondo, coronando finalmente il sogno di una carriera. Questo traguardo è l’ultimo di una serie di successi ottenuti nell’arco di pochi giorni dal tennis femminile italiano: prima la vittoria a San Pietroburgo di Vinci, poi quella a Dubai di Errani, infine Schiavone a Rio de Janeiro. Affermazioni ravvicinatissime da parte di giocatrici della stessa nazione.

Aggiungo un altro dato. Prima di Roberta Vinci, le ultime sei tenniste che hanno esordito in top ten tra il 2015 e il 2016 sono state: Carla Suarez Navarro, Lucie Safarova, Garbiñe Muguruza, Karolina Pliskova, Timea Bacsinszky e Belinda Bencic. Sei giocatrici per tre nazioni: ingresso a coppie di Spagna, Repubblica Ceca e Svizzera; e questo pur essendo tenniste con carriera ed età differenti.

Avevo affrontato il tema l’ottobre scorso, in un articolo (intitolato “La WTA delle nazioni”) che torna di attualità dopo la concentrazione di successi italiani di questi giorni. A volte sembra proprio che queste situazioni siano fatte apposta per mettere in crisi l’idea del tennis professionistico come di uno sport assolutamente individuale, in cui la componente collettiva (e nazionale) non ha alcun ruolo. Ma poi diventa difficile considerare casuali alcuni avvenimenti, e non è certo la prima volta che una nazione sale alla ribalta all’improvviso, con più giocatrici contemporaneamente; negli ultimi quindici anni è accaduto a Russia, Belgio, Serbia, Italia; e recentemente a Germania, Svizzera, Spagna.
Particolarmente eclatanti i casi di Belgio e Serbia, con due giocatrici al numero uno del mondo nel giro di poche settimane: nel 2003 (Clijsters in luglio, Henin in ottobre) e nel 2008 con Ivanovic (ai vertici in giugno) e Jankovic (in agosto).
Non ripeterò qui tutti i ragionamenti fatti altrove; cito solo due stralci:

 

“ (…) la crescita di una nazione non deriva sempre da una guida tecnica comune; non è obbligatoria la vicinanza quotidiana, la relazione di chi matura nello stesso circolo (o academy, o club, che dir si voglia). Non è sempre così, e sarebbe superficiale voler spiegare tutti i fenomeni in un solo modo; eppure si verificano comunque”.

“ (…) le altre tenniste dello stesso paese finiscono per diventare il primo termine di paragone di ogni giocatrice: un paragone che agisce come stimolo. Lo stimolo può nascere da sentimenti positivi, come la stima e l’amicizia, ma anche negativi, come l’antipatia o perfino l’invidia. E’ impossibile entrare nella testa di ogni tennista per sapere che cosa le spinge nel profondo. Sommariamente, però, potremmo dire che ciò che conta è che la giocatrice finisca per pensare all’incirca: “Se ce l’ha fatta lei, allora posso farlo anch’io”.
E’ il punto di partenza determinante, rafforzato dal fatto che l’obiettivo raggiunto dalla propria connazionale non è più astratto, è diventato reale. E se poi, oltre a questo, si instaura un meccanismo di superamento reciproco dei limiti, allora il progresso è ancora maggiore.”

Rimando all’articolo del 2015 per gli approfondimenti, che cercavano anche di evitare generalizzazioni eccessive e criteri interpretativi troppo sommari. Quello che invece vorrei fare oggi è ragionare in termini di movimento per provare a capire se nel prossimo futuro si potranno verificare altre affermazioni “nazionali”.
Lascio da parte il caso italiano, che penso sia conosciuto da chi legge Ubitennis, con il problema evidente di una generazione straordinaria che sta arrivando alla conclusione del proprio ciclo per ragioni anagrafiche. Ho scelto invece altre nazioni che mi pare abbiano la possibilità di riproporre quella spirale virtuosa che spinge le giocatrici a migliorarsi reciprocamente.

Progressi per team potrebbero verificarsi in diversi paesi, anche perchè Stati Uniti, Repubblica Ceca e Russia hanno movimenti molto profondi, ricchi di ricambi. Ma non si possono dimenticare Romania (con Halep, Niculescu, Mitu, Dulgheru), Ucraina (Svitolina, Tsurenko, Bondarenko), Cina, e perfino Canada.
In questa occasione, però, ho scelte altre sei nazioni che, anche se a livelli diversi, mi sembrano in una fase evolutiva particolarmente interessante.

Giappone
Misaki Doi, Kurumi Nara, Nao Hibino. Tutte e tre in crescita nel 2015: chissà che non riescano a spingersi ulteriormente in alto, proponendo finalmente una presenza a buoni livelli di tenniste giapponesi dopo il caso del tutto particolare di Kimiko Date.

Inghilterra
L’Inghilterra degli ultimi anni è stata una squadra sfortunata e incompiuta, con due giovani giocatrici come Heather Watson e Laura Robson che alla fine del 2012 nel giro di poche settimane erano state protagoniste di un significativo salto di qualità, poi non confermato nelle stagioni successive. La causa: i problemi fisici che hanno penalizzato entrambe, in particolare il polso di Robson, la giocatrice con più potenziale, e che secondo me aveva tutte le carte in regola per diventare come minimo una stabile top ten del tennis femminile.
Forse anche per la mancanza dello stimolo di Robson, Watson si è un po’ persa, ma l’affermazione di Joanna Konta potrebbe rimettere in moto il processo positivo bruscamente interrotto tre anni fa.

Svizzera
Timea Bacsinszky e Belinda Bencic, recenti top ten, sono un mix di maturità e freschezza. E si stanno affermando anche come team di Fed Cup, grazie alla presenza di una doppista di super lusso come Martina Hingis. Al momento l’incognita sono le condizioni fisiche di Bacsinszky, che ha concluso il 2016 in Lussemburgo con una lesione ai legamenti del ginocchio che le ha compromesso la preparazione durante l’off season. Ma si può sperare che Timea trovi la forma durante la stagione, e che insieme a Bencic confermi le potenzialità di crescita reciproca.

Spagna
La Spagna vive una situazione molto simile a quella svizzera: da una parte la maggiore esperienza di Suarez Navarro, dall’altra il forte impulso della gioventù di Muguruza. Al di là degli alti e bassi quasi inevitabili nei processi di crescita, direi che sul lungo termine le prospettive di miglioramento ci sono tutte.

Francia
Dopo il ritiro di Amélie Mauresmo, Cornet e Rezai non erano riuscite a sostenere un solida fase di ricambio; mentre Marion Bartoli era sempre stata una figura del tutto indipendente rispetto alle connazionali, con in aggiunta continui attriti a livello federale. La mia impressione è che le cose potrebbero avere preso finalmente il giusto indirizzo grazie a Kristina Mladenovic e Caroline Garcia. Praticamente coetanee (ventiduenni, cinque mesi di differenza) la loro presenza potrebbe mettere in moto il classico meccanismo di spinta reciproca, con progressi in parallelo; tanto per cominciare negli ultimi mesi hanno assunto la leadership del movimento e ottenuto ottimi risultati in Fed Cup. E chissà che sulla loro scia non seguano altre giovanissime come Océane Dodin.

Germania
La Germania potrebbe vivere una vicenda di crescita simile a quella dell’Italia: agli inizi la stabilità fra le prime 15-30 del mondo con giocatrici come Petkovic e Lisicki. Poi i successi in tornei di medio livello (anche per merito di Goerges e Barthel) e la presenza sempre più frequente nella seconda settimana degli Slam; seguiti dall’ingresso in top ten (con Kerber e Petkovic). Infine il grande traguardo: la vittoria in un Major da parte di Angelique Kerber.
Il tennis italiano ha saputo aggiungere al successo parigino di Francesca Schiavone quello di Flavia Pennetta a New York. Non penso si possa escludere che qualche giocatrice tedesca sia in grado di ripetere l’impresa di Angelique: l’età delle protagoniste lascia pensare che abbiano davanti ancora diverse stagioni per sperare di doppiare il successo nello Slam; e del resto Lisicki vanta già una finale a Wimbledon 2013.
In più, per il futuro, a differenza del tennis italiano, si affaccia una generazione di giocatrici più giovani su cui provare a costruire il ricambio (Beck, Friedsam, Witthoeft etc.).

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

Come è stato possibile che una giocatrice diciottenne, sconosciuta fino a tre mesi fa, sia riuscita a vincere lo US Open in un modo mai riuscito prima?

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

L’ultimo US Open femminile è stato lo Slam delle sorprese e dei record. Gli storici e gli statistici si sono sbizzarriti a identificare tutti i numeri che hanno sancito l’eccezionalità della vittoria della giovane Emma Raducanu: i record sono così tanti che per non diventare noiosi è meglio ricordarne solo alcuni.

Prima volta nell’era Open che una giocatrice vince partendo dalle qualificazioni. E senza lasciare set per strada: un totale di dieci partite (tre più sette) con uno score di 20 set vinti e zero persi. Prima dell’era Open a conquistare uno Slam alla seconda partecipazione in assoluto in un Major (anche Pam Shriver nel 1978 aveva raggiunto la finale al secondo tentativo, ma aveva perso contro Evert a New York). Raducanu lo ha fatto senza avere ancora vinto una partita in carriera a livello di “normali” tornei WTA, visto che fuori dai Major aveva affrontato due soli tornei, perdendo sempre all’esordio (Nottingham e San Josè).

Più giovane finale Slam dallo US Open 1999 (Serena Williams contro Hingis). Più giovane campionessa Slam dai tempi di Maria Sharapova a Wimbledon 2004. Seconda vincitrice della storia fuori dalle prime 100 del ranking, preceduta da Kim Clijsters nel 2009 (sempre a New York) quando al rientro nel tennis non aveva ancora una classifica per l’esiguo numero di tornei giocati. Ma anche terza teenager della storia a vincere lo US Open senza concedere set (dopo Seles nel 1992 e Hingis nel 1997).

 

Ultimo dato prima di entrare nel merito delle partite newyorkesi: Raducanu ha vinto il torneo senza affrontare Top 10. Nel corso del suo cammino, infatti, ha incontrato solo due teste di serie: nei quarti la numero 11 Bencic e in semifinale la 17 Sakkari. Ma naturalmente non gliene si può fare una colpa: questo le ha offerto il tabellone, ed Emma più che lasciare le briciole a tutte le avversarie che le sono capitate, non poteva fare.

Ma visto che stiamo parlando di una semi-esordiente, il dato che colpisce è che in carriera non ha ancora mai affrontato una Top 10. In compenso vanta un record niente male: ha giocato 13 volte contro una Top 100 vincendo 11 partite e perdendone solo 2: sconfitta da Zhang Shuai a San Josè e da Tomljanovic a Wimbledon (a Londra Emma perse per ritiro).

Le partite di Emma Raducanu allo US Open
Dopo la wild card ricevuta a Wimbledon in quanto giocatrice di casa, Raducanu si presenta allo US Open senza avere la classifica necessaria per essere ammessa direttamente al tabellone principale. Da numero 150 del ranking è soltanto testa di serie 31 del torneo di qualificazione. Superato piuttosto brillantemente, come detto, senza perdere set. 6-1, 6-2 a Bibiane Schoof, 6-3, 7-5 a Mariam Bolkvadze, e infine 6-1, 6-4 a Mayar Sherif, testa di serie n. 4 delle Quali.

Con i tre successi nelle qualificazioni, Emma conquista l’accesso nello Slam vero e proprio. Il posto capitato nel main draw non è proprio favorevolissimo: primo ostacolo la testa di serie numero 14 Jennifer Brady, semifinalista lo scorso anno, e finalista all’Australian Open 2021. Soprattutto sul cemento, una avversaria davvero impegnativa.

Ma in extremis le cose cambiano. Brady è costretta alla rinuncia a causa di un infortunio. Quando Jennifer dichiara forfait, ormai il sorteggio è fatto, e quindi la porzione di tabellone di Raducanu perde la testa di serie più alta. A sostituirla è la lucky loser Stephanie Voegele. I due set della partita si sviluppano con un andamento identico: Emma parte lenta, subisce un break in avvio, ma dall’1-2 sotto, cambia marcia: controbreak immediato e resto del set dominato. Finisce così 6-2, 6-3, anche se le occorrono ben sette match point per chiudere l’incontro.

Al secondo turno Raducanu trova Zhang Shuai, proprio la giocatrice che l’aveva sconfitta in modo netto all’inizio di agosto a San Josè (6-3, 6-2). Purtroppo non sono riuscito a seguire le loro due partite, e quindi non posso entrare nel merito. In linea generale, penso si possa ricordare questo: la Zhang più recente è un po’ scesa nel ranking perché è diventata piuttosto discontinua; se la mattina si alza con la luna giusta è capace di dare filo da torcere anche alle più forti, ma se invece le manca l’ispirazione, aumenta di molto gli errori e diventa molto più abbordabile.

Con questo non sto affatto dicendo che il risultato opposto delle due partite sia dipeso da Zhang e non da Raducanu. Anzi. Agli atti rimane semmai una dichiarazione di Emma nella conferenza stampa successiva al loro ultimo incontro, nella quale racconta: “Avevo perso contro di lei un mese fa, ma sento che match dopo match sto migliorando, sto imparando a tenere alto il mio livello di gioco senza cali durante la partita. In queste settimane avere affrontato tante avversarie di alto livello mi ha fatto crescere sempre di più”. Sentire parlare di crescita nel corso di un solo mese, una crescita tale da permetterle di rovesciare completamente il risultato contro una giocatrice esperta e di valore come Zhang, sembrerebbe esagerato. Ma nel caso di Emma sono proprio gli eccezionali traguardi raggiunti a rendere credibili affermazioni del genere.

Forse il passaggio più interessante di questa stessa conferenza stampa è quando spiega il suo modo di prepararsi contro le avversarie: “A livello WTA la maggior parte delle giocatrici non ha grandi debolezze; per esempio non puoi pensare di insistere sempre dalla stessa parte in attesa di un errore. Dunque si tratta sia di dare il meglio per quanto riguarda il proprio tennis, sia di saper individuare piccole scappatoie che creino qualche disagio a chi hai di fronte. Con il mio team mi preparo con questi obiettivi. Non sempre ci si riesce, e allora devi andare in campo almeno riuscendo a esprimerti al tuo massimo”. In pratica Emma racconta che affronta i match con un duplice intento: da una parte sviluppare al massimo il suo gioco, ma dall’altra cerca anche di modularlo di volta in volta in funzione del tipo di avversaria che ha di fronte, per metterla a disagio. Cosa che puntualmente si verificherà nei turni successivi del suo torneo.

Superare le qualificazioni, sconfiggere con percorso netto Voegele e Zhang sono rimarchevoli traguardi per una giovanissima. Ma, per quanto mi riguarda, la partita che mi ha davvero fatto drizzare le antenne sul torneo di Raducanu è stata quella di terzo turno contro Sara Sorribes Tormo.

Sorribes nell’ultimo periodo è cresciuta moltissimo, trasformandosi in una specie di muro difensivo. Al punto che oggi è forse la giocatrice più dura da affrontare sul piano della pazienza tattica e della tenuta mentale e fisica, perché regala quasi nulla e riesce a contenere e rimettere in campo una quantità enorme di attacchi, allungando moltissimo ogni scambio. Se non la si affronta con la condizione giusta si rischia di soccombere, come è capitato alla numero 1 Barty alle Olimpiadi di Tokyo.

Invece Emma domina l’incontro con una condotta vicina alla perfezione. Vince addirittura i primi 11 game, e si trova con un match point sul 6-0, 5-0. Sorribes si salva dal cappotto completo, ma rimanda solo di una game la conclusione: 6-0, 6-1. Per Raducanu sono 60 punti vinti complessivi, appena 33 persi, e un saldo finale di +7 tra vincenti ed errori non forzati (23/16). Agli spettatori lascia una sensazione di grande efficacia e chiarezza tecnico-tattica: tanti vincenti ottenuti (appunto 23 su 60 punti totali), senza però mai dare l’idea del colpo tirato alla “va o la spacca”. Emma al contrario è riuscita a trovare la chiave per vincere senza andare sopra le righe.

Riepiloghiamo. Diciotto anni, esordiente senza esperienza a livello WTA, e senza disporre della potenza di Serena Williams o di Aryna Sabalenka. E però capace di lasciare un solo game a Sorribes Tormo, infliggendole la peggiore sconfitta da quando Sara è diventata Top 50. Obbligatorio seguirla con estrema attenzione.

Con queste premesse, la curiosità sul valore di “questa” Raducanu sembrava potesse essere soddisfatta attraverso il più probante ostacolo possibile: il confronto con la numero 1 del mondo Barty. La massima favorita del torneo, e potenziale avversaria al quarto turno. Al termine del match di terzo turno, in conferenza stampa i giornalisti chiedono a Raducanu se è pronta ad affrontare Barty. Emma, forse presaga, prima di entrare nel merito avverte: “Mah, il match di Ashleigh non è ancora cominciato, e la sua avversaria, Shelby Rogers, giocherà di fronte al pubblico di casa. Difficile dire chi vincerà. Quando giochi con il pubblico di casa dalla tua, hai un differente livello di motivazione…”.

Come sappiamo, Shelby Rogers è davvero riuscita fare lo sgambetto a Barty (o forse la stessa Bartiy si è inciampata da sola), ed è quindi Shelby la rivale di quarto turno. Tra Raducanu e Rogers, la partita fila via rapida. Sarà la più breve del torneo di Emma: un’ora e 6 minuti complessivi, con gli spettatori americani presto ammutoliti dalla troppa differenza in campo.

Dopo i primi due game persi in fase di assestamento (ricordo che era la prima volta che Raducanu giocava sull’Arthur Ashe), Emma infila una serie di 11 game consecutivi, esattamente come contro Sorribes, che segnano definitivamente il match. Nel secondo set, concesso il game del 5-1, chiude sul proprio servizio per 6-2, 6-1. Una partita nella quale Rogers lascia la sensazione che, dopo aver dato tutto per superare Barty, non fosse pronta per misurarsi alla pari contro una avversaria motivata, concentrata, e poco disposta a regalare punti come la Raducanu di questo torneo.

Chi si aspettava che la pesantezza del dritto di Shelby potesse diventare un fattore, viene smentito, e nemmeno il servizio l’ha aiutata a rimanere in partita. Infatti Emma non solo ha risposto benissimo, ma per la maggior parte degli scambi ha tenuto in mano l’iniziativa, e questo ha costretto Rogers a rimanere in difesa, l’ambito di gioco nel quale è di gran lunga meno forte.

a pagina 2: Le partite decisive allo US Open

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US Open 2021: Ashleigh Barty davanti a tutte

La numero 1 del mondo si presenta a Flushing Meadows da favorita. Riuscirà a vincere il suo primo Slam sul cemento?

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Dopo il successo a Wimbledon, la numero 1 del mondo Ashleigh Barty si avvicina all’ultimo Slam stagionale nella stessa situazione della vigilia londinese. Vale a dire da numero 1 in tutto: della classifica WTA, della Race e anche delle quote delle agenzie di scommesse. Come se non bastasse, la sua posizione è uscita rafforzata dalla fresca e convincente vittoria di Cincinnati.

Sui prati inglesi, Barty aveva dimostrato di saper gestire la pressione e aveva coronato l’avventura sui prati con il Venus Rosewater Dish. Ora le si chiede di ripetersi sul cemento di New York. Non sarà facile, ma anche i numeri sono dalla sua parte. Oggi in classifica ha oltre tremila punti di vantaggio sulla seconda, che per la prima volta è Aryna Sabalenka, al suo best ranking (10185 punti contro 7010).

In sostanza si cominciano a delineare i contorni di una primato molto solido, ben lontano da quello del 2020, quando Barty era rimasta in vetta più per i modificati meccanismi di calcolo del ranking che per i risultati sul campo. Ricordo che lo scorso anno Ashleigh non aveva giocato a New York e, nella edizione disputata dentro la bolla a causa della pandemia, a prevalere era stata Naomi Osaka.

 

Oggi però Osaka non è più la schiacciasassi di dodici mesi fa. Sembra quasi un meccanismo di vasi comunicanti: settimana dopo settimana, Barty appare sempre più salda e convincente ai vertici WTA, mentre Naomi sta attraversando un periodo di fragilità che mette in dubbio la possibilità di replicare il successo del 2020. Anche se Osaka è una giocatrice di classe, che in carriera ha già vinto 4 Major sul cemento (due negli USA e due in Australia) e quindi non è impossibile che sia capace di ritrovarsi nella occasione più importante.

Prima ancora che si cominci, una cosa è comunque certa: il quadro delle partecipanti sarà molto più completo rispetto allo scorso anno, quando a causa delle rinunce al viaggio negli USA mancarono 6 delle prime 10 giocatrici del ranking.

Rispetto al 2020 torneremo anche ad avere il pubblico sugli spalti, un piccolo vantaggio per le giocatrici di casa. Per la verità le tre tenniste statunitensi più alte in classifica non stanno attraversando un periodo felice. Seguendo uno sfortunato parallelismo, sia la numero 5 Sofia Kenin, che la 14 Jennifer Brady e la 22 Serena Williams hanno attraversato settimane complicate a causa di problemi fisici. Per questo al momento le maggiori speranze statunitensi saranno riposte in Coco Gauff, Jessica Pegula e Danielle Collins, che nel frattempo sono salite in classifica fino a conquistarsi un posto da testa di serie.

In linea generale dietro alle prime quattro del ranking (Barty, Sabalenka, Osaka e Pliskova), la situazione risulta fluida e non semplice da valutare; molto potrebbe dipendere dal sorteggio oltre che dalla forma del momento. Prima di entrare nel dettaglio relativo alla condizione delle prime sedici teste di serie, ecco un semplice riepilogo delle ultime vincitrici Slam. Il numero accanto al nome rappresenta la testa di serie occupata in tabellone:

2019 US Open: 15 Andreescu su 8 Williams

2020 Australian Open: 14 Kenin su Muguruza (non tds)
2020 Wimbledon: non disputato
2020 US Open: 2 Osaka su Azarenka
2020 Roland Garros: Swiatek su 4 Kenin

2021 Australian Open: 2 Osaka su 22 Brady
2021 Roland Garros: Krejcikova su 31 Pavlyuchenkova
2021 Wimbledon: 1 Barty su 8 Pliskova

a pagina 2: La situazione delle prime 8 teste di serie

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