Top ten WTA: bilancio di tre mesi sul cemento, da Serena Williams a Suarez Navarro

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Top ten WTA: bilancio di tre mesi sul cemento, da Serena Williams a Suarez Navarro

Il torneo di Miami ha chiuso la stagione sul cemento per le tenniste di vertice. Chi ha convinto e chi ha deluso nei primi tre mesi dell’anno? Brava Roberta Vinci, molti problemi per Petra Kvitova

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Con il torneo di Miami è terminata la prima parte di stagione WTA. Tre mesi di gioco condotti quasi sempre sul cemento outdoor, in tre continenti diversi: Australia, Asia, Nord America. Questa settimana è occupata da due tornei di transizione: il cemento indoor di Katowice e la terra verde di Charleston; dalla prossima si inizierà a giocare sulla terra rossa. Per questo si può tentare un bilancio sul rendimento delle tenniste di vertice al termine del loro impegno trimestrale sul cemento.

Ho deciso di dedicarmi alle prime dieci, escludendo Sharapova (che è ferma in attesa delle sentenze sul doping) e includendo la attuale numero 11 Suarez Navarro. Per cominciare una tabella riassuntiva sul rendimento dall’inizio dell’anno:

Bilancio top ten primi tre mesi 2016

 

1. Serena Williams
Fra le top ten è quella che ha giocato meno, avendo preso parte ad appena tre tornei: Australian Open, Indian Wells e Miami. Se non si trattasse di Serena il bilancio non sarebbe certo da buttare (due finali raggiunte), tanto è vero che nella Race è terza con oltre 2000 punti. Ma nel suo caso non si possono adottare i metri di giudizio che accontenterebbero una giocatrice qualsiasi; e non si può non rilevare che nel 2015 di questi tempi aveva già vinto a Melbourne e Miami, mentre aveva dato forfait prima della semifinale di Indian Wells. Significa che era ancora imbattuta (18 vittorie, incluso un match di Fed Cup), e lo sarebbe rimasta fino a Madrid. A questo dati ne va aggiunto un altro: non vince un torneo da agosto 2015 (Cincinnati).
La mia sensazione è che sul piano psicologico non si sia ancora del tutto ripresa dalla sconfitta di New York contro Roberta Vinci, cioè dal mancato Grande Slam; ma che in più comincino a farsi sentire problemi fisici, che la limitano negli spostamenti e nella resistenza quando i match si allungano. In sintesi: questi primi tre mesi hanno sollevato diversi interrogativi sul suo rendimento futuro; probabilmente, più che dai tornei sul rosso, le risposte si cominceranno ad avere quando si tornerà a giocare sul veloce (erba e cemento estivi).

2. Angelique Kerber
Per la ventottenne Kerber la prima vittoria-Slam a Melbourne basta e avanza per rendere ampiamente positivo il bilancio: due settimane perfette che fanno passare in secondo piano tutto il resto. Se invece il resto vogliamo provare ad analizzarlo, si trova un rendimento non straordinario, con sconfitte subite da Azarenka (due volte), Zheng, Bencic e Allertova.
Colpisce la differenza con il 2015: allora l’inizio anno era stato disastroso, fino a causarle l’uscita dalla top ten. La risalita, dopo il ritorno con lo storico coach Torben Beltz, era cominciata esattamente in questo periodo, con la vittoria nel torneo di Charleston.
I duemila punti conquistati agli Australian Open l’hanno proiettata al secondo posto sia del ranking che della race; ora sarà interessante vedere se a partire dal successo nel Major saprà costruirsi uno status differente, di livello superiore (come ad esempio riuscì a ventinove anni a Li Na, dopo il successo a Parigi nel 2011) o se invece l’impresa di Melbourne resterà un exploit isolato.

3. Agnieszka Radwanska
Questi i risultati di Radwanska: vittoria nel torneo di Shenzhen nella prima settimana dell’anno, poi tre semifinali (Australian Open, Doha, Indian Wells); a Miami ha peggiorato la media, sconfitta al terzo turno da Timea Bacsinszky. Forse è il segno che per lei è venuto il momento di tirare il fiato, e il forfait nel torneo di casa di Katowice sembra confermarlo. Tutto sommato direi che il 2016 di Radwanska ha ribadito il ritorno ad alti livelli dopo la crisi vissuta ad inizio 2015 (la fase di collaborazione con Martina Navratilova, gli attriti tra il padre e il coach etc etc).
Ma né il buon avvio di stagione, né il successo al Masters nel novembre scorso, sono riusciti a farmi cambiare idea: per Aga il confronto con le rivali di vertice fisicamente più potenti rimane quasi proibitivo, e per spuntarla deve sperare di trovarsele di fronte quando non sono al massimo della forma. Lei però ha sicuramente recuperato fiducia, per questo credo che se le capitasse lo Slam senza avversarie in condizioni ottimali avrebbe la capacità di aggiudicarselo. Bisogna vedere se le stelle le proporranno una situazione del genere o no.

4. Garbiñe Muguruza
Alti e bassi (più bassi che alti), per Muguruza in questo inizio di stagione. Nel 2015 dopo l’exploit della finale di Wimbledon aveva iniziato ad attraversare una fase di instabilità, con alcuni picchi di notevole qualità (la vittoria a Pechino, la finale di Wuhan), alternati a momenti di crisi non solo tecnici ma anche mentali, come ad esempio a Toronto.
Nei primi tre mesi del 2016 ha spesso reso al di sotto delle sue possibilità (sconfitta da Strycova a Melbourne, da Svitolina a Dubai, da McHale a Indian Wells); e in campo è stata protagonista di insoliti scambi di idee con il coach Sam Sumyk, compresa una crisi di sfiducia che testimonia le difficoltà nel reggere la pressione, esponenzialmente cresciuta dopo Wimbledon. Un dato certifica i problemi: fra tutte le top ten è quella che è più indietro nella race, 41ma.
Sembrerebbe un quadro altamente negativo, se non avesse chiuso il torneo di Miami con una grandissima prestazione contro Azarenka, da cui è stata battuta solo dopo due tiebreak al termine di una delle migliori partite dell’anno. Deve provare a ripartire da quel match, perché proprio in Florida ha dimostrato di essere una delle poche in grado di dare filo da torcere alla miglior Azarenka degli ultimi anni.

5. Victoria Azarenka
La dominatrice di questo inizio di 2016, con un bilancio di 22 vittorie e una sola sconfitta, subita da Angelique Kerber agli Australian Open. A parte quella giornata storta, tanti ottimi match, con alcuni picchi di gioco di altissimo livello. In molti frangenti è sembrata proprio di un’altra categoria, e forse solo Muguruza ha dato l’impressione di poter giocare alla pari con lei. Tre tornei vinti (Brisbane, Indian Wells, Miami) e primo posto nella Race con 2930 punti. In pratica dopo appena tre mesi si trova molto vicina ad essersi già garantita la permanenza in top ten per tutto l’anno, e le manca poco per raggiungere la soglia di qualificazione al Masters (ad esempio nel 2015 l’ottava era stata Flavia Pennetta con 3252 punti).
Ora però arriva il difficile, visto che anche nelle sue stagioni migliori il cambio di superficie è sempre coinciso con una flessione di risultati; e infatti 13 dei 20 tornei vinti in carriera se lì è aggiudicati nel primo trimestre, che si conclude con Miami. Non solo: a parte l’International di Marbella (terra rossa), gli altre 19 successi sono sul cemento. Ma la sensazione che ha lasciato l’ultima Azarenka è che le piacciano le sfide, e quella alla terra battuta si presenta con una concorrenza meno qualificata rispetto agli anni scorsi, visto che Sharapova è ferma e Serena pare in difficoltà.

6. Simona Halep
Simona Halep aveva chiuso il 2015 con il secondo posto nel ranking; nel 2016 dopo tre mesi si ritrova sesta. Nove vittorie e sette sconfitte, e ventiduesimo posto nella Race. Altro aspetto negativo per Halep è il confronto con lo stesso trimestre del 2015, quando aveva vinto tre tornei (Shenzhen, Dubai, Indian Wells) e perso a Miami da Serena Williams dopo una grande prestazione; in questa stagione invece è ferma a zero, anche perchè dopo Indian Wells 2015 non ha più vinto tornei.
In diversi periodi dello scorso anno così come nelle prime settimane del 2016 Simona ha avuto problemi al tendine di Achille, che le aveva condizionato non solo i match ma anche gli allenamenti. Un altro aspetto preoccupante è una certa rassegnazione che mi pare di avere intravisto durante alcuni match persi, segno che forse oltre al logorio fisico c’è qualche difficoltà mentale. Ora si tratterà di capire se è effettivamente guarita fisicamente e se con la piena efficienza riuscirà a recuperare la giusta convinzione per cercare di risalire nel ranking.

7. Petra Kvitova
I numeri del primo trimestre 2016 di Petra Kvitova sono i peggiori di tutte le top ten (a parte il dato della race in cui è 39ma, Muguruza è due posti indietro). Il più allarmante è quello dei match vinti/persi, addirittura in negativo (6 vinti, 8 persi); e l’avversaria di classifica più alta sconfitta è stata la numero 38 Strycova. Non si può dire che il divorzio dallo storico coach David Kotyza, avvenuto dopo i fallimentari Australian Open, sia stato sufficiente per recuperare il giusto sprint.
Se si cercano elementi positivi, se ne possono forse trovare due: il primo è che in Nord America ha giocato un po’ meglio rispetto all’Australia, con un tennis tatticamente più vario; il secondo è legato alla condizione fisica: a me pare che Kvitova sia piuttosto asciutta e forse non è mai stata così efficace (compatibilmente con i suoi limiti) nel gioco difensivo. Ma per tornare a fare risultati da top ten occorre che Petra recuperi l’incisività nel gioco offensivo, che è il suo vero punto di forza, a partire dal servizio.
La terra battuta non la agevola, ma se non altro dovrebbe trovare situazioni ambientali meno calde e umide, che non hanno mai contribuito a farla rendere al meglio.

8. Roberta Vinci
Non è mai troppo tardi per togliersi grandi soddisfazioni, almeno per Roberta Vinci. Nel 2015 aveva avuto un inizio stentato, tanto che al termine del torneo di Miami era numero 43 del ranking. Meno di un anno dopo è finalmente riuscita ad approdare in top ten, malgrado la sconfitta al terzo turno degli Australian Open contro Friedsam; poi è salita ulteriormente fino all’ottavo posto. In più in questo inizio di 2016 ha già vinto un torneo di medio livello come San Pietroburgo. In sostanza, continua l’onda lunga positiva della finale degli US Open, e così anche i propositi di ritiro a fine stagione sembrano vacillare.
Vinci nel primo trimestre stagionale ha già preso parte a 9 tornei, più di qualsiasi altra top ten; probabilmente una programmazione così intensa era stata concepita per avere tante possibilità di fare punti, sempre con l’obiettivo del raggiungimento del fatidico decimo posto; in parte ne ha pagato le conseguenze a Indian Wells, quando si è dovuta ritirare contro Rybarikova. Ora che l’obiettivo è stato raggiunto immagino che Roberta rallenterà i ritmi, cercando di presentarsi più fresca ai prossimi grandi appuntamenti sul rosso, una superficie che sicuramente non la sfavorisce.

10. Belinda Bencic
Belinda Bencic ha compiuto 19 anni il mese scorso (10 marzo) ed è reduce da dodici mesi di altissimo rendimento. Numero 34 dopo Miami 2015, nei mesi successivi ha cambiato marcia, arrivando quasi sempre in fondo ai tornei; ha completato l’opera con i risultati della nuova stagione, che le sono valsi l’ingresso in top ten. Nel 2016 Bencic il meglio lo ha dato indoor, con la doppia vittoria in Fed Cup (contro Petkovic e Kerber) e con la finale di San Pietroburgo, mentre non le sono riusciti exploit di pari livello all’aperto.
Forse ultimamente ha perso un po’ di brillantezza, anche per problemi con il peso forma, ma credo che alla sua età sia quasi inevitabile qualche incertezza nel trovare gli equilibri fisici; sono le fisiologiche difficoltà da pagare alla mancanza di esperienza. Ma proprio perché è giovane penso che possa recuperare rapidamente la condizione migliore.

11. Carla Suarez Navarro
L’anno scorso Carla Suarez Navarro aveva avuto una partenza sprint: era entrata per la prima volta in top ten al termine del torneo di Miami e poi aveva accumulato nei primi 5-6 mesi quasi tutti i punti della sua stagione. Ma da Wimbledon in poi era rimasta senza energie, finendo anche per perdere l’occasione di andare al Masters. Tutti quei risultati erano frutto di un progresso tecnico che aveva consentito alla “terraiola” Suarez Navarro di rendere moltissimo anche sul duro, con la finale (non disputata per infortunio) ad Anversa, quella a Miami, la semifinale di Doha e i quarti di finale in altri cinque tornei sul cemento.
Anche quest’anno Carla è partite bene: vittoria a Doha, semifinale a Brisbane e quarti di finale agli Australian Open. Però poi ha dovuto dare forfait a Indian Wells per un infortunio in allenamento alla caviglia destra, mentre al rientro a Miami ha perso subito da Vandeweghe.
Dato che nelle ultime stagioni arriva spesso in fondo anche nei tornei di doppio, il rischio è lo stesso del 2015, cioè ritrovarsi troppo presto in riserva. I punti dei tornei su terra battuta fanno gola, ma forse per lei sarebbe meglio rinunciare a qualcosa per mantenere sufficienti energie; non tanto per i tornei su erba, quanto per l’ultima parte di stagione con il ritorno al caldo del cemento americano e asiatico.

Per chiudere
Una breve nota in chiusura. Se confrontiamo la top ten di inizio 2016 con quella attuale, emerge che la giocatrice più in difficoltà (problemi di Sharapova a parte) è senza dubbio Lucie Safarova. In questo momento è scesa al 15mo posto, con appena tre tornei disputati e altrettante sconfitte al primo turno. Sino ad ora il bilancio è durissimo: nemmeno un set vinto in tutto il 2016.
Con l’inizio della stagione su terra si avvicina anche Roland Garros, torneo nel quale Safarova è stata finalista lo scorso anno. Mi auguro che per allora si sia completamente ripresa dai postumi della malattia che l’ha penalizzata, e che possa avere ritrovato una condizione che le consenta di essere di nuovo competitiva.

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L’insostenibile leggerezza di Leylah Fernandez

È possibile affermarsi ad alti livelli nel tennis contemporaneo malgrado un fisico minuto? Una giovane canadese prova a dimostrarlo, sfidando il circuito WTA

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Leylah Fernandez - Acapulco 2020

Questa settimana, con il torneo Palermo, è ripreso il tennis ufficiale, quello con le regole tradizionali e i punti WTA assegnati a chi vince le partite. Certo, non significa essere tornati alla normalità pre-Covid, considerando i tanti fattori extra sportivi che rendono precaria la gestione degli eventi, ma si prova a ripartire, e a riallacciare i fili di una attività che si è fermata all’inizio di marzo.

Sono infatti passati cinque mesi da quando Indian Wells è stato cancellato, con una decisione presa alla vigilia dei primi match. Per l’articolo di questo settimana, ho pensato di trattare un tema che ci riporta a quei giorni, alle ultime notizie relative al tennis giocato prima dello stop causato dalla pandemia.

La notizia a cui mi riferisco ci sembra oggi molto piccola, visto tutto quanto accaduto dopo, ma è comunque legata al torneo californiano; parlo della assegnazione delle wild card annunciate alla vigilia. A Indian Wells gli organizzatori avevano deciso di premiare, oltre alle tenniste locali, anche due giocatrici non statunitensi. La prima era Kim Clijsters, al ritorno alla attività agonistica. La seconda era una giovanissima canadese, Leylah Fernandez, diciassette anni, che nel mese di febbraio aveva raccolto risultati sorprendenti.

 

Fernandez in occasione del confronto fra Svizzera e Canada di Fed Cup (Biel, 7-8 febbraio) aveva battuto la numero 5 del mondo Belinda Bencic Poi si era trasferita in Messico e, partendo dalle qualificazioni, ad Acapulco aveva raggiunto la finale (sconfitta da Heather Watson). Quindi a Monterrey si era spinta sino ai quarti di finale (fermata da Svitolina). Insomma Leylah era una delle giocatrici del momento, e a Indian Wells avevano pensato che meritasse un riconoscimento, pur essendo ancora fuori dalla prime 100 del ranking.

Per Fernandez quel mese di febbraio ha rappresentato un salto di qualità improvviso, di quelli che si spiegano soprattutto con i progressi repentini dovuti alla età. Stiamo infatti parlando di una teenager nata il 6 settembre 2002, con alle spalle pochissimi match nel circuito maggiore. Del resto sino alla metà del 2019, Leylah aveva giocato soprattutto a livello junior, con risultati piuttosto notevoli: la vittoria al torneo Grado A di Porto Alegre nel 2018, e poi nel 2019 la finale all’Australian Open 2019 (battuta dalla coetanea danese Clara Tauson), e la vittoria al Roland Garros, in finale su Emma Navarro: sei partite vinte senza lasciare per strada nemmeno un set.

Dopo il successo nello Slam parigino, aveva deciso di non giocare più a livello junior, rinunciando quindi all’erba di Roehampton e Wimbledon e poi anche allo US Open, per dedicarsi a tornei ITF in nord America. Obiettivo: crescere nel ranking WTA. Questa scelta (che mi lascia un po’ perplesso, perché per una giovane americana non sono tante le occasioni di sperimentare l’erba) non le ha comunque impedito di diventare numero 1 del mondo junior nel mese di settembre.

In pratica dalla primavera del 2019 Fernandez si è dedicata alla scalata della classifica, per raggiungere in fretta posizioni che le permettessero almeno di accedere alle qualificazioni Slam. E poi, se possibile, anche all’ingresso diretto nella maggior parte dei tornei WTA e dei Major (significa all’incirca sfiorare la top 100). Ricordo che nel 2019 Fernandez aveva cominciato la stagione fuori dalle prime 400 e l’aveva conclusa come numero 209.

All’inizio di quest’anno, Leylah ha centrato il primo obiettivo importante: vittoria nei tre turni di qualificazione e ingresso al main draw dell’Australian Open (poi sconfitta da Lauren Davis al primo turno). Qualche settimana dopo sono arrivati gli exploit già descritti sopra, tra Fed Cup e Messico. Nei due tornei messicani che le sono valsi l’attuale posizione numero 118, le giocatrici più importanti sconfitte sono state Varvara Lepchenko, Lizette Cabrera, Nao Hibino, Stephanie Voegele, Anastasia Potapova.

Ma l’avversaria più di prestigio battuta è stata senza dubbio Sloane Stephens (6-7, 6-3, 6-3). Va detto però che Stephens stava attraversando un pessimo momento di forma: nel 2020 aveva raccolto solo sconfitte, con l’eccezione proprio di Acapulco, dove aveva battuto al primo turno Emma Navarro (sì, quella Navarro che era stata l’avversaria di Fernandez nella finale junior del Roland Garros, e che però da professionista è oltre il 400mo posto in classifica).

Proviamo a definire il quadro della situazione di Fernandez alla luce degli ultimi risultati. Al momento fra le prime 200 del mondo l’unica giocatrice più giovane di lei presente in classifica è Coco Gauff (nata addirittura nel 2004), che però in quanto a precocità costituisce davvero un caso straordinario, capace di confrontarsi con i record assoluti di tutta la storia dell’era Open.

Senza arrivare a quegli estremi, Fernandez rappresenta comunque un esempio molto interessante di giocatrice che compie il passaggio da junior a pro, raccogliendo con sorprendente rapidità risultati significativi. In generale le imprese di Leylah nell’ultimo biennio rappresentano un ulteriore tassello nella crescita del tennis canadese, che nelle ultime stagioni ha espresso parecchi nomi con grande potenziale, e non solo a livello femminile.

a pagina 2: La formazione di Leylah Fernandez

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L’unità di misura di Elise Mertens

La storia di una giocatrice che curiosamente ha compiuto il salto di qualità a partire da uno degli episodi più anomali e controversi degli ultimi anni

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Elise Mertens - Doha 2019 (foto via Twitter, @QatarTennis)

Vi ricordate di Chanelle Scheepers? Capisco che la domanda suoni bizzarra. Anzi, immagino che la maggior parte dei lettori avrà aggrottato la fronte, e cominciato a esplorare gli angoli più reconditi della propria memoria alla ricerca di una risposta.

Avete ragione. Non voglio dire che Scheepers possa essere l’equivalente manzoniano del Carneade di Don Abbondio, ma siamo lì. Eppure quando penso ad Elise Mertens mi viene in mente Chanelle Scheepers. Però la ragione di questa strana associazione posso spiegarla solo alla fine, una volta chiarito il mio punto di vista su Mertens. Quindi prima occorre approfondire la storia e le caratteristiche di Elise, per poter capire fino in fondo il senso della domanda iniziale.

L’idea di scrivere di Elise Mertens mi è venuta durante la stesura degli articoli sui migliori colpi in WTA. Al momento di scegliere le “elette”, Mertens è comparsa in quattro graduatorie: nelle risposte interlocutorie, nei pallonetti, nella lettura e nella costruzione del gioco. Eppure pur essendo già stata ampiamente Top 20 (la sua migliore classifica è numero 12, nel novembre 2018), non le avevo ancora dedicato un articolo. È venuto il momento di colmare la lacuna.

 

Gli inizi di Elise Mertens
Mertens è nata a Lovanio il 17 novembre 1995. Nasce prematura con oltre due mesi di anticipo, unica sopravvissuta di una gravidanza gemellare. Ha detto a questo proposito: “Forse nel tennis sono una lottatrice perché ho cominciato a lottare sin dai primi giorni di vita, quando ho rischiato di non sopravvivere”. A quattro anni inizia a giocare a tennis, seguendo la sorella maggiore Lauren; e ben presto si scopre che sul campo la più dotata in famiglia è la sorella minore. Di lì a poco il Belgio diventerà una nazione leader nel tennis femminile grazie alle imprese di Henin e Clijsters, che sono inevitabilmente gli idoli di Elise da bambina.

A soli tredici anni prende una decisione fondamentale: sceglie di dedicarsi soprattutto al tennis, cominciando a viaggiare per il mondo, accompagnata di solito dalla madre. Della sua carriera da junior colpisce la quantità e la distanza degli spostamenti. Normalmente una tennista di 14-16 anni quando si sposta all’estero tende a stare vicino al proprio paese, raramente cambiando continente. Invece Mertens gioca ovunque: dal Bangladesh all’Egitto, dagli Stati Uniti al Perù, dalla Thailandia alla Colombia. Oltre ai tornei in Europa.

L’attività giovanile è molto intensa (quasi 190 match di singolare nei tornei organizzati da ITF), con risultati notevoli ma non fenomenali. Vince 3 titoli in totale (nessun grado A, un solo grado 1, a Linz nel 2013) ma siccome raramente perde ai primi turni, riesce a entrare in Top 10: numero 7 nell’aprile 2013.

Le giocatrici nate come lei nel 1995 che faranno strada si chiamano Keys, Kontaveit, Sakkari, Putintseva, Peterson, Witthoeft. Nella carriera da junior, però, la sconfitta più dura la vive contro una avversaria più giovane di sei mesi: nell’ottobre 2010 in Thailandia, perde 6-1, 6-0 contro Ashleigh Barty, che è dell’aprile 1996.

Nel suo anno più orientato agli alti livelli da junior, il 2012, Mertens perde nel torneo di Santa Croce da Rebecca Peterson, al Bonfiglio da Bernarda Pera (nata però nel novembre 1994), al Roland Garros da Eugenie Bouchard (anche lei più anziana, del 1994), a Wimbledon da Anett Kontaveit (1995) e allo US Open da Taylor Townsend (1996).

Rispetto ad altre coetanee, Mertens comincia tardi l’attività fra le adulte. Di fatto il suo primo ranking WTA lo ottiene nel 2013, quando va per i 18 anni. Tanto per fare un paragone: alla stessa età Madison Keys sta già entrando in Top 100 e chiuderà quella stagione in Top 40. Il passaggio al professionismo per Elise non è solo tardivo, ma anche non proprio semplice.

Ha scritto lei stessa di recente per Behind the Racquet: “Non è facile compiere il grande passo. Ero in top 10 da junior e mi sono sentita di nuovo al buio, cominciando tutto da capo. È stato emozionante poter ricominciare, ma ho anche avuto paura di tutto il lavoro che mi aspettava. (…) Ho iniziato a giocare i tornei pro più tardi delle altre, a 17 anni, e sono diventata completamente professionista a 18. All’inizio non è stato semplice capire tutte le nuove avversarie. Ho perso molte partite in quel periodo. Ma la sensazione avuta quando ho vinto il primo 10k è stata incredibile. Quella sensazione vincente ti fa andare avanti, la passione ti fa andare avanti”.

Dal 2013 al 2016 sono stagioni di progressi, che le permettono di salire nel ranking senza però imprese memorabili: numero 577 a fine 2013, poi numero 240, quindi 151 e a fine 2016 numero 120. È una traiettoria sicuramente positiva, ma non straordinaria. sino a quando, all’inizio del 2017, arriva il momento che cambia la sua carriera.

a pagina 2: La svolta di Hobart

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L’impegno di Naomi Osaka

Cosa significa per la giocatrice più pagata al mondo prendere posizioni politiche precise e scendere in piazza a manifestare?

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

All’inizio di luglio Naomi Osaka ha scritto alla rivista Esquire, prendendo una posizione pubblica nel dibattito politico che si è sviluppato in seguito alla morte di George Floyd. A mio avviso costituisce una scelta interessante, e non tanto frequente fra le tenniste di vertice degli ultimi anni. Per questo penso meriti qualche riflessione.

Innanzitutto devo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Sono dell’idea che un sito di sport debba parlare di sport, evitando di abbandonare il proprio ambito di riferimento. E non credo che i lettori debbano aspettarsi da un articolo di tennis valutazioni e giudizi sulla questione del razzismo negli USA, su “Black Lives Matter”, etc. etc. In più sono profondamente convinto che per scrivere articoli su un argomento tanto importante occorra avere un livello di competenza su avvenimenti e contesto che non sento di possedere. Naturalmente ho le mie opinioni (penso che Osaka abbia ragione), ma non ho intenzione di entrare nel merito politico del tema.

Qui vorrei piuttosto ragionare su un argomento differente: su che cosa significhi per Osaka avere assunto posizioni politiche tanto nette in modo pubblico. Ricordo che, prima della pubblicazione del testo su Esquire, a fine maggio Naomi aveva già postato sui social un filmato che ritraeva la sua partecipazione a una delle manifestazioni tenute a Minneapolis successive alla morte di George Floyd. E anche se questo messaggio forse aveva avuto meno risonanza, si può dire fosse per certi aspetti anche più forte, visto che non è frequente per un personaggio pubblico decidere di spostarsi in un altra città per unirsi in prima persona alla folla dei manifestanti.

 

Forse sbaglio, ma per esempio non credo che Serena Williams si sia mai spinta tanto avanti. Anche il suo boicottaggio a Indian Wells è sempre stato focalizzato sul singolo torneo e sulle vicende personali che aveva vissuto, più che su una questione politica a vasto raggio, di carattere generale.

Scorrendo la pagina Twitter di Naomi Osaka, ci si rende conto che nelle ultime settimane sono diversi i tweet che si occupano di aspetti politici e sociali. Come dicevo sopra, non è molto frequente che una tennista di vertice come Naomi (già numero 1 del mondo e vincitrice di Slam) si schieri con tale evidenza all’interno del dibattito politico. Siamo più abituati a grandi sportivi che preferiscono evitare di definire inequivocabilmente le loro convinzioni ideologiche. Le ragioni di questo disimpegno possono essere personali: scarso interesse verso la situazione, o desiderio di riservatezza. Ma la prima motivazione che viene in mente, è quella economica. Economica perché gli sportivi più popolari ricavano una quota significativa dei loro introiti dalle sponsorizzazioni.

Proprio qualche settimana fa abbiamo appreso da Forbes che Osaka a soli 22 anni costituisce la figura di riferimento di un piccolo impero commerciale. Con 37,4 milioni di dollari totali guadagnati nel 2019, Naomi è infatti risultata la sportiva donna più pagata della storia. E l’atleta (uomini e donne) numero 29 della classifica complessiva relativa ai guadagni.

Se però guardiamo dentro al suo bilancio, le cose si fanno ancora più interessanti. Di questi 37,4 milioni totali, infatti, ben 34 derivano dagli sponsor. Se consideriamo solo questa fonte di profitto, Osaka nella classifica sale addirittura al numero 8 a livello assoluto (uomini e donne). E nel tennis solo Federer guadagna dagli sponsor più di lei. Atleti come Djokovic, Nadal, Serena Williams, nel 2019 hanno ricavato meno di Naomi.

Credo di non sbagliare se sostengo che ogni agente di grandi sportivi suggerisce al proprio cliente di non esternare su argomenti che possono scontentare una parte del pubblico, e quindi del mercato. In un certo senso è insito nel concetto stesso di testimonial: al testimonial si chiede di piacere alle persone; anzi: di piacere al maggior numero di persone possibile. Ecco perché quando lo sportivo è un testimonial veramente importante, si preferisce che assuma atteggiamenti “ecumenici” e non divisivi.

Certo, si possono verificare anche casi opposti, cioè di sportivi che a priori non possono offrire una immagine unificante, e vengono scelti dalle aziende perché sono “contro”. Penso per esempio a giocatori come Dennis Rodman o più recentemente alla decisione di Nike di mettere sotto contratto Colin Kaepernick. Ma è molto improbabile che diventino i più pagati dagli sponsor.

E non è nemmeno così importante se oggi certe scelte politiche possono sembrare più “mainstream” (valutazione comunque tutta da dimostrare): in ogni caso per chi deve promuovere un prodotto sul mercato, non conta solo essere in linea con la maggioranza, ma anche non inimicarsi la minoranza.

Probabilmente il testimonial sportivo per eccellenza degli ultimi anni è stato Michael Jordan; e a lui si attribuisce una frase che spiega in poche parole la situazione: “Anche i repubblicani comprano le scarpe sportive”. Che questa famosa affermazione sia vera o no (Jordan forse non l’ha mai pronunciata, ma non l’ha nemmeno smentita prima che diventasse proverbiale), resta il fatto che sintetizza molto bene l’idea di un testimonial che deve maneggiare con estrema circospezione certi argomenti, perché possono diventare esplosivi.

La storia dello sport ci insegna anche che le prese di posizione politiche possono diventare devastanti per la carriera di un atleta. Uno dei casi più celebri riguarda i protagonisti della protesta sul podio dei 200 metri delle Olimpiadi di Città del Messico ’68 (Tommie Smith, John Carlos, ma anche l’australiano Peter Norman), che hanno pagato dure conseguenze per quella immagine diventata un simbolo mondiale.

Torniamo al tennis. Forse il caso di grande giocatrice che quando era ancora in attività si è più esposta su questioni extrasportive è stata Martina Navratilova. Nel momento in cui ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, per la mentalità dell’epoca stava compiendo un atto politico, più di quanto forse possa apparire oggi. Un atto che non era stato privo di conseguenze.

Nel documentario che ESPN ha dedicato alla sua rivalità con Chris Evert (Unmatched, uscito nel 2013) Martina ricorda che quando ha cominciato a vincere molto, c’erano media statunitensi che presentavano le sue partite contro Chris come uno scontro tra bene e male. Scontro nel quale Evert impersonava il bene (la “fidanzata” della porta accanto) e Navratilova il male (la giocatrice proveniente da un paese comunista e per di più lesbica):

Certo, se paragoniamo le conseguenze sulla carriera avute da Navratilova con quelle subite dagli sprinter di Città del Messico ci rendiamo conto che Martina ha avuto molti meno problemi. E questo varrà sicuramente anche per Osaka; non solo perchè sono cambiati i tempi, ma anche perché, al contrario di altre discipline, il tennista professionista è sostanzialmente una entità autonoma, che (se gioca bene ed è forte) non deve passare attraverso le maglie delle federazioni o dei club per poter svolgere la propria attività.

Però non sono in ogni caso tutte rose e fiori. Una tennista in attrito con la propria federazione potrebbe dover rinunciare alla Fed Cup e molto probabilmente anche alle Olimpiadi. A proposito di Olimpiadi: Osaka lo scorso anno era stata scelta dal comitato di Tokyo 2020 come testimonial dei Giochi (rinviati al 2021 a causa della pandemia); e chissà se gli organizzatori dell’evento hanno gradito le sue ultime mosse pubbliche.

Questo ci introduce a un altro aspetto che riguarda Naomi: il pronunciamento politico di una giocatrice giapponese su questioni che hanno avuto il loro fulcro negli Stati Uniti. Ricordo che Osaka è nata in Giappone (da madre giapponese e padre haitiano), ma la sua famiglia si è trasferita negli USA quando lei aveva tra anni, e dunque negli USA risiede da circa 20 anni.

Ecco, la scelta di Osaka è forse un po’ più coraggiosa se teniamo conto del fatto che Naomi è scesa in piazza negli Stati Uniti da “straniera”. Infatti per obblighi stabiliti dalla legge giapponese, lo scorso anno ha dovuto rinunciare al passaporto statunitense. Ma evidentemente in questo caso ha prevalso la sua storia personale, ricca di riferimenti transnazionali, che non si possono confinare dentro i vincoli di una cittadinanza. Lo ha sostenuto lei stessa in una parte dell’articolo su Esquire:Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”.

Ecco un altro elemento da non sottovalutare della decisione di Osaka: la sua scelta politica a favore di una società plurale, espressa in quanto giocatrice e cittadina giapponese. Non dimentichiamo che se Osaka ha guadagnato così tanto, molto lo deve agli sponsor del sol levante. E cultura e mentalità giapponese non sono quelle statunitensi.

Ha scritto Naomi a proposito del suo rapporto con il paese di nascita: “Il Giappone è una nazione molto omogenea, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora, siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media”.

Sotto questo aspetto va ricordato come lo scorso anno ci furono polemiche per un cartone animato realizzato da uno sponsor giapponese di Naomi in cui era raffigurata come una giocatrice di pelle bianca. Allora lei si era espressa in modo tutto sommato più accomodante (“Avrebbero dovuto parlarmene”). Difficile dire se perché ritenesse la vicenda secondaria, o perché non desiderasse ancora esporsi in modo così deciso come ha fatto di recente. E questa evoluzione ci conduce agli aspetti più personali del suo impegno.

a pagina 2: L’aspetto personale della Osaka “politica”

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