(S)punti tecnici: i migliori possono migliorare? Dal n°6 al n°10. Più uno svizzero

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici: i migliori possono migliorare? Dal n°6 al n°10. Più uno svizzero

Concludiamo la preview tecnica del 2017 analizzando la seconda metà della top-10. Più un certo svizzero, sceso al n°16, che però merita di essere tenuto d’occhio

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Qui la prima parte, i top-5

Marin Cilic

Per il numero uno croato è stata una buona stagione, il ranking di numero 6 alla fine dell’anno non è affatto da buttar via, ma la batosta subita nella finale di Coppa Davis potrebbe avere qualche strascico. Nel 2016, almeno un’altra occasione d’oro è sgusciata dalle mani di Marin, il match perso contro Federer nei quarti di Wimbledon, subendo più la personalità e la grinta da campione dello svizzero, palesemente acciaccato a livello di forma fisica, che il suo tennis. Considerando che poi, in semifinale, lo stesso Roger a mezzo servizio per poco non fregava anche Raonic, il rimpianto per Cilic risulta notevole, sarebbe stato un buon “corridoio” per un risultato di grande prestigio. Quantomeno, regalarsi la chance di giocarsela sarebbe stato importante. Lo stesso si può dire del singolare di Zagabria contro del Potro, l’impressione è stata che nel momento decisivo il croato abbia ceduto di testa. Marin è nella fase potenzialmente migliore della carriera, dopo l’exploit del 2014 agli US Open si è pure levato la pressione del primo successo al massimo livello, quello che dovrebbe fare a partire dal prossimo anno è semplicemente ritrovare convinzione e fiducia nei propri mezzi. Tecnicamente, dopo il lavorone fatto con Goran Ivanisevic, dovrebbe prendersi maggiori rischi con il dritto. Il servizio è ottimo, potrebbe essere più continuo considerando soprattutto il fisico che ha, il rovescio è da sempre il colpo naturale. Ma a New York due anni fa Marin ha vinto a forza di buchi sul cemento fatti con il dritto, in quei giorni per lui magici lo chiudeva da qualsiasi posizione del campo. Recentemente, l’ho visto impantanarsi troppo spesso in scambi lunghi sulle diagonali, senza il coraggio di azzardare l’anticipo e l’accelerazione: Cilic deve ritornare all’esplosività, ai rischi calcolati del tennis percentuale, e sparare il vincente entro tre-quattro colpi al massimo. Quando in passato l’ha fatto, a momenti è stato inarrestabile.

 
Gael Monfils - ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Gael Monfils – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Gael Monfils

Se c’è qualcuno dei top-10 che avrebbe un bisogno disperato, ma disperato davvero, di un coach di grandissima personalità, quello è proprio “testamatta” Monfils. Tecnicamente, ha tutto, fondamentali esplosivi, servizio e dritto in particolare, dal punto di vista fisico è semplicemente il migliore in assoluto, unendo potenza e reattività ad agilità ed elasticità straordinarie. Il problema, però, è che l’essere tanto istrionico e “showman” a livello di carattere gli fa perdere troppo spesso di vista la lucidità tattica, arrivando addirittura a far dubitare che creda poco lui per primo di poter vincere i match che pesano. Per imbrigliare, indirizzare e tenere sotto controllo una “bestiaccia” simile, Mikail Tillstrom (parlando con tutto il rispetto e la stima possibili) è forse troppo tecnico e non abbastanza punto di riferimento comportamentale ed emotivo. Ci vorrebbe un Bresnik, un Norman, un Piatti, gente che ne ha viste di tutti i colori e che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, oppure un grande ex alla Lendl o Becker. Qualcuno in grado di “salire sopra” a Gael come carisma, insomma, e capace di tenerlo in riga quando necessario. Rendiamocene conto tutti: questo, giocando praticamente a caso, tipo “oggi tiro tutto, domani invece solo slice, dopodomani serve&volley, e sparare spesso la seconda palla a 200 all’ora mi piace troppo” è 7 del mondo, top-15 da una vita. Se mettesse insieme i pezzi del puzzle, e sarebbe ora visto che ha trent’anni, sarebbe da semifinale Slam fissa ovunque, come minimo.

Dominic Thiem - ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Dominic Thiem – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Dominic Thiem

Anche per il giovane (ormai relativamente) austriaco, il 2017 deve essere l’anno della svolta definitiva, del salto di qualità decisivo, se vorrà sedersi una volta per tutte alla “tavola dei grandi” e rimanerci a lungo. Tecnicamente, è tra i più completi nei fondamentali, rimando qui a una dettagliata analisi tecnica di qualche mese fa. Certo, come un po’ tutti i suoi colleghi ai piani altissimi del ranking andare a rete non solo a stringere la mano agli avversari male non gli farebbe, visto pure che se la cava niente male. In generale, però, Dominic dovrebbe cercare a tutti i costi di avanzare almeno un metro la posizione in campo. Così fa semplicemente troppa fatica, e alla lunga la paga. L’esempio è Stan Wawrinka: abituarsi a cercare la palla un passo avanti rispetto al solito (parliamo di colpire un metro fuori dal campo invece che due, eh, mica di diventare Davydenko e giocare a ping pong di controbalzo), ha significato la differenza tra essere un buon top-15-20 ed essere un plurivincitore Slam. Se Dominic lo capisse qualche anno prima di Stan, potrebbe fare anche meglio dello svizzero, il che non sarebbe poco a mio avviso. Collegato a questo problema dell’impostazione tanto fisica e dispendiosa sullo scambio, pallate su pallate su pallate a tutto braccio da lontanissimo, con conseguente tremenda fatica in ogni singolo match, c’è il problema della programmazione. Adesso come adesso, giocando in quel modo Thiem vince (e vincerà) tanto, ma regge sei mesi scarsi a stagione. O “snellisce” gli schemi tattici cercando di abbreviare appena possibile gli scambi, o diminuisce di brutto i tornei a cui si iscrive. Per il 2017, mi piacerebbe vedere almeno un mix delle due opzioni, perché un Dominic che gioca qualche evento in meno, e lo fa in modo più aggressivo e propositivo, potrebbe diventare un problema per tutti, dall’inizio alla fine dell’anno.

Rafael Nadal - US Open 2016 (foto di Roberto Dell'Olivo)

Rafael Nadal – US Open 2016 (foto di Roberto Dell’Olivo)

Rafael Nadal

Cosa aspettarsi dal 2017 di Rafa? Dal punto di vista tecnico, il Nadal di questa parte finale della carriera è alla ricerca della maggiore aggressività e incisività possibili, soprattutto con il dritto. Difficile pensare che il maiorchino, dopo una vita di lotta feroce da fondocampo, e innumerevoli avversati stritolati a forza di pressione asfissiante, top-spin spaventoso, e rincorse a perdifiato, possa approcciare queste ultime stagioni da professionista con lo stesso piano tattico di sempre. Certamente, se il fisico sarà a posto, sulla prediletta terra rossa un Rafa in palla potrà anche impostare qualche torneo “alla vecchia”, imponendo la sua proverbiale grinta, la tenuta atletica, la difesa e il contrattacco, ma sarebbe dura farlo per tutto l’anno, su ogni campo. In ogni caso, come già ampiamente analizzato, moltissimo dipenderà proprio dalla fiducia e dall’efficacia del suo colpo più devastante: le ultime volte che l’ho visto da vicino a New York l’attenzione dedicata all’allenamento del dritto era evidente. Essendo tale esecuzione molto “costruita”, per quanto sia incredibile come arma nello scambio, è anche un indicatore decisamente chiaro dello stato di forma di Rafa, in particolare la profondità delle traiettorie. Se Nadal si presenterà ai nastri di partenza del 2017 portandosi in dotazione il suo “vero dritto”, e per questo ci vorrà ottima preparazione atletica, e positività mentale, potrà sicuramente dire la sua, e togliersi diverse soddisfazioni. Sono passati gli anni in cui a Parigi si giocava per il secondo posto, ma Rafa è Rafa, e fase calante o meno, chiunque se lo troverà in tabellone al Roland Garros non sarà tranquillo per niente. Chiunque, Djokovic e Murray compresi.

Tomas Berdych - Australian Open 2016 (foto di Jason Heidrich)

Tomas Berdych – Australian Open 2016 (foto di Jason Heidrich)

Tomas Berdych

Uno dei più grandi colpitori puri che il circuito ATP abbia mai visto, dritto, rovescio, servizio, tutto perfetto, uno spot per la scuola tennistica della Repubblica Ceca, come – al femminile – nel caso di Karolina Pliskova. Ma dopo una carriera intera passata facendo (magnificamente!) sempre e solo lo stesso identico gioco, è difficile pensare che Tomas possa evolversi in un tennista più vario e duttile tatticamente. Un po’ come Marin Cilic, o Juan Martin del Potro, lui spara tutto con relativamente poca rotazione in top-spin, quando colpisce con gli appoggi stabili è ingiocabile, ma per l’appunto fa solo quello. Il che comunque, data la qualità tecnica, è stato sufficiente per raggiungere la quarta posizione del ranking, e una finale a Wimbledon. Non è facile andare in fondo agli Slam giocando così pulito e lineare, prima o poi un top-player che ti scardina il gioco e le certezze lo trovi sempre, e nel caso di Tomas, l’eterno piazzato, è andata esattamente così. Rimane, dal punto di vista tecnico, un notevole rimpianto che un giocatore di tale livello non abbia mai piazzato la zampata vera in un Major, se lo sarebbe meritato almeno quanto, per l’appunto, Cilic e del Potro, che il loro “momento magico” lo hanno avuto e meritatamente sfruttato. Nel 2017 è difficile aspettarsi da Berdych granché di più o di diverso di quanto mostrato finora, ma lo spettacolo di pulizia e potenza degli impatti che è in grado di offrire sarà comunque da apprezzare, almeno per gli spettatori più attenti ai dettagli della tecnica e alla qualità delle esecuzioni. Probabilmente, uno degli ultimi anni di circuito anche per Tomas, che a mio avviso andrebbe rivalutato in generale come giocatore, ed è pure un tipo simpaticissimo, spiritoso e alla mano se conosciuto di persona.

Roger Federer - Wimbledon 2016

Roger Federer

“Guest star” obbligatoria in una preview come questa, anche se inizierà l’anno da numero 16 del mondo. Esattamente come nel caso di Rafael Nadal, il grande rivale con cui la carriera del fuoriclasse svizzero si sovrappone e si interseca da sempre, bisognerà vedere a che punto sarà Roger fisicamente. Il tempo per rientrare al massimo possibile della forma se lo è preso tutto, i colpi e la tecnica non si discutono. Mi aspetto da Federer grande intensità in pochi appuntamenti mirati, soprattutto nei tornei su erba e sul cemento americano in estate. Il gioco dovrà necessariamente essere più aggressivo e arrischiato che mai, il che comporterà certamente diverse sconfitte quando le cose non dovessero girare tutte per il verso giusto. Ma stiamo parlando di Roger Federer, con un braccio del genere basta azzeccare le proverbiali due settimane di picco di forma, e nessun traguardo è precluso. Un vantaggio non indifferente sarà anche la totale assenza di pressione, tutto quello che arriverà di buono sarà un “di più”. Roger ha anche una grandissima capacità di focalizzarsi e dare il massimo negli appuntamenti che contano davvero, quest’anno pur in condizione fisica ben lontana dal top, nei due Slam che ha giocato ha fatto semifinale: come minimo, bisognerà considerarlo una mina vagante pazzesca nei tabelloni finché non risalirà verso le teste di serie più alte. Oltre a questo, posso solo immaginare il sostegno e il tifo sfrenato di cui godrà ovunque, contro chiunque, la favola del campionissimo che si gioca le ultime possibilità di una carriera leggendaria è da sempre il massimo per entusiasmare gli appassionati. Dovesse invece andare male, pazienza: anche solo qualche “Federer moment” durante il 2017, di quelli che fecero saltare David Foster Wallace (e mezzo mondo) dal divano, sarà un regalo di cui essere grati tutti.

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(S)punti Tecnici

US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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(S)punti Tecnici

Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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(S)punti Tecnici

Montreal, spunti tecnici: bentornato, Andy Murray

Bello rivedere in campo un campione che temevamo perduto. Analisi della sua esemplare tecnica della risposta al servizio, in vista del ritorno in singolare a Cincinnati

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da Montreal, il nostro inviato

Onestamente, dopo la gran paura che fece prendere a tutti noi a Melbourne quest’anno, scrivere di Sir Andy Murray è un autentico piacere. All’indomani dell’annuncio della partecipazione al Masters 1000 di Cincinnati in singolare, segno che dopo la rischiosa operazione all’anca si sente definitivamente bene, andiamo a vedere insieme uno dei gesti tecnici da sempre migliori del campione britannico: la risposta al servizio. In particolare, è molto interessante analizzare il gioco di gambe di Andy nella proiezione verso la palla, il footwork in generale di Murray è magnifico.

Nel breve video qui sopra, prima una risposta di rovescio, poi una di dritto. Dal vivo e da vicino, una delle cose che più colpiscono di Andy sono le sue caratteristiche movenze felpate, va verso la palla in modo morbido ed elastico, come fosse un gattone. In particolare, nel passaggio del peso dal primo passo lungo in avanzamento allo split step frontale, che successivamente lo proietterà a sinistra o a destra. Diamo un’occhiata più in dettaglio ai frames tratti dallo stesso filmato.

 

Cose belle belle: il timing nello step, che lo fa praticamente fluttuare verso gli appoggi finali, la coordinazione perfetta della rotazione busto spalle, contemporanea alla proiezione in avanti-sinistra della gamba opposta (la destra), il gesto della mano di richiamo (la sinistra) a “tenere su” la testa della racchetta per compensare un attimo di ritardo nello swing (gli stava servendo a tutta Marin Cilic, quindi botte non indifferenti). Che bravo. Vediamo il lato del dritto.

Cose belle belle: sempre la leggerezza unita alla potenza e alla precisione degli appoggi, la gestione dell’asse di equilibrio (Andy sta su perfetto come un filo a piombo dall’inizio alla fine dell’esecuzione, anche in semi-allungo laterale su uno slice di Cilic, che non è uno scherzo), e soprattutto il passo in dinamica della gamba opposta (la sinistra), ancora più evidente che dal lato del rovescio. Il motivo, ovviamente, è che non essendoci il busto di mezzo, l’allungo è superiore, il che comporta la necessità di un passo e di un successivo appoggio più avanzato e largo per compensare la sbracciata mantenendo centrale il peso. Una vera lezione, coach Andy, grazie davvero.

Qui sopra, infine, un altro paio di rovesci in palleggio (a sinistra Andy è uno spettacolo), uno slice e un diagonale in corsa. Un vero piacere guardarlo.

Personalmente, ho sempre mantenuto un salutare distacco dai fanatismi tennistici, e sto pure imparando ad accettare che pressoché qualsiasi cosa io scriva, ci sarà qualcuno che si lamenta perché a suo dire non ho elogiato a sufficienza Federer, Nadal o Djokovic, o vattelapesca. Vabbè, son dinamiche anche psicologiche davanti a cui mi arrendo. Parlando di Andy Murray, però, specialmente in occasione di questo suo rientro, lo dichiaro da ora: io per Muzza farò il tifo contro chiunque giochi, ma tifo vero, di quelli che si esulta al doppio fallo dell’avversario.

Perché se lo merita, se lo si conosce un minimo personalmente è un ragazzo che definire cordiale e simpatico è poco, perché a livello di carattere e apertura mentale (questo lo potete verificare anche senza essere addetti ai lavori, basta scorrere i suoi profili social) è uno da cui una marea di gente avrebbe solo da imparare. Nel frattempo, a proposito di imparare, riguardo alla tecnica del gioco di gambe nella risposta al servizio in avanzamento, le immagini sono lì sopra.

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