(S)punti tecnici: i migliori possono migliorare? Dal n°6 al n°10. Più uno svizzero

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici: i migliori possono migliorare? Dal n°6 al n°10. Più uno svizzero

Concludiamo la preview tecnica del 2017 analizzando la seconda metà della top-10. Più un certo svizzero, sceso al n°16, che però merita di essere tenuto d’occhio

Pubblicato

il

Qui la prima parte, i top-5

Marin Cilic

Per il numero uno croato è stata una buona stagione, il ranking di numero 6 alla fine dell’anno non è affatto da buttar via, ma la batosta subita nella finale di Coppa Davis potrebbe avere qualche strascico. Nel 2016, almeno un’altra occasione d’oro è sgusciata dalle mani di Marin, il match perso contro Federer nei quarti di Wimbledon, subendo più la personalità e la grinta da campione dello svizzero, palesemente acciaccato a livello di forma fisica, che il suo tennis. Considerando che poi, in semifinale, lo stesso Roger a mezzo servizio per poco non fregava anche Raonic, il rimpianto per Cilic risulta notevole, sarebbe stato un buon “corridoio” per un risultato di grande prestigio. Quantomeno, regalarsi la chance di giocarsela sarebbe stato importante. Lo stesso si può dire del singolare di Zagabria contro del Potro, l’impressione è stata che nel momento decisivo il croato abbia ceduto di testa. Marin è nella fase potenzialmente migliore della carriera, dopo l’exploit del 2014 agli US Open si è pure levato la pressione del primo successo al massimo livello, quello che dovrebbe fare a partire dal prossimo anno è semplicemente ritrovare convinzione e fiducia nei propri mezzi. Tecnicamente, dopo il lavorone fatto con Goran Ivanisevic, dovrebbe prendersi maggiori rischi con il dritto. Il servizio è ottimo, potrebbe essere più continuo considerando soprattutto il fisico che ha, il rovescio è da sempre il colpo naturale. Ma a New York due anni fa Marin ha vinto a forza di buchi sul cemento fatti con il dritto, in quei giorni per lui magici lo chiudeva da qualsiasi posizione del campo. Recentemente, l’ho visto impantanarsi troppo spesso in scambi lunghi sulle diagonali, senza il coraggio di azzardare l’anticipo e l’accelerazione: Cilic deve ritornare all’esplosività, ai rischi calcolati del tennis percentuale, e sparare il vincente entro tre-quattro colpi al massimo. Quando in passato l’ha fatto, a momenti è stato inarrestabile.

 
Gael Monfils - ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Gael Monfils – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Gael Monfils

Se c’è qualcuno dei top-10 che avrebbe un bisogno disperato, ma disperato davvero, di un coach di grandissima personalità, quello è proprio “testamatta” Monfils. Tecnicamente, ha tutto, fondamentali esplosivi, servizio e dritto in particolare, dal punto di vista fisico è semplicemente il migliore in assoluto, unendo potenza e reattività ad agilità ed elasticità straordinarie. Il problema, però, è che l’essere tanto istrionico e “showman” a livello di carattere gli fa perdere troppo spesso di vista la lucidità tattica, arrivando addirittura a far dubitare che creda poco lui per primo di poter vincere i match che pesano. Per imbrigliare, indirizzare e tenere sotto controllo una “bestiaccia” simile, Mikail Tillstrom (parlando con tutto il rispetto e la stima possibili) è forse troppo tecnico e non abbastanza punto di riferimento comportamentale ed emotivo. Ci vorrebbe un Bresnik, un Norman, un Piatti, gente che ne ha viste di tutti i colori e che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, oppure un grande ex alla Lendl o Becker. Qualcuno in grado di “salire sopra” a Gael come carisma, insomma, e capace di tenerlo in riga quando necessario. Rendiamocene conto tutti: questo, giocando praticamente a caso, tipo “oggi tiro tutto, domani invece solo slice, dopodomani serve&volley, e sparare spesso la seconda palla a 200 all’ora mi piace troppo” è 7 del mondo, top-15 da una vita. Se mettesse insieme i pezzi del puzzle, e sarebbe ora visto che ha trent’anni, sarebbe da semifinale Slam fissa ovunque, come minimo.

Dominic Thiem - ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Dominic Thiem – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Dominic Thiem

Anche per il giovane (ormai relativamente) austriaco, il 2017 deve essere l’anno della svolta definitiva, del salto di qualità decisivo, se vorrà sedersi una volta per tutte alla “tavola dei grandi” e rimanerci a lungo. Tecnicamente, è tra i più completi nei fondamentali, rimando qui a una dettagliata analisi tecnica di qualche mese fa. Certo, come un po’ tutti i suoi colleghi ai piani altissimi del ranking andare a rete non solo a stringere la mano agli avversari male non gli farebbe, visto pure che se la cava niente male. In generale, però, Dominic dovrebbe cercare a tutti i costi di avanzare almeno un metro la posizione in campo. Così fa semplicemente troppa fatica, e alla lunga la paga. L’esempio è Stan Wawrinka: abituarsi a cercare la palla un passo avanti rispetto al solito (parliamo di colpire un metro fuori dal campo invece che due, eh, mica di diventare Davydenko e giocare a ping pong di controbalzo), ha significato la differenza tra essere un buon top-15-20 ed essere un plurivincitore Slam. Se Dominic lo capisse qualche anno prima di Stan, potrebbe fare anche meglio dello svizzero, il che non sarebbe poco a mio avviso. Collegato a questo problema dell’impostazione tanto fisica e dispendiosa sullo scambio, pallate su pallate su pallate a tutto braccio da lontanissimo, con conseguente tremenda fatica in ogni singolo match, c’è il problema della programmazione. Adesso come adesso, giocando in quel modo Thiem vince (e vincerà) tanto, ma regge sei mesi scarsi a stagione. O “snellisce” gli schemi tattici cercando di abbreviare appena possibile gli scambi, o diminuisce di brutto i tornei a cui si iscrive. Per il 2017, mi piacerebbe vedere almeno un mix delle due opzioni, perché un Dominic che gioca qualche evento in meno, e lo fa in modo più aggressivo e propositivo, potrebbe diventare un problema per tutti, dall’inizio alla fine dell’anno.

Rafael Nadal - US Open 2016 (foto di Roberto Dell'Olivo)

Rafael Nadal – US Open 2016 (foto di Roberto Dell’Olivo)

Rafael Nadal

Cosa aspettarsi dal 2017 di Rafa? Dal punto di vista tecnico, il Nadal di questa parte finale della carriera è alla ricerca della maggiore aggressività e incisività possibili, soprattutto con il dritto. Difficile pensare che il maiorchino, dopo una vita di lotta feroce da fondocampo, e innumerevoli avversati stritolati a forza di pressione asfissiante, top-spin spaventoso, e rincorse a perdifiato, possa approcciare queste ultime stagioni da professionista con lo stesso piano tattico di sempre. Certamente, se il fisico sarà a posto, sulla prediletta terra rossa un Rafa in palla potrà anche impostare qualche torneo “alla vecchia”, imponendo la sua proverbiale grinta, la tenuta atletica, la difesa e il contrattacco, ma sarebbe dura farlo per tutto l’anno, su ogni campo. In ogni caso, come già ampiamente analizzato, moltissimo dipenderà proprio dalla fiducia e dall’efficacia del suo colpo più devastante: le ultime volte che l’ho visto da vicino a New York l’attenzione dedicata all’allenamento del dritto era evidente. Essendo tale esecuzione molto “costruita”, per quanto sia incredibile come arma nello scambio, è anche un indicatore decisamente chiaro dello stato di forma di Rafa, in particolare la profondità delle traiettorie. Se Nadal si presenterà ai nastri di partenza del 2017 portandosi in dotazione il suo “vero dritto”, e per questo ci vorrà ottima preparazione atletica, e positività mentale, potrà sicuramente dire la sua, e togliersi diverse soddisfazioni. Sono passati gli anni in cui a Parigi si giocava per il secondo posto, ma Rafa è Rafa, e fase calante o meno, chiunque se lo troverà in tabellone al Roland Garros non sarà tranquillo per niente. Chiunque, Djokovic e Murray compresi.

Tomas Berdych - Australian Open 2016 (foto di Jason Heidrich)

Tomas Berdych – Australian Open 2016 (foto di Jason Heidrich)

Tomas Berdych

Uno dei più grandi colpitori puri che il circuito ATP abbia mai visto, dritto, rovescio, servizio, tutto perfetto, uno spot per la scuola tennistica della Repubblica Ceca, come – al femminile – nel caso di Karolina Pliskova. Ma dopo una carriera intera passata facendo (magnificamente!) sempre e solo lo stesso identico gioco, è difficile pensare che Tomas possa evolversi in un tennista più vario e duttile tatticamente. Un po’ come Marin Cilic, o Juan Martin del Potro, lui spara tutto con relativamente poca rotazione in top-spin, quando colpisce con gli appoggi stabili è ingiocabile, ma per l’appunto fa solo quello. Il che comunque, data la qualità tecnica, è stato sufficiente per raggiungere la quarta posizione del ranking, e una finale a Wimbledon. Non è facile andare in fondo agli Slam giocando così pulito e lineare, prima o poi un top-player che ti scardina il gioco e le certezze lo trovi sempre, e nel caso di Tomas, l’eterno piazzato, è andata esattamente così. Rimane, dal punto di vista tecnico, un notevole rimpianto che un giocatore di tale livello non abbia mai piazzato la zampata vera in un Major, se lo sarebbe meritato almeno quanto, per l’appunto, Cilic e del Potro, che il loro “momento magico” lo hanno avuto e meritatamente sfruttato. Nel 2017 è difficile aspettarsi da Berdych granché di più o di diverso di quanto mostrato finora, ma lo spettacolo di pulizia e potenza degli impatti che è in grado di offrire sarà comunque da apprezzare, almeno per gli spettatori più attenti ai dettagli della tecnica e alla qualità delle esecuzioni. Probabilmente, uno degli ultimi anni di circuito anche per Tomas, che a mio avviso andrebbe rivalutato in generale come giocatore, ed è pure un tipo simpaticissimo, spiritoso e alla mano se conosciuto di persona.

Roger Federer - Wimbledon 2016

Roger Federer

“Guest star” obbligatoria in una preview come questa, anche se inizierà l’anno da numero 16 del mondo. Esattamente come nel caso di Rafael Nadal, il grande rivale con cui la carriera del fuoriclasse svizzero si sovrappone e si interseca da sempre, bisognerà vedere a che punto sarà Roger fisicamente. Il tempo per rientrare al massimo possibile della forma se lo è preso tutto, i colpi e la tecnica non si discutono. Mi aspetto da Federer grande intensità in pochi appuntamenti mirati, soprattutto nei tornei su erba e sul cemento americano in estate. Il gioco dovrà necessariamente essere più aggressivo e arrischiato che mai, il che comporterà certamente diverse sconfitte quando le cose non dovessero girare tutte per il verso giusto. Ma stiamo parlando di Roger Federer, con un braccio del genere basta azzeccare le proverbiali due settimane di picco di forma, e nessun traguardo è precluso. Un vantaggio non indifferente sarà anche la totale assenza di pressione, tutto quello che arriverà di buono sarà un “di più”. Roger ha anche una grandissima capacità di focalizzarsi e dare il massimo negli appuntamenti che contano davvero, quest’anno pur in condizione fisica ben lontana dal top, nei due Slam che ha giocato ha fatto semifinale: come minimo, bisognerà considerarlo una mina vagante pazzesca nei tabelloni finché non risalirà verso le teste di serie più alte. Oltre a questo, posso solo immaginare il sostegno e il tifo sfrenato di cui godrà ovunque, contro chiunque, la favola del campionissimo che si gioca le ultime possibilità di una carriera leggendaria è da sempre il massimo per entusiasmare gli appassionati. Dovesse invece andare male, pazienza: anche solo qualche “Federer moment” durante il 2017, di quelli che fecero saltare David Foster Wallace (e mezzo mondo) dal divano, sarà un regalo di cui essere grati tutti.

Continua a leggere
Commenti

(S)punti Tecnici

ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

Pubblicato

il

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Acquista l’outfit di Berrettini

Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Acquista l’outfit di Berrettini

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

Acquista l’outfit di Berrettini

Continua a leggere

(S)punti Tecnici

Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

Continua a leggere

(S)punti Tecnici

US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

Pubblicato

il

da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement