Roberta Vinci: così l’ho vista dentro e fuori dal campo

Editoriali del Direttore

Roberta Vinci: così l’ho vista dentro e fuori dal campo

Tosta, divertente e cazzuta, con perseveranza è riuscita a smentire le mie più intime previsioni. Roberta Vinci saluterà a Roma: un altro pezzo da novanta della gloriosa epoca del tennis italiano dice addio

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UN’EPOCA GLORIOSA

Con l’annuncio del ritiro di Roberta Vinci, non si chiude ancora un’epoca gloriosa per il tennis italiano perché prima di tutto il ritiro avverrà a maggio (se Roberta manterrà i propositi). Poi perché Francesca Schiavone non ha ancora dato analogo annuncio, ma nonostante un recente infortunio, sembra non voler demordere. Irriducibile a 37 anni. Infine perché Sara Errani, la più giovane delle quattro mitiche azzurre che hanno infranto il fatidico muro delle top-ten (sfuggito per un nonnulla a Silvia Farina… che se lo sarebbe meritato in tempi forse anche più competitivi), è in attesa ancora di una sentenza del TAS di Losanna che potrebbe fermarla per due anni (e quindi condannarla forse ad un ritiro… coatto), ma il fatto che abbia annunciato il suo addio a tutto il team che l’ha seguita nel 2017 con scarsi risultati, ma annunciandone uno nuovo, fa pensare che al momento non avrebbe alcuna intenzione di smettere. Anzi. Chi di certo non tornerà a giocare a tennis è mamma Flavia. Il suo Federico, nome che ricorderete è stato dato ripensando al grande amico di Flavia (e di tanti) Federico Luzzi, la sta felicemente tenendo occupata senza alcun particolare rimpianto per la sua vita di tennista agonista.

Tutto sommato Roberta (18 febbraio 1983) di un anno più giovane di Flavia (25 febbraio 1982) ritiratasi a fine 2015, quindi a 33 anni, chiuderà la sua carriera a 34 e mezzo, avendo quindi giocato un anno e mezzo più della “Penna”. Quando smetteranno tutte le tre che ancora non hanno attaccato la racchetta al chiodo allora sì che si potrà dire che si è chiusa un’epoca gloriosa. Perché di future top-ten, ma anche top-20 e top-30 non se ne vedranno per anni, temo proprio. Solo Camila Giorgi potrebbe smentirmi.

 

PENNETTA E VINCI: UN CONFRONTO INFINITO

I confronti fra le due ragazze pugliesi non finiranno mai. Flavia ha raggiunto il sesto posto nelle classifiche mondiali e Roberta il settimo, Flavia ha vinto uno Slam e Roberta ha forse colto a spese di Serena Williams l’exploit più clamoroso mai raggiunto da una giocatrice italiana, anche se non è di fuori ritenere che Serena si batté un po’ anche da sola, con tutte le pressioni che aveva addosso in vista di un quasi scontato Grande Slam. Ma allora si dovrebbe dire che quasi tutte le grandi vittorie hanno goduto della complicità di una giornata negativa (o meno positiva del solito) degli/delle avversarie battute.

La stessa Pennetta che ha vinto uno Slam assolutamente inaspettato, sorprendente, non avrà forse battuto lungo il cammino e nella stessa finale anche qualche avversaria che ha giocato meno bene di come poteva? Il discorso che vale per Vinci, come per Pennetta, vale ovviamente anche per tutti, per Federer, per Nadal, per Djokovic, le sorelle Williams, Laver, Sampras, Emerson e soci/socie. Alla fine negli albi d’oro dei tornei, nei palmares di tennisti e tenniste, restano le vittorie. E salvo che nella memoria di pochi – fra i quali magari mi onoro di essere – il modo in cui certe vittorie sono arrivate finisce nell’oblio, nel dimenticatoio. In quello storico, irripetibile US Open 2015 Flavia colse una bella serie di scalpi illustri e voglio ricordarne il percorso: Gajdisova, Niculescu, Cetkovska, Stosur, Kvitova, Halep prima di Vinci. Roberta ebbe miglior sorte: King, Allertova, Duque-Marino, Bouchard per ritiro, Mladenovic e, dulcis in fundo, Serena.

I RISULTATI SONO UNA COSA, LE SENSAZIONI UN’ALTRA

Ma i risultati, i tabelloni, si dimenticano. Sono talmente tanti. Roberta ha vinto 557 partite! E perse 405. Insomma ha vinto il 57,9% dei match giocati da professionista. Oltre 12 milioni di premi ufficiali, senza contare gettoni federali, esibizioni, sponsor. Oltre 15 quelli di Flavia. Oltre 10 quelli di Schiavone, oltre 12 quelli di Errani. Oltre cinquanta milioni di dollari fra tutte e quattro di soli premi! In nessun altro sport è mai successo per quattro atlete italiane. I risultati restano, i soldi spero anche, e forse non finiscono, nella memoria dei più attenti e dei meno smemorati, le sensazioni che certi tennisti e certe tenniste hanno suscitato.

DUE DIVERSE VALUTAZIONI PER ROBERTA VINCI SINGOLARISTA: è LA N.4 PUR ESSENDO LA PIÙ COMPLETA

Riferendomi a Roberta Vinci faccio qui due esempi. Il primo riguarda Roberta singolarista. Per quanto riguarda il singolare e il suo palmares devo onestamente dire che, sebbene fervido ammiratore del suo tipo di gioco più stiloso che potente, più intelligente e tattico che efficace ad altissimi livelli, non ho pensato per quasi dieci dei suoi 16 anni di attività – dai 17 ai 34, visto che ricordo di averla vista vincere il doppio junior al Roland Garros con Flavia quando aveva 17 anni… ma forse in qualche torneo junior alle Cascine di Firenze l’ho vista ancor prima -, che avrebbe raggiunto i risultati e il ranking che ha poi raggiunto. Per via di un fisico tutt’altro che imponente, ma nemmeno così incredibilmente atletico, e per via di quel rovescio più bello da vedersi che incisivo in tempi di rovesci possenti e bimani, quando l’ho vista per anni barcamenarsi dietro alla cinquantesima posizione mondiale, non mi ero fatto illusioni sul suo avvenire.

E lì invece lei è stata brava, anzi bravissima, a smentire le mie più intime previsioni, a migliorare anno dopo anno, a lottare e sacrificarsi per migliorare, facendo scelte giuste – fa parte del gioco eh! – anche con le sedi dove allenarsi, i coach scelti (il primo fu anche suo fidanzato, Palpacelli, poi l’ottimo Francesco Cinà), a credere nel proprio potenziale anche come singolarista. Delle quattro top-ten italiane Roberta mi è parsa in singolare la meno forte, seppur curiosamente e paradossalmente la più completa. Ha vinto su tutte le superfici, ha battuto 15 top-ten e due volte una numero 1 del mondo (Wozniacki a Toronto nel 2011) e, ovviamente, Serena Williams a New York 2015. Però, a prescindere, dalla finale di quell’US Open, Pennetta è stata più capace di ripetere grandi exploit contro grandi avversarie – 16 vittorie contro top 5, mica poche! Quattro quarti di finale e una semifinale all’US Open prima del trionfo finale -, Schiavone più talentuosa, Errani meno piacevole a vedersi giocare fra tutte però anche la più costante e regolare per un periodo (2012-2014) più prolungato.

Segue a pagina 2

  • ROBERTA VINCI DOPPISTA – È LA VERA N.1 FRA LE NOSTRE
  • I SACRIFICI E L’ORGOGLIO DI ROBERTA
  • IL CARATTERE DI ROBERTA. SIMPATICA MA CAZZUTA
  • LO SCARSO FAIRPLAY E SPIRITO D’AUTOCRITICA DEI TENNISTI ITALIANI
  • IL DIVORZIO DELLE CICHIS
  • A CHI LA WILD CARD A ROMA?

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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