Tennis e mental coaching: che il flow sia con te

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Tennis e mental coaching: che il flow sia con te

Puntata dedicata ad uno degli argomenti più affascinanti, lo stato di flow, ed al suo stretto legame con ciò a cui ogni giocatore aspira: la peak performance

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Parigi, 5 giugno 2010: Francesca Schiavone entra nella storia del tennis. Superando l’australiana Sam Stosur nella finale del singolare femminile del Roland Garros diventa la prima tennista italiana a vincere un torneo del Grande Slam. Dopo l’ultimo errore di rovescio della sua avversaria che le consegna il titolo, Francesca si lascia cadere a terra, incurante della terra rossa che sporca il suo candido completo bianco. Poi, dopo essersi rialzata ed aver ricevuto il meritato applauso del pubblico del Philippe Chatrier, la “Leonessa” corre sulle tribune ad abbracciare il suo team ed i suoi amici, alcuni venuti dall’Italia appositamente per la finale facendole una sorpresa, che per l’occasione hanno indossato una maglietta con la scritta: “Schiavo, nothing is impossible”.

Sì, nulla era impossibile per la Francesca Schiavone di quei giorni. La tennista milanese era in un assoluto stato di grazia, giocava un tennis fantastico, come ben ricorderanno coloro che seguirono la sua vittoriosa cavalcata parigina. Un dato può far capire il livello delle sue prestazioni in quel Roland Garros 2010: dopo aver perso il primo set del match d’esordio contro la russa Kulikova, non ne perse più nemmeno uno in tutto il torneo. Francesca in quelle due settimane a Porte d’Auteuil era entrata nel “flow”.

Probabilmente molti di noi hanno provato almeno una volta nella loro carriera tennistica, indipendentemente dal proprio livello di gioco, l’esperienza del flow, in italiano “flusso di coscienza”, conosciuto anche come “the zone” o “trance agonistica” o “esperienza ottimale”. Hanno vissuto in prima persona quella incredibile condizione psicofisica in cui in campo tutto fluisce senza sforzo apparente, il nostro gioco funziona alla perfezione. Sembra quasi magia: la pallina colpita dall’avversario che arriva piano, così piano da darci tutto il tempo per posizionarci correttamente e colpirla, in assoluta scioltezza e senza il minimo sforzo, avendo la certezza che finirà lì, nel punto più difficile per la ribattuta del nostro avversario. E chi non l’ha provato giocando a tennis, avrà sperimentato in qualche altro ambito della propria vita – nella realizzazione di un progetto o nell’esecuzione di una attività particolarmente impegnativa sul lavoro, durante un allenamento o una gara di un altro sport o mentre si stava dedicando ad un proprio hobby – quello stato di coscienza in cui si è completamente immersi nell’attività che si sta facendo, totalmente coinvolti da essa, focalizzati sull’obiettivo, assolutamente positivi sul raggiungimento del risultato, intrinsecamente motivati e gratificati dallo svolgimento stesso del compito.

 

Ma cos’è esattamente lo stato di flow?
Il concetto del flow è stato teorizzato negli anni Settanta dallo psicologo americano di origine ungherese Mihaly Csikszentmihalyi (off topic, una piccola curiosità sulla sue origini: nacque nel 1934 a Fiume, al tempo facente parte del Regno d’Italia, per poi emigrare dall’Europa negli Stati Uniti a ventidue anni), che osservò come persone impegnate in attività molto diverse fra loro – l’atleta che migliora il proprio record, il medico che porta a termine una difficile operazione, l’artista che crea una nuova opera, l’architetto che realizza un progetto – descrivevano in modo simile il loro stato mentale in determinate situazioni: ciò che provavano era simile sotto molti aspetti. Definì questo stato mentale flow – flusso, in italiano – in quanto molte di quelle persone paragonavano l’esperienza vissuta ad una corrente d’acqua che li trascinava mentre svolgevano l’attività. Dai suoi studi risulta inoltre che questo stato è caratterizzato da determinate condizioni, nove in tutto, definite da Csikszentmihalyi “le nove dimensioni del flow”:

  1. Equilibrio tra sfida e abilità – Nello stato di flow le persone percepiscono la situazione come stimolante e sfidante e la sfida è bilanciata dalle risorse individuali.
  2. Unione tra azione e coscienza – Le persone sono completamente coinvolte nell’azione e ciò le porta a performare in maniera più fluida, evitando la percezione dello sforzo o l’emergere di pensieri esterni.
  3. Obiettivi chiari – Per vivere lo stato di flow è necessario avere obiettivi chiari, definiti e misurabili, al fine di aumentare la motivazione e il significato dell’esperienza, che porta all’ottimizzazione della performance.
  4. Feedback diretti e immediati – Durante la performance, la situazione fornisce alle persone un feedback chiaro e immediato utile a monitorare la correttezza del compito in corso al fine di raggiungere gli obiettivi attesi.
  5. Concentrazione sul compito – La concentrazione è focalizzata sul compito che si sta svolgendo, sul “qui e ora”, non c’è spazio nella mente per elaborare informazioni non necessarie allo svolgimento dell’attività.
  6. Senso di controllo – Questa dimensione fa riferimento alla percezione delle persone di un senso di controllo automatico e spontaneo.
  7. Perdita della autoconsapevolezza – Le persone si percepiscono come parte di quello che stanno svolgendo. La loro energia è completamente focalizzata sull’azione, senza preoccuparsi del giudizio degli altri.
  8. Distorsione del senso del tempo – Il senso del tempo è alterato: in alcuni casi rallentato, in altri velocizzato. Questa dimensione può essere una conseguenza della concentrazione intensa richiesta per affrontare il compito o può essere una determinante della qualità positiva dell’esperienza.
  9. Esperienza autotelica – Fa riferimento alla soddisfazione intrinseca legata allo svolgimento dell’attività, indipendentemente dalla motivazione originale, dai risultati attesi e senza il bisogno di alcuna ricompensa esterna.

Lo stato di flow ha anche una spiegazione fisiologica. Si è scoperto infatti che in tali situazioni la persona utilizza in modo completo e simultaneo le potenzialità di entrambi gli emisferi cerebrali. I due emisferi presentano infatti un certo grado di specializzazione, seppur non totale, per determinate funzioni: l’emisfero sinistro è la sede della razionalità da cui derivano, ad esempio, l’elaborazione del linguaggio, l’apprendimento motorio ed il perfezionamento del gesto tecnico, mentre l’emisfero destro è principalmente coinvolto con l’emotività, e per questo abilitato, ad esempio, nella elaborazione degli stimoli visivi, nella rappresentazione mentale dello spazio e nell’esecuzione di movimenti automatizzati. Parlando in termini tennistici, il giocatore deve imparare a riconoscere quando analizzare una situazione (ad esempio, che tipo di colpo giocare in funzione dell’andamento dello scambio) e quando invece è il momento di eseguire meccanicamente (ad esempio, nell’esecuzione del colpo), passando da una fase all’altra in modo rapido ed efficace (decido il tipo di colpo, lo eseguo, decido il tipo di colpo successivo, lo eseguo…). Nello stato di flow, non c’è passaggio da un emisfero all’altro, come avviene normalmente: i due emisferi operano in simbiosi (e a quel punto decisione ed esecuzione sono praticamente contemporanei: penso a come colpire, lo faccio).

Una delle caratteristiche fondamentali dello stato di flow è che la persona “in the zone” riesce a sfruttare al massimo le proprie potenzialità. Sempre parlando in ambito tennistico, significa che ciò può consentirgli di raggiungere traguardi mai raggiunti prima. Ad esempio, ai massimi livelli può arrivare a vincere uno Slam. Come appunto Francesca Schiavone nel 2010. O come Marin Cilic a New York nel 2014: la sua seconda settimana degli US Open di tre anni fa è un altro clamoroso esempio di “trance agonistica” prolungata. A partire dal vittorioso quinto set degli ottavi di finale contro il francese Simon il tennista croato divenne ingiocabile, infilando una serie di dieci set consecutivi in cui lasciò le briciole a tre top ten come Berdych, Federer e Nishikori e conquistando così il suo primo – e sinora unico – torneo del Grande Slam. Nello stato di flow l’atleta è perciò in grado di realizzare con più facilità quella che viene definita la “peak performance”, la prestazione eccellente, che lo psicologo statunitense Jean M. Willams descrisse come “una specie di momento magico nel quale tutto si svolge perfettamente, dal punto di vista sia mentale che fisico, e la qualità eccezionale della prestazione sembra oltrepassare gli ordinari livelli di rendimento”. Chi tra noi ha sperimentato lo stato di flow, nel ritornare con la memoria all’esperienza vissuta vi ritroverà le condizioni sopra descritte e molto probabilmente avrà anche il ricordo di una prestazione – per un periodo di tempo più o meno prolungato – ben superiore a quella normale. Una peak performance, appunto.

Proprio con riferimento alla peak performance merita soffermarsi un momento sulla prima dimensione del flow, l’equilibrio tra sfida e abilità. Il fatto che l’esperienza dello stato di flow si sviluppi quando sia la sfida che le abilità richieste per affrontarla sono elevate appare infatti perfettamente coerente con quanto avviene nel corso della peak performance, in cui vi è il pieno coinvolgimento delle abilità della persona, la sua attenzione è totale, il suo corpo e la sua mente sono impegnati al massimo. Quando invece questi due parametri non sono in equilibrio vi è la comparsa di stati d’animo negativi: noia, quando la sfida è poco stimolante rispetto alle abilità, ansia, quando invece accade il contrario e la sfida viene percepita come superiore alle proprie capacità, o apatia, quando non solo la sfida non è stimolante ma è sufficiente una minima parte delle proprie abilità per portarla a termine. Inutile aggiungere che uno stato d’animo di questo genere sia tutto fuorché propedeutico al flow e di conseguenza all’ottenimento di una prestazione di picco.

Quanto appena visto ci permette di dire – prima “pillola” di coaching dell’articolo – che il primo passo verso lo stato di flow e, di conseguenza, per ottenere performance eccellenti è quello di riconoscere ed evitare noia, ansia ed apatia quando giochiamo, in allenamento ed in partita. Se vogliamo entrare nel flusso o anche semplicemente essere in grado di esprimerci al nostro meglio dobbiamo prima di tutto evitare di trovarci in uno stato d’animo non funzionale (argomento che abbiamo trattato sotto un altro punto di vista in uno degli articoli precedenti). Attenzione perciò, ad esempio, ad allenarci costantemente con chi ha un livello di gioco significativamente inferiore al nostro. Magari è comodo perché quella persona è sempre disponibile, ben contenta di giocare con un avversario più forte, e non dobbiamo metterci a cercare e contattare ogni volta partner di gioco diversi. Spesso si tratta di un amico, così possiamo anche fare piacevolmente due chiacchiere prima e dopo l’allenamento. Tutto molto comodo, ma deleterio per il nostro tennis. All’inizio non ce ne rendiamo conto, perché il nostro maggior tasso tecnico ci permette di alzare il livello del nostro gioco quando vogliamo. Ma proprio perché la nostra superiorità è tale da rendere questi “cambi di marcia” superflui, va a finire che non quel pedale sull’accelleratore non lo mettiamo neanche più: perché subentra la noia per il fatto che sappiamo già come andrà a finire, dato che ogni volta che alziamo il livello non c’è praticamente più partita. Ed ecco che allora pian piano, spesso inconsciamente, ci accontentiamo, rimaniamo ancorati a quel livello di gioco che consente al nostro partner di tenere lo scambio. Finché un giorno, improvvisamente, lo proviamo ma il cambio di marcia non ci riesce più. Il livello del nostro tennis si è adeguato al livello (basso) della sfida. Perciò è importante fare attenzione e cogliere il momento in cui cominciamo a provare noia: prima che subentri l’accontentarsi, prima che – richiamando anche qui un argomento che abbiamo già trattato – cominciamo a chiuderci sempre di più nella nostra zona di comfort. È il momento in cui fermarsi un attimo e riflettere con sincerità su cosa vogliamo dal tennis: se per noi è un semplice passatempo per fare un po’ di movimento un paio d’ore la settimana, va bene così e non c’è nessun problema, se invece abbiamo ancora degli obiettivi di prestazione – che siano a livello agonistico o anche solo di qualità di gioco – dobbiamo intervenire, perché non siamo assolutamente sulla strada giusta.

Allo stesso modo dobbiamo fare attenzione e riconoscere anche quando proviamo una sensazione di ansia. Cosa che è possibile che accada, ad esempio, quando affrontiamo con una certa frequenza avversari nettamente più forti di noi in allenamento e/o in torneo. Anche in questo caso c’è da stare attenti: la crescita ed il miglioramento come giocatori passa necessariamente attraverso il confronto con giocatori più forti, ma se ci mettiamo ad affrontare solo e sempre avversari che ci sono superiori e ci battono sempre, se in campo siamo sempre in difficoltà perché il ritmo di gioco è troppo elevato per le nostre possibilità, quello non è il percorso di crescita giusto per noi. Perché c’è il tangibile rischio di perdere la fiducia in noi stessi ed allo stesso tempo di non migliorare la nostra tecnica, dato che va a finire che giochiamo costantemente contratti per cercare di fare bella figura o limitare i danni. Di conseguenza, se cominciamo a percepire ogni qualvolta entriamo in campo una spiacevole sensazione di apprensione è anche questo il momento in cui fare uno stop, per riflettere e riconsiderare il nostro approccio al tennis.

Arriviamo infine ad uno dei temi fondamentali quanto si parla dello stato di flusso. Dato che non è frequente e sembra accadere in maniera involontaria, il flow è replicabile volontariamente? Le opinioni sono discordanti: secondo alcuni questo stato di coscienza non può essere controllato consapevolmente, altri invece sostengono la tesi opposta. Con riferimento al contesto sportivo, questi ultimi ritengono che una delle caratteristiche dei grandi campioni sia proprio la capacità di di attivarsi al momento giusto, esattamente nell’istante in cui la loro prestazione agonistica sta per iniziare, avendo imparato – più o meno intenzionalmente – a riconoscere e a riprodurre lo stato psicofisico ideale precursore dello stato di flow. Ecco perciò che nel campo dello sport coaching uno dei modi per lavorare sull’incremento della performance è quello di identificare le condizioni che hanno portato l’atleta ad entrare nel flow e di individuare le percezioni avute durante l’esperienza. Ad esempio, uno strumento sviluppato in quest’ambito è la Flow State Scale (FSS), un questionario di auto-valutazione basato sulle nove dimensioni descritte sopra e costituito da 36 domande, quattro per ciascuna dimensione. Un aspetto importante da considerare nella valutazione dell’esperienza di flow è relativo al fatto che non è possibile farlo nel momento esatto in cui si sta svolgendo: la FSS è stata concepita proprio per essere sottoposta all’atleta al termine dell’attività. Avendo poi a disposizione tutte queste informazioni, il coach supporterà l’atleta nell’andare a ricreare le condizioni antecedenti lo stato di flow e le percezioni vissute, in modo che l’atleta sia poi in grado di applicare queste strategie mentali autonomamente e, con il passare del tempo, sempre più naturalmente. Sia in fase di approccio alla gara (ad esempio con l’utilizzo di tecniche come la visualizzazione o il self talk) che durante la prestazione, in particolare nei momenti di pausa (nel caso del tennis, pensiamo alle routine di riattivazione dopo il cambio campo).

Ciò ci porta alla seconda “pillola”. Quando – in qualsiasi campo – abbiamo l’opportunità di provare l’esperienza del flow, al termine fermiamoci un attimo. E dopo aver preso doverosamente fiato, nel rivivere la magia di quanto accaduto prendiamoci il tempo necessario ad annotare le sensazioni che abbiamo provato ed i ricordi di quanto successo prima che accadesse. Ci sono studi che fanno delle distinzioni tra le nove dimensioni: tra quelle considerate fattori predisponenti alla peak performance – l’equilibrio tra sfida e abilità, su cui ci siamo già soffermati, gli obiettivi chiari ed i feedback diretti e immediati – e quelle che rappresentano caratteristiche descrittive dell’esperienza. Ecco, con le informazioni raccolte possiamo andare a rilevare le caratteristiche comuni alle nostre esperienze di flow nell’ambito delle tre dimensioni predisponenti. Ad esempio, scoprire che lo stato di flusso si genera solo quando affrontiamo compiti altamente sfidanti, ci consente di dire che un fattore predisponente a noi necessario è quello di definire obiettivi particolarmente impegnativi. Già sapevamo, dato che ne avevamo parlato in uno dei primi articoli, che una delle caratteristiche degli obiettivi “ben formati” è quella di essere fattibili ma al contempo motivanti. In questo caso abbiamo un’informazione in più: che per noi è essenziale porre  l’asticella della motivazione il più in alto possibile. E non è una cosa da poco.

Alla fine, se ci pensiamo, si tratta di “ritrovare” qualcosa che abbiamo già provato, di far riemergere qualcosa che è lì, in attesa solo di risvegliarsi. Perché il flow è dentro di noi. E possiamo farlo solo provando e sperimentando, senza timore di sbagliare. Perché se arriva, quello è il flow. Proprio come diceva il maestro Myagi a Daniel in The Karate Kid:
“Devi solo aver fiducia in quadro”.
“Come so se il mio quadro è quello giusto?”.
“Se lo senti nascere in te quadro è sempre giusto”.


Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: Djokovic-Nadal, 3° set da cineteca. Macchè overdose! 58 duelli non ci bastano [VIDEO]

PARIGI – Alla fine Nadal l’invincibile non ne aveva più. Stroncato fisicamente, ma prima tecnicamente. Ora Nole è a un tiro di schioppo dallo Slam n.19, da Nadal e Federer. Ma nessuno ha vinto più di Tsitsipas quest’anno

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Rafael Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (ph. ©Cédric Lecocq _ FFT)

Io non sono proprio così sicuro che vedrò un’altra partita così. Eppure di partite epiche – che dite? – credo di averne viste davvero tante. Potrei non vederne più così, in particolare, fra Djokovic e Nadal. Il film del terzo set nel regno di Nadal secondo me andrebbe fatto vedere e rivedere in tutte le scuole tennis.

Pur avendo apprezzato a sprazzi anche quella vinta in cinque set da Tsitsipas su Zverev (6-3 6-3 4-6 4-6 6-3 in 3h e 36 m), con il greco che ha dimostrato di possedere un tennis più completo rispetto al tedesco e se non si fosse distratto con tre errori gratuiti nel secondo game del terzo set secondo me avrebbe potuto “uccidere” il match in tre set, mi riferisco alla seconda semifinale, quella finita una decina di minuti dopo le 23, e che Novak Djokovic, vittorioso dopo quattro ore e 11 minuti (3-6 6-3 7-6 6-2) ha definito “la mia miglior partita di sempre al Roland Garros, la più bella ed emozionante, una delle mie tre migliori partite di sempre in carriera”.

Sono frasi pronunciate da uno che ha vinto 18 Slam e che di partite ne ha giocate… soltanto 1.155 nel circuito maggiore (960 vinte con ieri sera, 195 perse).  Avrà esagerato lui, esagero io? Per carità, può essere, però al ritmo in cui ho visto giocare contemporaneamente questi due fenomeni ieri sera, scambi, angoli, pallate, finezze, dal secondo set in poi, non ho ricordanza sulla terra rossa. Eppure credo di avere buona memoria. Certo la finale Lendl McEnroe del 1984 fu fantastica, la semifinale vinta da Nadal su Djokovic 9-7 al quinto nel 2013, forse Wawrinka-Djokovic nel 2015, ma era tutto un altro genere di partite, perfino quella citata del 2013 fra gli stessi contendenti.

 

Leggendo su Ubitennis nella cronaca di Vanni Gibertini che secondo lui il match “non è stato per lunghi tratti straordinario dal punto di vista tecnico” – e come detto io sono d’accordo per buona parte del primo set, nel quale Djokovic è partito malissimo, subito sotto 5-0 anche se nei primi due giochi aveva avuto la palla game e anche per l’ultima parte del quarto, perché Rafa negli ultimi game proprio non ne aveva più… –  a me viene il dubbio di essermi lasciato trasportare dalle emozioni, dall’atmosfera fantastica grazie al pubblico finalmente ritrovato. E anche, forse, dall’emozione di scoprire che anche Rafa Nadal può perdere al Roland Garros perfino se gioca bene. Anche se lui, ecco perché è umano, penserà che avrebbe potuto giocare meglio, subire di meno.

Ma, incluso il finale del primo set e l’inizio del quarto, quei due set centrali sono stati, a parer mio, giocati a un ritmo e a una intensita tale, davvero disumani, che per forza chi aveva subito di più il gioco avrebbe dovuto scoppiare. E ciò a prescindere, a parer mio (quindi discutibilissimo), dall’aspetto anagrafico, dai 35 anni di Rafa che oggi mi aspetto in tanti tirino fuori. Mi direte che due set e mezzo di una partita tre su cinque e chiusa in quattro non possono essere dipinti come un intero match davvero memorabile, e forse ci avete ragione. Ma io continuo a valutarlo eccezionale.

Certo il tennis è uno sport di centimetri e non sempre si possono cogliere senza… il metro. Basta che uno tiri più corto o meno angolato di un paio di centimetri in dieci punti importanti e l’equilibrio si sposta senza che se ne possa avere l’immediata percezione. L’ho scritto altre volte: se seguiste una gara di salto in alto e la TV non vi facesse vedere a che altezza viene messa l’asticella, sareste in grado di distinguere un salto record da uno inferiore di tre centimetri e che quindi non lo è? Basterebbe l’eleganza di un salto a farvi capire che quel salto è migliore di quell’altro?  

Parlo di stile, di eleganza, e subito mi viene in mente il più stiloso di tutti, Roger Federer. Fantastico giocatore sull’erba, mille volte grandissimo anche sulla terra rossa dove per tanti anni è stato secondo solo a Nadal – e questa inferiorità l’ha fatto passare ingiustamente per uno che sulla terra non vinceva abbastanza – ma, per intendersi, io Federer sulla terra rossa non l’ho mai visto giocare così come questi due ieri sera. Come intensità ritmo, recuperi, spinta, cioè tutti quegli aspetti del match di ieri sera messi insieme che mi hanno fatto scattare in piedi un sacco di volte, al colmo dell’ammirazione e dell’incredulità giocare?

So bene che per aver scritto questo molti la considereranno una provocazione, salteranno sulla sedia come morsi da una tarantola e mi daranno del matto, dell’anti-Federer, del nadaliano, del diokoviciano. Pazienza. La penso così, anche non mi ritengo davvero infallibile. Anzi. Eppure anche questi due fenomeni, quante volte li avrò visti? Dovrei mettermi a contarli, ora che Djokovic conduce 30 a 28 i confronti diretti, ma i 17 match giocati negli Slam li ho visti tutti (10 a 7 le vittorie per Rafa dopo ieri) e secondo me su 58 me ne possono essere sfuggiti quattro o cinque, perché salvo cinque quarti di finale e quattro sfide di Round Robin (tra Finals e Davis) gli altri duelli sono sempre stati tutte finali o semifinali.  

Rafael Nadal e Novak Djokovic – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Certo posso ritenere che il Nadal di qualche anno fa avrebbe retto meglio fisicamente, perché alla fine Djokovic lo ha proprio stroncato sul fisico facendogli fare il tergicristallo, giocando un match tatticamente perfetto, soprattutto con i cross stretti di dritto che hanno martellato il maioechino impedendogli di girare attorno alla palla per colpire di dritto. Se il merito è di Marian Vajda complimenti a lui. Anche se poi le tattiche vanno sapute eseguire.

Ma se Rafa ha subito il tennis di Djokovic e il “golpe” c’è stato, non si può dire che ciò sia accaduto perché lui abbia incontrato una cattiva giornata, come gli era capitato con Rublev a Montecarlo. Nel quarto set, pur essendo andato avanti di un break, Rafa non ne poteva proprio più, perché Djokovic sembrava quello del 2011 quando batté Rafa sette volte di fila, cedendogli appena sei set fra Indian Wells e la famosa interminabile finale di Melbourne 2012 (7-5 al quinto, 5 ore e 53 minuti. In quella serie lo batté anche a Madrid (7-5 6-4) e a Roma (6-4 6-4), quindi sulla terra battuta. Fino a Montecarlo 2012 non ci avrebbe più riperso.

Allora in tanti, ricordo uno per tutti Gianni Clerici, si persuasero che Novak fosse in assoluto più forte di Rafa per il fatto di possedere due colpi da fondocampo ugualmente efficaci al cospetto di Rafa che aveva invece uno straordinario e unico dritto ma non un altrettanto straordinario rovescio. Poi negli anni Rafa è migliorato tantissimo di rovescio (e col servizio) ed è diventato sempre più completo fino a chiudere il gap. E sulla terra nessuno, nemmeno Djokovic che ora è l’unico ad averlo battuto due volte al Roland Garros ma ancora deve vincere il torneo per la seconda volta, mentre Rafa lo ha vinto 13 volte, poteva considerarsi alla sua altezza.

Ora, così fragili sono le credenze umane, già c’è chi dice che Rafa non vincerà più il Roland Garros, che la sua leggenda si è conclusa ieri. Ebbene, io proprio non credo che sia così. Se fino a ieri era il favorito dei più, può bastare una sconfitta a darlo per spacciato nel 2022 sul suo campo?

Ora, a leggere il punteggio, si può anche pensare che sia stata una sconfitta piuttosto netta. Ma chi la pensa così dimentica che Rafa sul 6-5 per lui del terzo set ha avuto un set point. Lì Djokovic ha avuto un coraggio da leone giocando, dopo essere ricorso alla seconda di servizio (non avrebbe potuto attaccarla di più Rafa?) una smorzata bellissima e vincente, quasi che avesse cancellato dalla sua mente le precedenti smorzate boomerang, finite malissimo.

Poi Nole ha vinto il tie-break che ha finito per spostare quasi definitivamente l’equilibrio, dopo che sul 4-3 Rafa si è mangiato una volée facilissima al termine di uno scambio magnifico, incredibile, in fondo al quale forse è arrivato poco lucido dopo corse e rincorse sue e di Nole da far arrossire Usain Bolt. Lì è girato il match. Stefano Semeraro che seguiva la partita vicino a me mi sarà testimone del fatto che all’inizio del tie-break gli ho detto: “Chi vince questo set al 90% porta a casa la partita”. Niente di geniale, sia chiaro, ma lo sforzo di tutti e due era stato tale perché il perdente di quella frazione non subisse un contraccolpo psicologico terribile.

Per un attimo, nel caos della situazione, il pubblico che gridava e scandiva in coro a più riprese “On ne s’en ira pas!” (“Non ce ne andremo!”) e “Dimission Forget!” “Dimission Guy”), perché oramai erano le 22:40, l’ora in cui per Djokovic-Berrettini era stato evacuato lo Chatrier, e si è temuta una nuova sospensione e il “tutti a casa”. Sarebbe scoppiata una seconda Rivoluzione Francese, ve l’assicuro. La partita era talmente bella che nessuno voleva mollarla lì. La gente ha visto uscire Djokovic e ha cominciato a fischiare temendo il peggio. Due minuti primi i colleghi dell’Equipe, seduti davanti a me, mi avevano avvertito: “Il Governo ha decretato il permesso a continuare con il pubblico!”.

Ma la gente non lo sapeva, così quando lo speaker ha cominciato a parlare per annunciare la lieta novella, tutti hanno preso a fischiare, urla che non vi dico, coprendo la sua voce. Finché qualcuno ha sentito e ha cominciato ad esultare, ad abbracciarsi. Il ghiaccio era stato rotto. Al terzo tentativo lo speaker è riuscito a farsi sentire.

Beh, sembrava avesse fatto gol la Francia al Parco dei Principi. Anche coloro che, più rassegnati, si erano avviati verso le uscite sono ritornati giubilanti ai loro posti. Pregustando magari altri due set di spettacolo straordinario. E quando Djokovic è rientrato in campo qualcuno lo ha fischiato, ritenendo erroneamente che lui avesse preso la strada degli spogliatoi per… facilitare l’evacuazione generale. Come era accaduto con Berrettini (che ora potrebbe fare causa al Governo francese! Scherzo eh, però perché per Nadal sì e lui no? Vabbè scherzo ancora, anche se sono sicuro che Matteo un pensierino del genere lo avrà fatto).

La gente ha cominciato allora a cantare “Merci Macron, merci Macron!”. E anche così, a volte, che si guadagna il consenso popolare. Erano contenti della decisione gli spettatori, i media, le TV, i telespettatori, i giocatori. Di tennis a spalti deserti non se ne può proprio più. Insomma, come dicevo all’inizio, chissà se rivedrò sulla terra rossa – perché è un tennis diverso da quello sul cemento e sull’erba – un Djokovic-Nadal di questo livello. Io che alla vigilia temevo l’overdose da Djokovic-Nadal dopo 57 capitoli della loro telenovela, ora mi dispero all’idea che possa essere stata l’ultima. Che banderuola! Ma sapete che i due si sono affrontati in totale per 139 ore? Sì, qualcuno ha fatto le somme della durata dei loro incontri in 15 anni. Un pazzo. Cui sono grato.

Rafa ha mancato l’occasione di raggiungere il 29 pari, e forse di staccare Roger Federer nel conto degli Slam vinti. Mentre Novak ha sulla sua strada Tsitsipas, ma se lo batterà sarà per la prima volta – con 19 Major – a un solo passo dalla vetta dei 20 Slam di Roger e Rafa e in piena corsa per la famosa questione del GOAT. Anche se dubito fortemente che al Roland Garros gli venga mai eretta una statua alta tre metri come è stato fatto per Rafa Nadal. Se anche dovesse vincere il suo secondo Roland Garros, diventando così il primo giocatore dopo Rod Laver ad aver vinto due volte tutti gli Slam, Novak non potrà mai vincerne tredici.

Poiché neppure Novak è più un bambino (34 anni) viene da chiedersi se questo sforzo di 4h e 11 m e con tante tensioni, che fa seguito a quello compiuto con Berrettini (3h e 28 m), potrà minarne la freschezza domenica alle 15 quando affronterà in Stefanos Tsitsipas il primo greco della storia a giocare una finale di Slam, il più giovane con i suoi 22 anni dacché Andy Murray giocò la sua prima finale Slam all’Australian Open 2010, nonché il più giovane al Roland Garros dopo il ventiduenne Nadal nel 2008.

Non è la prima volta che mi trovo a giocare una finale di Slam dopo una grande battaglia in semifinale, non sono proprio fresco adesso, ma le mie capacità di recupero sono piuttosto buone” ha detto Djokovic perché Tsitispas non si illudesse di trovarsi di fronte un guerriero dimezzato, ferito. Su come Tsitsi abbia raggiunto la finale vi rimando all’eccellente cronaca di Antonio Ortu. Però il livello tecnico della prima semifinale, paragonato alla seconda, mi è parso decisamente inferiore. L’ha vinta il giocatore capace di fare più cose, di venire a rete a prendersi i punti importanti. Ma se non avesse annullato le tre palle break d’inizio quinto set non so come sarebbe andata a finire.

Stefanos Tsitsipas – Roland Garros 2021 (via Twitter @rolandgarros)

I precedenti parlano a favore di Novak, 5-2 e due vittorie sulla terra rossa. La prima qui a Parigi per 6-1 al quinto in una delle tre semifinali Slam fin qui perse dall’ateniese, ma nella seconda a Roma poche settimane fa, Tsitsipas, che lunedì sarà comunque n.4 del mondo – è stato a un passo dal vincere in due set e anche in tre. Nole starà in guardia. Nessuno ha vinto più di Tsitsipas quest’anno sulla terra rossa: 22 vittorie a fronte di 3 sole sconfitte (una a Barcellona con il match point con Nadal, l’altra con Djokovic a Roma 4-6 7-5 7-5 e poi con Ruud a Madrid).

Per le interviste dei protagonisti delle semifinali di ieri, Ubitennis vi offrirà come al solito la traduzione nel corso della mattinata. Oggi Ladies Day, mi aspetto, da Pavlyuchenkova (n.32 Wta) e Krejickova (n.33 e non è uno scherzo, ma uno stranissimo caso), che non si sono mai incontrate e due delle tante “ova” del circuito WTA, una battaglia più di nervi che di grande spettacolo. D’altra parte nessuna delle due aveva mai raggiunto neppure una semifinale d’uno Slam – eppure la Pavlyuchenkova di Slam ne ha giocati 52! –  che aspettarsi da una finale… se non che a vincerla, per la sesta volta consecutiva a Parigi, sarà una regina inedita, mai incoronata?

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Roland Garros 2021: rivivi il LIVE delle due semifinali

Una lunga, lunghissima giornata quella delle due semifinali maschili al Roland Garros. Stefanos Tsitsipas si è qualificato per la prima finale della sua carriera, Djokovic ha compiuto l’impresa contro Nadal

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Djokovic e Nadal - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

L’ordine di gioco, i campi e gli orari di venerdì 11 giugno
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23:50 – La nostra diretta di oggi si conclude qui. Appuntamento a domani, ore 15, per la finale femminile tra Krejcikova e Pavlyuchenkova

 

23:21 – 6-2! DJOKOVIC IN FINALE! Nadal alla fine non ne ha più e il serbo vola in finale. Si tratta della terza sconfitta per lo spagnolo in questo torneo, due delle quali proprio contro Djokovic

23:17 – Djokovic tiene il servizio, 5-2. Gli manca un solo game per andare a sfidare Tsitsipas in finale

23:11 – Nadal vola avanti 2-0, poi Nole piazza un parziale di quattro game a zero. L’ultimo colpo è una clamorosa risposta di rovescio sulla riga che Nadal non riesce a tirare su

22:43 – L’organizzazione del torneo annuncia che verrà fatta un’eccezione: il pubblico potrà restare sino al termine della partita

22:40 – Il tie-break è di Nole! Sette punti a quattro! Adesso il serbo è a un solo set dal tornare in finale al Roland Garros

22:28 – Non vorremmo essere nel pubblico che tra poco dovrà abbandonare lo stadio: Djokovic va a servire per il set sul 5-3, poi subisce un parziale di tre giochi a zero di Rafa che sul 6-5 ha un set point in risposta, e Nole lo annulla con una palla corta incredibile. 6-6, ora tie-break

21:49 – Nadal paga lo sforzo precedente e prende il break addirittura a zero. Djokovic sale 4-3 e servizio

21:46 – Contro-break Nadal! Adesso la partita si è letteralmente infiammata. Un colpo straordinario ciascuno, ma sulla palla break Nole sbaglia l’angolo dell’attacco e Rafa lo fulmina col passante di dritto. 3-3!

21:36 – Alla quarta occasione del set, Djokovic buca le difese del suo avversario e lo breakka per la quarta volta nell’incontro: 3-2 e servizio, ora l’inerzia sembra dalla parte del campione serbo che non ha commesso alcun gratuito nel terzo set

21:02 – 6-3 Djokovic, siamo un set pari. Adesso la partita diventa completamente diversa

20:45 – Nel secondo Djokovic vola avanti di un break, ma il ritmo di gioco è molto serrato. 4-2

20:09 – In rete l’ultimo colpo difensivo di Nole dopo altri tre set point annullati: Nadal questa volta riesce a chiudere, 6-3

20:03 – Da 5-0 a 5-3: Nadal ha un po’ rallentato e Djokovic, salvando anche un altro set point in risposta, accorcia

19:55 – Nadal tira leggermente il fiato dopo il forcing iniziale e al momento di chiudere il set inciampa (nonostante un punto maestoso in rovesciata e due set point a disposizione): con un doppio fallo rende uno dei due break a Djokovic, ora è 5-2

19:35 – L’inizio è sostanzialmente identico alla finale dello scorso anno (come dice Lo Monaco in telecronaca su Eurosport, per Nole sembra ‘Il giorno della Marmotta‘); Nadal va avanti 4-0, nonostante il piglio aggressivo di Djokovic nei primi punti. Fatali due smash sbagliati dal serbo

19:09 – Inizia in questo momento la seconda semifinale del Roland Garros tra Rafael Nadal e Novak Djokovic

18:38 – Stefanos Tsitsipas è il primo finalista del Roland Garros: vince 6-3 al quinto set dopo 3h37 di gioco. Per lui è la prima finale Slam della carriera. Zverev non completa la rimonta

18:16 – Tsitsipas ha un prezioso break di vantaggio nel quinto set: 4-1

17:50 – Quinto set in arrivo nella prima finale del Roland Garros: punteggio simmetrico 3-6 3-6 6-4 6-4 in 2h50

17:10 – Zverev vince il terzo set per 6-4 e si rimette in gioco

16:46 – Zverev si trova di nuovo avanti di un break nel terzo set: 3-2 e servizio per lui

16:20 – Tsitsipas infila 6 giochi consecutivi ed ora è avanti due set a zero

16:00 – Tsitsipas recupera il break, Zverev conduce 3-2 ma serve ora il greco

15:52 – Zverev reagisce e stavolta è lui a portarsi avanti 3-0 con un break nel secondo set

15:40 – Tsitsipas incamera il primo set per 6-3 in 37 minuti, decisivo il break in apertura

15:20 – Ottimo avvio di Tsitsipas che va subito avanti 3-0 (con un solo break). Zverev vince poi il primo game di servizio, ora siamo 3-1

14:50 – Tutto pronto sul Philippe Chatrier per l’inizio delle semifinali maschili. Nella prima, quella della parte bassa del tabellone, si sfidano Tsitsipas e Zverev. Il greco è avanti 5-2 nei precedenti

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Flash

Roland Garros, i numeri dei quattro semifinalisti

Tsitsipas e Djokovic più efficaci al servizio, Nadal e Zverev in risposta. Rafa e il greco hanno però avuto avversari mediamente più competitivi

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Stefanos Tsitsipas e Alexander Zverev - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Giornata di semifinali maschili sullo Chatrier, dove saranno di scena quelli che al momento sono probabilmente i quattro giocatori più forti sulla terra battuta: Tsitsipas-Zverev aprirà il programma (5-2 nei confronti diretti), seguita da Nadal-Djokovic LVIII (28-29). In attesa dei due incontri, siamo andati a vedere i numeri dei quattro durante il torneo, come sequel al pezzo della scorsa settimana.

Tutte le premesse fatte allora sono ancora valide, perché in fondo cinque match non sono molti più di due. Detto questo, però, i quattro semifinalisti hanno adesso numeri comparabili in termini di ore passate in campo (si va dalle 10:54 di Zverev alle 12:31 di Djokovic) e di set disputati (dai 16 di Nadal e Tsitsipas ai 18 di Djokovic), cosa che permette paragoni più ragionevoli. Certo, è difficile valutare questi dati in relazione al valore degli avversari affrontati: Zverev, in particolare, non ha avuto avversari al di sopra del quarantaseiesimo posto ATP, con una media di 96.8, mentre Nadal ha affrontato solo avversari fra i primi 63 e Tsitsipas ne ha battuti quattro fra i primi 60.

Di sicuro, però, si possono trarre delle conclusioni (ancorché sommarie) su quali siano stati i punti di forza dei semifinalisti durante il torneo. Vediamo quali, evidenziando le differenze più marcate a partire da Tsitsipas-Zverev, la prima partita in programma.

 

TSITSIPAS VS ZVEREV

Advantage Tsitsipas:

  • Come spesso accade, i doppi falli di Sascha andranno tenuti d’occhio: finora ne ha commessi 27, più del doppio del suo avversario odierno, fermo a 12
  • Tsitsipas ha la terza miglior seconda del torneo, con il 62 percento di punti fatti, peraltro dietro solo a giocatori eliminati presto (Bautista Agut e Karatsev). Anche Zverev ha fatto molto bene con questo colpo però, vincendo il 59 percento dei punti
  • Una differenza netta emerge sulle palle break: Tsitsipas ne ha salvate il 75 percento, Zverev solo il 44. Il tedesco ha concesso meno chance (25 a 36) ma è stato breakkato più spesso (14 a 9): Tsitsipas infatti tiene l’89 percento dei turni di servizio contro l’81 dell’avversario
  • Un altro duello importante sarà quello sulla diagonale di dritto: il 10 percento dei punti giocati da Tsitsipas si è infatti concluso con un vincente con il fondamentale, contro il 7 di Zverev (hanno la stessa percentuale di non forzati da quel lato)
  • Più in generale, il greco ha sbagliato pochissimo durante il torneo: solo il 12 percento dei punti giocati si è chiuso con un suo non forzato, contro il 16 per Zverev
  • Curiosamente, i due sono scesi a rete praticamente lo stesso numero di volte: 126-125 Tsitsipas. L’efficacia, però, pende tutta dalla parte del greco: 78 percento contro 64

Advantage Zverev:

  • Meglio Sascha in risposta (anche perché non ha affrontato Isner o Medvedev, verrebbe da dire, ma neanche Chardy…): vince il 42 percento dei punti contro la prima (Tsitsipas il 36), mentre guida 62-55 contro la seconda
  • Durante il torneo, e soprattutto negli ultimi due incontri, Sascha ha breakkato a piacimento: ha infatti vinto il 49 percento dei game in risposta contro il 32 di Tsitsi (vedi sopra per spiegare il numero abbastanza basso)
  • Anche a livello di conversione delle palle break Zverev si è comportato decisamente meglio: 59 percento (36 su 61) contro 50 (25 su 50)
  • Il dato più confortante per Zverev riguarda l’efficacia da fondo campo: ha infatti vinto il 57 percento dei punti contro il 51 del suo avversario

NADAL VS DJOKOVIC

Advantage Nadal:

  • Come detto inizialmente, Nadal ha passato meno tempo in campo (una differenza per la verità risibile), ma contro avversari mediamente più forti rispetto a quelli del serbo: il ranking medio delle sue prime cinque vittime è stato di 38, contro il 67.2 di Djokovic (certo, Musetti vale più del suo attuale 76, ma lo stesso vale per Cameron Norrie ed il suo 45)
  • Nole ha un leggero vantaggio nei punti vinti contro la prima (40 percento a 39), ma Nadal ne ha uno decisamente più cospicuo contro la seconda (60-55)
  • Di conseguenza, Rafa ha vinto quasi la metà dei game di risposta: 47 percento contro il 37 dell’avversario odierno
  • Il 13 volte campione è primo nel torneo per scambi vinti da fondo (58 percento), anche se pure Djokovic ha fatto benissimo con il 56
  • Infine, a rete lo spagnolo è stato non sorprendentemente più efficace: Nole ci è andato 33 volte in più, ma ha ottenuto solo il 70 percento dei punti contro il 78 della tds N.3

Advantage Djokovic:

  • Nole ha servito alla grande durante il torneo: solo Isner, Struff e Berrettini hanno messo a segno più ace di lui, 40 contro i 23 di Rafa. In termini di punti gratis la differenza è ancora più netta quando si guardano i doppi falli: Nadal ne ha commessi 20 (con un saldo di +3, dunque), mentre Djokovic solo 11 (+29)
  • Nadal ha un leggero vantaggio sulla prima (80-79), ma Djokovic ne ha uno decisamente più pronunciato sulla seconda: 57-53
  • Di conseguenza, il numero uno al mondo è primo per percentuale di palle break salvate (86 percento, Nadal 50) e per game di servizio vinti (96 percento, perdendolo solo due volte con Musetti e una con Cuevas, contro l’85 di Rafa)
  • Djokovic non è stato solo estremamente efficace con il servizio, ma anche molto cinico in risposta: ha infatti convertito il 63 percento delle palle break avute (fra i giocatori che hanno una percentuale più alta di quella di Djokovic, l’unico ad averne avute almeno dieci è Tommy Paul); Rafa si assesta al 49
  • Quest’ultimo ha una percentuale di vincenti leggermente superiore (20-19), ma Djokovic ha sbagliato meno: la sua percentuale di non forzati è del 12 percento contro il 16 di Nadal, soprattutto in virtù della differenza sul dritto, con cui il maiorchino fa molto più gioco (8% di errori contro il 5 dell’avversario, 10-8 Nadal sui vincenti)

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