Tennis e calcio, il sogno croato di mezza estate

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Tennis e calcio, il sogno croato di mezza estate

La nazionale di calcio “vendica” le sconfitte argentine di Cilic e Coric a Parigi. E loro, a ruota, chiudono in bellezza una grande settimana per lo sport croato. Sognando di ritrovarsi tutti insieme il 15 luglio

Ilvio Vidovich

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Li avevamo lasciati entrambi un po’ così a Parigi. I sogni di gloria di Borna Coric e del suo staff (“Può fare parecchia strada” ci aveva detto Riccardo Piatti dopo la convincente vittoria del suo allievo su Thomas Fabbiano al secondo turno) erano stati infranti dalla solidità di trottolino Schwarztman. Quelli di Marin Cilic dalla sua nemesi coetanea Juan Martin del Potro, che gli aveva inflitto l’undicesima sconfitta in tredici scontri diretti. Con l’aggiunta dell’amara sensazione di aver meritato molto di più (“Penso di esser stato il giocatore migliore in campo, ma il match si è deciso su pochi punti e li ha vinti lui” aveva detto, accigliato, nella conferenza stampa dopo la sconfitta). Insomma, a Parigi Argentina – Croazia 2-0 e arrivederci.

Gli altri undici, la nazionale croata di calcio, li avevamo lasciati nel novembre scorso, quando si erano qualificati per la fase finale dei Mondiali dopo aver superato nello spareggio play-off la Grecia. Il risultato minimo se si tiene conto della quantità industriale di talento in squadra, ma non così scontato a sentire le voci che riferivano di una squadra non proprio coesa e compatta a livello di spogliatoio.

 

Li abbiamo ritrovati tutti a cavallo del solstizio d’estate, protagonisti di un curioso intreccio, fatto di risultati importanti. Ha iniziato la nazionale di calcio, prima superando la Nigeria con il più classico dei punteggi calcistici (2-0) e poi regalandosi una di quelle vittorie che rimangono scritte in grassetto negli almanacchi del football: il 3-0 all’Argentina vicecampione del mondo di Messi & Co. A cui va aggiunta, a margine, la scelta del ct Dalic di rispedire a casa il panchinaro scontento Kalinic che il resto della squadra ha serenamente accettato. Fatto che avvalora la percezione che dentro lo spogliatoio croato l’aria sia decisamente cambiata e che di conseguenza tutto quel talento faccia ora fronte comune. E se così fosse, replicare o addirittura migliorare in terra russa lo storico terzo posto di Francia 1998 non appare un’utopia.

Molto probabilmente, anzi quasi sicuramente, non è accaduto. Ma è bello immaginare che ieri Borna e Marin, prima di scendere in campo, abbiano pensato per un momento a come giovedì sera Manduzkic, Modric e tutto il resto della compagnia in casacca a scacchi biancorossi hanno fatto esplodere di gioia la Croazia intera. E che allora, in questa prima domenica d’estate, abbiano avuto uno stimolo in più: quello di mettere il loro sigillo per rendere ancora più indimenticabile questa settimana per lo sport croato, nella quale arrivano i primi due titoli della stagione tennistica 2018.

Ovviamente il risultato più eclatante è la vittoria di Coric su Federer nella finale di Halle. Battere il fuoriclasse svizzero sulla sua superficie preferita, negandogli il decimo titolo in terra tedesca e facendolo abdicare dal trono ATP per la terza volta nel 2018 – in questa schizofrenica sfida con Rafa Nadal fatta di sorpassi e controsorpassi da MotoGP in testa alla classifica mondiale – è anch’essa un’impresa che resterà negli annali dello sport. Basti pensare che sinora a battere Federer in una finale sull’erba era stata solo gente che come minimo è stata n. 2 al mondo (Tommy Haas) se non n. 1 e pluricampione Slam (nell’ordine Nadal, Hewitt, Murray e Djokovic). A sconfiggere “the Swiss Maestro” il 21enne di Zagabria ci era già andato parecchio vicino ad Indian Wells, e in quell’occasione era sembrato che il braccio del giovane croato avesse un po’ tremato nei momenti decisivi. Paradossale, pensando che seppur ancora giovanissimo aveva già portato a casa match decisivi a livello di Coppa Davis, a dimostrazione delle sue capacità di esaltarsi quando la tensione sale in campo.

Ma si sa che circuito ATP e Coppa Davis possono raccontare storie completamente diverse e giocatori che per la gloria personale si sono bloccati a pochi metri dal traguardo sono stati invece capaci di imprese eccezionali in Davis. E viceversa. Ecco, forse questa vittoria è anche un modo per esorcizzare quella sconfitta e dimostrare che non è certo il “killer instinct” a mancare a Borna, a nessun livello. E che, anzi, con il lavoro fatto con Piatti ed il resto del team (a partire dal vice-allenatore Kristijan Schneider che abbiamo visto esultare in tribuna ad Halle subito dopo il match point) non gli manca forse proprio più nulla per fare l’ingresso nel tennis che conta, ovvero la top 20. In realtà al momento gli mancano un centinaio di punti, quelli che lo separano da quella ventesima posizione distante ormai solo un piccolo scalino da quel n. 21 che da oggi per Borna vale il best ranking.

Meno sorprendente la vittoria di Marin Cilic su Novak Djokovic. In fin dei conti parliamo del vice-campione degli ultimi Championships e dell’Australian Open, che ha superato un giocatore che sta ancora cercando di ritrovare pienamente il campione che è in lui, sebbene da questo punto di vista la settimana londinese abbia evidenziato segnali positivi. Che peraltro c’erano stati sia a Roma che a Parigi, nonostante la sconfitta inaspettata contro Cecchinato.

C’è però qualcosa di particolare nella vittoria del tennista di Medjugorje. Spesso in passato, nei momenti caldi del match, Cilic si era visto sfuggire la vittoria di mano. Citiamo gli esempi più recenti. Il match della finale di Coppa Davis 2016 dov’era in vantaggio due set a zero e poi ancora di un break all’inizio del quinto contro il solito del Potro (tanto per tornare all’iniziale leitmotiv della sfida Argentina – Croazia), dando così, di fatto, l’addio all’insalatiera. Era la seconda volta in pochi mesi che bruciava due set di vantaggio in un match decisivo, dato che era capitato a luglio – con l’aggiunta di tre match point non sfruttati nel quarto parziale – contro Federer nei quarti di finale a Wimbledon, dopo aver giocato in maniera splendida per buona parte del match. L’anno scorso ci sono state le sconfitte dopo essere stato ad un passo dalla vittoria contro Zverev e Sock alle ATP Finals, con il terzo gradino della classifica ATP di fine anno sfumato di conseguenza. Infine la palla break sprecata all’inizio del quinto set contro il fuoriclasse di Basilea nella finale di Melbourne del gennaio scorso, quando sembrava avesse ribaltato la partita a suo favore. Insomma, il killer instinct di cui parlavamo prima pareva proprio non fosse patrimonio di casa Cilic.

Ed ecco invece che oggi, sotto di un set e 4-2 nel tie-break del secondo, dopo aver già annullato un match point in precedenza con il servizio, il buon Marin decideva che non poteva essere lui a rovinare proprio all’ultimo giro la settimana magica dello sport croato. Cinque punti consecutivi ed il tie-break era suo. Un finale di parziale che da una parte era l’evidente segnale che Djokovic, seppur in crescita, quel killer instinct che era uno dei suoi tratti distintivi quando era all’apice deve ancora ritrovarlo. Ovvio in tal senso trovare similitudini con l’incredibile tie-break del quarto set contro Cecchinato. Dall’altra, come dimostrato anche dalla solidità con cui ha difeso fino alla fine il break conquistato all’inizio del set e che si è rivelato decisivo per le sorti del match, la fiducia e la sicurezza nel proprio gioco ed in se stesso del n. 5 del mondo. Probabilmente già quella rabbia a stento trattenuta in conferenza stampa dopo la sconfitta parigina contro del Potro era stata in realtà un segnale in tal senso: Cilic era conscio di non essersi perso e spento nei momenti clou come spesso in passato, ma che era stata più una questione di sfortunati dettagli a fare la differenza a suo sfavore.

Vera o falsa che fosse questa impressione, in realtà non importa molto. Importa che nella sua testa ci fosse ben impressa la sensazione di averla persa ingiustamente quella partita. Ci ricordiamo lo sguardo spento e vuoto dopo la sconfitta a Zagabria nella finale di Davis: niente a che vedere con quello corrucciato ed indispettito di qualche settimana fa Parigi.

E allora, con questa aumentata fiducia e sicurezza nei propri mezzi, vuoi non pensare che dodici mesi dopo – senza vesciche o altro di mezzo, perché, diciamolo, il buon Marin ha anche avuto una buona dose di sfortuna nella sua carriera: oltre alla finale di Wimbledon 2017 basterà ricordare la semifinale giocata da infortunato contro Djokovic nell’US Open 2015 in cui era defending championl’ultimo atto a Church Road potrebbe avere un esito diverso, proprio come è avvenuto a Palliser Road? Obiettivamente difficile pensare che dall’altra parte della rete il 15 luglio ci possa già essere proprio Borna Coric, che però dopo quello che ha fatto ad Halle è diventato ufficialmente un avversario che da lunedì prossimo nessuno avrà voglia di ritrovarsi davanti sui campi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club. Più probabile, invece, che ci possa essere la terza sfida in una finale Slam nell’arco di 365 giorni contro il fuoriclasse svizzero, il grande sconfitto delle finali di ieri.

Però quel giorno Marin Cilic potrebbe comunque non essere l’unico croato in una finale. Eh, sì perché domenica 15 luglio, guarda gli scherzi del destino, si giocherà un’altra finale: quella dei Mondiali di calcio. E allora, dopo questa settimana da ricordare, ci sta che a Zagabria e dintorni si sogni qualcosa di assolutamente indimenticabile. Un sogno che, seppur lontano, in questo momento appare comunque più vicino alla realtà che all’utopia: una notte di una domenica di mezza estate in cui festeggiare sull’asse Londra-Mosca.

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La rivoluzione è adesso: entra in vigore il “Transition Tour”

La riforma del mondo Futures sarà presto realtà: l’ITF si disferà dei “professionisti a metà” e promuoverà la crescita degli juniores

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La stagione 2019 sarà un importante momento di svolta per il tennis mondiale, dal momento che verranno introdotti sostanziali cambiamenti all’interno delle principali organizzazioni. Se alla riforma della Coppa Davis è stato dato ampio spazio negli ultimi mesi, lo stesso non si può dire dell’introduzione del “Transition Tour” da parte dell’ITF. Il provvedimento è stato preso in febbraio con un obiettivo ben preciso: ridurre il numero di giocatori “pro” e aiutare i giovani a entrare gradualmente nel circuito maggiore. Tutto è partito da un’analisi delle due classifiche, ATP e WTA in cui sono risultati professionisti (quindi inseriti nelle classifiche per l’acquisizione di almeno un punto valido) quasi 2000 uomini e circa 1400 donne. All’interno di questo gruppo però, la maggior parte dei tennisti non possono dirsi a tutti gli effetti “professionisti”, dal momento che -secondo l’analisi della Federazione- solo dai giocatori attorno alla 350esima posizione per gli uomini e 250esima per le donne in su si può parlare di professionismo.

Il circuito di transizione, denominato ufficialmente ITF World Tennis Tour, da inizio 2019 dimezzerà il numero di giocatori presenti in classifica secondo i provvedimenti adottati. L’obiettivo è avere circa 750 professionisti per il Tour maggiore, sia in quello maschile che femminile. Verrà creato un nuovo ranking, che terrà conto dei punti dei tornei ITF da 25.000$ e 15.000$ di montepremi e nelle qualificazioni per i tornei Challenger. Se fino alla stagione 2018 i risultati ottenuti nelle categorie davano dei punti validi per le classifiche ATP e WTA, dal 2019 offriranno “ITF Entry Points”. Nel dettaglio:

 
  • i tornei da 15.000$ di montepremi non offriranno più punti ATP o WTA, ma esclusivamente “ITF Entry Points”;
  •  i tornei da 25.000$ distribuiranno punti in entrambe le classifiche per gli uomini solo per semifinali e finali: nei 25k + Hospitality la vittoria del torneo frutterà 5 punti ATP, la finale 3 e la semifinale 1 ;nei 25k ordinari, la vittoria del torneo frutterà 3 punti e la finale 1; i risultati dai quarti di finale in giù daranno “ITF Entry Points”
    tra le donne continueranno a offrire unicamente punti WTA;
  • verranno denominati ITF Wolrd Tennis Tour 25s e ITF Wolrd Tennis Tour 15s.

A breve l’ITF opererà una selezione. Secondo il prospetto indicato sopra, all’inizio della nuova stagione verranno sottratti al ranking ATP o WTA di un giocatore/giocatrice i punti conquistati dal momento in cui il sistema è stato introdotto e dal 2019 saranno invece validi solo per il “Transition Tour”. Sarà comune perciò per un tennista avere due ranking paralleli, uno del Tour maggiore e l’ITF World Tennis Ranking. Il caso più rilevante è quello di Ugo Humbert, attualmente 84esimo nella classifica ATP. Il giocatore francese entrava a pieni titoli nell’entry list dell’Australian Open 2019, ma gli verranno sottratti 88 punti (dei 97 conquistati) ottenuti in un Futures 25k, scivolando così fuori dalla lista, ma primo tra gli “alternates”.

Nella nuova composizione dei tornei Futures 15k ci sarà un occhio di riguardo per i giovani, ai quali la riforma è in gran parte destinata. Nel tabellone -a 32 partecipanti-, saranno garantiti cinque posti per gli juniores presenti tra i primi cento giocatori del ranking ITF. Si tratta di un chiaro tentativo di consegnare al Tour professionistico dei giocatori con maggiore esperienza internazionale e consentire loro un graduale ingresso tra i “pro”, ma non solo. Ciò che spesso non consente ai migliori giovani prospetti di affermarsi sin da subito sono gli ostacoli economici. Con la riforma del “Transition Tour” l’ITF ha garantito una maggiore omogeneità nella distribuzione dei Futures in calendario. In questo modo anche i giovani potranno prendere parte ai tornei senza dover andare in rosso per le spese del trasferimento.

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Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

 

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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Piccoli passi verso la rivoluzione: i ‘1000’ avranno lo shot clock

Introdotto la scorsa estate, confermato agli US Open. Dal 2019 lo shot clock arriva sarà implementato nei tornei più importanti. E non è l’unico step verso una nuova versione del mondo ATP

Carlo Carnevale

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In principio era il rigore. La compostezza dei gesti in campo e sugli spalti, il silenzio durante il gioco, la seraficità di giocatori, arbitri e spettatori. Il tempo, però, insieme con la non trascurabile rilevanza del denaro che sempre più ha iniziato a pesare con il passare degli anni, ha imposto nuove necessità e nuove regole, che da non scritte si sono e si stanno trasformando in codice vero e proprio. Il tennis cresce e matura, paradossalmente rincorrendo sempre nuove giovinezze dimenandosi con orgoglio tra le spire di una tradizione a tratti vetusta, e lo fa ritagliandosi nuovi abiti (meglio dire accessori forse) per piacere ai nuovi adepti e ai nuovi sponsor. Le richieste televisive hanno alla fine divelto il chiavistello dei long set negli Slam, arrivando a una grottesca frammentazione in quattro soluzioni differenti; e anche i tempi di gioco, ormai, sono destinati alla rivoluzione sulla scia di quanto visto nell’ambiente giovane per antonomasia, le Next Gen Finals.

Il nuovo logo è stato in realtà un minimo ritocco facciale. L’ATP Tour si è rifatto il trucco nel profondo, andando a scardinare gli ancoraggi più arrugginiti, e dal prossimo (veramente prossimo) anno si vedranno i cambiamenti maggiori. Non del tutto nuovi, comunque: si tratta dello shot clock, i 25 secondi di cronometro che separeranno un punto dall’altro in tutti i Masters 1000, dopo l’esordio Major del 2018 agli US Open (era già stato introdotto a Toronto e Cincinnati). Sarà una misura obbligatoria per tutti gli ex Super 9, su tutti i campi e qualificazioni comprese. Le opinioni dei big sull’argomento sono cosa nota, ciascuno munito di secchio per tirare acqua al proprio mulino; sta di fatto che, numeri alla mano, lo shot clock non pare aver invertito alcun ordine di valori in campo o fatto pendere i bracci della bilancia in modo anomalo. Sarà raccomandato e proposto ai tornei di ogni ordine e grado, ma per le categorie minori rimarrà facoltativo fino al 2020, quando invece diventerà parte dei requisiti obbligatori per gli eventi ATP.

 

Si respira dunque l’aria di un cambiamento volto forse più all’ottenimento di maggiore audience che di maggior qualità del prodotto, sebbene l’una potrebbe fare da traino all’altra (come spesso accade viceversa). E il treno delle novità coinvolgerà anche il doppio, disciplina nobile andata negli anni accontentandosi di un ruolo da comprimaria, a essere fortunati. Forti di un lavoro pseudosindacale che va avanti da una decina d’anni ormai, i doppisti hanno finalmente ottenuto concessioni importanti per poter divulgare la variante del tennis in coppia, a partire dal campo di partecipazione ai tornei. Dal 2019, infatti, tutti i Masters 1000 allargheranno il numero di team partecipanti dalle usuali 24 a 32, come già visto nelle ultime stagioni a Indian Wells e Miami, con tre wild card concesse rispetto alle due del passato. Uno sforzo significativo per riportare in auge un lato della racchetta andato oscurandosi, a causa soprattutto delle scelte dei top players che raramente vi si dedicano se non in occasioni particolari (vedasi le Olimpiadi, che nel 2008 e 2016, in doppio, hanno visto iridati prima Federer poi Nadal).

Questione di visibilità, per la quale gli stessi doppisti saranno tenuti a impegnarsi ancora di più rispetto a quanto non abbiano fatto finora (e saranno probabilmente contenti di farlo). Sono state infatti istituite numerose iniziative pubblicitarie per le quali i giocatori dovranno mostrarsi disponibili proprio allo scopo di promuovere i tornei, come appuntamenti sponsor o eventi Pro-Am, molto in voga negli Stati Uniti, in cui professionisti e dilettanti calcano gli stessi campi. A proposito, i campi. Tra le proposte più interessanti, anche se non ancora definitive, c’è quella di un Doubles Only Courtovvero la possibilità di marchiare il campo di una partita di doppio in maniera autonoma e differente rispetto al singolo. Come se fosse un prodotto a sé stante quindi, garantendo maggiore visibilità e introiti pubblicitari separati. E per non farsi mancare nulla, il movimento sulle tribune durante gli incontri di doppio sarà libero.

È il successo dei test introdotti durante le ultime US Open Series, e un passo tutt’altro che piccolo verso una vera e propria rivoluzione, come già si vede da due anni a Milano con le Next Gen Finals. C’è sicuramente parecchia strada da fare prima che la finale di Wimbledon inizi con il warm up accelerato e venga decisa da un servizio deviato dal nastro grazia alla no-let rule, magari sul 40-40 e con il killer point. Ma mai dire mai.

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