Nei Dintorni di Djokovic: Dzumhur tra terra e cemento, tra click e Ceck

Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic: Dzumhur tra terra e cemento, tra click e Ceck

Damir Dzumhur in esclusiva. La crescita sul veloce e le sconfitte contro gli italiani (“Ma solo sulla terra”), la top 25 e l’exploit di Cecchinato (“Doveva andare oltre mentalmente”). E il segreto per inseguire e realizzare i propri sogni

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Il torneo di Umago, con la sua atmosfera sicuramente più rilassata e distesa rispetto ad altre tappe del circuito ATP, è spesso una buona occasione per riuscire ad intervistare con un po’ più di tranquillità i top 50 che vengono a disputare il 250 croato. Quest’anno, non appena avuto conferma dei partecipanti, uno degli obiettivi da questo punto di vista – l’altro, ovviamente, non poteva che essere Marco Cecchinato – era Damir Dzumhur.

Del tennista bosniaco su Ubitennis abbiamo già parlato in diverse occasioni, di come un ragazzino cresciuto nella Sarajevo martoriata dalla guerra sia diventato, lavorando giorno dopo giorno, un giocatore di alto livello e uno degli sportivi più amati del suo paese, la Bosnia Erzegovina: dopo la doppietta San Pietroburgo – Mosca dell’autunno scorso Dzumhur è infatti entrato nei top 30, poi dopo la vittoria sull’erba ad Antalya di inizio luglio è approdato tra i primi venticinque giocatori al mondo.

Ma, come sempre, un conto è conoscere la storia di un giocatore e seguire il suo percorso, diverso invece è avere l’opportunità di parlarne con lui a quattr’occhi. Nel caso del venticinquenne tennista di Sarajevo, per conoscere un po’ di più questo giocatore dal fisico non certo da super atleta (175 cm per 70 kg), non di rado irascibile in campo, e magari capire come, mattone dopo mattone, sia riuscito a costruirsi un gioco ed una classifica di tutto rispetto.

 

Ci siamo riusciti, grazie anche alla paziente disponibilità dell’addetta ATP – che ci ha lasciato “sforare” i canonici dieci minuti previsti per l’intervista – e grazie soprattutto ad un Damir che, reduce da un allenamento sotto il cocente sole croato, è stato particolarmente disponibile. Sarà stato l’ambiente rilassato, la possibilità di parlare nella propria lingua o la conoscenza comune che risponde al nome del suo ex coach Alberto Castellani, sta di fatto che l’attuale n. 24 de mondo ci ha raccontato molto di sé. E non solo. Perché a Damir abbiamo chiesto anche qualcos’altro. Abbiamo chiesto anche di Marco Cecchinato, poiché ha avuto anche lui un ruolo nella favola del tennista azzurro, dato che ci ha perso a Montecarlo e a Budapest proprio quando la favola stava per cominciare.

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Dopo la stagione sull’erba, con la vittoria al torneo di Antalya, sei entrato tra i top 25. Soddisfatto del tuo 2018?
Sì, sono decisamente soddisfatto della stagione sull’erba, è stata molto buona, anche se mi dispiace un po’ per quel secondo turno a Wimbledon (sconfitta al quinto contro Gulbis, ndr) nel quale ho avuto le occasioni per andare avanti. Purtroppo non le ho sfruttate, nel secondo set ero avanti di due break, ma poi il mio gioco è sceso di livello, sono calato sia fisicamente che mentalmente. Molto probabilmente anche perché ho accusato tutta la stanchezza accumulata nei match precedenti, compresi quelli della settimana prima ad Antalya. Peccato, anche perché poi avrei incontrato Zverev. Un giocatore contro il quale a Parigi ho avuto un match point a favore e che conosco bene. Perciò, a prescindere dal suo ranking, ero sicuro di avere la possibilità di disputare un buon match e di avere le mie chance. Non ce l’ho fatta, ma sono comunque soddisfatto. Soprattutto di come ho giocato e, la cosa più importante, di quanto sia in fiducia. Comunque nel complesso, tutta la stagione è stata sinora molto positiva.

Magari poteva andare un po’ meglio sulla terra battuta. Si potrebbe osservare come sul rosso tu sia stato anche penalizzato dai sorteggi un po’ sfortunati nei tornei principali: al secondo turno del Potro a Madrid e Nadal a Roma. E poi Zverev al terzo turno del Roland Garros. Forse con un altro sorteggio sarebbe andata diversamente.
Sì, la penso anch’io così. Comunque, proprio a partire da Madrid ho giocato dei bei match. Anche se i risultati non sono stati a mio favore, ho giocato un buon tennis. E poi è vero che i sorteggi da Madrid a Parigi sono stati sfortunati, ma poi prima o poi le cose dovevano girare. Ed è successo ad Antalya, dove ero tra le prime quattro teste di serie, libero al primo turno, ed ho sfruttato l’occasione. Quindi tutte quelle piccole sfortune nei sorteggi sulla terra li ho compensati sull’erba.

Hai accennato prima al match contro Sascha Zverev. In casi come questi, è maggiore il rammarico per la vittoria sfuggita d’un soffio o la soddisfazione per aver giocato alla pari con il numero 3 del mondo?
Onestamente, subito dopo il match c’è il dispiacere per l’occasione che non sei riuscito a cogliere. Dura un paio di giorni. Poi, in seguito, rimane molto di più il ricordo dell’aver giocato bene e di essere andato molto vicino alla vittoria. E a prescindere dalla sconfitta, come anche quella successiva ai Queen’s contro un altro top player come Dimitrov, l’aver giocato bene, al loro livello, aumenta la fiducia in se stessi e nel proprio gioco. Ed è una conferma che il posto raggiunto nel ranking è meritato.

Facciamo un passo indietro. Prima dei tornei di cui abbiamo parlato, sulla terra avevi perso contro due giocatori italiani: con Marco Cecchinato a Montecarlo e Budapest, con Fabbiano a Istanbul. Mettiamola con una battuta: non ti piace giocare contro i tennisti italiani?
Mah, non lo so. È andata cosi. Con Fabbiano ho perso quel match, ma è l’unico, ne avevo vinti cinque o sei prima (sei di fila per l’esattezza, con il tarantino che aveva vinto solo la prima sfida, a livello Challenger, nel lontano 2012, ndr) e tutti quelli sul cemento (due su due, diventati tre su tre con la vittoria di fine luglio a Los Cabos, ndr). Se vado ad analizzare la cosa, contro gli italiani ho perso sulla terra, ma ho vinto sulle superfici veloci. Con Fognini ho perso due volte sulla terra, sempre qui ad Umago, ma ho vinto sul cemento a San Pietroburgo. E anche con Cecchinato, ho perso tre volte sulla terra, ma ho vinto sul duro. In realtà ci sono tutta una serie di cose da considerare. I tennisti italiani sono molto forti sulla terra battuta, meno su altre superfici, eccetto Seppi. Inoltre il mio gioco, che negli ultimi due-tre anni è diventato più adatto al cemento e all’erba rispetto alla terra, soffre un po’ il loro stile. Specie un giocatore come Cecchinato, con il suo servizio in kick, un buon dritto, in grado di giocare scambi lunghi e profondi, palle con molto spin che rimbalzano alte, mi crea delle difficoltà. Invece sulle superfici rapide contro questi giocatori mi sento molto più a mio agio. Quindi, alla fine tutto dipende dal sorteggio: se capiterà di incontrarli sulla terra o sul veloce.

Hai parlato di Cecchinato. Voi giocatori vi conoscete, vi vedete giocare, vi allenate insieme, praticamente quasi ogni settimana, Tu contro di lui, come dicevamo, hai giocato due volte di fila in aprile. Un mese dopo è arrivato in semifinale al Roland Garros. Pensavi, dopo averci giocato, che potesse ottenere un risultato simile? O, come ha peraltro detto lui stesso, è stato qualcosa di assolutamente incredibile?
Io, sinceramente, ho sempre detto che Marco è un giocatore molto forte sulla terra. Meno sulle altre superfici, proprio per il suo tipo di gioco. Ecco, se dovessi scegliere un tennista italiano contro il quale giocare su superfici dure, direi Marco (curioso come Damir, nonostante questa affermazione, abbia poi scelto proprio Cecchinato come partner nei tornei di doppio di Toronto e Cincinnati, ndr). Ma lui sarebbe anche quello che vorrei evitare sulla terra battuta. Questo perché il suo stile di gioco è veramente ottimo sul rosso. Su questa superficie è sempre stato straordinariamente costante in termini di risultati a livello Challenger, mentre a livello di circuito ATP giocava bene ma non era mai riuscito a fare risultati, Come dicevo, lui ha sempre avuto un gioco adatto alla terra rossa, ma evidentemente non mai era riuscito a dimostrare tutto il suo potenziale, non era mai riuscito ad andare oltre mentalmente e a dirsi “Io sono meglio di così”. E poi arriva Budapest – anche se già contro di me a Montecarlo aveva giocato un ottimo match – dove quella vittoria, partendo da lucky loser, gli ha dato quella fiducia e quell’autostima necessarie per poi fare il salto. Il tennis è così. Del resto tutti giocano bene a tennis e sono in grado di fare ottimi risultati. E non puoi prevedere quando accadrà che uno farà il salto. Per quanto riguarda Marco, a lui vanno i miei complimenti: fare semifinale in uno Slam, battere Novak Djokovic. Fantastico.

Proprio Cecchinato, parlando del suo exploit parigino, ha detto che in Francia per lui è scattato il famoso “click”, quello di cui voi giocatori spesso parlate, che gli ha fatto fare il salto di qualità. Possiamo dire che per te il “click” sono state le vittorie di Mosca e San Pietroburgo dello scorso anno?
Sì, anche quelle. Per me in realtà il “click” è stata tutta la seconda metà della scorsa stagione. Proprio dopo Umago, ho fatto semifinale ATP (Los Cabos), finale Challenger, finale ATP (Winston-Salem), terzo turno in uno Slam. Poi ancora vittoria in un torneo ATP, un’altra semifinale e dopo ancora un altro torneo ATP vinto. Tanti bei risultati in un breve periodo, ed ecco che è scattato il “click”. Sentivo che stavo giocando bene, ero in fiducia. Non pensavo più di tanto agli avversari, e neanche più di tanto al mio gioco. Mi divertivo veramente a scendere in campo e a giocare, ottenendo ottimi risultati. Poi all’inizio della stagione sono tornati i pensieri, anche con riferimento al fatto che sarebbe capitato più spesso che sarei sceso in campo da favorito. È arrivata una pressione che non c’era mai stata prima e bisognava affrontarla. Ci è voluto un po’ di tempo. Anche il fatto di essere testa di serie e non giocare al primo turno era una novità a cui bisognava adeguarsi. Tutte cose che bisognava affrontare. Col tempo tutto è andato meglio.

Tu sei un giocatore che è cresciuto con gradualità. Hai fatto l’ingresso tra i top 300 un mese e mezzo prima di compiere 20 anni (è nato il 20 maggio 1992, ndr). Sei diventato definitivamente un top 200 poco più di un anno e mezzo dopo, alla fine del 2013. Sei entrato nei top 100 dopo altri quattordici mesi . E infine, dopo più di due anni e mezzo, il salto tra i primi quaranta giocatori del mondo. Per riuscirci hai lavorato su tutti gli aspetti: tecnico-tattico, fisico e anche mentale. Su questo ultimo punto, in particolare, ti sei allenato con Alberto Castellani, uno dei pionieri del mental coaching nel tennis, ma anche con la mental coach serba Vesna Danilovic. Entrando nello specifico, che lavoro fai attualmente sulla parte mentale? Usi le routine che hai definito a suo tempo o  fai anche qualche altro tipo di lavoro ?
Sì, ho le mie routine, ma ci sono anche persone con cui sono in contatto e che chiamo quando percepisco che ho bisogno di lavorare su certi aspetti, come la motivazione e la fiducia. Persone con cui faccio coaching e quindi in certi periodi fanno parte del mio team. Sono quel tipo di giocatore a cui non piace lavorare costantemente sugli aspetti mentali. Quindi magari faccio passare del tempo e poi quando sento che è il momento torno a lavorarci su. In generale, mi piace apportare dei cambiamenti nella mia vita, non mi piace quando tutto procede uguale. È noioso. Ed è così che mi piace anche giocare a tennis, in un modo che non sia banale. Sono una persona a cui piace cambiare le cose nella propria vita.

Anche fisicamente sei cresciuto molto. Ti avevo visto giocare dal vivo qui due anni fa e si nota la differenza.
Sì, sì, è vero. Negli ultimi due anni ho fatto un grosso lavoro con il mio preparatore atletico, a Belgrado. Ho lavorato tanto, mi sento bene, fisicamente sono migliorato molto, ho lavorato sulla resistenza, che è molto importante nel tennis. La preparazione fisica è indispensabile nel tennis attuale: oggi molti match si vincono con il fisico.

Accennavi prima al fatto di essere diventato un giocatore all-around, tu che nasci “terraiolo”. C’è un dato curioso che certifica questa tua evoluzione: hai vinto sette tornei Challenger tutti sulla terra, invece i tre ATP 250 tutti su superfici veloci.
Io quando dal circuito Challenger sono approdato al circuito ATP ho deciso di giocare di più sul duro. Questo perché oggi il 60-70% dei tornei ATP si gioca su superfici dure e soprattutto quasi tutti i tornei che contano: tre Slam sono su superfici veloci, la maggioranza dei Masters 1000 sono sul cemento. Quindi ho lavorato per migliorare il mio tennis su queste superfici. Ed è successo, sono migliorato veramente molto. Dall’altra parte questo ha significato dover giocar meno sulla terra e di conseguenza il mio gioco sul rosso ne ha risentito. Ora cerco di trovare un equilibrio a livello di gioco tra le diverse superfici, per essere in grado di ottenere buoni risultati dappertutto. Il fatto che nel circuito maggiore non abbia vinto nessun torneo sulla terra non significa, secondo me, che il mio gioco non è più così adatto a questa superficie, ma solo che si devono ancora incastrare un paio di cose come si deve. Chi l’avrebbe detto, ad esempio, che avrei vinto un torneo sull’erba? E invece ce l’ho fatta. Ripeto, l’obiettivo è quello di trovare un equilibrio ed essere competitivo su tutte le superfici. Poi, chiaramente, non va sempre così e ci sono periodi di alti e bassi, ma credo di poter dire di essere in grado di giocare bene su tutte le superfici.

Sei uno degli sportivi più popolari nel tuo paese, la Bosnia ed Erzegovina. Come vivi questa cosa? Si tratta di uno stimolo o di una responsabilità?
Anche questo fa parte di quello che dicevo prima, di quelle novità alle quali uno deve abituarsi e alla necessità di convivere con la pressione. Si tratta di accettare quello che si è. Dall’altro canto, come giocatore di tennis hai sempre molte pressioni, hai sempre da affrontare qualche tipo di pressione. E dobbiamo sempre riuscire a gestirle al meglio. Perciò credo che più sei in grado di gestire la pressione, più riesci a rendere sotto pressione, più migliorerai come giocatore. Comunque, adesso cerco di non pensare a tutto questo, cerco di lasciarlo da parte e di concentrami sul mio lavoro. Come dicevo, l’inizio della stagione per me non è stato facile perché ho fatto un po’ fatica a gestire tutte queste nuove pressioni. Pensavo troppo a cosa sarebbe successo se non fossi riuscito a fare questo o quello. Ma tutto questo non mi serviva per far meglio, mi faceva solo venire il mal di testa e non mi faceva rendere al 100%. Quando ho cominciato a pensare diversamente, ho cominciato a giocare meglio. Credo che sia normale, che serva un po’ di tempo per elaborare il tutto e poi andare avanti e tornare a giocare bene.

Sei cresciuto a Sarajevo durante la guerra, non hai avuto di certo le condizioni ideali – anche economicamente parlando – per diventare uno sportivo di alto livello. E anche dal punto di vista fisico non sei certo particolarmente dotato. Ti senti come un esempio per i giovani, per il fatto che tu hai dimostrato che si può arrivare al top anche se non hai alle spalle una famiglia facoltosa e non sei un super atleta?
Penso di sì. Per il modo in cui ho fatto tutto questo, per le condizioni in cui mi sono trovato a causa degli avvenimenti accaduti in Bosnia-Erzegovina. Ritengo che per tutto ciò posso rappresentare un buon esempio di come si possa riuscire anche se non si hanno dei genitori ricchi e non si hanno quelle predisposizioni fisiche che molti vorrebbero avere. Ma tutto questo, per me, non era fondamentale. Era fondamentale allenarsi, il modo in cui lo facevo e con chi. Era fondamentale che mio padre fosse il mio allenatore e che i miei genitori fossero sempre al mio fianco. E che ho sempre sentito che era quello che volevo fare. Sin da piccolo, io volevo diventare un giocatore di tennis. E voglio continuare ad esserlo, almeno fino ai 35 anni.

Quindi l’importante era avere un obiettivo.
Avere un obiettivo e perseguirlo.

All’inizio dell’anno avevi detto “Voglio entrare tra i top 20”. Ci sei quasi. Il prossimo step?
Fino a fine anno non mi pongo degli obiettivi particolari, se non quello di rimanere tra i primi 25-30. Perché, dopo i risultati ottenuti lo scorso anno, riuscire a confermarsi significa dimostrare che merito di stare lì dove sono. In modo da poter essere ancora il prossimo anno testa di serie negli Slam, magari in qualche Masters 1000 e anche nei 250, in modo da essere libero al primo turno. Per poi, continuando a giocare bene, puntare ad entrare tra i primi 15-20 del ranking.

Ma ci sarà un sogno. Qual è il sogno nascosto nel cassetto di Damir?
Come dicevi prima, io sono sempre stato un giocatore che ha fatto un passo alla volta e non voglio mettermi fretta. Ma chiaramente un sogno c’è, ed è quello di diventare uno dei primi dieci giocatori al mondo.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Misha e Miro, dallo Smrikva Bowl agli Slam

Non ci sono solo Djokovic e Ivanisevic. Un altro sodalizio tecnico serbo-croato sta infatti funzionando alla grande nel circuito maschile, quello tra il giovane talento belgradese Miomir “Misha” Kecmanovic e il suo coach Miro Hrvatin. Tutto ebbe inizio nel 2009, durante un torneo under 10 a Pola

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Miomir Kecmanovic e Miro Hrvatin (fonte: atptour.com)

Miomir Kecmanovic è oggi una delle grandi promesse del tennis mondiale. I quarti a Indian Wells nel 2019, la finale ad Antalya (sconfitto da Lorenzo Sonego) e infine la semifinale alle NextGen Finals (anche qui fermato da un azzurro, Jannik Sinner) sono i punti più alti di una stagione 2019 che nella seconda metà ha visto il 20enne tennista di Belgrado entrare stabilmente tra i primi sessanta giocatori del mondo. L’inizio del 2020 lo ha visto compiere un ulteriore passo in avanti con l’ingresso tra i top 50 (attualmente è n. 47), grazie soprattutto alle due semifinali raggiunte nei 250 di Doha e Delray Beach, e diventare così un nome ancor più noto tra gli appassionati. Chiaramente tra gli addetti ai lavori il nome di Kecmanovic era conosciuto già da qualche anno, con i primi riflettori puntati addosso alla fine del 2016, quando raggiunse il vertice delle classifiche mondiali juniores dopo aver conquistato per la seconda volta consecutiva il più prestigioso torneo mondiale juniores, l’Orange Bowl, e in Serbia si iniziò a parlare di lui come del nuovo Novak Djokovic. E, come spesso capita, furono tante le similitudini che si cercarono allora tra il percorso di crescita dell’attuale n. 1 del mondo e quello del giovane connazionale per rafforzare tale convinzione.

A tale proposito, dallo scorso luglio c’è un curioso punto in comune tra le loro carriere. Cioè da quando Djokovic ha deciso di avvalersi del supporto come coach di Goran Ivanisevic. Kecmanovic, infatti, da diversi anni viene seguito da un allenatore croato, Miro Hrvatin.Intervistato da un quotidiano del suo paese, il 40enne coach di origine istriana (è di Valbandon, un paesino del comune di Fasana, a una decina di km da Pola), ha raccontato la storia della collaborazione con quello che, secondo la classifica ATP, è attualmente il terzo under 21 più forte al mondo (dietro ai canadesi Shapovalov e Auger-Aliassime e davanti a Sinner). Logicamente la prima cosa che è stata chiesta a Hrvatin è stata proprio quella di spiegare come mai un giovane tennista belgradese abbia deciso di farsi seguire da un allenatore della penisola istriana. “Conosco Miomir dal 2009, quando aveva nove anni e partecipò allo Smrikva Bowl, un torneo internazionale under 10 che si tiene in Croazia, a Stignano in provincia di Pola”.

Torneo nato nel 1996, lo Smrikva Bowl annovera tra i suoi vincitori Dominic Thiem (nel 2004) e Petra Martic (nel 2001) e tra i partecipanti diversi top 100. Per curiosità, noi di Ubitennis siamo andati a vedere il tabellone di quello Smrikwa Bowl del 2009, e quello di Kecmanovic non è l’unico nome conosciuto. Il serbo perse nei quarti, sconfitto dall’italiano Samuele Ramazzotti (grande promessa a livello juniores, n. 1 al mondo under 14  e vincitore del famoso torneo “Petit As” nel 2013, battendo in finale proprio Kecmanovic), che poi  batté in semifinale un altro nome oggi noto, Alejandro Davidovich Fokina, che nei quarti aveva avuto la meglio sull’attuale n. 26 del mondo, Alex De Minaur. In tabellone c’era un altro NextGen che oggi fa parlare di sé ad alti livelli, Alexey Popyrin, che perse al secondo turno con il futuro vincitore, lo spagnolo Alvaro Regalado (da giovanissimo grande promessa del tennis iberico). Il torneo istriano è il punto di partenza del racconto di coach Miro.

“Durante quel torneo facemmo diversi allenamenti, poi quell’anno tornò con la zia per le vacanze estive e per allenarsi. Anche negli anni successivi venne per una settimana di vacanza e allenamenti, fino a quando all’età di 13 anni non partì per l’Accademia di Bollettieri a Bradenton, in Florida. In quel periodo interrompemmo il nostro rapporto, per poi riprenderlo e lavorare con continuità già da quando Miomir giocava i tornei under 18”.

 
Orange Bowl 2016 – Miomir Kecmanovic

Considerando le polemiche sorte in Serbia quando Djokovic ha deciso di inserire Ivanisevic nel suo staff, è stato altrettanto logico chiedere se anche il fatto che la più grande speranza del tennis serbo avesse un allenatore croato abbia creato qualche problema simile. “Sono i genitori (medici molto noti in Serbia, ndr) quelli che si fanno carico della maggior parte delle spese e quindi sono loro che decidono chi è l’allenatore. Quella della nostra collaborazione è stata una storia bella sin dall’inizio e non ci sono stati problemi. In generale nello sport ci sono diversi esempi nei quali c’è un legame tra persone dell’ex Jugoslavia. Non ci sono barriere linguistiche, abbiamo la stessa mentalità”. Interessante notare come quest’ultimo aspetto sia stato sottolineato anche da Ivanisevic nel parlare del suo rapporto con Nole.

Ivan Ljubicic collabora con Roger Federer, Goran Ivanisevic con Novak Djokovic, da poco Vedran Martic con Marin Cilic. Spontaneo chiedersi come mai i coach croati stanno andando per la maggiore nel circuito maschile. “Ivanisevic e Ljubicic sono dei veri e propri ‘brand’. Martic è da anni sulla scena e fa un ottimo lavoro. Miomir e io siamo agli inizi. Per quanto mi riguarda, posso dire che lavoro con il cuore e con il desiderio che riusciamo ad avere successo”.

Dato che di lui si sa poco, al coach di Pola è stato chiesto di raccontare qualcosa del suo passato tennistico. “La mia carriera di giocatore si è svolta interamente in ambito nazionale. Sono stato n. 2 croato a livello juniores e n. 4 a livello senior. Ho giocato e mi sono allenato con Ljubicic, Karlovic, Krajan… Ho vinto due volte in campionato nazionale a squadre (controllando sul sito ATP si scopre che si è comunque tolto la soddisfazione di conquistare un punto ATP, nel 2007, grazie al quale è entrato in classifica alla posizione n. 1494, ndr). La carriera da allenatore l’ho iniziata dalle mie parti, a Stignano, dove allenavo giocatori di tutte le età. Questo mi ha aiutato a migliorarmi come allenatore. Poi ho lavorato due anni in Cina, seguivo quattro ragazze che ai tempi erano le migliori a livello under 16 e under 18. Si è trattato di un’esperienza completamente diversa, che può comprendere del tutto solo chi ha lavorato lì. Ho imparato molto”.

Hrvatin ha poi parlato un po’ del suo allievo.. “Misha (il soprannome di Miomir, ndr) ha subordinato tutta la sua vita al tennis e per adesso sta andando bene. I genitori e la zia gli sono di supporto in questo. A Belgrado andiamo un paio di volte l’anno, per qualche giorno. In questo momento siamo in Florida, all’Accademia di Bradenton, e ci alleniamo qui, dove le condizioni sono ottime”. Kecmanovic si è allenato diverse volte con Djokovic e con Federer. A Hrvatin è stato quindi chiesto quanto sia importante per un giovane avere l’opportunità di allenarsi con simili fuoriclasse. “L’allenamento con giocatori così è di un’importanza enorme per la crescita, ti costringono a essere migliore. Si impara molto da questi allenamenti“.

Non poteva infine mancare una domanda sulla situazione che tutti stiamo vivendo, l’epidemia di coronavirus. “Nessuno era preparato a questo, quindi anche il mondo del tennis è rimasto scioccato. Tutto si è fermato. Non sappiamo nemmeno quando torneremo a giocare, quindi non è facile fare programmare lo stato di forma. Ma in questo momento non è così importante, l’importante è che sconfiggiamo l’epidemia e che le persone siano al sicuro“.

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: Goran Ivanisevic racconta Nole. “È già il più forte di sempre”

L’ex campione croato parla della collaborazione con il n. 1 del mondo (“Un perfezionista”), del rapporto con lui e Vajda (“Mi ha aiutato molto quando sono arrivato”) e di tanto altro. Come la caccia ai record (“A fine carriera i più importanti saranno suoi”) e il rapporto con il pubblico: “Ognuno tifa chi vuole, ma ci vorrebbe rispetto”

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Il 2020 è iniziato veramente alla grande per Goran Ivanisevic. L’ex campione croato, oggi coach del n. 1 del mondo Novak Djokovic, lo scorso gennaio ha ottenuto infatti due grandissime soddisfazioni: in rigoroso ordine di tempo, l’ammissione alla Hall of Fame del tennis e la vittoria del suo assistito all’Australian Open. Rientrato in Croazia, Goran ha rilasciato una lunga intervista esclusiva al quotidiano Jutranji List, in cui ha parlato dei suoi recenti successi, ma soprattutto ha parlato molto della sua collaborazione con Novak Djokovic. E di Novak Djokovic. Ma non solo, come leggerete nel seguito dell’articolo in cui vi proponiamo un’ampia sintesi dell’intervista.

La chiacchierata del campione di Wimbledon 2001 con il giornalista Vladimir Zrinjski inizia con i complimenti per lo Slam appena vinto da coach, con Ivanisevic che ha qualche dubbio su quanti Major abbia vinto in panchina. Sono due –  il recente Australian Open e lo US Open 2014 vinto da Marin Cilic – o tre, se si considera anche l’ultimo Wimbledon dato che la sua collaborazione con Djokovic è iniziata proprio durante quel torneo? “Non so se posso considerarlo oppure no, anche se lì è iniziata la storia. Ci sono argomenti sia a favore che contro, di sicuro questo si conta: sono già da un po’ di tempo nel team, ho seguito tutta la preparazione, ho assistito alla conquista”.

A seguire le congratulazioni per l’ammissione all’International Tennis Hall of Fame di Newport, anche se in realtà la notizia Goran l’aveva ricevuta a fine dello scorso anno – “Quindi direi che l’anno scorso è finito bene e questo è iniziato in maniera incredibile. Dovevo mantenere la notizia riservata, l’ho detto solo alle persone a me più vicine e al team, perché volevo lo sapessero da me e non quando arrivavano in Australia” – e la cerimonia ufficiale sarà solo tra qualche mese. “A luglio, e non è poi così lontano. E nel frattempo, ci saranno da fare un centinaio di cose all’improvviso. Adesso, ad esempio, mi hanno chiesto di recuperare per il museo cinque-sei ricordi della mia infanzia e della mia carriera. Per fortuna mio padre ha tenuto la racchetta e alcune magliette della vittoria di Wimbledon. Probabilmente darò loro anche una delle medaglie olimpiche” (Goran vinse la medaglia di bronzo sia in singolare che in doppio alle Olimpiadi del 1992, ndr).

 

Superati i convenevoli, si passa agli argomenti centrali dell’intervista: il suo punto di vista sulla vittoria di Djokovic a Melbourne, le sue impressioni su come sta procedendo la collaborazione con il fuoriclasse serbo, sul rapporto con Novak e il resto del team e il suo pensiero sul prosieguo della carriera del tennista belgradese.

Torniamo alla finale di Melbourne. Forse c’era meno tensione rispetto alla finale di Wimbledon, ma non potevate farvi mancare il quinto set…
Non direi ci sia stata meno tensione. Si è trattato di un match diverso, che non si ricorderà per la bellezza ma per i capovolgimenti di fronte. È girato su un paio di punti. Nole è partito benissimo, era in controllo e poi ha iniziato a non sentirsi bene. Ed è cambiato tutto. Secondo me il punto più importante è stato quello sull’uno pari del quarto set, palla-break per Thiem, quando Nole ha giocato un serve & volley neanche fosse in allenamento. Anzi, neanche in allenamento sarebbe stato così disinvolto, ha piazzato due volée incredibili. In quel momento ho visto che iniziava a sentirsi meglio e che era di nuovo in partita. Thiem si è innervosito, ha capito di aver perso l’occasione. E poi nel quinto set, il secondo punto più importante, subito dopo aver ottenuto il break: di nuovo una perfetta discesa a rete dopo il servizio, volèe profonda, Thiem sbaglia il rovescio lungolinea. Un po’ mi è dispiaciuto per Thiem, tanto che negli spogliatoi gli ho detto: ‘Guarda, se c’è qualcuno che sa come ti senti adesso, quello sono io’. E lui: ‘Lo so che lo sai, ma non aspetterò così a lungo come te per conquistare uno Slam!’ E io di rimando: ‘No, ne sono certo, non dovrai’. Perché lui è l’unico giocatore che quando è in allungo colpisce più forte di quando è in posizione normale. Vero, aveva Novak in pugno, ma Novak ha fatto qualcosa che io non ho visto fare da nessun altro. Com’è risalito dal baratro… come se avesse un pulsante, che quando lo schiaccia gli consente di ripartire da capo.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Come ha vissuto dalla tribuna quei punti decisivi?
Ho sempre creduto che Novak potesse girare il match, aspettavo solo il momento che accadesse. Lui questo ce l’ha dentro, è un vincente nato, persone così non vogliono perdere. Nole è geniale, ha costretto Thiem a pensare: ‘Ma… Ma sarà mica che la perdo, anche se sono così vicino a vincerla? Mi sta sfuggendo di nuovo’. L’unica cosa di cui ero certo era che il quinto set sarebbe stato dramma, perché non può andare diversamente quando ci sono io nei paraggi! Ma a quel punto se avessero giocato altri dieci set li avrebbe vinti tutti Novak.

Božo Maljković, ex grande allenatore serbo di basket (fu l’allenatore della favolosa Jugoplastika Spalato della fine anni Ottanta che schierava i due giovani fenomeni spalatini Tony Kukoc e Dino Radja, con cui vinse tre scudetti jugoslavi e due Coppe Campioni, ndr) oggi presidente del Comitato Olimpico serbo, ha ricordato di recente come una quindicina di anni fa, a Spalato, lei e suo padre gli diceste che a Belgrado c’era un ragazzino che sarebbe diventato il n. 1. E quando chiese cosa avesse Novak di diverso dagli altri, voi indicaste la testa.
Non dimenticherò mai la prima volta che giocai contro Nole, aveva 14 anni e mezzo, e quando sior Niko
(come Goran chiama affettuosamente, in dialetto spalatino, il grande coach croato Nikki Pilic, ndr) mi disse: ‘Vedi compare, mi taglio le p.… se questo non diventa numero uno’. Ed è qualcosa che si vede veramente. Ci sono ragazzi che giocano bene e ci sono quelli che hanno ‘quel qualcosa’. Qualcosa che non puoi comprare, o ce l’hai o non ce l’hai. Questo differenzia i campioni come Novak da quelli che saranno n. 20 o n. 30. Novak è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, uno con una mentalità simile non l’avevo mai visto. Questa è la qualità che lo contraddistingue ed è per questo che è il più grande. E cosa ancora farà vedere, tra i tornei che vincerà ed i record che batterà. Se prendete gli ultimi dieci anni, nessuno gli è nemmeno vicino.

Cosa nota di Djokovic adesso, dopo 7-8 mesi di collaborazione, e cosa non aveva percepito “da fuori”?
Vedo ancora meglio come si comporta in campo, fuori dal campo, negli allenamenti. Quelle piccole cose che impari a conoscere di ogni persona. Mi ero trovato molte volte nella situazione in cui il mio giocatore lo aveva dovuto affrontare. Quindi forse non sapevo tutto, ma lo seguivo e avevo notato molte cose. Sapevo in linea di massima cosa aspettarmi. Ma quando inizi a relazionarti con qualcuno quotidianamente, allora impari sempre, apprendi cose nuove. In questo Marjan (Vajda, ndr) mi ha aiutato tanto, è con lui da undici anni. Su alcuni particolari abbiamo opinioni diverse, ma sul tennis la pensiamo allo stesso modo. E qualcosa ho ascoltato e preso anche dal fisioterapista Miljan Amanovic. Torno sempre alla mia teoria che è fondamentale capire la mentalità della persona che alleni. E noi abbiamo la stessa mentalità, la stessa lingua, tutto è più facile. So cosa farei io in determinare situazioni. Anche Novak ragiona così, solo ad un livello più alto.

Capita che Novak voglia seguire una strada, Vajda un’altra e lei una terza?
Non capita di frequente. Io e Marjan in genere seguiamo la stessa direzione, solo Novak qualche volta non è soddisfatto di qualche colpo, quando noi pensiamo che non ce ne sia motivo. Ma in campo ci va lui e finché lui non è soddisfatto noi possiamo parlare quanto vogliamo. Ad esempio, in Australia prima del match contro Raonic ci dice che la risposta non va, non è soddisfatto, sta peggiorando. Io lo guardo: ma dov’è il problema? E allora abbiamo rintracciato Karlovic, che era ancora lì, perchè facesse il riscaldamento con lui il giorno prima dell’incontro . E Novak rispondeva come se ‘Karlo’ servisse da 500 metri di distanza. Era soddisfatto, ma non del tutto. E poi arriva al match con Raonic e risponde senza problemi a uno che gli serve a 220-230 km/h. Novak è un perfezionista e fino a quando non sente tutti i colpi come vuole, non è soddisfatto.

Vajda, Djokovic e Ivanisevic

Si può fare un confronto tra la collaborazione con Novak e quella con Raonic, con il quale ha detto di aver avuto difficoltà a comunicare?
No, non si può, perché con ogni giocatore si comunica in modo diverso. Per Raonic il problema non è mai stato il tennis. Da quel punto di vista è un top 5, un top 10, il problema è che non riesce a rimanere tutto intero per un mese, senza infortunarsi. E la comunicazione, l’accettare e il provare cosa gli viene proposto. Una grande cosa di Novak è che prova tutto quello che gli proponi. Non deve per forza essere giusto, ma lui prova. Se non funziona, si passa oltre. Cerca sempre degli elementi nei quali possa migliorare. È più facile comunicare con una persona che da te cerca dei consigli, invece che con qualcuno che tace e devi arrampicarti dentro la sua testa per stabilire un contatto. Ogni cosa è una sfida, ma alla fine conta solo il risultato e quanti match vince.

Capita che Novak vi sorprenda con qualcosa che voi non avete pensato?
Forse certi dettagli li vede in maniera diversa rispetto a me e Marjan. È molto interessante notare quanto segua il tennis. Durante la notte si ricorda di qualcosa e ci manda un messaggio chiedendoci se l’abbiamo visto. Un esempio è prima della finale con Thiem, osservava come si lancia la palla nel servizio, più a sinistra se serve esterno, a destra se serve alla ‘T’. E su tutti i dettagli vuole essere sicuro, sicuro di non aver tralasciato niente che gli potrebbe costare in partita. Incredibile quanto tennis guardi, come confronta le partite precedenti… Guardavamo Thiem e Zverev e già ipotizzavamo gli scenari, cosa fare se vince uno, cosa se vinceva l’altro. Ci sediamo a cena, scherziamo, ma in realtà siamo già con la testa alla partita.

In Australia ha dichiarato che desidera essere presente quando Novak diventerà il più grande della storia. Potrebbe accadere già il prossimo anno?
Potrebbe. Non credo che Novak giocherà ancora cinque anni, anche se ha dentro di sé ancora cinque anni buoni.

Pensa che possa averne abbastanza?
Quando otterrà questi record, tutto è possibile. Potrebbe superare Federer per numero di settimane al n. 1 già dopo lo US Open, e per numero di Slam vinti il prossimo anno. Quest’anno lo potrebbe eguagliare, ma dovrebbe vincere tutti i restanti tre. E se li vincesse tutti e tre ecco che farebbe qualcosa che è riuscito solo a Rod Laver. Ripeto, per me è già adesso il più forte tennista della storia. Quando è centrato, preparato e sano, non c’è nessuno migliore di lui. Su tutto questo si tireranno le somme alla fine della loro carriera (riferito a Federer, Nadal e Djokovic, ndr), deciderà la gente, ma penso che Novak sarà il migliore in tutte le categorie più importanti.

I media è da un po’ che sono fissati con questa sfida, chiedono spesso a Novak quanto sia importante per lui…
Ma sì, la cosa ha un po’ stufato, ma sicuramente per lui conta molto. Non vuole di sicuro essere ricordato come il tennista che ha giocato più finali. Lui, Federer e Nadal sono dei vincenti, gente che in ogni Slam viene per vincere. Non è che questa sfida lo stressi, ma ci pensa. E quando ‘sta bene’ di testa, allora sa di essere il favorito nel 99,9% dei tornei. Solo Nadal ha un piccolo vantaggio a Parigi, perché comunque è il ‘suo’ torneo.

Il palmares dei Big Three dopo l’Australian Open

Cosa ne pensa del rapporto di Novak con i tifosi, di cui si è parlato molto all’inizo della stagione? Prima all’ATP Cup, dove Nadal si è lamentato del pubblico, e poi all’Australian Open. Il papà di Novak dopo la finale ha dichiarato di non aver capito perché il pubblico tifasse per Thiem.
Ci sono diverse teorie su questo. L’ATP Cup è andata benissimo perché c’erano molti tifosi serbi. Non so cosa abbia innervosito Nadal, forse qualcuno gli urlava prima del servizio, ma l’atmosfera era fantastica. Per quanto riguarda l’Australian Open, non so perché questa situazione si ripeta. Ma sposo la tesi che Federer e Nadal hanno iniziato prima e si sono creati la loro base di tifosi. E non è che adesso quei tifosi cambiano e si mettono a tifare per Novak. Lui ha il suo pubblico di sostenitori. Non mi ha disturbato il fatto che abbiano tifato per Dominic, volevano che un ragazzo che si era impegnato e che è un ottimo tennista conquistasse il suo primo Slam. Ma in qualche occasione è troppo evidente che non apprezzano e non rispettano l’uomo che ha vinto più Australian Open nella storia. E a Wimbledon la situazione è stata simile.

Boris Becker dopo Wimbledon ha usato proprio queste parole, che i tifosi dovrebbero apprezzare di più la grandezza di Novak.
Questo mi dà fastidio, che non lo apprezzino come persona. Non posso costringere qualcuno a tifare, tifa pure per l’altro, non mi interessa, ma mostra rispetto. Questo è il problema maggiore, lo avevo notato già prima. Come allo US Open 2015, quando in semifinale battè Marin e in finale 20.000 persone tifarono per Federer. E a quel punto, la ‘lucida follia’ di Novak. Lui è come se si estraniasse dalla situazione, quando qualcuno del pubblico lo fa arrabbiare, gioca ancora meglio. Come se volesse tappargli la bocca. Anche se sarebbe bello gli fosse riservato un trattamento migliore. Si tratta di una persona che ha dato veramente tanto al tennis. Ha creato una Fondazione, investe costantemente su di sé e nello sport, niente per lui è un problema… Per questo dovrebbero rispettarlo di più.

Le è mai capitato di giocare con tutto lo stadio contro?
Non in questo modo. Forse se avessi avuto i cinque minuti, allora avrei avuto tutti contro di me perché si sarebbero resi conto che ero andato in cortocircuito. Ma quanto vedi che uno lotta e si impegna… Mi sembra che qualsiasi cosa Novak faccia, non vada bene. Mentre gli altri, qualsiasi cosa facciano è ok, a loro si perdona tutto, non importa se sono Federer e Nadal. Di Novak si analizza qualsiasi piccolezza, sia positiva che negativa. Come in finale, quando ho sentito fischiare perchè è uscito dal campo. Ma chi farebbe finta in una finale? Vuoi vincere e dai tutto quello che hai. Una finale è una finale. Ha provato di tutto, è rientrato in partita ed ha vinto perché lui ha una testa incredibile.

Può cambiare questo atteggiamento nei suoi confronti?
Sinceramente non lo so, ma più no che sì. Ma Novak va avanti, ha le persone che gli sono vicino e i suoi tifosi che saranno sempre con lui. E se qualcuno avrà qualcosa da criticare, la cosa migliore è che si estranei. Alla fine conterà quanto uno avrà vinto, non quanti tifosi ha avuto.

Scommetterebbe su Thiem come prossimo nuovo campione Slam?
Ce ne sono diversi, ma sì, scommetterei su di lui. Sia a Parigi che allo US Open. Sull’erba probabilmente no, anche se non si sa mai. È un grandissimo lavoratore. E quel discorso dopo il match ha dimostrato quanto sia solido quel ragazzo. Non è facile perdere per la terza volta una finale Slam e tenere un discorso subito dopo.

Anche questo è qualcosa che lei ha vissuto.
Sì, l’ho vissuto. Tanto di cappello. Se qualcuno dall’alto sta guardando, sicuramente lo premierà.

La sconfitta più bruciante della carriera di Ivanisevic, quella
contro Agassi nella finale di Wimbledon 1992

Concorda con McEnroe che sostiene che ai giocatori più giovani manca una forte mentalità, prendendo ad esempio Nadal che “morde” su ogni punto?
Ognuno ‘morde’ a modo suo. E di Nadal ce n’è uno solo, uno così non nascerà più. La gente non comprende le specificità dei tornei del Gradne Slam. Sono due settimane, sette partite, significa due tornei in uno. I giovani lungo questo percorso vengono eliminati, un po’ come se si sopravvalutassero. Non sono ancora maturi, giocano bene uno, due, tre, anche cinque match e poi si bloccano. Hanno bisogno ancora di tempo per giocare bene con continuità. Per questo voto per Thiem, che da questo punto di vista sta migliorando sempre di più. Medvedev ha giocato molto male con Wawrinka. Da Tsitsipas mi aspettavo molto, ma Raonic lo ha impallinato. Molto male anche Shapovalov. Stanno arrivando e saranno difficili da affrontare, ma per un motivo o per l’altro ancora si perdono quando è il momento di alzare i giri del motore.

L’intervista non poteva concludersi senza dare con Ivanisevic uno sguardo al tennis croato maschile. A partire dalle voci che a fine anno volevano il 48enne coach spalatino quale successore di Zeljko Krajan sulla panchina della nazionale di Coppa Davis (“Ne hanno parlato in tanti, ma non ho mai detto di essere pronto a farlo. Sono troppo concentrato sul mio lavoro attuale”) ed alla scelta, invece, del suo ex allenatore Vredan Martic:“Avevo fatto io il suo nome e sono contento che abbia accettato”. Per poi parlare del prossimo match di Davis contro l’India: “Non sarà facile, abbiamo un po’ sottovalutato l’India. Ho sentito che Borna Coric non ci sarà. Quindi non so quale sarà la formazione. Siamo favoriti ma non eccessivamente. Sarebbe bello vincere ed andare a Madrid perché si tratta di una bella iniezione finanziaria per la Federazione. E per i giovani che stanno crescendo, per aiutarli nel loro percorso di vita nel tennis“. Ed infine un’opinione sul periodo difficile che stanno vivendo i due migliori giocatori croati, Borna Coric e Marin Cilic, a cui per motivi diversi (per Borna è stato una specie di mentore sin dal suo esordio tra i professionisti, di Marin è stato il coach dal 2013 al 2016) è molto legato.

Già che ci siamo, parliamo di Coric.
Mi è difficile dire qualcosa. Lo prendevo sempre in giro perché ancora un po’ ‘usciva dallo schermo’ quando lo guardavo alla tv e finalmente lo scorso anno aveva cominciato ad essere più aggressivo, ad avvicinarsi alla riga di fondo, a servire veramente bene. E adesso è come se tutto questo fosse svanito nel nulla. È subentrata l’insicurezza, fa troppi errori non forzati, e lui è un lottatore che non ha mai regalato niente. Come se fosse stato preso dal panico. L’ho visto giocare in Australia, ha fatto troppi errori senza motivo. È troppo bravo come giocatore per non uscire da questa crisi, ma non c’è nessuna bacchetta magica che ti permetta di dire: ‘In questa data uscirò dalla crisi’. Spero che già a Rio giochi meglio e che sia in forma per Indian Wells e Miami.

Quanto lo ha disorientato la separazione da Piatti?
Ogni cambiamento ti disorienta. Perchè ogni allenatore porta qualcosa di nuovo oppure la stessa cosa te la mostra in modo diverso. Martin Stepanek è fantastico come allenatore e come persona, veramente, spero che questa collaborazione duri a lungo e abbia successo. Non so perché si sia separato da Piatti, è vero però che prima che accadesse aveva giocato bene. Per un periodo ha espresso un tennis veramente di alto livello. Non è svanito, nessuno può portartelo via, ma da solo devi ritrovare la forma. Deve scattargli il ‘clic’, io sono un esempio perfetto per lui in questo senso. Lui è quello che prende le decisioni in campo. Mi dispiace perché considero Borna un fratello più giovane, ma non ho paura, ne uscirà fuori e riprenderà il posto che gli spetta.

Borna Coric e Goran Ivanisevic nel 2015

Marin Cilic pian piano sta tornando?
Ho guardato anche lui in Australia e posso dire che era da tempo che non lo vedevo esprimere un tennis di qualità come contro Bautista. Nell’ultimo anno ha veramente fornito delle brutte prestazioni. Il suo non è un problema di tennis, il suo è di una qualità superiore, deve solo trovare la persona che lo ‘resetti’. Che gli restituisca certe cose in modo che possa di nuovo riprendere la strada giusta. Si è un po’ perso, ma il suo tennis è da top ten, non c’è dubbio. È strano vedere un giocatore con quei colpi fuori dal seeding di un torneo. Già a Dubai al primo turno potrebbe incontrare Djokovic… Spero che per Indian Wells migliori la classifica almeno per rientrare tra le teste di serie. È difficile, sei sempre ad inseguire qualcosa, poi rimani indietro… Prima trova l’allenatore che lo sappia indirizzare, meglio sarà per lui. Perché da solo non ce la fa. Ha delle fiammate, ma non è costante.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic Down Under: Sweet Home Australia, la seconda casa di Nole

Risveglio di Cilic a parte, pochi gli squilli dei rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia all’Australian Open. Ma c’è lui: Novak Djokovic, che in finale rimonta Thiem e si laurea campione per l’ottava volta

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Diciotto i rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia presenti nei tabelloni di singolare dell’edizione 2020 dell’Australian Open. Ecco la sintesi – con commenti e dichiarazioni –  del loro percorso, dal primo turno delle sette in campo femminile e degli undici in quello maschile all’ottava vittoria (in sedici partecipazioni) di Novak Djokovic.

SINGOLARE FEMMINILE

PRIMO TURNO – DANKA, CHI SI RIVEDE
In campo femminile partiamo, noblesse oblige, con la Croazia, che aveva entrambe le sue rappresentanti tra le teste di serie. Ambedue superavano in scioltezza il match di esordio. Petra Martic, n. 13 del seeding, si imponeva agevolmente(6-0 6-3) sulla statunitense McHale, mentre Donna Vekic (n. 19) aveva la meglio in due set (6-3 6-4, rimontando nel secondo set da 1-4 sotto) su Maria Sharapova, con una prestazione convincente che confermava gli ambiziosi propositi per il 2020 della 23enne di Osijek.

Come capita spesso da qualche Slam a questa parte, è stata la Slovenia ad avere il maggior numero di rappresentanti nel tabellone femminile tra i paesi balcanici: a Melbourne erano in tre le giocatrici provenienti dalla nazione subalpina. La n. 1 slovena Polona Hercog esordiva con una convincente vittoria (6-3 6-3) sulla svedese Peterson, che la sopravanzava di quattro  posizioni in classifica ad inizio torneo (n.44  Peterson, n. 48 Hercog). Bella vittoria anche per Tamara Zidansek, che superava con un doppio 6-3 la wildcard coreana Ni-I Han. Chiudiamo la pagina slovena con la 19enne Kaja Juvan, che non ha fatto in tempo a festeggiare la prima qualificazione al main draw dell’open australiano che ha subito una dura lezione (6-1 6-1) dalla coetana Yastremska, n. 23 del seeding. Potrebbe apparire preoccupante un simile divario da una giocatrice di soli 6 mesi più “grande”,  ma c’è da ricordare  che in termini di esperienza Kaja paga pegno rispetto alle maggior parte delle sue coetanee presenti nel circuito.

 

Per lei infatti il 2020 sarà la prima stagione in cui si dedicherà al 100% al tennis: i più attenti alle vicende WTA ricorderanno infatti che lo scorso anno, il primo nel circuito maggiore, dopo essersi qualificata nel tabellone principale del Roland Garros e di Wimbledon – dove costrinse Serena Williams al terzo set – saltò lo US Open per concentrarsi sugli esami di maturità. Una scelta che aveva destato più di qualche perplessità nell’ambiente, ma che la teenager slovena ha difeso anche all’inizio di questa stagione, avendo dato priorità a concludere con successo la scuola superiore e ritenendo importante avere un percorso di crescita graduale (“Non mi cambierei con Coco Gauff” ha detto, rispondendo ad una domanda in merito, “anche se c’è da dire che gli statunitensi hanno un’altra educazione ed un‘altra mentalità. Mi piace crescere un passo alla volta perché ad ogni passo imparo qualcosa”) e con un equilibrio tra il tennis e il resto della sua vita: “Sono felice di come è andata. Ho sacrificato un po’ il tennis, ma intendo dedicarmici per i prossimi dieci anni della mia vita, aver perso qualche mese non farà una grossa differenza.

Una sola invece la rappresentante serba, Nina Stojanovic, subito eliminata dalla n. 30 del seeding Pavlyuchenkova, alla quale ha opposto una valida resistenza solo nel secondo parziale (6-1 7-5 il punteggio finale per la russa).  La 23enne di Belgrado è al momento anche l’unica top 100 del suo paese, complice il crollo in classifica dell’ultimo anno di Aleksandra Krunic e le difficoltà di crescita di Ivana Jorovic e soprattutto di Olga Danilovic, a conferma che dalle parti di Belgrado la ricerca delle eredi di Ivanovic e Jankovic sarà ancora lunga.

Si è rivista dopo un bel po’ di tempo nel tabellone principale di uno Slam – mancava da Wimbledon 2017 – anche la montenegrina Danka Kovinic,  tornata in pianta stabile nella top 100 dal novembre scorso dopo quasi tre anni di assenza. La 25enne di Cetinje vi era uscita infatti nell’aprile  2017, dopo che solo 14 mesi prima – era il febbraio del 2016 – era addirittura riuscita ad entrare in top 50 e a conquistare poco dopo il pass per le Olimpiadi, un suo grande obiettivo, come aveva dichiarato a suo tempo. Danka non ha però ritrovato la vittoria in un main draw Major (l’ultima fu proprio a Melbourne, 4 anni fa): troppo forte Elise Mertens, che le ha lasciato solo due giochi. Ma chissà che per Danka tornare a respirare l’aria di uno Slam, e proprio all’inizio di un nuovo anno olimpico, non funga da ulteriore stimolo per continuare la risalita nel ranking e ricercare un ulteriore salto di qualità.

Donna Vekic – Australian Open 2020 (via Twitter, @DonnaVekic)

SECONDO TURNO – PETRA SI FERMA

Per Petra Martic le speranze di avvicinare ulteriormente la top ten svanivano al secondo turno, dove subiva la rimonta di Julia Georges, che aveva la meglio dopo tre lottatissimi set (4-6 6-3 7-5) e si portava sul 3-0 negli scontri diretti con la croata. Match che lasciava più di qualche rimpianto alla tennista dalmata, che non sfruttava tre palle break consecutive nel nono game per riaprire il secondo set e poi si è trovata a due punti dal match sul 5-4 a suo favore nel parziale decisivo, sempre sul servizio della tedesca. Sogni di gloria a livello ranking che, dicevamo, devono venire per il momento rimandati: i punti persi a Melbourne, dove lo scorso anno approdò al terzo turno, fanno anzi scivolare Petra di un gradino, alla posizione n. 15. Niente è perduto, però obiettivamente a Melbourne c’era l’occasione (al turno dopo avrebbe sfidato Riske, un match dall’esito non scontato, ma comunque alla portata) per bissare gli ottavi del 2018 e migliorare il best ranking. Poteva invece continuare a sognare Donna Vekic, che superava Alizé Cornet in due set (6-4, 6-2) con una prestazione veramente convincente, costellata da ben 38 vincenti.

Finiva al secondo turno anche l’avventura delle due slovene ancora in gara, Hercog e Zidansek, come era del resto prevedibile considerate le avversarie, rispettivamente la n. 1 del mondo Ashleig Barty e Serena Williams. Magari ci si sarebbe potuto aspettare qualcosina di più dei cinque game raccolti a testa, soprattutto da parte di Polona Hercog. Bisogna ricordare però che la 29enne di Maribor non è arrivata in buone condizioni allo Slam australiano, dato che la sua la preparazione è stata pesantemente condizionata da problemi alla schiena (“Negli ultimo periodo non ho giocato e non mi sono nemmeno allenata negli ultimi tempo, negli scambi lunghi non ne avevo. Se fossi arrivata qui ben preparata, ora sarei molto dispiaciuta, ma considerato tutto quello che mi è successo, l’esito è del tutto accettabile”), con i quali  a quanto sembra dovrà in qualche modo convivere (“Aggiungerò un fisioterapista al mio team, che viaggerà con me, sennò non è possibile”).

TERZO TURNO – DONNA SPRECA

Donna Vekic si lasciava sfuggire troppe occasioni – basta riportare la statistica “federiana” di un’unica palla break trasformata sulle nove avute a disposizione  – e doveva cedere in due set alla diciottenne polacca Swiatek. Indubbiamente la 18enne di Varsavia è una delle grandi promesse del tennis mondiale, ma il match era alla portata della 23enne croata, che non è riuscita a cogliere una buona occasione per raggiungere per la quarta volta in carriera gli ottavi Slam. E soprattutto a dimostrare che l’obiettivo della top 10 è effettivamente nelle sue corde. Obiettivo che ora si allontana un po’, poiché nonostante a Melbourne abbia fatto meglio dello scorso anno (si era fermata al secondo turno) la tennista di Osijek ha perso tre posizioni nel ranking in favore di chi ha fatto meglio di lei nel torneo, ovvero Mugurza (finale), Kontaveit (quarti) e Sakkari (ottavi).


PAG. 2 – I risultati del tabellone maschile

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