La rabbia del tifoso anti-Fognini e anti-Giorgi. Il mini-caso Federer

Editoriali del Direttore

La rabbia del tifoso anti-Fognini e anti-Giorgi. Il mini-caso Federer

L’Italtennis è passata da un record all’altro. Quale conta di più? Ci vuole uno psicologo. Kyrgios e una difesa sbagliata. Federer e la gaffe sulla Davis con mini retromarcia. Wozniacki KO

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La rassegna stampa odierna

Come vorrei che avessero ragione i miei lettori più malevoli e profondamente persuasi che io tifi contro Fabio Fognini e magari pure contro Camila Giorgi. Se avessero potuto incontrarmi a Flushing Meadows avrebbero finalmente capito quanto si sbagliano. Ero molto più arrabbiato che deluso quando ho visto perdere a quel modo Camila da Venus e Fabio da Millman. Direi furibondo.

 

È certo vero che gli avversari non sono comparabili: sebbene abbia trentotto anni con Venus ci sta di perdere, altro che. Un anno fa Venus era qui in semifinale e mancò la finale di poco, dopo aver raggiunto la finale in Australia contro la sorella, loro penultimo duello. E nell’ultimo, quest’anno a Indian Wells è stata lei a battere Serena. Inciso: stasera giocano contro per la trentesima volta e una vera favorita forse non c’è, perché sulle condizioni di Serena non scommette nessuno. Ma detto ciò i 41 errori di Camila sono stati in massima parte terribilmente gratuiti. Diversi erano proprio quasi rigori. Per questo, pur ricordando che in Australia 2015 l’opportunità era stata ancora più favorevole in termini di punteggio, ero furioso mercoledì. Perché quella Venus la si doveva battere.

John Millman invece è niente di più di un gran pedalatore, coriaceo, irriducibile, regolarissimo di rovescio pur senza essere capace di farci un punto vincente, più intraprendente di dritto ma – come diceva maestro Tommasi – in relazione a quel colpo “un esempio di regolarista falloso”. Ma Fognini gli ha regalato primo e quarto set, 12 game a 2 per il doppio 6-1, ha commesso una scatafascio di errori gratuiti (anche se questi a differenza di quelli di Giorgi non arrivavano in genere già al primo o secondo tiro), addirittura 78! Ma come si fa? Ne fa 41 in due set Giorgi che è n.40 del mondo in procinto di salire a n.35 e sfiorare il suo best ranking che è n.30, ne fa 78 Fognini in 4 set (ok la media è meno di 20 a set, ma Fognini – che nonostante questa sconfitta potrebbe ritrovarsi a n.12 a fine US open, cioè alla pari del best ranking di Paolo Bertolucci – aveva di fronte un avversario che non vale più della posizione che occupa, la n.55).

Per me, e lo scrivo sapendo di attirarmi un subisso di critiche, sia Camila sia Fabio avrebbero proprio bisogno di un bravo psicologo. Non è possibile veder giocare due talenti come i loro in questo modo così scriteriato. Camila gioca senza minimamente ragionare, le hanno detto di picchiare sempre a tutta forza e lei picchia. Chiunque sia l’avversaria, qualunque siano le sue caratteristiche, la superficie, il clima, la stanchezza di chi le sta davanti, quale che sia il punteggio. Al momento buono si innervosisce quel tanto che basta e perde l’ultimo game di ogni set, quando potrebbe vincerlo, cioè senza che l’avversaria faccia cose trascendentali. Fabio entra in campo già persuaso che a lui questo US Open non piace. Ricorda tutte le sconfitte – sono 9 in 11 partecipazioni fra primo e secondo turno (e spesso cita quella con il pivello Ram che gli lasciò una miseria di giochi dominandolo in un baleno, poco più di un’ora) – ed entra in campo già scuotendo la testa, raccoglie 2 punti sui primi 22 in 5 game, nemmeno stesse giocando contro il miglior Federer, il miglior Nadal. Regala così il primo set. E quando vince in modo abbastanza rocambolesco il secondo, proprio perché Millman è un modestissimo giocatore dalla mano agricola, si convince a tal punto di giocare male – ok è vero, però si può reagire no? – che comincia il terzo set regalando un break d’avvio. Ma si può? Non ha spaccato racchette, anche se le ha fatte volare diverse volte, non ha insultato né arbitri né giudici di linea neppure quando gli chiamavano il fallo di piede, ma era un continuo gesticolare, parlarsi addosso autoflagellandosi. Ho seguito un paio di set e mezzo proprio a bordo campo, accanto all’orologio della Rolex: tutti soliloqui tutti improntati alla massima negatività. Per questo ritengo che lui debba trovare – e può ancor farlo – qualcuno (più che un coach tecnico) che sappia trasformare quella negatività in positività. Un compito non facile, ma neppure impossibile per Bacco. Vi assicuro che nel vederlo perdere a quel modo ho sofferto. E mi immagino quanto debba aver sofferto la sua Flavia, con la pettinatura ormai da signora, capelli corti corti.

Una rabbia che è montata poi quando ho constatato che Kukushkin, n.84 ATP, aveva eliminato il non ancora ripresosi Chung e, insomma, quale tabellone avrebbe potuto presentarsi più favorevole per andare a incontrare in ottavi il vincente fra Federer e Kyrgios? E certo a quel punto Fabio non sarebbe più stato a un migliaio di punti dall’agognato traguardo dei top-ten! Ci si deve allora consolare con il fatto che negli Slam quest’anno Fabio ha raccolto 9 vittorie, più delle 7 del 2014? Più di sempre? Mah… è come dire oggi che all’US Open il tennis italiano ha battuto con 8 ragazzi in tabellone tutti i suoi precedenti record di partecipazione maschile, e poi però sono usciti tutti (più Giorgi) fra primo e secondo turno. Che bel record! Sono trascorsi 11 anni dall’ultimo US Open senza un italiano, uomo o donna, al terzo turno… Come si fa a citare l’altro record di partecipazione se il risultato finale è questo?

Sono imbufalito, davvero. Perché questo sembrava proprio l’anno buono per noi, quello della rinascita. Me ne ero accorto dalle attenzioni per il tennis della gente, dei capiredattori ai giornali, delle radio. Uffa, uffa, uffa. Avessimo dei brocchi incapaci beh, ci rassegneremmo. Ma non lo sono, Fognini gioca dieci volte meglio di Millman. Ho guardato un piccolo spezzone del match accanto a Davide Sanguinetti e lui non faceva che ripetere, mentre gridava “forza Fabio!”, che “Fognini ha il tennis di un top 5”. Già, ma quante volte all’anno? E quante volte per tutto un match? A questi interrogativi temo non troverò mai risposta. E a quelli su Camila? Mah, ha 5 anni di meno, ma mi sembra un’adorabile testarda. Cambierà? Io temo che non succederà soprattutto perché lei non ne avverte l’esigenza. E se non l’avverte lei che si può fare per aiutarla?

IL CASO KYRGIOS-LAHYANI

Ne abbiamo scritto un pezzo assai esauriente, con Vanni Gibertini, e ne ho parlato a lungo nel video in inglese con Steve Flink che è stato quasi tutto incentrato sull’episodio di Lahyani che scende in campo dal suo seggiolone per incoraggiare quella testa matta (ma quanti ce ne sono?) di Kyrgios a impegnarsi, a non dare un brutto spettacolo, chè la gente stava già abbandonando le tribune per andare a vedere tennis lottato. Con Flink – vi raccomando ancora di andare a leggere Ubitennis.net se capite un po’ d’inglese e con Steve riusciamo forse a centrare maggiormente uno o due argomenti topici del giorno, forse perché non dobbiamo parlare degli italiani…quindi da domani sarà forse più interessante anche il video del sito italiano, visto che di italiani non ce ne sono più…e ovviamente gli ottimi Vanni Gibertini e Luca Baldissera non hanno colpa se finora nel video di Ubitennis.com abbiamo dovuto abbracciare più argomenti senza poterli approfondire troppo – abbiamo esaminato in lungo e in largo quasi tutte le questioni legate all’arbitro che di fatto ha certamente sbagliato a scendere dal suo seggio e a intrattenere per 68 secondi Kyrgios spronandolo a giocare con impegno.

Nessuno può sapere quanto le sue parole abbiano inciso, ma Kyrgios che era indietro 3-0 e aveva perso il set precedente 6-4… dei successivi 4 game ne ha fatti 2 come Herbert, quindi un maggior equilibrio c’è subito stato. Dopo di che ne ha fatto tre di fila, per risalire da 2-5 a 5 pari, e insomma degli ultimi 25 ne ha fatti 19. Chiunque al posto di Herbert sarebbe stato furibondo. E ancor più quando l’USTA con il comunicato che voleva coprire Lahyani ha cercato di far passare il francese, e tutti noi, da imbecilli. Ora io non credo che il buon Moahmed si sia reso conto dell’errore commesso. Lo ha fatto in perfetta buona fede. Solo che ha clamorosamente esagerato, ha dimenticato che i microfoni sono dappertutto e che ogni parola pronunciata va misurata bene – Cassano che si copriva sempre la bocca quando l’apriva sapeva bene che le sue parole erano tutt’altro che misurate o ben articolate – e ha peccato anche un po’ della sua vanità. È un bravissimo arbitro, lo svedese di origine marocchine, sta simpatico a quasi tutti i giocatori, si prende a cuore in particolare quelli di difficile gestione (Kyrgios, Fognini per citarne due solo), ma anche quando declama i punteggi, chiama il Falco, o il tiebreak, tende un po’ troppo a fare il personaggio. Mentre l’arbitro invisibile è sempre il migliore.

Lo puniranno? Se lo facesse l’USTA smentirebbe il suo primo comunicato. E gli stessi giocatori non hanno poi tanta voglia di infierire. “Chi non sbaglia mai?” ha detto lo stesso Herbert, salvo poi aggiungere: “Però spero che venga a scusarsi con me, sono io che ho perso la partita, che mi sono fatto strappare giocando male il game di servizio sul 5-4 e se andavo avanti 2 set a zero probabilmente Kyrgios sarebbe stato un altro Kyrgios… ma chi può saperlo con assoluta certezza?”. Molto corretto davvero il francesino che ora, insieme a Mahut tenterà di rifarsi nel doppio. Specialità in cui è stato il n.1 con Mahut. E proprio con Mahut dovrà affrontare domani sabato i nostri Fognini e Bolelli con i loro pantaloni che fanno tanto sorridere gli americani. Mercoledì Cindy Shmerler del New York Times gli ha dedicato un pezzo sul web, e ieri lo ha fatto anche John Jeansonne sul Daily News.

Nell’articolo scritto da Vanni però ci sono tanti pareri di vari giocatori, da Federer (cui ho strappato a fatica un commento ben chiaro e ben critico nei confronti di Lahyani dopo che in precedenza aveva tentato di rifugiarsi in corner con la prima risposta, ribadita due volte nel match fra me e Kyrgios non succederà” quando gli avevo chiesto se dovendo affrontare Kyrgios era preoccupato di un altro coach seduto sul seggio dell’arbitro – è chiaro che la domanda era scherzosa e preludeva a uno suo commento sulla vicenda che lui sulle prime preferiva non dare -) a Roddick, dai francesi solidali con Herbert, all’ex arbitro Ings. In tutto quel che è stato detto non ho approvato minimamente la linea difensiva di Kyrgios: “Io che do retta a Layani? Io che non ho un coach da anni ? Mohamed è ovviamente un incredibile giocatore… eh sì, ha raggiunto grandi risultati nella sua carriera tennistica…”. Caro Nick capisco l’ironia, ma dovresti sapere che non è necessario essere grandi giocatori per essere ottimi coach. Non era questo il punto su cui difendersi. Ne ho conosciuti a decine di ottimi coach scadenti tennisti. Bob Brett? Patrick Mouratoglou? Tre dei 4 spagnoli, Duarte, Perlas e un altro che guidarono la Spagna alla prima Coppa Davis?

ROGER FEDERER SULLA NUOVA DAVIS

Durante la giornata resa concitata per l’episodio Kyrgios e tutte le varie implicazioni che gli sono seguite, è venuta fuori anche una presunta dichiarazione di Federer che avrebbe ribattezzato la nuova Davis come “la Coppa Pique” arrivando poi a dire con insolita crudezza che mai si sarebbe aspettato che un calciatore potessi intromettersi nel “nostro sport”. Gli spagnoli hanno subito reagito all’intervento a gamba tesa sostenendo che Federer avesse parlato come Cicero pro domo sua, essendo lui direttamente coinvolto nella Laver Cup. E anche la sua proposta di trovarsi tutti assieme attorno a un tavolo, ATP, ITF e Laver Cup, ha suscitato non poche critiche. Giustificate a mio avviso. Con tutto il rispetto per Federer, la Laver Cup – manifestazione alla quale un anno fa mi sono peraltro divertito moltissimo – è un evento appena nato e che non dovrebbe avere alcun ruolo in una decisione da eventualmente concordare fra i massimi poteri del tennis contemporaneo, ITF e ATP (più WTA). Però però io ero presente, da solo, a una successiva intervista di Roger alla tv svizzera. In questa ha detto tutte altre cose, è stato molto più circospetto e guardingo.

La nuova Davis? È stato fatto un cambio un po’ brusco. Tutti noi eravamo abituati a una manifestazione diversa che avevamo sognato di poter giocare fino da piccoli e che quando ho giocato mi ha dato immense soddisfazioni, prima con Marc (Rosset… più che Chiudinelli, suppongo n.d UBS), poi con Stan, fino a che l’abbiamo vinta nel 2014. Così sembra un po’ una… fine triste, anche se è vero che negli ultimi anni aveva vissuto vari problemi, con molte assenze dei top-players. Mi si era chiesta tante volte cosa ne pensassi ma avevo preferito non rispondere perché non sapevo suggerire una soluzione. Era difficile perché il circuito è cresciuto come tornei e soprattutto come intensità, ritmi,  quindi era difficile riuscire ad accontentare tutti, soprattutto pensare che tutti potessero giocarla anno dopo anno complicando la preparazione ad altri tornei importanti per via di calendari e superfici non sempre gestibili… Adesso l’ITF ha preso una strada, ancora è presto per capire come andrà, direi che bisogna dargli una chance, ancora non conosco benissimo tutti i dettagli di come si dovrebbe svolgere, spero ci sarà tempo per apportare eventuali correzioni…”. E questa volta, insomma, Roger si è ben guardato dal fare alcun accenno alla Pique Cup, né al fatto di doversi sedere tutti insieme allo stesso tavolo, ITF, ATP e Laver Cup. Roger, anche come diplomatico, è uno che non smette mai di imparare.

WOZNIACKI (quando le cover non aiutano) E KASATKINA KO, SHARAPOVA OK

Con tutte queste storie, italiane e non, ho finito per trascurare le gare. Ma già sono stato fin troppo lungo. Certo che dopo il k.o di Halep al primo turno, quello della n.2 Wozniacki (sei game appena fatti, 6-4 6-2 con Tsurenko!) sembra aver provocato uno sconquasso nel torneo, sia pure ai due lati opposti del tabellone. Ma dopo le dieci teste di serie uscite a Wimbledon nella prima settimana dei Championships chi si sorprende ancora? Eppoi Wozniacki era ieri sulla copertina del programma quotidiano ufficiale del torneo. Tutti i giocatori quando gli capita di ritrovarcisi si fanno il segno della croce, anche quando non sono cristiani. Io non sono superstizioso ma ogni anno qui all’US Open quando una testa coronata rotola a terra, quasi sempre è successo nel giorno in cui ha fatto la cover! Ieri l’altro è andata bene, benissimo a Stephens: era sulla cover e aveva perso il primo set. Poi era stata sotto 4-2 nel secondo. Ouf… è andata. Non auguro a Maria Sharapova di fare la cover fra un paio di giorni. Oggi però non possono sbagliare. Giocano le due Williams. Una perderà. Oggi è il mio compleanno, il trentacinquesimo (eh sì, io conto solo quelli all’US open)… l’ho celebrato finendo di scrivere alle 3,30 del mattino. Se stasera non andrò al tennis a vedere le sorelle Williams spero che mi perdonerete.

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: WTA rischia il fallimento dopo i sette tornei cancellati, incluse Finali e Race?

Il COVID-19 sciagura imprevedibile, ma la WTA ha commesso anche diversi errori. Il bluff di Federer. Il caso Halep: niente Palermo? Sono pessimista sull’US Open. Come minimo un’edizione maschile in tono minore

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Selfie di gruppo a Shenzhen - WTA Finals 2019 (foto @WTAFinals)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Direttore, lei ha scritto un paio di mesi fa che non credeva probabile, ma semmai demagogica, una “fusione” tra Atp e Wta, anche se in tanti l’avevano suggerita come ipotesi possibile…e anche Roger Federer aveva buttato un ballon d’essai un tantino populista, se posso permettermi di usare questa frase: “Sto pensando che potremmo unire ATP e WTA, in modo da avere una sola istituzione con uomini e donne insieme” – twittò Roger. Subito si erano dichiarati d’accordo Rafa Nadal e Simona Halep. Mentre la prevedibile risposta di Billie Jean King era stata: “Contenta che Roger lo pensi…io lo dico fin dagli anni Settanta!” Dopo questi mesi di…buone intenzioni, la pensa ancora così? Carmelo Scalabrino (Messina)

Sì, e ora anche più di prima. La sua lettera giunge a proposito. Roger se ne uscì con quella “provocazione” il 22 aprile scorso. Niente è accaduto, mi pare, perché vi sia stato dato alcun seguito. Dirò di più: quanto appena accaduto con l’annullamento del circuito asiatico, tanto per la WTA che per l’ATP, crea una situazione di ulteriore disparità finanziaria fra le due sigle dei tennisti professionisti. Mortifera agli effetti di una potenziale e quantomai improbabile fusione.

 

Già prima di questo disastro cinese la WTA aveva un bilancio da piccola società, con un utile di 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Decisamente meglio stava l’ATP con 19 milioni di utili ma soprattutto 160 milioni di attività liquide.

Anche per questi motivi di modestissima liquidità la WTA si era trovata costretta ad aggrapparsi alla Cina e ai suoi tornei, pur nella consapevolezza di affluenze modestissime nei vari stadi e, di conseguenza, un’immagine abbastanza compromessa anche agli occhi dei potenziali sponsor. Una scelta che personalmente avevo sempre considerato discutibile e rischiosa, a lungo andare. D’altra parte è anche vero che la WTA non ha potuto contare, fatta eccezione per Serena Williams (che non è stata più imbattibile come una volta), su personalità del carisma e dell’appeal di un Federer, un Nadal, un Djokovic. L’unico possibile contraltare di Serena, anche se dal 2004 non era più riuscita a batterla, era Maria Sharapova. Che si è ritirata a miglior vita. Tutto questo ha comportato una gran differenza! Non è stato neppur tanto un problema di natura tecnica, di spettacolo, di due set su tre invece che tre set su cinque. I protagonisti del circuito ATP sono stati decisamente di diversa caratura. E ora, grazie al COVID-19 (si fa per dire)… agli zoppi grucciate!

Per la WTA l’apporto economico cinese era fondamentale. Ma oggi si può dire – anche se nessuno poteva immaginarsi la pandemia del COVID-19 – che così come si suggerisce sempre agli investitori in borsa di diversificare gli investimenti anziché puntare su un solo titolo, la scelta ormai decennale della WTA di puntare troppo – se non quasi tutto – sull’Oriente, sul contiente asiatico, si è rivelata decisamente infelice.

Fu l’attuale direttrice dell’US Open, Stacey Allaster a credere che il fenomeno Li Na, avrebbe fatto proseliti, che i cinesi, gli orientali tutti, avrebbero riversato sul tennis la stessa passione che hanno per il ping-pong e il badminton, che sarebbero proliferate nuove Li Na, nuova campionesse e – chissà? – magari anche qualche maschietto competitivo. Non è successo. Né giocatori, né boom di spettatori e di interesse. Invece abbiamo visto soltanto stadi vuoti dappertutto, da Singapore alle varie località cinesi che pure si sono date da fare – vedi l’eterna lotta per una egemonia nazionale fra Shanghai e Pechino – dando vita a una grande concorrenza interna che ha portato tante diverse città ad allestire una dozzina di tornei WTA, di ogni possibile categoria.

Però il tennis non ha sfondato. E chissà che il Governo cinese, pronunciandosi per il blocco del circuito per via del Covid-19, non abbia in fondo pensato che investire (e far investire) tutti quei soldi sul tennis, fosse tutto sommato una cosa da evitare. Soprattutto quest’anno che neppure gli spettatori possono affollare gli stadi (semmai volessero farlo). Così, portando la WTA sull’orlo del baratro, del dissesto finanziario, sono saltati 11 tornei di questo autunno: 7 femminili e 4 maschili. Non ho elementi sufficienti per dire che la WTA rischi il fallimento, ma non mi stupirebbe assolutamente una discreta riduzione dei tornei nel 2021 in Cina e non solo (se prima o poi riprenderanno dovunque…) e montepremi più bassi. Per rispondere al lettore di Messina mi domando: se aumenterà il gap di interesse, dei montepremi fra ATP e WTA, chi mai glielo farà fare all’ATP di dividere equamente una torta che per tre quarti appartiene all’ATP? Come accetterebbero i tennisti di rinunciare a una bella fetta dei loro guadagni per consentire alle tenniste di spartirsi i montepremi a metà?

Roger con la sua uscita… ha acquisito nuovi consensi – come se non ne avesse abbastanza! – presso il pubblico femminile e le colleghe. Nadal si è accodato all’amico che raramente contraddice. Che Halep fosse favorevole, e con lei tutte le tenniste, beh dove sta la sorpresa?

Il punto è che l’ATP, che conta comunque di poter organizzare le sue finali ATP all’02 Arena di Londra – l’ultimo anno prima dei 5 anni di Torino (vi immaginate che bagno di sangue sarebbe stato per la nostra FIT se il COVID-19 fosse coinciso con il primo anno delle finali a Torino? Meglio non pensarci…) – può sopportare la perdita di quattro suoi tornei, quello di Pechino, il Masters 1000 di Shanghai e i due tornei di Chengdu e Zhuhai. Ma la WTA no. La WTA, intanto, di tornei ne perde ben sette. E fra questi soprattutto le finali di Shenzhen (14 milioni di dollari il montepremi e la maggior fonte annuale di reddito per la WTA), trovandosi costretta a cancellare perfino la Porsche Race. Un vero disastro, una catastrofe. Sono saltate infatti la settimana del 12 ottobre a Pechino, del 19 a Wuhan e Jiangxi, del 26 a Zhengzhou, del 9 novembre a Shenzhen, del 16 a Zhuhai, del 23 a Guangzhou. E con questi 7 tornei tutti i loro munifici sponsor. I sette tornei “offrivano” globalmente alle tenniste montepremi intorno ai 26 milioni di euro. E se fino a 6 anni fa le finali WTA apportavano alla stessa WTA il 35% delle proprie entrate, adesso la percentuale era parecchio salita.

Fino a pochissimi giorni fa Steve Simon, CEO della WTA, diceva: “Ci sono il 50% delle possibilità che sul suolo cinese il circuito tennistico proceda”. Si sbagliava. Forse pensava che il Governo cinese avrebbe dato via libera al tennis perché ospitare – fra gli altri – un torneo a Wuhan, la città più colpita in primis dal COVID-19, avrebbe potuto avere un forte significato simbolico e politico. Ora la scelta cinese – con Shenzhen che aveva deciso di investire un miliardo di dollari in 10 anni – si è rivelata purtroppo disastrosa. Steve Simon forse non ha colpe, forse sì. Di certo la WTA non si è dimostrata troppe volte all’altezza della situazione. Perché ad esempio non consentire a Palermo di ospitare un torneo da 48 giocatrici, con tante di quelle tenniste che desideravano giocarlo? Per proteggere i tornei americani che chissà se mai si disputeranno?


Gentile direttore, perché se è stato cancellato il torneo di Washington a 3 settimane dalla sua disputa, non si dovrebbe cancellare anche l’US open (e il prologo del Masters 1000 di Cincinnati a New York?)Carlo Tirinnanzi (Firenze)

Money, money, money. Ci sono molti più soldi in ballo fra uno Slam a New York (più un Masters 1000 trasferito nella stessa bolla) rispetto al torneo di Washington. Ciò premesso però, io a questo punto sebbene l’USTA stia facendo di tutto e di più per garantire che lo Slam di Flushing Meadows verrà giocato a qualunque costo, io sono sempre più pessimista. Gli americani vogliono far giocare il loro torneo anche se sanno benissimo che le defezioni saranno numerose. Almeno fino a quando il discorso quarantena non verrà chiarito. Se lei da giocatore – e in maggioranza i giocatori più forti sono europei – dovesse mettere sulla bilancia d’una sofferta decisione uno Slam (US Open) e un Masters 1000 (Cincinnati a New York) contro un altro Slam (Roland Garros), 2 Masters 1000 (Madrid e Roma) e una serie di tornei in Europa, che tipo di scelta farebbe?

È talmente evidente che non rispondo. Ma agli americani interessano i diritti tv, più che chi gioca e chi non gioca. Tuttavia mentre in campo femminile basta quasi la presenza di Serena, e di giocatrici nordamericane interessanti ce ne sono comunque a far da contorno (Kenin, Andreescu, Stephens, Keys, Riske), nel field maschile se oltre a Nadal, Wawrinka e Federer assenti, non dovessero andare neppure Djokovic, Zverev e Tsitsipas (che non si sono ancora pronunciati a differenza di Thiem), beh sarebbe certo un’edizione in tono minore.


Ma è vero che Simona Halep, data per sicura a Palermo dopo le sue stesse dichiarazioni, non potrebbe partecipare se il Governo italiano non cambia idea riguardo alla quarantena imposta a chi provenga da Romania e Bulgaria? – Giuseppe Accordi (Padova)

Purtroppo questa tegola parrebbe esserci. Il ministro della salute Roberto Speranza ha firmato un’ordinanza che impone una quarantena di 14 giorni a chiunque si sia trovato recentemente in Romania e Bulgaria. Ma il direttore del Country Time di Palermo Oliviero Palma, che ha invitato perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c., ad assistere al Ladies Open, spera ancora di strappare un provvedimento di esenzione per Simona. Sarebbe una vera beffa, per i siciliani che hanno fatto di tutto per allestire il loro torneo, se venisse a mancare la campionessa di Wimbledon in carica e la protagonista più attesa. Ciò detto, il torneo è di un tale livello, con altre 5 tenniste fra le prime 20, che anche nella peggiore delle ipotesi resterebbe comunque il migliore mai ospitato dal capoluogo siciliano.


Egregio Direttore, è con vero piacere che io ed altri appassionati di Tennis vediamo la Sua bella e interessante trasmissione. C’è però una cosa che ci incuriosisce: come mai nelle partite in cui gioca Nadal questi perde quasi sempre… Possiamo capire quando gioca contro Fognini, ma con gli altri?? Quando perse contro la Vinci, l’entusiasmo era più che comprensibile, ma contro le altre… Certamente saranno delle coincidenz , ma…. – Romano Morando

Confesso che non so a quali trasmissioni lei alluda. Io scrivo su Ubitennis. Non mi scambierà per un qualche dirigente o telecronista di Supertennis? Forse è a quelle trasmissioni cui allude. Io non c’entro. È probabilmente vero che Nadal fa più notizia quando perde che quando vince, idem Serena. Quindi forse Supertennis privilegia la notizia. Non credo che si voglia programmare apposta le sconfitte di Nadal e Serena, ma – insomma – io creda che lei abbia potuto sbagliare destinatario. Mi fa piacere però che segua anche Ubitennis (che qualche buontempone in passato aveva ribattezzato UbiNadal… ma doveva essere certamente un tifoso di Federer o di Djokovic).


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Editoriali del Direttore

L’impari lotta del ministro Spadafora. Troppi nemici. Malagò e Binaghi, nemici alleati e poltrone assicurate

Il testo unico della legge di riforma dello sport prevede un massimo di 2 mandati per il presidente CONI e di 3 per i presidenti federali. Così Angelo Binaghi, per garantirsi il suo sesto, ha fissato le elezioni per settembre, contando che la legge non passi rapidamente

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Credo che Spadafora andrà a sbattere contro un muro. E si farà pure male. Leggo su Repubblica di questo martedì (che riprende la Gazzetta dello Sport di lunedì): Il ministro ha dichiarato guerra a quei 16 presidenti che guidano le loro federazioni da quando c’erano ancora le Torri Gemelle. E in diretta Facebook Spadafora ha annunciato il testo unico di riforma dello sport che, nelle sue maglie, contiene il limite di tre mandati per i presidenti federali. Mentre per il CONI verrebbe introdotto da subito il limite di due mandati. Se la norma non sparirà dalla bozza, Malagò sarebbe ineleggibile già nel 2021.

Il testo è una legge delega che non necessita di approvazione parlamentare, ma deve passare in Consiglio dei ministri a fine mese – le vacanze estive però incombono – e prima per i partiti di maggioranza: questo martedì tocca a LEU e Italia Viva, mercoledì a PD e 5 Stelle. Molti scommettono che il testo unico possa essere ampiamente ritoccato. Troppi presidenti federali, in carica dal 2000, non vogliono mollare la loro poltrona e cercano di accelerare le nuove elezioni – quando essendo state rinviate le Olimpiadi queste avrebbero potuto essere indette fino all’autunno 2021 – perché l’obiettivo principe è conquistarsi altri quattro anni di potere. Così si è subito mosso Angelo Binaghi – come avete letto in questo articolo – che ha prima convocato il consiglio direttivo della FIT al Fort Village un paio di weekend fa (ovviamente tutti spesati i consiglieri per il viaggio e l’alloggio in Sardegna, ma non i 60 invitati a celebrare il suo sessantesimo compleanno nel costoso resort sardo) e poi ha fissato l’assemblea elettiva per settembre. 

Se Binaghi avesse aspettato il 2021 magari avrebbe potuto diventare legge il testo unico di Spadafora e il dirigente sardo avrebbe dovuto nominare un “re travicello”, da sostituire dopo un quadriennio, un po’ come ha fatto in Russia Putin quando, avendo esaurito i tempi del suo mandato, aveva messo al suo posto il debole Medvedev, giusto il tempo necessario per poi tornare in sella, dopo aver continuato a guidare i Paese alle sue spalle. Il problema di Spadafora è che sta pestando troppi piedi “illustri” e pesanti, in una sola volta, per non essere costretto a rivedere la sua posizione. Malagò e Binaghi, giusto per menzionare due persone che sarebbero toccate dal testo unico Spadafora, sono come cane e gatto ormai da tempo. Cioè da quando Binaghi si era alleato con la Lega e il precedente responsabile dello sport, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per esautorare il CONI sotto il profilo economico e dar vita a “Sport e Salute” che dei 450 milioni annui che “gestiva” il CONI se ne è presi circa 400, lasciando briciole di soldi e potere a Malagò. 

 

Se avesse potuto, Malagò avrebbe “fulminato” Binaghi, come già aveva sognato di poter fare all’epoca in cui Binaghi si era schierato nelle elezioni del presidente del CONI a favore di Pagnozzi (candidato del precedente presidente CONI Petrucci) dicendone di cotte e di crude sul conto di Malagò, accusato di combinare ogni tipo di disastro. Poi Binaghi, grazie anche ad alcune astute passerelle televisive offerte a Malagò su Supertennis (lo strumento di potere di cui Binaghi si serve disinvoltamente per favorire gli amici di vecchia data, e quelli da conquistare, in aggiunta ai circoli elettori che pur di comparire su “Circolando” farebbero carte false) si era riavvicinato a Malagò (per una volta assai ingenuo), prima di pugnalarlo alle spalle facendo lobby per “Sport e Salute”. 

Ma ora, così vanno le cose nel nostro Bel Paese, il testo unico di Spadafora ha il suo tallone d’Achille nel fatto che ricompatta anche i nemici Malagò e Binaghi che in questa battaglia contro le intenzioni di Spadafora si ritrovano alleati. 

Troppi centri di potere, ammanicati con i più diversi partiti, mi fanno ritenere che non prevarrà la logica di chi dice basta “a 16 presidenti che guidano la loro federazione sin da quando c’erano ancora le Torri Gemelle”. Non frequento i salotti, anzi… i corridoi della politica, ma quando c’è da mettersi contro troppa gente tutta insieme, anche i presunti “rottamatori” di solito si arrendono. Ogni allusione al mio concittadino Matteo Renzi è puramente casuale. 

Il ministro Vincenzo Spadafora

Voglio aggiungere, peraltro, a quanto ho appena scritto – nel probabile caso che i lettori mi attribuiscano, a seguito di queste righe, la volontà di mandare a casa Binaghi… che purtroppo e pur con tutti i gravi difetti che certamente imputo a Binaghi, non vedo (soprattutto da qui a settembre) né un qualche coraggioso oppositore degno di considerazione, né all’interno dell’attuale compagine governativa federale, qualcuno in grado di sostituirlo con benefici per l’immediato futuro del tennis italiano. 

Che è poi l’unica cosa che mi sta a cuore. Fra l’altro in tempi recenti la FIT si è ravveduta su diversi punti che io sostenevo da sempre: 

  1. la necessità di non far più guerra ai team privati e ai loro coach, affiancandoli invece con strutture e personale federale
  2. il sostegno economico ed organizzativo a chi volesse organizzare tornei di livello professionistico, ATP, WTA (come Palermo) e challenger
  3. promuovere il tennis anche attraverso eventi tennistici (vedi ATP-Next Gen, pur costata un occhio della testa al bilancio) e le finali ATP a Torino per il prossimo quinquennio, una manifestazione di indubbio prestigio e risonanza mondiale. 

Eppure Binaghi, che queste considerazioni le condivide certamente, è talmente terrorizzato di poter perdere la poltrona (che nessuno gli può togliere da sotto il sedere nell’arco di tre mesi e secondo me neppure in un anno o due) che per non correre il minimo rischio, ha fissato le elezioni per settembre. Ciò per prendere in contropiede qualsiasi testo legislativo non approvato e qualsiasi abbozzo di candidatura alternativa da parte di una improbabile opposizione. La quale, ricordo a chi non lo sa, per una norma statutaria introdotta da Binaghi nel 2009, dovrebbe essere avallata dalle firme dichiarate (e quindi con il brutto rischio di dispiacere a Binaghi e ai suoi che probabilmente manterranno il potere… perchè organizzati da anni per farlo). Lo statuto prescrive che una candidatura alle elezioni della FIT debba essere sostanziata dalla firma di 300 società sportive (appartenente a più di 5 regioni) e non solo.

  • Le 300 società sportive sono i circoli di tennis gli Affiliati aventi diritto al voto, appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione (una norma che dice tutto…)
  • devono firmare anche almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione
  • devono firmare in appoggio al candidato almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Il problema è trovare 300 società che firmino? Certo!

Si lasci perdere il punto 2 e 3 per i quali chi voglia candidarsi alla presidenza può sempre riuscire ad organizzarsi. Ma trovare, per chi non lo è già e non ha quindi rapporti con i comitati regionali, 300 circoli… che sottoscrivano una candidatura alternativa a quella del presidente, e minimo 10 per regione in 5 regioni, significa mettere su una tal macchina organizzativa …che ci vorrebbero almeno un paio d’anni per metterla in moto. Forse Trump o Biden potrebbero provarci. E talmente dispendiosa da scoraggiare chiunque a buttarsi dentro a una simile battaglia. Bisognerebbe che fosse ricchissimo, appassionatissimo, e…nullafacentissimo! 

Binaghi poteva stare tranquillo anche se le elezioni si fossero fatte nel 2022, credetemi. Organizzandole per il settembre 2020, secondo me, lascia solo l’impressione di uno che ha paura dei fantasmi e, di nuovo, non fa una bella figura. Sembra davvero troppo interessato, ma perché? Ma è anche vero che alla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis, queste vicende non interessano proprio per nulla.

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Editoriali del Direttore

Federer può giocare le finali ATP! E Nadal snobbare l’US Open, come Medvedev e Berrettini. Thiem no

Il nuovo calcolo delle classifiche ATP dà adito a possibili speculazioni. A favore dei “Fab 3” e di chi i punti li ha già. Djokovic sicuro n.1 a fine anno. Un James Bond per ogni top-player. Coscienza vs convienienza

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Non era facile trovare una soluzione al problema del calcolo dei punti, in questa fase di estrema incertezza. Si gioca o non si gioca? Potranno farlo tutti o magari qualcuno no? È giusto “costringere” a giocare chi non se la sente, penalizzandolo se rinuncia? E la quarantena c’è o non c’è da un continente all’altro? Che succede se il contagio si diffonde in un Paese, in un torneo, provvisto o meno di una “bolla protettiva”? E come tutelare i giocatori che avevano fatto i punti all’inizio dell’anno senza poter approfittare del ranking raggiunto per difenderli? E quelli che se li erano costruiti a fine 2019?

Erano davvero troppe le incognite. In un mio precedente editoriale avevo accennato alle 17 ipotesi che erano state avanzate da un team di esperti consultati dall’ATP. Dopo varie scremature erano rimaste in piedi un paio di tesi… ma alla fine ne è scaturita una nuova, quella che abbiamo descritto già ieri sera, quasi in tempo reale con l’annuncio.

Poco dopo l’uscita di quella “prima copertura”, forzatamente essenziale, tre dei miei quattro “vice” hanno anche improvvisato un podcast nel quale hanno discusso di tante situazioni che potevano venirsi a creare. Nel frattempo il sottoscritto, sapendo che – piaccia o non piaccia – gran parte dei nostri lettori non ha ancora fatto l’abitudine all’idea di ascoltare gli audio, così come di guardare i video (sebbene in audio e video si stiano investendo parecchie energie di Ubitennis), ho deciso di scrivere questo editoriale perché credo sia opportuno commentare l’importante decisione dell’ATP. Di certo non si è trattato di una decisione banale, né di una decisione improvvisata.

 

Di fatto l’ATP, tenuto conto di tutte le incertezze cui poco sopra alludevo e delle circostanze che potrebbero anche verificarsi – chi può sapere se il COVID-19 si placherà ovunque o magari invece accadrà il contrario anche soltanto in qualche Paese dove potrebbe doversi disputare un torneo oppure nel Paese di qualche tennista impossibilitato a espatriare? – ha deciso per il “liberi tutti”. Liberi tutti di giocare o non giocare qualunque torneo.

Preoccupandosi così in primis dei giocatori e in secundis degli organizzatori dei tornei che non possono più contare sulla partecipazione obbligatoria di tutti i migliori, come è invece sempre accaduto per tutti quei tornei (salvo Washington) che si dovrebbero giocare dal 13 di agosto in poi. D’altra parte l’ATP è nato e si comporta come un sindacato dei giocatori, prima che dei direttori dei tornei che pure si cerca di rispettare in quanto importanti parte in causa. I soldi li tirano fuori questi ultimi.

Questa manovra mi pare abbastanza equilibrata: favorisce i più ricchi che hanno più punti, certo, ma tutela indirettamente anche i meno ricchi e con meno punti. Se infatti più giocatori di vertice eviteranno di partecipare ai 7 tornei “mandatory” filati, si libereranno conseguentemente posti per i giocatori meno ricchi e in possesso di ranking che non avrebbero consentito loro la partecipazione a quei tornei. Magari sarà più difficile salire in classifica, ma qualcuno si metterà in tasca dei soldini cui altrimenti non avrebbe avuto accesso.

Quindi a livello di scelta “sindacale” quella dell’ATP ha una logica, dopo che la si è sempre accusata di fare soltanto gli interessi dei più ricchi. La scelta dunque ha una sua ratio. Ma come tutte le scelte “orizzontali” può favorire qualcuno e svantaggiare qualcun altro. Soprattutto può indurre qualcuno a far dei calcoli che altrimenti non avrebbe fatto. In linea di massima favorisce certamente chi i punti li aveva già, perché consente a questi giocatori già “ricchi” di punti di non avere alcuna necessità di difenderli.

Ciascuno conterà i suoi migliori 18 risultati. E parteciperà a un torneo oppure a un altro secondo coscienza o secondo convenienza? Forse questo è il punto – coscienza o convenienza? – destinato a sollevare dubbi, critiche, speculazioni. Il fatto che diversi dei top-player abbiano anche responsabilità politiche in seno all’ATP, tutti e tre i Fab 3, teoricamente dovrebbe far prevalere la coscienza. Ma, come San Tommaso, finché non vedo non ci credo.

Difficile pensare che, magari ispirati dai manager con meno scrupoli, i giocatori in toto rinuncino a fare calcoli. Calcoli relativi alla propria partecipazione a un torneo, alla programmazione più idonea a ottimizzare i loro sforzi.

Perfino Roger Federer, che aveva dato l’arrivederci al 2021, potrebbe rivedere i propri programmi. Potendo conservare fino alle ultime finali ATP di Londra i punti conquistati in Australia quest’anno e nel 2019 la finale di Indian Wells, la vittoria a Miami, la semifinale di Parigi, la finale di Wimbledon, i quarti di US open… chi mai può togliergli la qualificazione per la 02 Arena? Secondo voi Gaudenzi e management dell’ATP, che organizza le Finals per l’ultima volta a Londra non ci hanno pensato?

Non siamo ingenui, please. Da qui a novembre il ginocchio di Roger sarà a posto, esattamente come sarebbe stato a posto a gennaio per la trasferta australiana. Per l’ATP recuperare Federer per le finali sarebbe un colpo da jackpot! E chi mai si sognerebbe di dire a Federer: “Scusa Roger, avevi detto che non giocavi fino al 2021 e invece ora ti vuoi già presentare all’02 Arena?”.

Arriviamo a Rafa Nadal. Nadal ha oggettivamente molte più chance di fare il filotto Madrid, Roma e Roland Garros (con quest’ultimo torneo che resta comunque il suo obiettivo principale) se non va a New York a difendere il suo titolo e gli annessi 2.000 punti che a questo punto non perderebbe comunque, ma conserverebbe fino a settembre 2021.

Abbia o non abbia Rafa il timore di contrarre il COVID-19 a New York, in tutta franchezza chi glielo fa fare di andare a Flushing Meadows? Solo la gloria. Se si pensa che zio Toni Nadal, ancor prima di conoscere le intenzioni dell’ATP, glielo sconsigliava, è detto tutto. Andando a New York Rafa può fare solo peggio… sia là negli USA sia in Europa. Forse il più grande stimolo per andare a New York sarebbe quello di poter eguagliare là i 20 Slam di Roger e di superarlo poi con il 21° Slam a Parigi. Anche eguagliare i cinque trionfi all’US Open di Connors, Sampras, Federer per uno orgoglioso come Rafa…non sarebbe pungolo da poco, per la verità. Ma, anche se non mi piace citare i proverbi a sostegno di una tesi, ricordate il “chi troppo vuole a volte nulla stringe?”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E Djokovic? Beh, lui diventa praticamente impossibile da scalzare dal trono del tennis, con tutti i punti che ha. I 2.000 dell’Australian Open (che sono i soli 2.000 d’annata), i 2.000 intoccabili di Wimbledon, i 1000 di Madrid e i 600 di Roma in cassaforte, la semifinale di Parigi. Giochi o non giochi, per lui reduce dal coronavirus che ha vinto nel 2019 anche Bercy e potrebbe fare tranquillamente meglio alle finali ATP (dopo aver perso nel girone), cambia pochino.

Sarà quindi decisiva anche la voglia di competere di tutti. I campioni ce l’hanno connaturata, non sarebbero diventati tali se non l’avessero avuta, molto più dei calcoli. I calcoli li fanno gli agenti, di solito. Occorrerà vedere fino a che punto gli agenti “pesano”. E anche le famiglie “pesano”. I nostri Fab 3 hanno tutti mogli non proprio docilissime (Rafa forse escluso).

Potrebbe accadere – lo dico scherzando ma passando un messaggio su cui riflettere – che i giocatori decidano di allargare ulteriormente la compagine del loro team a un nuovo elemento: un agente di spionaggio. Questo James Bond delle racchette dovrà cercare di capire se uno dei competitor del suo cliente andrà o meno a giocare quel determinato torneo. Un torneo depauperato di tutti i big concorrenti, potrebbe essere un bell’incentivo a giocarlo occupando spazi più agevoli. Più che per i punti (comunque non in discussione), più che per i soldi (ne hanno già talmente tanti!), per il prestigio, per un titolo importante. Slam soprattutto, ma anche un 1000 non fa schifo al palmares.

Prendiamo il caso di Medvedev, protagonista di un’estate 2019 straordinaria. Vive in Costa Azzurra, nei tornei europei ha tutto da guadagnare perché lo scorso anno ha fatto poco o nulla. In quelli in America è abbastanza difficile che possa far meglio del 2019, quindi magari resterebbe anche volentieri in Francia… ma se potesse accarezzare l’idea di vincere uno Slam, lui come un Thiem, uno Zverev, un Tsitsipas, finora implacabilmente bocciati dai Fab 3 (e 4), voi dite che rinuncerebbe?

Ci può essere un momento più favorevole per un Next-Gen (o quasi Next-Gen) e un break through nell’albo d’oro di un Major?

Pensate a Thiem, n.3 del mondo e plurifinalista di Slam: lo scorso perse al primo turno all’US Open. Voi non ci andreste a New York – sicurezza sanitaria permettendo – per cercare il grande exploit, magari favorito dall’assenza di due Big Three, se non di tutti e tre?

Due parole anche sui “nostri” uomini di punta. Berrettini si trova in Europa, al momento non si sa neppure se il problema della quarantena con gli USA verrà risolto, ma potersi mantenere fino al settembre 2021 i punti della semifinale dell’US Open, non è cosa da poco. Significa, per i tornei europei (Madrid, Roma e Parigi) dove non ha cambiali da onorare, mantenersi una superclassifica e una posizione di testa di serie, come minimo la n.7 se ci sono proprio tutti i sei davanti (Federer no…), che non è poco.

Vero anche – va considerato in tutte queste ipotesi – che se uno non gioca… non guadagna soldi. Ma forse pur non guadagnandoli lì nell’immediato, quella posizione nel ranking potrebbe fruttare di più. Chissà… se a Matteo mancasse troppo Ajla Tomljanovic e lei non venisse in Europa, sarebbe il cuore a comandare la programmazione.

E Fognini? Ecco un altro che può tenere i 1000 punti di Montecarlo 2019 fino a fine anno (anche se lui li avrebbe conservati comunque). Lui, da n.11, potrebbe voler approfittare di qualche defezione più o meno calcolata di chi gli sta davanti, per recuperare quelle posizioni che gli consentirebbero di centrare finalmente l’obiettivo delle finali di Londra: all’US Open ha perso al primo turno, a Cincinnati non andò, a Roma e Madrid si è fermato al terzo, a Parigi giocherebbe con la ciambella di sicurezza degli ottavi raggiunti lo scorso anno. Insomma, se dall’operazione finalmente affrontata fosse uscito bene e avesse recuperato appieno, perché non sognare di raggiungere a 33 anni quel che finora – anche per via di una programmazione che lui stesso ha definito sbagliata (eppure non ci voleva un genio a pensarla diversamente) – gli è sempre sfuggito e che invece Matteo ha centrato quasi al primo tentativo serio?

Sinner infine. Per lui, come per il neocampione d’Italia Sonego, le cose non sembrerebbero cambiare teoricamente troppo. Però i risultati che farà eventualmente Jannik – auguri! Guai a considerarli scontati… gli creeremmo tutti troppa pressione – saranno comunque frenati da chi gli sta davanti che non gli cederà il passo con la stessa rapidità con cui l’avrebbe fatto in una situazione di punti non “congelati” per chi fa peggio rispetto all’anno precedente.

Il discorso per Sinner vale anche per gli italiani fuori dai top 100: però il rovescio della medaglia è che non sarebbero entrati nei tabelloni degli Slam e dei Masters 1000, mentre magari invece, a seguito delle defezioni di diversi giocatori contrari ad affrontare transvolate transoceaniche, potranno farvi irruzione. Travaglia, Seppi, Caruso, potrebbero giocare a Washington, se ci potessero e volessero andare. Lorenzi e Gaio – ma magari non solo loro – a New York e a Parigi (Paolo è 121, Federico 130) – possono sperare di giocare qualche partita ben ricompensata, dopo un anno disgraziato per le finanze.

Insomma, anche i “semiricchi” potrebbero forse godere di questo provvedimento… ma saranno peraltro quasi spinti a essere più coraggiosi, a sfidare il COVID-19, più dei ricchi Altrimenti far breccia fra i top 100 per tutti coloro che già non lo sono sarà più difficile, visto che a quelli già top 100, i punti non glieli potrà togliere nessuno.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Si dirà che la scelta ATP appare conservativa, certo è poco dinamica e un tantino ipocrita quando sostiene di voler premiare i giocatori che otterranno buoni risultati alla ripresa del gioco nel 2020. Vero che chi farà bene otterrà i punti previsti, ma non guadagnerà le stesse posizioni che avrebbe guadagnato, dal momento che chi stava davanti a lui non scalerà punti..

Bisogna però riconoscere che individuare una soluzione equa non era per nulla semplice. E comunque chapeau all’ATP… che, come avrebbe detto Galileo Galilei, “eppur si muove”. Avete per caso capito che farà la WTA? Da due mesi non riesce neppure a decidere se consentire a Palermo di ospitare un tabellone di 48 giocatrici, quando ci sarebbe la ressa per partecipare e già così come è ora – anche se alla fine per stani motivi Simona Halep e Karolina Pliskova decidesero di non partecipare – c’è un cast di partecipanti da far paura. Ma da dar grande lustro a quel grandissimo appassionato, prima ancora che direttore di torneo, che risponde al nome di Oliviero Palma. Il quale, per non lasciar nulla di intentato, ha pensato bene di invitare al Ladies Open perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c. che ha sempre abitato nella centralissima via della Libertà. E non è detto che all’invito non faccia seguito un sì.  

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