Vajda: "Il clic per Djokovic? La vittoria su Nadal. Gli è passata la paura di perdere"

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Vajda: “Il clic per Djokovic? La vittoria su Nadal. Gli è passata la paura di perdere”

Intervista esclusiva con il coach di Djokovic. Il Guru? “Il team di ora mi piace di più”. E Becker? “Chiedilo a Nole”. Lo choc Cecchinato a Parigi. Il problema? “Mentale, non fisico”

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Ho fatto la posta a Marian Vajda per quasi un’ora, il tempo cioè che lui ha passato in sala stampa con Craig O’Shannessy (intervistato da Luca Baldissera all’US Open), per analizzare il match di Djokovic di mercoledì contro Zverev. E poi per dare molto più di un’occhiata anche ad altri giocatori che Nole potrebbe incontrare in semifinale. Un lavoro molto serio e approfondito. Marian è molto serio e applicato, non a caso ha ottenuto i risultati che ha ottenuto, lavorando con grande professionalità. Con me ha sempre avuto un ottimo rapporto altrimenti non mi avrebbe concesso questa prolungata intervista di quindici minuti. Mentre aspettavo che finisse il suo “ripasso” di videoanalisi, Luca Baldissera continuava a ripetermi che difficilmente mi avrebbe parlato. Sono contento che invece lo abbia fatto, anche se ho dovuto persuadere qualche collega a lasciarmi tentare l’approccio da solo o quasi. Il rischio era che venissimo circondati da 20 colleghi e lui se ne scappasse via. Così invece è stato possibile realizzare questa esclusiva insieme ad un solo collega svizzero.

Ecco la prima parte dell’intervista esclusiva con Vajda. Sabato 17 novembre uscirà la seconda parte: si parlerà di Federer, Lendl, Zverev e Khachanov


Com’è ricominciata l’avventura con Nole?
È difficile da spiegare, perché sono passati quattro mesi ed è complicato ritrovare quelle sensazioni. Lo conosco da anni, ma non avrei mai immaginato che sarebbe tornato a questo livello così in fretta. La sensazione era che stessi iniziando un nuovo percorso con un nuovo Novak, dopo il suo infortunio. Aveva molti dubbi. Lui ovviamente si considera sempre un campione, per cui è stato difficile lavorare senza guardare il passato e senza pensare al futuro, sia per me e il team che per lo stesso Nole. Fin dal primo giorno mi chiedeva: “Marian, quando potrò tornare a vincere? Dove potrò arrivare?”. Io ero appena arrivato, non potevo far altro che dirgli di iniziare ad allenarsi e riprendere le sue abitudini. È stato un processo lungo, che ha richiesto anche tanta fiducia reciproca, soprattutto per superare i momenti duri.

 

A proposito di momenti duri, la sconfitta con Cecchinato è stata uno di quelli…
Quella sconfitta è stata davvero dura, la peggiore. Il punto fondamentale era questo: quanto a lungo sarebbe stato in grado di sopportare le sconfitte? Aveva perso nove match (sette in realtà) su diciassette…

Dopo la sconfitta con Cecchinato aveva intenzione di saltare la stagione su erba. Come l’hai convinto a giocare?
È stato lui a chiamarmi due giorni dopo e a dirmi che aveva deciso di giocare sull’erba, fu una bella notizia. Abbiamo deciso di giocare al Queen’s per avere migliori sensazioni. Appena ha messo piede sull’erba ha avuto delle ottime sensazioni e questo perché era riuscito a dimenticare la stagione su terra. Questa è una sua grande abilità. Nonostante la sconfitta con match point a favore contro Cilic, il fatto di raggiungere la finale, la prima in stagione finalmente, gli ha dato molta fiducia. Così è andato a Wimbledon convinto. Fu uno dei tanti piccoli passi che gli hanno permesso di tornare al top.

Nella prima esperienza con Novak usavi un certo metodo, quest’anno invece hai introdotto qualcosa di nuovo?
È un atleta che prova tutti i giorni a migliorarsi. Dal punto di vista tecnico, quando sono tornato il suo servizio era completamente diverso rispetto al passato. Gli ho detto che era impossibile continuare con quel movimento e di provare a servire usando lo stile che adottava prima. Lo faceva in maniera più naturale. Doveva convincersi e servire in quel modo, simile a prima, ma non troppo. Ogni giorno ci provava, a volte apriva troppo presto e aveva problemi nel trovare l’equilibrio. Ma ha avuto ragione lui, in questo momento nel tennis devi sapere sempre come migliorarti. Penso che lui l’abbia fatto, ora gioca meglio anche il dritto, riesce a vincere più punti con quel colpo.

Dopo Wimbledon è arrivata una sola sconfitta sino a Parigi-Bercy. In questo periodo ci sono stati ancora dei momenti duri da superare?
Ovviamente ce ne sono sempre, ma credo che la semifinale di Wimbledon contro Nadal sia stata la partita della svolta. Un match incredibile. Ricordo che qualcuno dagli spalti ha urlato: “Grazie ragazzi per questa partita!”. Dopo aver vinto, Novak non ha più avuto la paura della sconfitta.

Il lavoro più grande è stato fatto fisicamente o mentalmente?
Non era così in forma all’inizio, come è normale dopo essere stato nove mesi fuori. Faceva lavoro fisico, ma non era pronto. Poi è migliorato, ora è meglio strutturato muscolarmente. Ma è ovvio che il lavoro mentale sia stato più importante.

Nel team invece non c’è più il “guru”. Sono sicuro che sei contento per questo.
Si lavora come una squadra e la squadra che c’è adesso è quella che mi piace di più.

Non ti manca Boris Becker?
(ride) Questa è una domanda per Novak, lui lo conosce di più.

Cosa facevi un anno fa in questo periodo, quando c’erano le ATP Finals?
Ho fatto hockey su ghiaccio! Con i miei amici e con la mia famiglia. Da dieci anni facciamo delle belle partite tra amici a fine novembre, ex tennisti slovacchi contro ex tennisti cechi, è una tradizione ormai. Io gioco in attacco, sono un’ala destra! Inoltre in quel periodo davo lezioni di tennis a mia figlia. Ha 23 anni, ma ha avuto diversi problemi fisici e non gioca più a quel livello, ora frequenta l’università. Ho anche un’altra figlia che gioca a Bratislava, ha una laurea in marketing e si sposerà l’anno prossimo.

A proposito della tua famiglia, ricordo che un anno e mezzo fa mi dicesti che preferivi non viaggiare troppo per stare con tua moglie e aiutare le tue figlie. Ora sei pronto a viaggiare di più? Nel 2020 si inizierà già il primo gennaio con l’ATP Cup e dovrai stare un mese e mezzo in Australia!
Oh, non lo so! Datemi un anno, dopo vedrò cosa rispondere!


Sabato 17 novembre la seconda parte dell’intervista con Vajda. Si parlerà di Federer, Lendl, Zverev e Khachanov

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Berrettini: “Top ten e semi Slam miei obiettivi? Se negassi sarei un bugiardo”

HALLE – I due azzurri in esclusiva. Seppi: “Voglio vincere molto fino a Wimbledon, dopo mi fermo per l’anca”. Berrettini: “Tribune deserte? Federer è il tennis”

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Matteo Berrettini

dal nostro inviato ad Halle

C’è ancora molta luce ad Halle. Nella Renania settentrionale a giugno il sole tramonta tardissimo e il cielo azzurro chiaro sopra il Gerry Weber Sport Park sembra sapere che tra due giorni l’Italia, un tempo estranea al tennis su erba, ora piazzerà ai quarti del 500 tedesco un suo giocatore. Prepariamoci al derby Seppi-Berrettini, di fatto la rivincita dello scorso anno, quando qui al primo turno l’esperto Andreas vinse nettamente (6-3 7-5) contro un acerbo – almeno per l’erba – Matteo.

Raggiungiamo il trentacinquenne di Caldaro al termine del match di Berrettini, davanti al vialetto che porta allo Sport Park Hotel, l’albergo dei giocatori inaccessibile per i giornalisti. Il diligente Seppi, infatti, ci aveva fatto attendere un buon quarto d’ora nella mixed zone assieme a Fabienne Benoit, la responsabile ATP per le interviste su richiesta. Le avevamo chiesto in mattinata di parlare con entrambi gli azzurri, ottenendo un pronto ok. Ora però aspettare Andreas significava perdersi l’esordio di Berrettini, così accorriamo sul quasi deserto Campo 1 (a fianco giocava Federer…) prima di essere riconvocati via mail davanti al Players Hotel (permetteteci il neologismo) per intervistare prima un azzurro e poi, a ruota, l’altro.

 

Subito per Seppi un commento sul clima torrido del suo match: “Credo che il gran caldo, del tutto insolito qui, in qualche modo mi ha dato una mano, perché Moraing serviva molto bene e la terra calda ha rallentato le sue battute”. Gli domandiamo quali obiettivi si pone da qui ai Championships: “M’interessa vincere più match possibili sull’erba, anche perché dopo Wimbledon mi fermo per 6-7 settimane per un’infiltrazione all’anca. Ritornerò sul cemento ma farò solo Winstom Salem prima degli US Open. Sul finire della stagione non ho molti punti da difendere, dunque metterne insieme un po’ mi darebbe del margine in vista dell’inizio della prossima stagione, dove invece quest’anno ho fatto molto bene”.

Il suo prossimo avversario è dunque Berrettini, nella rivincita del derby l’anno scorso a senso unico per Seppi: “Allora Matteo ancora faticava, era al debutto sull’erba. Ora con la vittoria a Stoccarda non subisce un break da sei partite e sarebbe anche ora di togliergli il servizio… Adesso sta maturando su tutte le superfici, ha potenzialità e un tennis moderno, in regola sia per entrare nei primi 10 sia per una semifinale Slam, anche se per risultati così bisogna mettere insieme diversi fattori”.  

Ringraziamo Seppi e intanto Berrettini si è liberato delle TV e ci viene incontro. Per caricare il derby azzurro in terra teutonica non esitiamo a spifferargli quanto appena sentito: “Andreas ci ha detto che hai tutto per arrivare un giorno in top ten o a una semifinale Slam, ma poi ha aggiunto: ‘La striscia senza break subiti di Matteo continua, è ora che qualcuno la arresti!’. Che gli rispondi?”. Da consumato attore di Cinecittà, il romano non tradisce nemmeno con gli occhi alcun sorriso e ribatte: “Sai, certe frasi non le posso dire davanti a un microfono… Scherzi a parte, sono davvero felice e lusingato dei complimenti di un giocatore come Andreas, sul circuito da una vita. Con lui poi siamo molto amici, prima gli ho detto ‘l’anno scorso mi hai preso a pallate, ora c’è la rivincita’. Quanto a me, cerco di pensare partita per partita, mi fa strano essere n.22 del mondo, ma se ti dicessi che la top ten e una semifinale di un Major non sono tra i miei obiettivi sarei un gran bugiardo“. Niente male.

Del resto né la vittoria di domenica a Stoccarda né il campo 1 con neanche 150 spettatori l’hanno scalfito: “Altro che 150, erano molti meno! Del resto Federer è il tennis e al tennis sono abituato. Se c’è più gente ti diverti di più ma se fossimo stati solo io e il mio allenatore sarebbe stato uguale. A Stoccarda la palla mi sembrava viaggiasse di più, qui l’erba è diversa e dopo il rimbalzo la palla si alza di più. È sempre dura venire da un torneo vinto, con diverse condizioni, ma dico la verità, non mi aspettavo di trovarmi da subito così bene qui, sono sorpreso di come mi sono adattato. Bene così”. Bene così davvero, Matteo, in bocca al lupo per tutto, ragazzo, ma occhio ai vecchietti attorno a Bolzano…  

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Tsitsipas scuote i coetanei: “Contro i campioni ci vuole responsabilità”

LONDRA – La ricetta del ventenne greco per spezzare il dominio dei Fab Four a Wimbledon? Il carattere. Kyrgios non concorda, mentre Medvedev svela: “Da bambino odiavo Federer”

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Stefanos Tsitsipas - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

dal nostro inviato a Londra

La prima al Queen’s Club, per giunta da favorito numero uno, obbliga Stefanos Tsitsipas a confrontarsi se non con le aspettative dei campioni almeno con le loro ingombranti ombre.

Parlando di Wimbledon, al quale mancano ormai poche settimane, al greco è stato chiesto se si ritenga un candidato a spezzare l’egemonia dei Fab Four, che dura ormai da 16 anni (l’ultimo al di fuori del quartetto a vincere all’All England Club fu Lleyton Hewitt nel 2002). “Vorrei vedere qualcosa di diverso quest’anno, a essere onesto” ha risposto lui. “Spero di essere io, ma in generale penso che farebbe bene allo sport avere finalmente un po’ di varietà. È noioso veder vincere sempre gli stessi”.

 

Alla dichiarazione iconoclasta è seguito un appello ai coetanei molto simile all’accusa lanciata da Parigi da Boris Becker, secondo il quale la striscia di successi dei soliti noti “non sia un complimento per nessuno sotto i 28 anni” e “obbliga a farsi domande sulla qualità e sull’atteggiamento di questi ragazzi”. “Noi della nuova generazione abbiamo la responsabilità”, sostiene Tsitsipas, “di lavorare duro e credere di poter tirare fuori qualcosa di nuovo per batterli. È una questione di carattere. Alcuni di noi però non vogliono prendersi questa responsabilità di andare in campo pensando: li batterò”.

Tsitsipas non fa nomi, ma è noto che tra lui e altri giovani del circuito c’è qualche attrito. E il giorno seguente, neanche a farlo apposta, la Interview Room del Queen’s Club ha accolto proprio Nick Kyrgios e Daniil Medvedev, i due che meno sopportano gli atteggiamenti da grande saggio del ventenne di Atene. Specialmente l’australiano non è certo il primo profilo a venire in mente quando si pensa all’eccessiva riverenza verso i campioni: a Roma, poco prima di farsi squalificare per il lancio di un tavolino, aveva sparato a zero su Nadal e Djokovic, definendo il primo “un pessimo perdente” e il secondo “falso” e “ossessionato dal piacere a tutti”.

Neppure stavolta la lingua di Kyrgios ha avuto freni: “Personalmente non porto loro rispetto, sono soltanto bravi a giocare a tennis. Non penso che nessuno batterà Rafa al Roland Garros, finché sarà in salute, è troppo duro fisicamente. E a Wimbledon sarà altrettanto difficile con Novak o Federer. Però non credo sia perché si porta loro troppo rispetto”. E perché allora? “Forse semplicemente i giovani non sono abbastanza forti da batterli sui cinque set”.

I big invece, vorranno a dargli una lezione quando lo incroceranno sul campo? La risposta di Nick è un’altra frecciatina: “Credo che Djokovic sarà motivato semplicemente a battermi almeno una volta…” In effetti gli scontri diretti dicono due a zero per la testa calda di Canberra, tra i pochissimi a vantare un record positivo sull’attuale numero uno del mondo (oltre a lui in attività c’è soltanto Ivo Karlovic). “In generale vorranno battermi come fanno sempre, non credo che prima dei miei commenti scendessero in campo contro di me pensando che non gli importava di vincere”.

La frase più forte sul tema la ha però pronunciata Medvedev, che pochi minuti dopo ha sostenuto di aver… odiato Federer. L’intento iniziale era probabilmente quello di prendersi anche un po’ gioco di Tsitsipas: “Ero d’accordo con lui quando ero più giovane, diciamo a 10 anni…” ha detto il russo sorridendo sotto i baffi. “A quell’età odiavo Federer, non ne potevo più di vederlo vincere. Tifavo per il suo avversario fin dal primo round, chiunque fosse.”

Dopo aver sottilmente dato del bambino al rivale, Medvedev ha risposto più seriamente: “Ora sono cresciuto, sono concentrato su me stesso. Se perdo al primo turno non mi importa se poi è Nadal, Roger o Novak che vince il titolo, sono soltanto arrabbiato per la sconfitta. Federer non lo ho ancora mai battuto, ma quando sono finalmente riuscito a battere Djokovic a Montecarlo non mi sono certo messo a gridare: sì, ce l’ho fatta, questa è la Next Generation!”

Per il Medvedev professionista, alle soglie della top 10, oggi i Fab Four sono più che altro un esempio e un enigma. “Tutti hanno alti e bassi, ma loro no. Non so come facciano ad essere così costanti, vorrei davvero scoprirlo. Per il resto spero che un giorno, semplicemente, inizieremo a batterli”. Che non porsi neppure il problema sia il modo migliore per risolverlo?

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Federer: “Ad Halle per vincere il decimo titolo, ma l’erba non perdona”

HALLE – Roger, tra pressione e fiducia, rincorre il record di Nadal e si dice soddisfatto del Roland Garros: “Ho perso dal migliore, non c’è disonore”. Martedì l’esordio nel torneo contro Millman (alle 17:30)

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Roger Federer - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_HalleWestfalen)

da Halle, il nostro inviato

L’ATP 500 di Halle è ai nastri di partenza e da queste parti tutti gli sportivi sono da settimane in fibrillazione per l’arrivo del torneo di tennis più importante di tutta la Germania. Ha lo stesso status del 500 di Amburgo, ma precede Wimbledon mentre l’ex Super 9 terraiolo ora è disertato dai migliori giocatori. Tutto questo non basta: è il più importante di Germania soprattutto perché ad ogni stagione risponde presente Roger Federer, che quest’anno ha l’occasione di centrare il decimo successo su questi prati e in assoluto. Oltre ad Halle, solo la natìa Basilea è stata conquistata 9 volte dal Re svizzero, che sembra molto determinato a raggiungere Nadal come unici due giocatori dell’Era Open a vincere lo stesso torneo almeno 10 volte (anche se qui Rafa può vantare un dominio incontrastato, coi suoi 12 Roland Garros, 11 Montecarlo e 11 Barcellona).

Insomma, con buona pace dell’astro nascente Sascha Zverev, qui la gente ha occhi solo per Roger (del resto, dove non è così?). Normale quindi che la conferenza stampa di Federer fosse il piatto forte del “Super-Media-Sunday”, che ha caratterizzato la domenica precedente l’inizio del torneo. Il fresco semifinalista di Parigi si è presentato sorridente alle 9,30 di mattina, con la sua felpa bianco panna con strisce ed etichette rosse, a richiamare i colori della sua Svizzera ma, in primis, a mostrare uno dei prodotti Uniqlo di cui Roger è il più noto testimonial.  

 

Federer è troppo navigato per esordire con le frasi di rito e preferisce spiegare il suo (davvero) familiare rapporto con Halle più tardi. Prima due parole su come si sente all’esordio sull’erba: “La pressione è alta anche per me, l’erba non ti perdona, perdere un attimo la concentrazione può costarti il set. Lo ammetto, sono qui solo per vincere. Sto bene, pieno di energia e conquistare il decimo Halle sarebbe per me davvero speciale, non ho mai vinto un torneo 10 volte”.

Gli viene chiesto un bilancio del suo ritorno al Roland Garros: “Sono stato molto soddisfatto, ho raggiunto la semifinale, dove ho perso dal migliore di sempre sulla terra, non c’è disonore in questo. Il vento durante del match era difficile da gestire, ma questo l’ha reso epico. Sulla terra Rafa sa sempre che ha molte opzioni, è la stessa cosa che vale per me sull’erba, posso giocare da fondo, fare serve&volley, spezzare il ritmo con palle corte… quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto”. Due parole sul suo avversario al primo turno (domani, quarto match sullo Stadion, non prima delle 17.30), quel John Millman che lo eliminò a sorpresa dagli ultimi US Open: “Devo essere attento dal primo quindici. Millman non ti regala mai nessun punto, è un esordio abbastanza duro ma in fondo è meglio così”.

Ora sì che Roger può parlare del suo feudo della Vestfalia: “Con il mio ritorno sulla terra battuta, quest’anno il tempo per prepararmi all’erba è stato molto meno, ma ad Halle vengo sempre volentieri, qui mi sento a casa, coi tifosi e gli organizzatore siamo quasi una famiglia”.

Sembrano parole eccessive, più di facciata che autentiche, ma poi Federer toglie ogni dubbio: “Quando ho saputo che con lo sponsor c’erano problemi, sono corso dalla famiglia Weber (il torneo si chiama infatti Gerry Weber Open, dal nome del ricco manager cui la piccola Halle – 21.000 abitanti – deve il privilegio di essere la sede del più quotato torneo ATP tedesco, ora diretto dal figlio Ralf, nda) per sapere se potevo fare qualcosa, poi è arrivato Noventi, ma parlerò con Ralf per cercare altre possibili collaborazioni future. Il rapporto con i tifoso è ottimo anche perché vengo dalla svizzera tedesca e parlare la loro lingua mi permette d’integrarmi al meglio. Qui poi anche la mia famiglia viene sempre molto volentieri. Capita nel momento perfetto, tra due appuntamenti in due grandi città come Parigi e Londra: godersi la tranquillità e i panorami che ci sono qui è quello che ci vuole prima di ritornare in una metropoli”.  

Il legame di Federer con Halle è dettato in primis da un contratto ricchissimo che ne assicura la presenza: ha esordito nel 2000, vincendo per la prima volta nel 2003 contro Nicolas Kiefer e da allora ha mancato l’appuntamento solo nel 2007, 2009 e 2011. Quest’anno è alla 17esima partecipazione, che potrebbe valere il 102esimo titolo della carriera.

Difficile che sia andata così, ma la battuta con cui Roger esalta la particolarità forse più distintiva del torneo ci autorizza a pensare che sia dovuta ad essa la scelta del verde della Foresta di Teutoburgo per prepararsi a Wimbledon: Dove altro potete trovare una stanza d’albergo con questa vista? È bellissimo, posso guardare i miei amici e i miei avversari dal balcone!”. Ed è davvero così, ad Halle infatti l’hotel dei giocatori è ubicato all’interno dell’impianto.

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