Forse Grigor Dimitrov preferirebbe essere il vero flop dell'anno

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Forse Grigor Dimitrov preferirebbe essere il vero flop dell’anno

Da numero 3 a 19 per una caduta che sembra non aver fatto rumore. Quest’anno non se l’è passata benissimo neanche lo sconfitto delle Finals 2017, David Goffin

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Chiudere il 2017 come terzo giocatore del mondo e dodici mesi dopo ritrovarsi diciannovesimo: cose che capitano a Grigor Dimitrov. Tre del ranking, per di più a fine anno e, come se non bastasse, nell’era dei fab four. Certo, in un contesto lavorativo verrebbe definita una “posizione aperta” perché Djokovic e Murray si erano chiamati fuori dalle competizioni dopo Wimbledon, ma ciò non ha fatto altro che alimentare combattività e speranze in un numero maggiore di candidati e la grandezza del risultato è dimostrata da quanti fossero riusciti nell’impresa durante i dieci anni precedenti: solo Ferrer nel 2013 e Raonic nel 2016. Non è stato quindi il tonfo più clamoroso dell’anno? Senza dimenticare che David chiuse la stagione successiva al decimo posto mentre gli infortuni fecero precipitare Milos al numero 24, lasciamo in sospeso la domanda per ricordare i tre punti salienti della scalata bulgara alla classifica.

COME ERA ARRIVATO SUL PODIO – Il più bello del circuito secondo la maggior parte dei suoi colleghi aveva iniziato il 2017 regalando al pubblico la magnifica semifinale di Melbourne contro Rafa Nadal, anche se di giocare una grande partita e perderla sono capaci (quasi) tutti; poi, il trionfo al Masters 1000 di Cincinnati, la sua vittoria più prestigiosa eppure già superata tre mesi dopo dal titolo alle Finals di Londra. Alla O2 Arena, l’avversario in finale era un Goffin in grande spolvero che il giorno prima aveva battuto Federer e, seppur inutilmente, dominato Tsonga e Pouille nella finale di Coppa Davis a Lille; ciononostante, Dimitrov è riuscito a imporsi sul belga in particolar modo grazie a una prestazione atletica strepitosa che gli ha permesso di vincere punti pesanti in difesa. Insomma, per quanto il dritto abbia indubbiamente fatto la sua parte, è stato un match – e soprattutto un terzo set – in cui ‘Master Grisha’ ha remato che neanche i fratelli Abbagnale nelle cronache di Giampiero Galeazzi. Tuttavia, per vincere in quel modo con continuità, restando imprescindibile la condizione fisica sempre al top, occorrono anche una forza mentale superiore, un’attenzione che faccia capire in anticipo i momenti di svolta del match e la freddezza, oltre che la lucidità, per approfittarne magari con cambi di atteggiamento tattico. Dimitrov ha infine fatto proprie quelle caratteristiche che, storicamente, non lo hanno mai contraddistinto nel circuito se non per la sporadicità con cui le trovava? Si potrebbe mettere momentaneamente da parte anche questa domanda, ma la risposta – che non necessita di un allarme spoiler – è no.

COSA NON HA FUNZIONATO – Se l’abuso di difesa e rovescio slice, peraltro inizialmente giustificato dacché si parla delle armi che gli hanno consegnato le Finals, può essere considerato un abbaglio di natura tattica, il primo problema di quest’anno è da ricercarsi nella seconda palla di servizio sia in termini assoluti sia rispetto alla carriera. Grigor ha chiuso al n. 88 la classifica per percentuale di punti vinti con la seconda, seguito a ruota da chi ha avuto problemi alla schiena (Berdych e Rublev) o è sul viale del tramonto (Lopez, Muller, Benneteau), mentre la sua media in carriera lo metterebbe al 43° posto. Per quanto riguarda invece il numero di doppi falli per incontro, solo in quattro hanno fatto peggio di lui nella stagione, laddove, avesse mantenuto il dato medio in carriera, non comparirebbe fra i trenta più fallosi. Ragionando per ipotesi, qualcosa nel meccanismo del servizio potrebbe essersi inceppato, verosimilmente a causa della pressione delle promesse di inizio anno o per l’infortunio alla spalla che lo ha costretto al ritiro dal torneo di Sofia all’inizio di febbraio e forse comparso già in Australia con il picco dei 15 doppi errori nei quattro set contro Andrey Rublev. Un’altra criticità è rappresentata dall’alto numero di gratuiti in cui è frequentemente incorso, un handicap particolarmente grave per un giocatore che vorrebbe riproporre le prestazioni da ribattitore delle “sue” Finals e in ogni caso dotato di colpi non così devastanti.

 

Grigor Dimitrov, pensieroso – Australian Open 2018 (via Twitter, @AustralianOpen)

Guardando i risultati di quest’anno, anche quelli migliori non sono esenti da “però”: nei quarti a Melbourne ha perso da favorito contro Kyle Edmund dopo aver rischiato al secondo turno con Mackenzie McDonald (8-6 al quinto set); in finale di Rotterdam è stato annichilito da Roger Federer; dopo la semifinale a Montecarlo, sconfitto nettamente da Nadal, non ha raccolto molto altro sulla terra battuta; malissimo sull’erba, ha terminato con un saldo vittorie-sconfitte negativo la stagione sul duro (sommando indoor e all’aperto). L’ottima performance nella sconfitta contro Novak Djokovic a Cincinnati non fa che confermare l’intermittenza con cui esprime il suo potenziale e sospettare che, spesso, questo non sia comunque abbastanza.

CREDIBILITÀ DELLE ASPETTATIVE – Tornando alla domanda iniziale, vale a dire se sia da ritenersi il vero flop ATP in virtù non solo del risultato raggiunto e perduto, ma anche delle aspettative create dalla prova di forza e dalla convinzione espresse sul campo, la risposta non è affatto scontata e richiede invece la formulazione di un nuovo quesito: si può ancora parlare di promesse non mantenute da parte di Grigor Dimitrov? I dubbi che hanno tenuto banco quest’anno spaziano dai fab tra età, guai fisici e di motivazione (che non hanno comunque impedito ai soliti tre di accaparrarsi tutti i major) ai giovani che forse arrivano e forse no, dal rapporto di Sascha Zverev con gli Slam a quello di Thiem con il cemento; tante e diverse questioni fra le quali il tradimento delle aspettative di Grigor non ha quasi trovato spazio, come del resto il bulgaro non ne ha trovato fra quelli che hanno deluso – non solo per guai fisici ma, in un paio di casi, perché avevano raggiunto posizioni nel ranking obiettivamente superiori al tennis che normalmente possono esprimere. Se la sua caduta non ha fatto rumore nonostante quanto fatto vedere e ottenuto nella stagione precedente, forse significa che le promesse dell’ex “baby Federer” non sono più credibili e ciò è peggio che essere considerato il fiasco dell’anno.

IL LATO POSITIVO – La scarsa continuità di Dimitrov può anche essere vista da un’angolazione favorevole perché dimostra che da sempre è pronto a rialzarsi, non importa quanto rovinosa sia la caduta. All’ottimo 2014 della semifinale a Wimbledon che gli è valsa il primo ingresso in carriera nella top 10, ha fatto seguito un lungo periodo anonimo in cui è scivolato al n.40 del luglio 2016 – il punto più basso in tre anni e mezzo – dal quale ha saputo risalire costantemente fino a diventare il terzo giocatore del mondo. Allora, Grigor, non resta che confermarti con le migliori intenzioni, a dispetto dell’apparente poco clamore suscitato, che sei tu il vero flop ATP del 2018. Ma questo lui già lo sapeva, così come è convinto di poter riproporre quel livello, e l‘inserimento di Andre Agassi nel team ne è la prova. Con il dominio dei fab la cui eternità è altamente improbabile e la nuova generazione che scalpita, il prossimo anno potrebbe passare l’ultimo treno per un’affermazione che lasci davvero il segno. Questa volta, però, deve farsi trovare con in mano il biglietto giusto.

CHE DIRE ALLORA DELL’EX VICE-MAESTRO? – Come e più del quasi coetaneo Dimitrov, nel finale del 2017 aveva impressionato David Goffin. Nel suo caso, è stata la cattiva sorte a mettersi di traverso – e comincia a diventare una costante nel fortunoso percorso di Goffin degli ultimi diciotto mesi. Sconfitto inopinatamente al secondo turno dell’Australian Open da Benneteau (e dal caldo), si ritira durante la non-rivincita contro Grisha a Rotterdam quando colpisce male una volée e la palla lo centra all’occhio sinistro. Rientra un mese dopo a Miami e perde 6-0 6-1 da Joao Sousa. Sì, perché il tennista di Rocourt ha bisogno di giocare parecchi incontri prima di ritrovarsi tornando da uno stop per infortunio. Lo stesso era accaduto nel 2017 dopo l’incidente alla caviglia del Roland Garros: a Umago, superato a fatica Attila Balazs (che fa paura solo per il nome), perse da Ivan Dodig il quale, ormai solo doppista, a malapena si ricordava di andare a rispondere a sinistra. E via così fino all’autunno. Quest’anno, invece, dopo due sconfitte e zero vittorie sull’erba, arriva in semifinale a Cincinnati contro Federer e si ritira all’inizio del secondo set per un problema al gomito destro (scoprirà poi essere un edema osseo) che lo costringerà a chiudere in anticipo la stagione. Non è certo il caso di inserire una fattucchiera nel team, ma teniamo le dita incrociate per goderci il suo tennis durante l’intera prossima stagione.

David Goffin – ATP Rotterdam (foto Roberto Dell’Olivo)

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WTA

A Birmingham riecco Venus e Ostapenko. A Kristyna il derby di casa Pliskova

La neo-trentanovenne Williams non vinceva un match sull’erba fuori da Wimbledon dal 2011. Aliona centra i primi quarti di finale dell’ultimo anno solare. Alla gemella meno famosa una maratona chiusa al tie break del terzo

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Parecchia sostanza e diversi spunti tra i prati delle Midlands occidentali, laddove a Maiorca si è detto e fatto il minimo indispensabile. Appena quattro match in programma alle Baleari – dove il bel tempo stabile ha consentito di diluire la programmazione – di cui uno addirittura monco. La sfortuna ha colpito ancora una volta Ons Jabeur, ragazza tunisina dal talento grande quanto la predisposizione agli infortuni, anche se oggi, con ogni probabilità, il massimo della salute non l’avrebbe comunque salvata contro l’astro Sofia Kenin, che aveva dominato fino all’obbligo di ritiro. Nel frattempo Elise Mertens aveva sbrigato in due la comoda pratica Stosur e Yafan Wang, sinora quasi digiuna d’erba, si era sbarazzata molto più facilmente del previsto di Alison Van Uytvanck. In chiusura, la seconda favorita Sevastova ha concesso le briciole, sotto forma di tre giochi, all’impotente Ajla Tomljanovic.

Molta più ciccia a Birmingham, come dicevamo, e conferme su conferme per la signora campionessa del Roland Garros Ashleigh Barty: la rovente australiana ha letteralmente spianato Donna Vekic, non la prima venuta, una che sul verde gioca bene e che era reduce, per quanto molto delusa, dalla finale giocata a Nottingham domenica scorsa. Segnali preoccupanti, per le avversarie s’intende, quelli lanciati da Ash, la quale a Wimbledon sarà temuta e pericolosa anche in ottica numero uno del mondo: Naomi Osaka è autorizzata a fare tutti gli scongiuri del caso.

Ma è stata soprattutto la giornata dei ritorni, ovviamente graditi: quello di Venus Williams – trentanove candeline spente ieri l’altro, auguri – al successo in un match su erba lontano da Church Road, evento che non capitava alla meno giovane della dinastia Williams addirittura dal 2011 (secondo turno a Eastbourne contro Ana Ivanovic), ma anche quello di Jelena Ostapenko. Buona la prova offerta dalla lettone nonostante la classica zavorra di doppi falli (oggi sono stati otto), tuttavia emendati da un numero di vincenti più che sufficienti a investire una spenta Johanna Konta. Per Aliona quella ottenuta poche ore fa è la prima vittoria contro una top 20 degli ultimi quindici mesi (ultimo hurrà a Miami 2018 contro Elina Svitolina): un opportuno brodino in vista di Wimbledon dove, non dovesse avvicinare le semifinali guadagnate lo scorso anno, i problemi di classifica potrebbero per lei rivelarsi di difficilissima soluzione.

 

È planato tra le mani della gemella mancina, infine, il derby di casa Pliskova, iniziato nell’ilarità delle contendenti e salomonicamente deciso al tie break del terzo dopo quasi due ore di zuffa. Tremarella nel gioco dirimente, chiuso da Kristyna al secondo match point, come il primo cortesemente offerto da un doppio fallo della sorella. Vinto in modo sorprendentemente agevole il primo set, la numero 112 WTA era nel corso del match riuscita a contenere la rimonta della più famosa parente affidandosi soprattutto al potentissimo archibugio in dotazione (24 ace e l’82% di punti con la prima in campo alla fine).

Birmingham, primo turno:

J. Brady b. L. Tsurenko 6-3 6-3
[2] A. Barty b. D. Vekic 6-3 6-4
[6] Q. Wang b. [Q] L. Davis 6-3 6-2
[WC] V. Williams b. A. Sasnovich 6-3 6-4

Secondo turno:

B. Strycova b. S-W. Hsieh 7-6(3) 6-3
J. Ostapenko b. [7] J. Konta 6-3 6-4
P. Martic b. M. Gasparyan 6-3 7-6(4)
Kr. Pliskova b. Ka. Pliskova 6-2 3-6 7-6(7)

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Maiorca, secondo turno:

Y. Wang b. A. Van Uytvanck 7-6(3) 6-3
[4] E. Mertens b. [WC] S. Stosur 6-3 6-3
[7] S. Kenin b. O. Jabeur 6-2 2-0 (rit.)
[2] A. Sevastova b. A. Tomljanovic 6-2 6-1

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ATP

ATP Halle: avanzano Khachanov e Coric, grandi battaglie con Struff e Sousa

HALLE – Le tds 3 e 4 superano per un ciuffo d’erba Struff e Sousa. Tanto pathos e gran tennis. OK anche Goffin ed Herbert

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Borna Coric - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_KET)

Dal nostro inviato ad Halle

La giornata che non ti aspetti, doveva essere un day 3 di transizione – per la gioia di chi scrive, che ha potuto rilassarsi facendo shopping tra gli stand del torneo: l’asciugamano ufficiale, ma di fatto è un telo mare, richiama forse troppo spudoratamente i colori di Wimbledon, ma costa solo 15 euro (scontati) ed è pur sempre di un grande torneo, come dimostrato anche oggi. David Goffin ha avuto bisogno di tre set per superare un Radu Albot versione monstre nel primo parziale. All’inizio del secondo, il campione belga si sveglia come folgorato e alla lunga impone la legge del più forte: “Albot non è mai un avversario facile, nel primo set mi ha sorpreso il suo livello sull’erba, nel secondo il servizio mi ha fatto uscire da molti guai, poi ho trovato il mio tennis (molti bei passanti, anche favoriti da attacchi disperati del rumeno, nda). Giocare qui è sempre bello, il pubblico ti coinvolge molto”. Non è affatto una frase fatta, chiedere a Jan-Lennard Struff.

Il secondo match tra lui e Karen Khachanov, tds n.3, è una battaglia da Grande Guerra, metro dopo metro, punto dopo punto, ma condotta da due soldati talentuosi che non rinunciano mai ai colpi da erba, quelli per palati fini. Punti spettacolari uniti a continui ribaltamenti di fronte e un tennis atletico da parte di entrambi. Una gioia per gli occhi e autentici brividi per il cuore. Struff è partito subito molto carico e per lunghi tratti del match ha alternato passanti vincenti e discese a rete. Ci ha provato fino all’ultimo, ma Khachanov è stato molto solido, soprattutto mentalmente.

Non puoi sperare in un suo passaggio a vuoto, devi smontarlo punto dopo punto, non proprio un compito facile con uno così regolare, veloce e potente. Il tedesco è stato ingenuo quando ha subito un break tutt’altro che inevitabile che gli è costato il primo set. Nel secondo il n.35 ATP veniva spesso avanti in controtempo con magnifiche palle tagliate. Il n.9 del mondo perde i riferimenti e il set, cedendo il servizio sul 4-3 Struff. Nel set decisivo, il servizio ha tolto molte castagne al campione di Parigi-Bercy, che sul 5-4 30 pari su servizio avversario ha approfittato di una seconda forzata di Struff che diventa un doppio fallo.

Sul match-point Karen spara un gran passante cui Lennard oppone una bella volée, ma sfortunata e out. Khachanov esulta troppo smaccatamente sull’errore avversario, con un salto plateale, per poi subito scusarsi a rete con l’avversario (che apprezza) e in conferenza stampa non usa mezzi termini: “Wow che partita! Mi spiace per aver eliminato il vostro Struff, il ragazzo di casa. Guardate che dico sul serio, ha giocato davvero benissimo. Match così sono importanti da vincere perché se le porti a casa ti danno molta fiducia”.  

 

Il pubblico prosegue il suo divertimento di qualità e quantità col match tra Herbert e Stakhovsky, dove il secondo sembra avere la meglio ma alla distanza emerge il grande talento, perfetto per l’erba, del francese (sempre bello e pulito il suo serve&volley). La partita che difficilmente dimenticheremo però deve ancora esserci. Borna Coric rimane nel torneo a suon di missili al servizio e col dritto, giocati quando più serve con classe da campione, ma la partita indomita e tecnicamente magnifica di Joao Sousa esalta il pubblico.

Il match parte subito con un buon livello di gioco, ma i servizi subito in palla di entrambi portano quasi a distrarsi, convinti che il break, se arriverà, sarà sul finire del set. Invece non solo arriva al sesto game, ma è per Sousa. Paradossalmente. È un vantaggio per Coric, che prende la sberla perfetta per abbandonare l’idea che basti limitarsi al compitino. Contro-break immediato e qualche game più tardi arriva il tie-break, che il croato porta a casa da campione: massimo risultato col minimo sforzo.

Nel secondo set non cambia la musica per il pur mai domo Sousa: per portare a casa un 15 deve fare il punto 3 volte (addirittura il campione uscente stava per recuperare il secondo smash consecutivo, non fosse stato per una barra dell’impianto di chiusura del tetto). Però il portoghese non ha nessuna intenzione di spegnersi lentamente, così l’equilibrio persiste. Il talento del trentenne lusitano (pregevoli certe palle corte da mano vellutata), accompagnato da una tenacia così ammirevole conquista il pubblico, che piano piano passa dalla sua parte. Solo che Coric non perdona e ad ogni grossa opportunità per l’avversario alza il livello, sempre quando serve. Si chiama classe.

Insomma, facile piangersi addosso o almeno scoraggiarsi di fronte a un giocatore meno forte che resiste indomito fino alla fine, incurante della realtà, a un avversario che appena alzi la testa ti spara in faccia un ace o un missile di dritto. Lo fanno in molti sulle tribune (non certo la ragazza vicino a noi con la maglia della Croazia vicecampione del mondo di Russia 2018), Sousa no. Non l’ha mai fatto, non lo farà mai. L’avversario è più forte? Sei in ballo e devi ballare, Joao vuole vincere, gli applausi non possono bastare. E allora, sul 6-5 Sousa e servizio Coric, la goccia d’acqua che batte sempre sulla roccia riesce finalmente a scalfirla. La terza palla break è quella buona, vincente del n.71 del ranking e terzo set. Pubblico in visibilio. 

Dopo pochi punti del parziale decisivo, un gratuito del semifinalista di Dubai e ‘s-Hertogenbosch è il cavallo di troia del suo disagio. Racchetta per terra, Coric dimostra di non avere messo in conto gli straordinari del terzo set. Sul 2-1 Coric, il n.14 ATP chiede il MTO per la schiena dolorante ed esce dal campo. Falso allarme, il match prosegue e l’usurpatore del trono teutoburgico di Federer l’anno scorso comincia a non contenere il rovescio. Si arriva al tie-break, giusto atto finale di questo magnifico match.  

Risultati

[4] B. Coric b. [Q] J. Sousa 7-6(4) 5-7 7-6(4)
P. Herbert b. [Q] S. Stakhovsky 2-6 7-6(4) 6-4
[3] K. Khachanov b. J-L Struff 6-3 3-6 6-4
D. Goffin b. R. Albot 4-6 6-4 6-3

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Focus

Paris c’est chic? Il meglio e il peggio degli outfit del Roland Garros

La moda parigina on court. Da Serena Williams a Roger Federer, passando per Fabio Fognini. Nike, Adidas, Armani, Uniqlo, Fila e Lacoste. I migliori e i peggiori outfit del Roland Garros 2019

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Roger Federer - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Parigi e la moda, un mariage inossidabile, quantomeno nell’immaginario collettivo e nella haute couture. Ma, nel quotidiano, non è più un connubio così scontato e lo si vede, a volte, anche in occasione del grande rendez-vous tennistico di Porte d’Auteuil. In campo e fuori. E allora diamo uno sguardo agli outfit dei protagonisti del Roland Garros 2019. Quali sono i più eleganti, i più improbabili, i più originali e i più banali?

Serena Williams – Virgil Abloh x Nike

Serena Williams – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Laura Guidobaldi: un gusto che lascia un po’ a desiderare il due pezzi sfoggiato da Serena Williams che, lasciando scoperta la pancia, ricorda soprattutto un completino “da spiaggia”. L’associazione del bianco e del nero ci può anche stare ma il misto della fantasia “zebrata” e a macchie lo rende ancora meno elegante e troppo aggressivo. La mantella “a pipistrello” che completa la mise della campionissima non ne addolcisce per nulla l’effetto. Anzi. Insomma, non proprio classy.

 

Valerio Vignoli: bisogna riconoscere dei meriti a Virgil Abloh, creatore di questo outfit in collaborazione con Nike. Non è facile prendere delle scarpe da ginnastica, scrivere “air” sulla suola o “laces” sui lacci, aggiungere un pezzo di plastica arancione e rivenderle a quasi il doppio. Con questo stile “didascalico” è riuscito a diventare direttore artistico di Louis Vuitton. Così come non è facile vincere 23 titoli dello Slam venendo dalla malfamata periferia di Los Angeles, essere donna, essere nera, essere madre ed essere allo stesso tempo anche… umile. Nel mantello che copre questa sorta di bikini zebrato, tanto audace quanto difficile da portare con eleganza, erano scritte in francese le parole “madre, campionessa, regina, dea”. Messaggio positivo ma anche ambizioso soprattutto se poi dichiari che “lo so, è tanto da portare con sé. Ma lo è anche essere Serena Williams”. Insomma, dopo la polemica dell’anno scorso per la tutina aderente nera da pantera, la fuoriclasse statunitense piazza un altro (fashion) statement a Parigi. “More than an athlete”, come LeBron James, che piaccia o no.

Roger Federer – Uniqlo

Roger Federer – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Laura Guidobali: una certa finezza per il completo vintage anni Settanta di Roger Federer, che alterna una polo color crema con striscia grigio-tortora sulla manica corta a pantaloncini (anch’essi grigio-tortora) con banda laterale dello stesso colore della polo. Un tocco di rosso ai bordi delle strisce – su maniche e shorts – e con i polsini “accende” la mise dello svizzero, il rosso che ovviamente richiama il logo del brand giapponese. Molti lo hanno trovato un po’ scialbo. Sarà, ma il color crema e il grigio, per giunta indossati da Federer, sul campo in terra rossa fanno un gran bell’effetto…

Valerio Vignoli: no l’ispirazione per i colori di questo completo di Federer non è arrivata dagli impiegati della posta. Ma dagli anni Settanta. A rivelarlo lo stesso campione elvetico che si era reso conto di non avere mai indossato il crema con il marrone (più tortora in realtà ad essere precisi). La mente però va anche al completo indossato da Gustavo Kuerten in occasione della sua ultima vittoria nel 2001, con il rosso al posto del blu come terzo colore. In generale come al solito sempre molto stylish lo svizzero, anche se avrei visto questo outfit meglio per la stagione nordamericana, che sulla terra rossa, dove colori sul blu o azzurro risaltano meglio sull’arancione vivo della superficie.

Novak Djokovic – Lacoste

Novak Djokovic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Laura Guidobaldi: per questo Roland Garros, il brand francese indossato da Djokovic punta su strisce oblique e asimmetriche nere e arancioni sulla polo bianca. Un outfit un po’ troppo banale e senza verve, che non manca invece al campione serbo. Molto più vivace la variante della polo arancione intenso che, richiama, ovviamente, la stagione sull’ocra.

Novak Djokovic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Valerio Vignoli: prosegue sempre all’insegna della geometria il sodalizio tra Djokovic e il marchio del coccodrillo. Tutto in perfetto stile “RoboNole”. Peccato che la macchina si sia inceppata questa volta. La strada però è segnata nel gioco come negli outfit: essenzialità e sostanza sono le parole chiave. A qualcuno può annoiare ma di solito si rivela vincente. L’assenza di creatività è innalzata ormai a tratto distintivo e quasi motivo di vanto. Lacoste l’ha capito e sposa questa filosofia, con il pericoloso rischio di cadere nella ripetizione.

Collezione Nike

Laura Guidobaldi: lasciano alquanto perplessi i completini Nike dedicati al Roland Garros 2019, soprattutto quelli dal tema macabro e spettrale con tanto di scheletri bianchi che impugnano una racchetta, immersi in una sorta di “selva oscura”, il tutto su fondo ovviamente nero. Cosa vorrà dire? Molto meglio la versione più “bucolica” e decisamente green indossata dalle ragazze (Halep e Garcia), con tante piccole api sulla t-shirt (anch’esse bianche su fondo nero). Che sia un messaggio contro l’inquinamento e il riscaldamento climatico? Se sì, l’idea è decisamente carina. Però molto meno carini gli shorts con le api indossati da Khachanov; sui maschietti pantaloncini così fanno inesorabilmente un effetto pigiama!

Simona Halep – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Valerio Vignoli: ok le fantasie originali, ok il nero su nero, ok le scarpe gialle (per gli uomini) e lilla (per le donne) sul già menzionato total black. Però le fantasie originali diverse tra pantaloncini e maglietta, il nero su nero, e le scarpe a contrasto sono decisamente troppo tutto insieme. Chi come Khachanov e altri maschietti ha scelto di utilizzare questa combo è finito vittima delle esagerazioni del noto brand del baffo. È andata meglio a chi ha usato con parsimonia tutti questi elementi come del Potro o molte delle fanciulle. Insomma, l’originalità va bene quando non si sfocia nella confusione che fa effetto “patchwork”.

Collezione Adidas

Dominic Thiem – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Laura Guidobaldi: la collezione Adidas punta sul classico, utilizzando il nero, ravvivato quanto basta da un tocco di blu elettrico e bianco per le ragazze. Sobri e allo stesso tempo molto eleganti i vestitini indossati da Garbiñe Muguruza e Kiki Mladenovic, che ne esaltano la linea perfetta del corpo slanciato. Bello e originale il gonnellino nero a pieghe con quadrati azzurri sul bordo inferiore, vezzoso quanto basta, che aggiunge un tocco di raffinatezza. Per i ragazzi il contrasto tra le due tinte è molto più netto: un completo classico con t-shirt di un celeste luminoso e pantaloncini scuri. Una collezione decisamente riuscita, la migliore tra quelle sfoggiate al French Open quest’anno. E poi, il fatto che questi outfit vengano realizzati con materiali ecologici e promuovano la campagna contro la plastica nei mari, li rende ancora più irresistibili.

Garbine Muguruza – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Valerio Vignoli: l’azzurro sulla terra è un must. La causa ecologista è più che lodevole. Però il completo dei vari Thiem e Tsitsipas era veramente un tantino troppo “lineare”, all’apparenza quasi “cheap”. Qualche fronzolo in più non sarebbe guastato. Li hanno tenuti tutti per le ragazze producendo davvero un ottimo risultato e confermando di essere spesso un passo in avanti rispetto agli arcirivali americani negli ultimi tempi.

Fabio Fognini – Emporio Armani

Fabio Fognini – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Laura Guidobaldi: un completo in perfetto stile Armani quello indossato da Fabio Fognini. Un po’ austero ma grintoso, ravvivato da alcune strisce azzurre e grigie. Il colletto alla coreana della maglietta aggiunge un tocco di raffinatezza; la parte finale della t-shirt, il cui blu notte sfuma verso il celeste ne addolcisce la linea decisamente grintosa. Insomma, bisogna ammetterlo, anche il completo è da Top 10!

Valerio Vignoli: la collaborazione all’insegna dell’italianità tra Fognini ed Emporio Armani non era partita nei migliori dei modi. Una magliettina mezza verde fluo e mezza grigia in Australia un po’ da pugno nello stomaco, una coreana blu senza infamia né lode a Montecarlo, un’altra coreana bianconera con lo skyline di Roma al Foro Italico fin troppo patriottica. A Parigi le cose vanno meglio con la solita coreana in versione blu scuro, con striature orizzontali bianche e blu chiare. La celeberrima sobrietà del marchio finalmente è uscita fuori per festeggiare l’entrata in Top 10 del nostro miglior tennista negli ultimi vent’anni.

Ashleigh Barty – Fila (Rolando Collection)

Ashleigh Barty – Roland Garros 2019 (foto via Twitter, @rolandgarros)

Laura Guidobaldi: Fila ha puntato sulla sobrietà, anche se le geometrie “sregolate” della canotta ravvivano un outfit altrimenti tendente al classico. Il gonnellino nero… un must che ha sempre il suo perché.

Valerio Vignoli: il completo perfetto per rappresentare Ashleigh Barty. Semplice ma con un tocco retrò. Come il suo gioco potente e contemporaneo, condito da quelle variazioni che oggi sono sempre più rare nel tennis femminile.

Kei Nishikori – Uniqlo

Kei Nishikori – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Laura Guidobaldi: che dire del completo di Nishikori? Una “tavolozza” di colori decisamente male assortiti. Rosa acceso, bianco, nero, giallo e celeste/petrolio. Non proprio di buon gusto…

Valerio Vignoli: il solito obbrobrio che Uniqlo appioppa a Nishikori. Se si aggiungono i pantaloncini color verde petrolio si conclude una combinazione assolutamente priva di senso. Che contrasta tra l’altro con la semplicità cromatica dei completi riservati dal brand giapponese a Federer. Ma magari è lo stesso Nishikori a scegliersi l’outfit. E allora forse sarebbe perfino più grave, rivelando sintomi evidenti di daltonismo.

a cura di Laura Guidobaldi e Valerio Vignoli

La boutique parigina di Rafa Nadal

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