Australian Open: Nole fa 15 contro Monfils, Goffin si scioglie al sole

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Australian Open: Nole fa 15 contro Monfils, Goffin si scioglie al sole

Djokovic conferma il suo trend positivo contro Monfils e lo batte per la 15esima volta. Eliminato Goffin, che non resiste al caldo. Bene del Potro e Chung

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NOLE, UN ALTRO PASSO –È bello ritornare sulla Rod Laver Arena. Come sta il mio gomito? Puoi farmi tutti le domande che vuoi nello spogliatoio”. Provato dalla temperatura atmosferica ma al contempo soddisfatto, Novak Djokovic alza gli occhi al sole di Melbourne. E sorride. Il cemento ardente della Rod Laver Arena si allea con Nole e fa sciogliere letteralmente Monfils, che nel secondo set raggiunge già il punto di cottura. E fa fatica a rimanere in piedi. Da quel punto in poi non c’è più partita. A tratti non si comprende perché il francese decida di andare avanti, per quanto sia plateale nel linguaggio del corpo a manifestare il suo malessere. Fresco trionfatore a Doha, Monfils arrivava da una striscia di cinque match vinti ma avrebbe avuto bisogno delle gambe migliori per scalare il suo personale Everest: contro Nole, infatti, era finito ko in tutti i 14 precedentiSe il serbo aveva convinto all’esordio, è giusto essere cauti stavolta nel trarre indicazioni da un match che è stato vero solo nel primo set, quando – tra l’altro – i nostri eroi sembravano tutt’altro che sul pezzo. L’ha vinto Monfils, in una rumba di 47 minuti al ritmo di cinque break, undici doppi falli complessivi e un netto predominio dei gratuiti sui vincenti. Non un bello spettacolo. Nel cuore del secondo parziale LaMonf inizia a piegarsi sofferente al servizio, a cercare gli angoli d’ombra, a protestare per i “soli” 25 secondi di pausa tra un punto e l’altro. Guai a fidarsi troppo di un istrione, ma da quel momento l’ex numero uno deve solo controllare le operazioni: ha di fronte un avversario reattivo nelle gambe soltanto nei primi due o tre scambi di ogni punto. Djokovic al terzo turno troverà Ramos, sempre battuto nei quattro precedenti. In una partita vera, andranno testati i segnali positivi che arrivano dalla resistenza di fondo (non scontata per chi è rientrato dopo sei mesi) e dalla rinnovata meccanica del servizio, modellata sul gomito sofferente. Oggi è bastato rimanere in piedi, e a 39 gradi non era così scontato.

 

Pietro Scognamiglio

BENNETEAU ROSOLA GOFFIN, CHUNG IMPRESSIONA – Tocca ripetersi, ma è evidente che la parte centrale del programma di questo mercoledì abbia per protagonista un caldo annunciato, ma non per questo meno sopportabile. A farne le spese più di tutti è stato David Goffin, settima testa di serie, che dopo aver vinto agevolmente il primo set contro Julien Benneteau ha seguito pressapoco il percorso di Monfils: è evaporato, con tutto il suo tennis, uscendo dal torneo. Non un crollo verticale quello del belga, che ha sempre cercato di ribellarsi a un destino che lentamente gli si faceva avverso, ma una incapacità piuttosto evidente di essere lucido nelle scelte e nelle esecuzioni. Specie con il dritto, che più e più volte lo ha tradito. Emblematico il colpo fiacco che fermandosi sul nastro ha regalato a Benneteau due match-point nel tie-break del quarto set, circostanza in cui il francese non si è fatto pregare dopo averne sprecati due sul 5-4 dello stesso parziale e affronterà ora Fognini. Il belga, che approfittando di tre doppi falli avversari e di un paio di nastri favorevoli era ritornato in corsa, si era premurato di sciupare persino un set point sul 6-5 che gli avrebbe consegnato la parità e forse un vantaggio consistente nella frazione decisiva. Così non è stato e la seconda testa di serie eliminata nel day 4 – dopo la sconfitta di Querrey (13) contro l’ungherese Fucsovics – lascia a Melbourne oltre 300 punti per non aver difeso il quarto di finale della scorsa edizione. Una sconfitta che sorprende specie alla luce dell’ottimo stato di forma mostrato da Goffin nell’esordio stagionale in Hopman Cup, ma se due indizi fanno una prova basterà riportare alla mente la complicata vittoria a Indian Wells contro Khachanov, con ancora il caldo protagonista, per rendersi conto di come le alte temperature siano mal digerite dal folletto belga. Chi invece del caldo e dell’avversario ha fatto un sol boccone è Hyeon Chung. Il coreano ha dominato nettamente la (ex) sfida Next Gen contro Daniil Medvedev, fresco vincitore a Sydney, e promette ora di riprovarci contro un Next Gen effettivo e di caratura superiore, Sascha Zverev. Avanti in tre set Ramos-Vinolas (21), in quattro set Berdych (19) e Mannarino (26) che risolve un non semplicissimo derby mancino contro Vesely. Ancora più lottato l’altro derby mancino di giornata, quello tra il tedesco Marterer e lo spagnolo Verdasco. La spunta a sorpresa Marterer, di resistenza, dopo tre ore e mezza di gioco. Ora una ghiottissima occasione (affronterà Sandgren) per cogliere il primo ottavo Slam in carriera; appena quattro giorni fa il n.90 ATP aveva giocato e perso un solo incontro in un Major (US Open 2017, vs Young).

A.S.

DELPO VINCE LA SFIDA DEI DRITTONI – La Hisense Arena è gremita e fremente perché si aspetta uno “scontro tra titani” nel senso più epico del termine: in campo due ‘giganti’, l’argentino Juan Manuel Del Potro (testa di serie n°14) e il russo Karen Khachanov, che fanno del gioco di sfondamento il loro unico credo. Gli ingredienti ci sono tutti e alla fine i presenti al banchetto possono ritenersi soddisfatti: vince Del Potro in quattro set, contro la statistica e contro problemi fisici che sembravano condannarlo all’ennesima resa. Il match scorre in maniera lineare (dire scontata sarebbe ingiusto nei confronti dei due atleti in campo, che mai si sono risparmiati) per i primi due set, vinti entrambi dall’argentino, e fino al dodicesimo gioco della terza frazione, quando Delpo entra in campo per chiudere un punto con il rovescio. Effettuato il colpo, il suo volto si contorce in una smorfia e la mano tocca la coscia sinistra: il pubblico rimane stranamente silente, il colosso di Tandil inizia il tiebreak con un doppio fallo e lo chiude senza realizzare un punto, facendo nascere nuove speranze nel rivale. Il giocatore argentino al cambio campo si siede pesantemente e tutto lascia presagire l’inevitabile medical timeout: e invece inizia il quarto set e Delpo ricomincia a martellare, apparentemente muovendosi con maggiore cautela, ma sempre con assoluta sicurezza al servizio, senza nulla concedere al giovane Karen. Forse proprio la gioventù gioca un brutto scherzo al gigante di Mosca: concede tre palle break nel quinto gioco, salva la prima ma sulla seconda del Potro sfonda e si avvantaggia per poi dare sfoggio di estrema saggezza (o scaltrezza?), chiamando il medical timeout in un momento psicologicamente cruciale. Ma le emozioni non sono ancora finite: sul primo match point nel decimo gioco, Delpo scaraventa in corridoio un diritto e lascia tutti con il fiato in sospeso ancora per qualche minuto, sull’occasione successiva inchioda il suo avversario e lo costringe all’errore. Per il bene del torneo e del tennis, speriamo tutti che l’infortunio subito da Del Potro non sia grave e gli consenta di affrontare sabato Tomas Berdych nel terzo turno, sarebbe triste dover rinunciare per l’ennesima volta – a causa di un infortunio – a un giocatore che alla sfortuna ha pagato un tributo fin troppo salato.

Andrea Franchino

CHE FATICA DOM – Ad inaugurare la quarta giornata degli Australian Open sulla Margaret Court Arena è Dominic Thiem, numero 5 del mondo e del tabellone. Il suo avversario è lo statunitense Denis Kudla. Unico precedente tra i due proprio in Australia, a Brisbane, negli ottavi di due anni fa: facile vittoria in due set per l’austriaco. Questa volta sarà tutta un’altra storia. Thiem parte subito forte e strappa il servizio a 15 nel secondo gioco, issandosi, in poco meno di 20 minuti, sul 3-0. Sul 4-1 l’andamento del match cambia, Kudla recupera nel settimo game il break e nel decimo gioco strappa di nuovo il servizio all’austriaco, portandosi sul 6-5. Denis non sfrutta l’occasione offrendo il controbreak a “Dominator”. Si va dunque al tie break. A sorpresa a spuntarla, dopo aver annullato due set point, è Kudla in un’ora e 15 di battaglia. Nel secondo set l’equilibrio regna sovrano fino al 4-3 per lo statunitense che nell’ottavo gioco approfitta dei tanti errori di dritto del suo avversario e strappa il servizio andando a servire per il secondo set: Denis annulla due palle del contro break e si porta in vantaggio di 2 set a zero. Thiem è con le spalle al muro. Il terzo set è infinito. Molti dei game al servizio di Kudla durano minuti. Thiem riesce finalmente nell’ottavo gioco ad ottenere il break, chiudendo il parziale per 6-3. Siamo a due ore e 50 minuti di partita, e la maggior resistenza di “Dominator” comincia a venir fuori. Ad inizio terzo set è subito break per l’austriaco, che porta a casa senza soffrire il parziale (6-2), senza offrire alcuna palla break. Si va dunque al quinto e decisivo set (il primo a Melbourne per Thiem). Come spesso accade in questi lunghi match, il favorito, e rimontante, prende nettamente il sopravvento: è infatti subito break a favore di Dom nel primo gioco. Kudla comincia a mostrare i segni della stanchezza e sbaglia tantissimo da fondo. Thiem viaggia finalmente in discesa e chiude la maratona tennistica per 6-2 dopo quasi 4 ore di gioco. Al terzo turno affronterà Mannarino (che ha battuto Vesely in quattro set) e avrà bisogno di un tennis molto più brillante di quello mostrato oggi, contro un avversario non all’altezza negli ultimi tre parziali.

Domenico Giugliano

Risultati:

[5] D. Thiem b. [Q] D. Kudla 6-7(6) 3-6 6-3 6-2 6-3
N. Kicker b. L. Lacko 6-2 7-5 1-6 7-5
M. Fucsovics b. [13] S. Querrey 6-4 7-6(6) 4-6 6-2
[21] A. Ramos-Vinolas b. [WC] T. Smyczek 6-4 6-2 7-6(2)
[19] T. Berdych b. G. Garcia-Lopez 6-3 2-6 6-2 6-3
[26] A. Mannarino b. J. Vesely 6-3 7-6(4) 5-7 6-3
[25] F. Fognini b. E. Donskoy 2-6 6-3 6-4 6-1
H. Chung b. D. Medvedev 7-6(4) 6-1 6-1
[12] J.M. del Potro b. K. Khachanov 6-4 7-6(4) 6-7(0) 6-4
[14] N. Djokovic b. G. Monfils 4-6 6-3 6-1 6-3
[29] R. Gasquet b. [Q] L. Sonego 6-2 6-2 6-3
J. Benneteau b. [7] D. Goffin 1-6 7-6(5) 6-1 7-6(4)
M. Marterer b. F. Verdasco 6-4 4-6 7-6(5) 3-6 6-3
[4] A. Zverev b. P. Gojowczyk 6-1 6-3 4-6 6-3
[2] R. Federer b. J.L. Struff 6-4 6-4 7-6(4)
T. Sandgren b. [9] S. Wawrinka 6-2 6-1 6-4

IL LIVESCORE DEL DAY 4: UOMINI – DONNE
I TABELLONI COMPLETI: UOMINI – DONNE

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: il più bello Slam degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

 

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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Pagelle: i padroni del mondo, il tramonto del Re e la speranza greca

Djokovic e Osaka trionfano confermandosi i più forti. L’incubo di Serena, il declino di Federer e l’avvento di Tsitsipas. Il solito Zverev e il sogno di Kvitova

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Naomi Osaka 10
L’altra volta aveva trovato un’avversaria scorretta e fuori di testa che aveva provato a privarla del legittimo gusto della festa, stavolta dall’altra parte della rete c’era per sua fortuna una signora che non ha approfittato del momento in cui Naomi si è ricordata di essere così giovane. Due Slam di fila sono una cosa enorme, il numero 1 una conseguenza. Può dominare e il sospetto è che avrà tante occasioni per imparare anche a recitare un discorso di premiazione come si deve.

 

Petra Kvitova 9,5
C’è mancato davvero poco per avere il lieto fine alla favola di Petra, ma magari arriverà a Wimbledon, il posto del cuore. Sembrava non potesse più tenere in mano una racchetta e comunque non tornare a questi livelli. E invece è a un passo dalla vetta. Troppo buona, troppo dolce Petra per approfittare delle paure di Osaka sul più bello. Ma ha già vinto il suo Slam.

Il sonnellino di Ubaldo 10
Straordinario trappolone teso a Nadal, che ha abboccato come un totanone. Ha studiato a tavolino la finta sonnolenza per conquistare la ribalta mondiale. La prossima vittima sarà Federer, dinanzi al quale però occorrerà svenire in diretta tv con tanto di cappellino e sponsor in bella mostra. Scaltro come una faina.

Novak Djokovic 10
Se non ci fossimo trovati lì quel giorno di giugno mentre annaspava contro Cecchinato e sfuggiva iracondo alla stampa, preannunciando un possibile forfait per Wimbledon, penseremmo di parlare di due giocatori differenti. Ma in fondo, senza quella “vacanza” di un anno e mezzo scarso, staremmo qui a discorrere di un dominio senza precedenti. “Not too bad” per dirla alla Nole, ma ha tempo per…peggiorare, frantumando ogni record.

Rafael Nadal 9
Il primo degli umani. Che per uno come lui può sembrare una diminutio, ma considerando gli ultimi risultati sul cemento è un mezzo miracolo che sia arrivato in finale praticamente in carrozza. Ma arriverà la terra, ci sarà spazio per epiche battaglie tra i due. Certo, l’Australia gli regala un’altra amarezza: da quando provocò le lacrime di Roger sembra che gli Dei Down Under si divertano farlo soffrire. Rafa è un toro, ci riproverà. Ancora, ancora e ancora.

Camila Giorgi 6,5
Tutta un’altra Camila. Vince le partite che deve vincere, perde le partite che deve perdere, si sganascia dalle risate in sala stampa. Qualche rimpianto per l’ottimo match con Pliskova ma visto il torneo della ceca, non c’è motivo per essere tristi.

Roger Federer 5
Giocatore finito, eroe dimenticato. I suoi record vacillano e oramai nemmeno gli addetti ai controlli lo riconoscono. Quota cento resta un miraggio, forse gli conviene chiedere asilo nell’Italia a cinque stelle. Ha una sola speranza, che questa storia del passaggio di consegne nella sconfitta con Tsitsi così come lo fu con la sua vittoria su Pete, sia vera: il ventunesimo sarebbe cosa fatta…

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La borsa di Busta 2
Errore arbitrale o no (più no che si in realtà), solidarietà al borsone maltrattato. O la borsa o la vita, ma Pablo ha perso la testa. Carreno, basta.

Serena Williams 5
Il suo problema è che quando chiamano in campo la numero uno, lei si lancia perché è davvero convinta di esserlo ancora. Siamo cattivi (ed anche maschilisti e razzisti, ovviamente) ma ci piace pensare che il Dio del tennis, offeso a New York dalla sua indegna sceneggiata, abbia voluto vendicarsi con la peggiore sconfitta della vita avanti 5-1, match point, fallo di piede, altri 3 match point…

Stefanos Tsitsipas 8,5
Federer ci avrà messo anche del suo, ma sono queste le partite in cui sbocciano i futuri campioni. Quanto sia lontano questo futuro è ancora presto per dirlo e in fondo lo stesso Roger vide trascorrere due anni dal Samprascidio prima di trionfare per la prima volta a Wimbledon. Tsitsifast va veloce, sembra avere tutte le carte in regola per arrivare al top, ma non dimentichiamo che lo scorso anno in semifinale qui c’erano Chung e Edmund…

Lucas Pouille 8
Il massacro in semifinale non deve far dimenticare lo splendido lavoro fatto da Amelie con questo ragazzo. Quasi persi Tsonga, Gasquet e Monflis, i galletti trovano sempre qualcuno da piazzarci davanti…

Le lacrime di Andy e Vika 8
Lacrime diverse, di addio, di dolore, di rimpianto, di amore, di frustrazione, di speranza, di passione. Li vediamo come eroi, li dipingiamo come divinità. Ma sono pur sempre ragazzi.

Il resto del mondo
Il suo compare greco lo ha lasciato piuttosto indietro, certo trovarsi sulla strada Nole non è il massimo, ma Denis Shapovalov (6) deve crescere in fretta, se non vuole perdere il treno.

Speravamo magari di non doverlo ritrovare tra “gli altri” ma Fabio Fognini (5,5) si è infranto sullo scoglio Carreno. Una bestia nera, non c’è che dire e anche se Fabio non punta più alla top-10 la stagione sulla terra può ancora essere la sua stagione. Brutto il ko di Marco Cecchinato (4,5) e chissà che non serva a spronarlo. Berrettini (6) ha pescato male dall’urna, Seppi (6) ha fatto il suo e non può fare sempre miracoli, ottimo Fabbiano (7) e bravo Travaglia (6,5).

Sascha Zverev (5) sembra voler dare per forza ragione al Direttore ogni qual volta si trova in uno slam, mentre Marin Cilic (5) si è sciolto alla Cilic. Ci si attendeva di più da Khachanov (5,5), mentre Daniil Medvedev (7) è stato quello che ha messo più in difficoltà Robo-Nole ed è da tenere d’occhio.

Sono crollate senza scusanti le torri Anderson (4) e Isner (4), mentre la bandiera della lost generation è stata tenuta discretamente alta da Raonic (6,5) e Nishikori (7) che però ha mostrato ancora una volta quanto lo sport faccia male alla salute. Bautista Agut (7,5) non si è accontentato di porre fine (forse) alla carriera di Murray ed è rifiorito a gennaio come di consueto, come un ciclamino.

Tra le ragazze, detto del superbo torneo di Pliskova (8,5) impreziosito dalla remuntada della vita su Serena, l’exploit lo ha fatto Collins (8), mentre Svitolina (6) si conferma piazzata ma non vincente. Non si poteva chiedere molto di più a Simona Halep (6,5) e alla sfortunata campionessa uscente Wozniacki (SV), decisamente si ad Ostapenko (3) e Kerber (4,5). Sussulti di orgoglio da Maria Sharapova (6,5), gioie di casa per Barty (7) e un’ipotesi di futuro strabiliante per Anisimova (7).

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Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

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Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

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