Racchette e palline su tela: i capolavori del 2018

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Racchette e palline su tela: i capolavori del 2018

Dal surrealismo di Caroline Wozniacki e Roger Federer alla scultura di Juan Martin del Potro. Un flashback dei migliori eventi della stagione appena conclusa

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Roger Federer - Australian Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

“Tienimi per mano”… con questo incipit, nonché titolo di una toccante poesia, Hermann Hesse suggella il significato dell’esistenza umana, invocando il sostegno di una persona che possa condurlo “nel difficile vivere”. Questa rubrica non ha certo la pretesa di illuminare il sentiero dei nostri lettori, ma piuttosto di accompagnarli lungo un corridoio di una galleria d’arte, rivivendo i migliori eventi di un 2018 che ormai volge al termine. Non sarà un bilancio di ranking e statistiche, bensì un viaggio a ritroso nei momenti che hanno tenuto incollati gli appassionati anche di notte, tracannando caffè, pur di sostenere i propri idoli tennistici. Un excursus tra opere d’arte di ogni stile, ricche di emozioni, lacrime versate sui campi, sudore terso dai polsini macchiati di rosso.

Tutto ha inizio nella torrida Australia, in quel di Melbourne. Si alza il sipario, la platea ridonda di brusii, le attrici calcano la scena e sono pronte per recitare il loro copione nella finale del primo Slam dell’anno. Le protagoniste non possono che essere la numero uno e due del mondo: Simona Halep e Caroline Wozniacki. Nell’aria si respira tensione, l’esito è quanto mai incerto: da un lato una guerriera da anni sulla cresta dell’onda che vuole confermarsi e affermarsi; dall’altro una combattente dalle sembianze elfiche anche lei a caccia del primo titolo Slam. Il tennis sfoggiato dalle due è di alto livello, come non si vedeva da tempo nel circuito femminile: la rumena trova soluzioni estreme per sfondare il muro danese eretto da Wozniacki nel primo set. Halep incrocia dritti in top, ma anche palle corte taglienti, costringendo Caroline ad un gioco a rete forzato. Strategia vincente che infiamma la Rod Laver Arena tra sussulti e palpitazioni.

Lob, smorzate, spostamenti laterali, per quanto impeccabili, non possono nulla contro una Wozniacki dagli occhi di ghiaccio, talmente pungenti da imprimere la loro fermezza anche attraverso la telecamera. Un fendente a rete di Halep porta al cielo le braccia di Caroline, la quale non può fare a meno di lasciarsi cadere, abbandonando la fedele arma. Il suo sguardo granitico, impresso nella tela che stiamo osservando, si scioglie nella giusta commozione per il primo titolo Slam in carriera, dopo 43 partecipazioni e 3 finali disputate (le precedenti agli US Open 2009 e 2014). La vittoria porta Wozniacki di nuovo in vetta al ranking mondiale a distanza di sei anni. La giusta pennellata finale a compimento della prima opera d’arte dell’annata 2018.

 

Caroline Wozniacki – Australian Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Continuiamo lungo la sezione della nostra galleria, distogliendo lo sguardo dalle tele al femminile, stile Frida Khalo, per passare ad un quadro surrealista. Sì, proprio così, perché quello che ha compiuto il Re del tennis va oltre ogni realtà pensabile. Stesso scenario, stessa arena, ma ad entrare in scena sono i finalisti del torneo maschile: Roger Federer e Marin Cilic. Neanche a dirlo, il pubblico inneggia allo svizzero come ormai siamo abituati a sentire. L’interrogativo è uno solo: riuscirà a bissare l’impresa dell’anno precedente?

Il “pof pof” della pallina è una pennellata morbida ed elegante, che si infrange da una parte all’altra del rettangolo, incantando il pubblico ludibrio. Le tinte rosa degli indumenti targati RF danzano sul tappeto blu del campo, accarezzando lo schizzo giallo che macchia di là e di qua la tela per due set di dominio. Per amalgamare il colore, Cilic è costretto più volte all’avanzamento a rete e a rovesci inchiodati sulle linee, riuscendo ad imporsi in un secondo e quarto set che fa tremare i federeriani. È solo il momento d’incertezza di una mano d’artista che sa già come dare il tocco finale al suo capolavoro. La volée che dà colore, il dritto in anticipo lucente, il rovescio in chiaroscuro e il servizio vincente ad uscire mettono la firma sul 20esimo Slam nella carriera di Roger Federer. Non resta che la commozione (anche dello stesso artista) di fronte a cotanta bellezza.

Si fa appena in tempo a distogliere lo sguardo da questo quadro, che la parete surrealista è pronta a regalarci ancora emozioni. Cambio di sfondo: Rotterdam, un mese dopo. L’artista è sempre lui, il tocco è inconfondibile. Questa volta la cornice è meno ridondante, ma i colori sono sempre vivi, energici. Ormai i co-protagnisti si amalgamano allo sfondo, ciò che appare è un autoritratto dell’ennesimo trionfo: Federer conquista il suo 97esimo titolo e torna ad essere il numero uno del mondo dopo 14 anni dalla sua prima volta (2 febbraio 2004), raggiungendo un totale di 303 settimane (neanche a dirlo, record già suo). È il dettaglio a fare la differenza tra un falso e un’opera autentica e irripetibile (forse): a 36 anni Roger è il più vecchio numero uno della storia del tennis, battendo il record di Agassi (33 anni).

Roger Federer – ATP Rotterdam 2018 (foto www.tennisimages.com)

Con la mano ancora stretta alla nostra guida si prosegue alla fine di questa prima sezione e, come degna conclusione, si erge una scultura in marmo. La sua imponenza è conturbante, la potenza baroccheggiante, ma le linee del volto sono gentili. È Juan Martin del Potro in finale ad Indian Wells. Il suo rovescio slice scalfisce come uno scalpello, il servizio dà corpo al capolavoro che si sta costruendo, seppur a fatica contro il surrealista svizzero, che non ne vuole sapere di non incorniciare un’altra tela da esporre. La torre di Tandil, con il suo dritto di marmo e le nuove soluzioni compensatorie per un polso martoriato, si erge in una sala dominata dal surrealismo per riportare la concretezza dell’arte che solo una scultura può donare.

Un pezzetto di roccia alla volta ed ecco che l’opera prende corpo e vita: nel terzo set Delpo salva ben tre match point, dopo averne sciupato uno nel tiebreak del secondo parziale. Il tiebreak finale squarcia la tela di Federer, così come quella degli US Open 2009 ed è il completamento del capolavoro marmoreo che suggella il primo Masters 1000 in carriera di Juan Martin del Potro.

Juan Martin del Potro – Indian Wells 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

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TenX Pro XCALIBRE, qualità e comfort al servizio del braccio

Recensione e test della XCALIBRE di TenX, una racchetta di qualità pro con il comfort di gioco per tutti

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Nel corso degli ultimi anni ci sono sempre più racchette sul mercato che offrono la possibilità di scegliere livelli di rigidità più bassi. I produttori hanno riposto molta attenzione nel coniugare la qualità e le prestazioni dei telai più rigidi, quelli di solito riservati agli agonisti, con il comfort e il controllo di palla propri delle racchette più morbide. Non far male al braccio sembra essere diventato il mantra di ogni prodotto, corda o telaio che sia, ed ecco quindi che oggi è difficile che sia il giocatore intermedio che l’agonista scelgano un modello altamente rigido.

Gli australiani di TenX Pro hanno provato con questa XCALIBRE ad aggiungere un altro tassello al mosaico, e cioè quello di usare grafite di qualità pro-stock, per offrire quindi la massima qualità possibile, alle prestazioni di cui sopra. A livello tecnologico, per assicurare una flessione del telaio morbida ma performante, TenX ha implementato una tecnologia di nome Uniflex. Si tratta di una flessione della racchetta dal primo all’ultimo centimetro della stessa, e non per una parte del telaio come avviene altrimenti. Ne consegue, oltre all’incremento del comfort di gioco, anche un aumento della stabilità del telaio e quindi del controllo di palla. Il peso di questa XCALIBRE è distribuito in maniera tale da rendere molto solida la struttura.

Lo spessore molto fino consente quindi swing molto flessibili, un taglio dell’aria molto buono e quindi un’inerzia ridotta, e poi una resa estetica davvero eccezionale. Colorata di nero opaco in tutta la sua lunghezza, la XCALIBRE presenta solo una serigrafia in bianco del brand e il nome del modello ricalcato sull’altro lato del telaio. Anche il buttcapp, con la X bene in evidenza, è un ulteriore tocco di classe. Eleganza infatti è la parola chiave per descrivere questo modello, esteticamente bellissimo. Come sappiamo, la racchetta deve anche piacere, soprattutto al giocatore intermedio. La vasta gamma di pesi disponibile consente poi customizzazioni per trovare la perfezione in questo telaio di qualità pro-stock.

 

Modelli XCALIBRE

XCALIBRE 285 grammi (98 pollici, schema d’incordatura 16×19)
XCALIBRE 290 (98, 16×19)
XCALIBRE 303 (98, 16×19)
XCALIBRE 315 (98, 16×19)

In campo

Abbiamo testato le versioni da 303 grammi e 315 grammi. I due modelli, chiaramente, si assomigliano molto anche nella resa. Dodici grammi di differenza si sentono soprattutto in termini di maneggevolezza, ma possono soddisfare quei giocatori che non amano sentire un telaio troppo leggero e che non hanno problemi nel generare velocità di palla e che hanno bisogno di un peso maggiore. Impressiona da subito la morbidezza degli impatti, il telaio flette molto bene, si percepisce proprio dopo ogni impatto la flessione del corpo racchetta che si traduce in un tempo prolungato di contatto con la palla.

A dispetto dei 66 punti di rigidità dichiarati, tutte e due le versioni della XCALIBRE sembrano molto più flessibili. Dev’essere probabilmente merito della tecnologia Uniflex, che riesce quindi a farci apprezzare il comfort e i vantaggi di una flessione più morbida del telaio senza penalizzarne però le prestazioni. C’è potenza, la palla esce veloce e se il movimento è deciso la XCALIBRE asseconderà con eccezionale fermezza, merito della struttura del telaio, molto ben equilibrato. Il 16×19 del piatto corde è oramai una garanzia in termini di generazione di spin. Anche questi due modelli non ne sono esenti: dopo diverse ore di gioco la sensazione è quella di avere fra le mani un telaio che più di altri con il medesimo schema 16×19 riesce a produrre spin. Il top spin esce molto bene, profondo, merito anche del bilanciamento un po’ pronunciato verso la testa della racchetta per consentire chiusure di swing molto efficaci. Anche nei colpi di volo, a rete o sopra la testa, le soluzioni piatte sono quelle che risultano più efficaci. Al servizio serve tempo per prendere dimestichezza con il kick e lo slice, ma al termine di un inevitabile periodo di rodaggio le sensazioni saranno le stesse del gioco da fondocampo, settore nel quale la XCALIBRE eccelle.

C’è poi la lunghezza del telaio, 1,25 centimetri in più rispetto ai tradizionali 68,5 delle racchette comuni. Esteticamente, non si nota neanche: la forma della racchetta è simile a quella di una Head Prestige, il centimetro o poco più extra è distribuito molto bene e non si ha la sensazione di un piatto corde molto più grande. In campo, si apprezza soprattutto in fase di difesa: sembra niente ma poco più di un centimetro può significare un recupero di palla che può tramutarsi in un punto vinto. Un punto, nel tennis, può decidere la partita.

Conclusioni

La XCALIBRE è una racchetta che si presta in maniera eccezionale per i giocatori di attacco da fondocampo. Comfort di gioco ai massimi livelli e risposta ottimale sia in termini di potenza che di controllo di palla, una piacevole novità nel panorama delle racchette che si rivolgono sia al giocatore intermedio che all’agonista puro.

Le racchette si possono acquistare direttamente sul sito Tenx Pro.

Corde usate per la recensione:
TenX Strike Fury 1,23 mm
String Project Armour Soft 1,24 mm (22×23)

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Fognini-Medvedev finale a Diriyah, esibizione o partita vera? Daniil: “Dipende da lui”

DIRIYAH – Il russo, a metà dicembre, sembra già (tornato) un rullo compressore. “I limiti esistono e voglio scoprire dove sono i miei”. Fabio dà spettacolo con Monfils e conferma che per l’ATP Cup è più no che sì

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Daniil Medvedev - Diriyah Tennis Cup (via Twitter, @DiriyahCup)

da Diriyah, il nostro inviato

Sarà pure che l’Arabia Saudita ha avuto il tennis per la prima volta, ma deve ancora fare la conoscenza del terzo set. E dire che la curiosità ci sarebbe, poiché il formato della Diriyah Tennis Cup impone che a decidere le partite in bilico sia un match tie-break come quello del doppio, ma di partite in bilico ancora non se ne sono viste. Fabio Fognini e Daniil Medvedev hanno dominato le rispettive semifinali con Monfils e Goffin e domani si sfideranno in finale, mentre a contendersi lo strambo titolo del vincitore del tabellone di consolazione saranno John Isner e Jan-Lennard Struff. Il tedesco ha battuto il ‘sostituto’ Mmoh e non Pouille perché il francese si è ritirato prima del match in via precauzionale.

Fabio continua a trovarsi piuttosto bene in questo contesto d’esibizione, se poi gli mettono di fronte Monfils la deresponsabilizzazione è tale che può soltanto venirne fuori un’oretta di tennis molto divertente, un tennis per forza di cose arabesco tra giochi di polso e ricami. Nel secondo game del secondo set i due si mettono a cazzeggiare allegramente a rete, e addirittura Monfils manda la palla con la testa a Fognini che di rimando sbaglia; l’arbitro gli toglie il punto anche se a rigor di regolamento avrebbe dovuto concederglielo, poiché la palla può essere colpita solo con la racchetta. Quattro game più tardi il cazzeggio si estende ai primi tre punti del game, e l’arbitro forse per recuperare una parvenza di serietà impone che si ricominci il game dall’inizio: i due discoli eseguono e Fabio lo porta a casa, gettandosi poi a terra per fingere una massima gioia. Il – poco – pubblico si diverte, è evidente che questi due sono tagliati per questo formato.

 
Fabio Fognini – Diriyah Cup 2019 (via Twitter, @DiriyahCup)

Chissà se domani anche Medvedev avrà voglia di prestarsi al giochino. Il russo, intervistato dopo la vittoria su Goffin – terza del 2019, ha perso solo a Wimbledon dopo cinque set molto lottati – dice che lascerà ‘decidere’ l’italiano: “Magari non sono il più grande intrattenitore nel mondo, ma sto provando a mostrare del buon tennis. Dipenderà più da Fabio, se riuscirà a rimanere rilassato – certo non sarò io a dirgli ‘Fabio, calmati!’, scherza Daniil – e prenderà il match seriamente fin dal primo punto sarò lì con lui, se inizierà in modo un po’ più rilassato magari gli darò un po’ di corda. Il mio obiettivo rimane vincere il torneo“. Anche perché la finale assegnerà mezzo milione al vincitore, che si aggiungerà al mezzo milione che Fognini e Medvedev hanno già guadagnato. “Un milione fa una bella differenza“, dice candidamente Daniil, “è un bel bonus anche se non si gioca soltanto per soldi“.

La sensazione, comunque, è che a Medvedev da qualche tempo perdere piaccia davvero poco, e che il suo comportamento – dentro e fuori dal campo – si stia modellando sulla sua stessa ambizione, creando così una dicotomia per descrivere la quale prendiamo in prestito la definizione di un nostro utente: Daniil appare davvero perfettamente razionale ma non dobbiamo dimenticarci del suo essere, anche, totalmente emozionale come ha ampiamente dimostrato la sua storia di amore e odio col pubblico di New York (insultato a più riprese e poi riportato a sé dopo la splendida finale contro Nadal). E come ha dimostrato in passato lanciando monetine, rompendo racchette, perdendo il controllo.

Ci sono ancora molte partite in cui devo dimostrare di essere davvero migliorato, e lo so bene. Non starò qui a vantarmi di non aver rotto nessuna racchetta quest’anno e di essere stato ‘perfetto’. Devo provare a me stesso di poter essere migliore in ogni aspetto, non soltanto a livello di tennis, e voglio scoprire dove sono i miei limiti, se ne esistono, visto che molte persone dicono che i limiti non esistono: io credo che invece i limiti esistano e voglio scoprire dove sono i miei“.

Fognini invece conferma che difficilmente giocherà l’ATP Cup, rispondendo a una domanda sulle competizioni a squadre – “Ne ho giocate due su tre, Laver Cup e Davis Cup, per la terza al momento direi di no” – come ci aveva già fatto intuire ieri, e conferma anche il suo ottimo umore. Arriva in conferenza stampa accompagnato da Stefano Barsacchi, che qui sostituisce Barazzutti, e parla di come sta approcciando la sgambata di Diriyah: “Credo sia stato bello per il pubblico. A volte si gioca, a volte si scherza, mi sento a mio agio e poi è positivo perché ho l’occasione di giocare due o tre partite in pre-season e non sono molto lontano da casa, appena cinque ore di volo. Cercherò di essere pronto per il 2020, anche se non so dove comincerò“. Priorità a Flavia, come è giusto che sia. Ma intanto facciamo divertire un po’ gli arabi e magari vinciamo questo (altro) mezzo milione, che farebbe all’incirca 850-900mila pannolini: per la piccola dovrebbero bastare.

Semifinali

[4] F. Fognini b. [2] G. Monfils 6-4 6-4
[1] D. Medvedev b. [3] D. Goffin 6-3 6-3

Tabellone di consolazione

J. Isner b. S. Wawrinka 7-6(4) 7-5
J-L. Struff b. M. Mmoh 6-4 6-1

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Cosa contiene una scatola magica?

McEnroe, Navratilova, Federer… Shapovalov. Per gli appassionati di magia, per chi ha voglia di stupirsi, per chi ama sorprendersi

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Denis Shapovalov - Bercy 2018 (photo Erika Tanaka)

Da sotto il cavolo sbucano i bambini, dal cilindro conigli, ma una scatola magica cosa contiene? Ride la donna dimezzata al solletico della sua parte mancante, si libera da catene l’uomo sott’acqua, occhio a Mandrake e il suo bastone, Merlino non è diminutivo di un uccello, scioglie il sangue il Santo nella sua Domus, lustra lampade il Genio al servizio di un bambino. Magie, incantesimi, miracoli, sorpresa, meraviglia. Ma una scatola magica cosa contiene? Cosa sarà il successivo di Frank Zappa, il prossimo Picasso, l’evolversi della follia di Kubrik, dove apparirà il prossimo Banksy? Che s’inventa Fabre sul Mount Olympus? Tutto questo contiene una scatola magica?

Un mago intrigherà sempre più del maggiore degli accademici, la linearità diviene abitudine, l’estemporaneità no. La Gradiscano signori. Il bambinoccio ha un fisico strano. Non altissimo, men che muscolato, ventre molle. Espressione viziata, chi gli ha nascosto la merenda? Brandisce una racchetta magica, si farà giustizia con quella, per chi è infedele, per chi non gli dà credito e per chi quella merenda gli nega. La scatola magica ha un prolungamento e un braccio tutto decide. Sorprende e si sorprende, gioca, si bea, incanta si trastulla Henry Leconte. Non avrà grandi vittorie se non una, ma può una scatola magica non dar vita all’eroe logico, ma allo squinternato fantasista?

New York è ombelico del mondo, crocevia di culture arti e mestieri. Alla mancina si impugna una chitarra, una forchetta, una penna e genialmente una racchetta. John McEnroe lo fece e una scatola magica di certo lui ebbe. Un prestigiatore illusionista è sufficiente contro la forza, la disciplina e la costanza? Una scatola magica contiene la possibilità di scegliere la meraviglia anziché il risultato? Può una scatola magica assegnare alla meraviglia il ruolo del “fine”?

L’arte è magia, l’emozione, l’essenza. La musica è magia, la canzone da cantare, pur se standard nel suo formato, spesso anche. Contro uno schema consolidato, lottare è perdere o si deve essere superiori. Roger Federer nacque a cavallo di due generazioni. Di formazione classica, portò la tradizione ai moderni per renderli passato. L’opera che si fa canzone di qualità per incontrare le nuove esigenze, un moderno formato “servizio-diritto” impreziosito da spruzzi di scuole perdute. La saggezza e le necessità dell’età adulta, avrebbero affermato Roger come sommo tennista “prog”, autore di una sinfonia forte, rock, fatta di attimi, momenti, note ogni volta diverse e sorprendenti estratte da una scatola magica.

Aprire una scatola, mostrarla vuota, chiuderla e riaprirla facendone uscire stelle: Pete Sampras, l’ultimo dei maghi del secolo scorso. Le sue magie avevano il rumore di uno scoppio, deflagrazioni mai scontate nell’intensità forza e forma. La polvere da sparo è una polvere di stelle, anche questo contiene una scatola magica? Magia è sostantivo femminile, scatola anche. Fata o strega ne hanno possesso. Cosa sia l’una, cosa l’altra, una questione di punti di vista. Qual è il punto da cui si osservano Hana Mandlikova e Martina Navratilova? Che arti sono quelle usate dalla Leonessa Schiavone di Francia? Maga di certo era Aga, di cognome Radwanska, una “M” fa un concetto. È opera di una illusione collettiva, di uno sciamano o Hsieh Su-Wei esiste davvero? Incanto, maleficio, da che parte stanno? Può una scatola magica confondere anche questo?

Il chaos della realtà trova fuga nel sovrannaturale. La speranza è nel non umano. Non è forse Dio il sommo mago e il suo antagonista sommo stregone? Poteri paranormali ha il guaritore, unto dal Signore è il politico, miracoli fanno i santi, gli Dei tutti non scherzano di loro. La logica è umana, troppo umana. Tedia, annoia. Spaventa. Agli eroi per esser Super si assegnano poteri (super). Immortale era Achille prima di morire, maga era Circe, mago Malabruno, fa cose enormi Superman ed anche Superciuk, pur da parodia. Le favole son piene di fate e streghe, incantati sono i castelli, stregati quando è notte. Alice guarda i gatti, lo Stregatto guarda Alice, profezie fa l’oracolo ora forse cartomante.

Lo sport sovente si appropria del concetto di magia, definendo l’atto irripetibile, quello difficilmente riproducibile. Magic era Johnson, magia il Marquez che non si svaluta e mai cade anche quando è in terra, Magic Box Zola il calciatore nell’ennesimo mattino di un Chelsea Monday. Il ragazzo biondo ha super poteri. Glitterata magia il suo mestiere. Ereditata, il resto appresa, coltivata. Piacioneria e consapevolezza, i maghi che lo han preceduto l’ispirazione. Sulle spalle dei giganti siede Denis Shapovalov ed apre e confonde con dimestichezza i giochi della scatola magica.

Per Supereroe lui ha scelto il tennista, quello che gioca il rovescio ad una mano, quello che colpisce in sospensione, quello che nasconde la palla all’avversario, che non fa due colpi uguali, che ti lascia fermo per una alta velocità improvvisa, per un angolo impossibile o per la volée che muore corta. Quello che fa la cosa non sensata, meno attesa, che l’applauso deve essere comunque suo, quello che il pubblico fa “wow”! Sulle spalle dei giganti siede Denis Shapovalov, palla attraverso le gambe fatta passare prima di servire, cappello al contrario perché il biondo ha il colore del sole e non serve aggiungerne un altro. Per gli appassionati di magia, per chi ha voglia di stupirsi, per chi ama sorprendersi, per quelli che il certo annoia, l’estemporaneità no. Gradisca(no) signori.

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