Berrettini, Fognini, Fabbiano: tutti in ottavi? Due azzurri sono favoriti, il terzo può farcela

Editoriali del Direttore

Berrettini, Fognini, Fabbiano: tutti in ottavi? Due azzurri sono favoriti, il terzo può farcela

LONDRA – Già 3 al terzo turno c’erano stati solo nel 1949. Scoprite qui chi erano. In ottavi potrebbero trovare Federer, Querrey e Anderson

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Spazio sponsorizzato da Barilla

da Londra, il direttore

Oggi a Wimbledon mi sono sentito improvvisamente troppo giovane. Eh già, infatti non c’ero – sarei nato un paio di mesi dopo – nel 1949 quando 4 tennisti italiani si qualificarono per il terzo turno dei Championships. Come anche, per la prima volta nell’Era Open, Fabbiano, Fognini, Berrettini. In un momento di esagerata esaltazione potremmo, montandoci il capo, dire che anche noi abbiamo due Fab, anche se il primo lo è di cognome e il secondo di nome. Mentre il terzo è solo un Cap (little Cap).

 

Bando alle battute di scarso appeal… mi duole dirlo, tre di quei quattro tennisti che raggiunsero contemporaneamente il terzo turno li ho conosciuti e li ho perfino visti giocare a tennis. Mi manca, nelle mie personali figurine Panini, Gianni Cucelli (in realtà Kucel, quando Istria e Dalmazia erano ancora italiane, e meno male perché sennò anche Orlando Sirola nato a Fiume, Rjeka oggi, ce lo saremmo perso, insieme al suo trionfo al Roland Garros in doppio con Pietrangeli, alla finale di Wimbledon, a decine di vittorie in Coppa Davis dove i due, soprattutto in Europa, erano praticamente imbattibili).

Poiché pochi sapranno come arrivarono al terzo turno i nostri quattro moschettieri di allora, ve lo dico io. Anche se temo proprio che alla grande parte dei lettori di Ubitennis i nomi dei loro avversari diranno poco o nulla. Poi però vi dirò qualcosa sui nostri eroi di allora. Lo anticipo sperando di incuriosirvi almeno un poco.

Dunque: Marcello Del Bello vinse per W/O su Skonecki (dal quale avrebbe probabilmente perso) e poi su Stolpa 6-1 al quinto, prima di cedere a Cockburn troppo più forte, 6-0 6-2 6-3. Rolando Del Bello, il fratello più giovane, Salo e Vad in 4 set ma poi cedette all’indiano Kumar (cui avrei fatto da raccattapalle a Firenze ed era un personaggio fantastico). Marcello era più singolarista, Rolando più doppista. Non si somigliavano per niente. Marcello, pochissimi capelli quando l’ho conosciuto, era magrissimo, di carnagione scurissima, forse anche perché stava ore e ore sul campo, era un formidabile corridore, remava in fondo al campo e dovevi fargli il punto dieci volte. Rolando era più biondastro, anche qualche ricciolo, ben più rotondo, carnagione così chiara che ti domandavi come potessero essere fratelli, più incline a scherzi e sorrisi, decisamente più pigro, ma molto più dotato di tocco, soprattutto a rete dove eccelleva.

Cucelli, che forse era un turno indietro in aspettito, battè Huber, Motram e Peten prima di perdere dal sudafricano Eric Sturgess (classe 1920) che, finalista in tre finali di Slam e in altrettante semifinali, era di un’altra categoria.

Infine Vanni Canepele batté in tre set Reeve e Butler (mai sentito nominare quest’ultimo? Vi dice nulla la Coppa Butler a Montecarlo? Il tradizionale Player Party rilanciato da Anna Galoppo e Cecilia Ghe nacque grazie a sua moglie) e perse in tre da Frank Sedgman, il grande campione australiano che avrebbe vinto soltanto 22 titoli dello Slam fra singolari e doppi. In singolare ha vinto gli Australian Championship 1949 e 1950; gli U.S. Championship nel 1951 e nel 1952 e il Torneo di Wimbledon 1952. In quell’anno giunse in finale anche agli Australian Championships e al Roland Garros.

Ecco di Vanni Canepele, anzi dell’avvocato Canepele, autore di tantissimi scritti giuridici legati alle discipline sportive potrei raccontare mille aneddoti singolari, avendoci giocato il doppio a fianco al circolo tennis Firenze, città dove lui bolognese si era trasferito per aver sposato una marchesa fiorentina, Mimì Rosselli del Turco, dopo che aveva vinto gli Assoluti italiani sia nel ’39 sia nel ’49. Quando furono ripresi dopo la seconda guerra. Sarebbe stato anche il mio relatore per la mia tesi di laurea in diritto penale, molti anni dopo.

Nel primo doppio che giocammo insieme, sul campo davanti alla club house delle Cascine, gli avversari a un certo punto giocarono un lob mal riuscito, assai corto, che rimbalzò vicino alla rete. Io stavo per avventarmici, lui mi precedette e fermò la palla in aria con la mano: “Troppo facile!”. Si girò e andò a servire per il punto successivo, lasciando gli amici avversari interdetti.

D’estate, al Tennis Roma della famiglia Taddei e del maestro Bertolucci, Gino, il papà di Paolo che insegnava il più bel rovescio del mondo in pantaloni lunghi di flanella beige, tutte le sere giocavamo due, tre ore di doppi a girare. Cinque o sei amici. Compreso mio padre, Fausto Gardini, Lea Pericoli, Paolo Galgani, Loris Ciardi, Lapo Focosi, Mario Isidori, l’avvocato Canepele, il “Pomero” De Stefani, Eugenio Migone, Guccio Bichi Ruspoli, Fabio Rossi e chi altri c’era purché fosse o prima, o seconda categoria o un forte terza.

Ogni set vinto da una coppia che poteva godere anche di un vantaggio, un game, un 15 in alcuni game, valeva 1000 lire. Ma non era chic parlare di soldi, c’erano anche tante signore che venivano a vedere. E allora le volgari 1000 lire erano state ribattezzate in un… più elegante caffè. A fine di ogni serata chi aveva vinto 1 set più di quelli persi aveva vinto un caffè, se ne aveva vinti due erano due caffè.

L’avvocato Canepele, personaggio tanto spiritoso quanto tirchio, era un pessimo pagatore. Così quando una sera io vinsi alla fine di 3 set vinti e 2 persi il famoso caffè, tutti mi dissero di andare a “riscuotere il caffè” da Canepele ben sapendo quanto fosse difficile. Deferente per il gap anagrafico e il ben diverso CV, mi rivolsi a lui con un “scusi avvocato, ma lei mi dovrebbe un caffè…”. “Umorista!” replicò immediatamente con quella esse bolognese strisciante che 20 anni di frequentazioni fiorentine non avevano intaccato. “Avvocato non si preoccupi, se non può darmele oggi, me le darà domani…” dissi con una certa timidezza. “Ottimista!” ribatte subito, lasciandomi senza parole.

Senza parole rimase anche il collega della Nazione Carlino Mantovani, appassionatissima tennista della domenica. Giocò alcuni palleggi sotto gli occhi dell’avvocato e poi gli chiese: “Avvocato, mi scusi, ma che dovrei per migliorare il mio rovescio?”. E Canepele: “Man-to-va- ni… – disse scandendo benissimo tutte le sillabe prima di una pausa – si riposi per sei mesi…”, e giù un’altra pausa. “E poi avvocato… e poi?”. “E poi… smetta definitivamente!” sempre con la esse sibilante.

Racconterò l’ultima anche se ne avrei tantissime ancora. Canepele, capitano di Coppa Davis quando l’Italia vinse sull’erba di Perth contro gli Stati Uniti la semifinale interzone grazie a una prodigiosa rimonta di Orlando Sirola su Barry MacKay (perse oppure gli sfilarono l’orologio nella calca del trionfo e perorò presso il presidente federale di allora, Luigi Orsini perché “anziché la solita medaglia a ricordo dell’impresa per la conquista della prima finale di Davis contro l’Australia, molto meglio un bell’orologio ricordo!”) fu eletto per la prima volta nel consiglio federale, allora composto da 8 membri.

Vigeva consuetudine che il neoeletto offrisse il pranzo a tutti gli altri consiglieri anziani. Al momento del conto il presidente Orsini fece un segno al cameriere perché lo portasse a Canepele. Tutti si scambiarono un segno d’intesa. Canepele non fece una piega. Aprì con voluta lentezza il foglio ripiegato del conto e… ”sedicimila, perfettamente divissssciibile!”. Strappò l’ilarità generale e, indenne, se la cavò anche quella volta.

Vabbè, spero di non avervi stufato. Vero che oggi certi personaggi non ci sono più. Si attaccano alle poltrone come sanguisughe e non ti fanno sorridere neppure una volta per sbaglio.

Parliamo invece di Berrettini e Fognini, visto che di Fabbiano abbiamo già parlato a lungo per le sue virtù di “Giant-Killer” così poco gradite a Opelka e Karlovic e anche perché sta per uscire un eccellente articolo di Roberto Ferri sugli attuali top-ten degli “under 1 metro e 80” con una brillante storia su un campione di un metro e mezzo (o poco più… stiamo verificando l’esatto numero dei centimetri) capace di centrare – udite udite – due quarti di finale a Parigi, tre terzi turni a Wimbledon, quattro ottavi ai Campionati degli Stati Uniti, quando ovviamente non erano ancora Open. Vi voglio sadicamente lasciare con la curiosità di scoprire chi fosse.

Allora non starò a ripetere le eccellenti, dettagliate cronache dei due match vinti da Berretto e Fogna (oh, io non mi sarei permesso, dati anche i rapporti non idilliaci con il secondo, di ribattezzarli così, ma se lui per primo e i suoi amici non ci trovano nulla di disdicevole, io non capisco – come diceva Ferrini, comico nel team di Arbore – ma mi adeguo).

Certo è che Berrettini è sembrato tennista di altra epoca rispetto al pur glorioso (e ieri commosso e commovente) Baghdatis al canto del cigno. Ha rischiato di rimetterlo un attimo in corsa sul finire del secondo set quando si è distratto al momento di servire per il secondo set – subendo l’unico break e ritrovandosi a un tiebreak che era più prudente evitare – ma per il resto è stato sempre talmente in controllo che non c’è mai più stato un momento nel quale si potesse temere per lui.

Tutto il contrario per Fognini, dal quale non sai mai cosa attenderti. Pause e regali quando c’è lui non sono mai pochi, così come i colpi strappa-applausi capaci di suscitare mini-orgasmi nei veri intenditori del bel gioco.

Fabio Fognini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Doveva vincere il primo set e lo ha perso. Era avanti di due set a uno e ha perso male il quarto. Era avanti di un break e si è fatto raggiungere sul 3 pari. Lì, con una discreta angoscia nel cuore, sono dovuto scappar via a malincuore dalla sala stampa, per assistere ad una delle più vivaci conferenze stampa degli ultimi tempi, quella di Kyrgios che ne ha dette di tutti i colori sul conto dell’arbitro francese ma non è stato tenero neppure con Nadal che evidentemente non sopporta. Antipatia del resto reciproca che avrebbe immediatamente percepito anche il non addetto ai lavori che avesse visto anche soltanto la stretta di mano finale fra i due, senza che i loro occhi si incrociassero per un nano secondo. Mentre Kyrgios si toglieva tutti i sassolini dalle scarpe vedevo sul monitor che Fognini vinceva gli ultimi tre game, break all’ottavo gioco e ultimo servizio tenuto agevolmente.

Beh, avrebbe potuto fare la metà della fatica per arrivare per la quinta volta al terzo turno, ma alla fine l’importante è che ce l’abbia fatta. E forse che anche il suo prossimo avversario, Sandgren, da lui battuto due volte su due ma sulla superficie più amata e dopo 2 battaglie poco rassicuranti nel 2018 – 4-6 6-4 7-6(6) a Rio in ottavi, 7-6 7-6 nei quarti a Ginevra – ha dovuto soffrire per 3 ore e tre quarti per aver ragione di Simon, il francese che con Fognini vantava ben diverso record: 5 vittorie a zero! “Ma io l’ho battuto a Montecarlo…” scherzava Fabio che al Country Cub approfittò di un virus intestinale occorso al francese bestia nera.

Insomma, Sandgren serve bene, è vero, e Fognini quache break lo subisce sempre, però al terzo di turno di Wimbledon non ti può capitare tanto di meglio. Dopo 5 terzi turni, questo sembra la volta buona per raggiungere gli ottavi e la seconda settimana per la prima volta. In fondo questo 2019 fin qui ha girato bene. E, anche se guai a anche solo ipotizzare più di un passo alla volta quando gioca Fabio, se superasse Sandgren per raggiungere i quarti non si troverebbe di fronte una testa di serie, ma Millman o più probabilmente Querrey (che certo su questi campi una testa di serie la vale…).

Vedo francamente con più chances di arrivare al quarto turno lui che non Fabbiano oggi con quella vecchia volpe di Verdasco il quale sembra talvolta accusare qualche dolorino – ora la schiena… si è ritirato dal doppio, secondo me per precauzione – ma poi prima di mollare si farebbe crocifiggere. Sta giocando il 65mo Slam di fila… insomma non si può davvero dire che la salute lo abbia mai davvero abbandonato. Sei volte in carriera ha vinto match risalendo da 2 set a zero. Soltanto cinque tennisti in attività sono riusciti in un numero maggiore di remuntade. Era sotto due set anche contro Kyle Edmund (e tutto il Regno Unito) l’altro giorno, eppure ha vinto il terzo al tiebreak e poi quarto e quinto 6-3 6-4 alla faccia dei 36 anni che compirà a novembre.

È mancino Fernando e i mancini a Wimbledon, più che altrove, sarebbe sempre meglio poterli evitare. Se qua, in 16 precedenti apparizioni, il madrileno è arrivato 5 volte negli ottavi (e nel 2013 nei quarti, perse da Murray dopo essere stato avanti 2 set a zero), beh, non può essere un caso. Unica statistica a conforto delle speranze di Fabbiano: negli ultimi 3 anni qui Verdasco aveva sempre perso al primo turno. Insomma o ha preso lo stesso elisir di giovinezza del suo concittadino Feliciano Lopez ed è tornato a nuova vita quando nessuno più se lo aspettava, oppure le avvisaglie di un suo declino avevano un senso.

Ho lasciato per ultimo Matteo Berrettini, forse perché dei 3 è quello che a mio avviso e sulla carta ha più chances di diventare il quinto italiano dell’Era Open a raggiungere gli ottavi dopo Adriano Panatta nel ’79, Davide Sanguinetti nel ’98, Gianluca Pozzi nel 2000, Andreas Seppi nel 2013.

Le sue caratteristiche tecniche, servizio in particolare, la sua continuità sull’erba depongono a suo favore nei confronti del Peque, del piccolo Schwartzman che peraltro gli ha fatto un doloroso sgambetto agli ultimi Internazionali d’Italia. Ma insomma, sebbene si sottolinei spesso l’importanza degli appoggi bassi e dei colpi piatti sull’erba dell’argentino che ha fin qui dominato nei precedenti due turni (Ebden e Koepfer), secondo me il Berrettini di oggi è talmente sereno e convinto dei suoi mezzi che lo vedo vincente. E quindi avversario del suo idolo Federer (che avrà prima in Pouille il primo avversario di una certa consistenza) che… gli è sfuggito due volte. A Roma quando Matteo fu fermato dal norvegese Ruud, a Halle quando lo stop gli fu imposto dal belga Goffin. Speriamo che qui non valga la regola del due senza tre.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Dirò, a questo punto, di più: se tutti e tre gli azzurri approdassero agli ottavi mi stupirei forse per la triplice circostanza concomitante, ma non per ciascun singolo successo. Questo 2019 sembra l’anno buono perché accadano vicende inconsuete. Perché non sperarci? Due su tre, Berrettini e Fognini, sono favoriti anche in termine di classifica, per quel che conta, e quanto a Fabbiano il modo in cui ha giocato sia con Tsitsipas n.6 del mondo sia con Karlovic, consente di essere fiduciosi in un’altra sua brillante prestazione. Insomma, fatemi sognare un bel tre a zero Italia, che vorrebbe dire tutti e tre in seconda settimana. Questo sì che sarebbe un risultato degno di entrare a vele spiegate nella storia del nostro tennis.

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Editoriali del Direttore

Ma a Roma si giocherà davvero? Madrid sì, Foro Italico nì

Il presidente FIT Angelo Binaghi è parso super-ottimista. Ma se si giocassero sia US Open che Roland Garros potrebbe esserci posto per un solo Masters 1000 prima di Parigi. In tal caso fra i due prevarrebbe Madrid

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Rafael Nadal - Conferenza Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il presidente FIT Angelo Binaghi ha tenuto venerdì una conferenza stampa per diffondere (cauto o incauto?) ottimismo circa l’effettuazione degli Internazionali d’Italia fra metà e fine settembre. Non penso lo abbia fatto soltanto per evitare di restituire i biglietti a chi li ha comprati, anche se a pensar male… facendo peccato spesso ci si azzecca (diceva Giulio Andreotti).

Premesso che auguro vivamente a Binaghi, alla FIT, a Ubitennis, a me stesso e a tutti gli appassionati di tennis che davvero le fauste previsioni del presidente FIT si avverino, mi pare serio non comportarmi da… Mago Ubaldo e osservare alcune cose, a cui ho associato le lettere dell’alfabeto – completandolo quasi tutto.

a) La stagione sulla terra rossa europea dipende strettamente dalla decisione che prenderanno insieme l’US Open e il torneo (legato a doppio filo con l’USTA) di Cincinnati, come autorevolmente raccontato venerdì  dall’Equipe e ripreso da Vanni Gibertini.

 

b) Ad oggi l’Open del Canada a Toronto sembra decisamente più a rischio di Cincinnati. E non solo perché lo si giocherebbe una settimana prima, quindi con minor tempo per capire se il virus si è ammorbidito e ha perso d’intensità come si comincia da più parti a sostenere, ma anche per le posizioni fin qui prese dall’establishment politico canadese. Tuttavia è chiaro che a Cincinnati nessun giocatore europeo si recherebbe mai se sapesse che l’US Open verrebbe poi cancellato. Un viaggio rischioso negli USA per un solo Masters 1000 non avrebbe alcun senso.

c) È sempre più netta la sensazione che a New York siano decisi a far disputare lo Slam.

d) Diversamente dagli Internazionali d’Italia che per bocca di Binaghi la FIT si spingerebbe a farli disputare sempre, comunque e dovunque, anche a ottobre sulla terra rossa, anche a Milano indoor eventualmente al posto delle NextGen oppure a Torino al coperto, il proprietario del torneo di Madrid Ion Tiriac e il direttore del torneo Gerard Tsobonian hanno invece una solida convinzione: o si gioca prima del Roland Garros o non se ne fa di nulla. Se si gioca – dicono a Madrid – non è escluso che al 50% si possa far entrare nella Caja Magica anche il pubblico. Quella struttura lo consentirebbe con il rispetto delle distanze previste dai protocolli di sicurezza contro il COVID-19. Per Roma, in un caso analogo, sarebbe oggettivamente più difficile aprire a una simile percentuale di pubblico.

e) L’Equipe, dopo che un paio di valenti colleghi hanno fatto un giro d’orizzonte fra addetti ai lavori come ho fatto anch’io, scrive che se si giocherà l’US Open nelle date previste, ovvero dal 31 agosto al 13 settembre (e l’USTA sembra propenso a farli disputare molto più di quanto non apparisse soltanto 10 giorni fa) ci sarebbe spazio poi per un Masters 1000 ma non per due Masters 1000 prima del Roland Garros (inizialmente riprogrammato per il 20 settembre, poi per il 27).

f) Se infatti i protagonisti della finale di domenica 13 settembre all’US Open dovessero precipitarsi in Europa (fatti salvi i problemi di quarantena ancora non risolti) per giocare dal 14 al 20 un Masters 1000, come farebbero fra voli, jet-lag e altri ostacoli a essere in campo in condizioni dignitose già al martedì (sebbene a Madrid sia stato proposto di prendere in esame anche l’ipotesi di un tabellone con soli 48 giocatori)?

Novak Djokovic – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

g) Madrid non è favorevole a questa soluzione. Il torneo di Tiriac rischierebbe di dover rinunciare ai due protagonisti a quel punto proprio più attesi, cioè i finalisti dell’US open. Questi dovrebbero infatti partire immediatamente dopo una finale disputata sul cemento per rimettersi in discussione in 48 ore su campi in terra rossa e in altitudine. Perfino Rafa Nadal, campione in carica all’US Open e che pure ha meno problemi di altri a ritrovare ritmo e abitudine all’amata terra rossa, difficilmente vorrebbe correre quel rischio in casa propria, davanti al proprio pubblico. Tantomeno vorrebbero correre quel rischio gli sponsor del torneo di Madrid, dovessero essere orfani di Nadal o di altri top player eventualmente protagonisti nelle fasi finali a New York. Ma chi potrebbe garantir loro che il problema non si porrebbe? E gli organizzatori sarebbero disposti a pagare una penale agli sponsor in caso di assenza di uno dei big?

h) I giocatori non vogliono giocare a Roma prima di Madrid, per via dell’altitudine. Quindi uno scambio di date fra i due tornei, ancorchè – come detto – Roma farebbe carte false pur di ospitare comunque il proprio torneo, in qualsiasi data e superficie, sarebbe inattuabile. I giocatori difficilmente ci starebbero.

i) A Madrid temono anche che alla fine si decida di giocare a New York e che i giocatori che ancora oggi appaiono più perplessi e orientati negativamente alla trasferta americana per timori oggi più che giustificati, poi – e magari soltanto a metà luglio – cambino invece idea. E vadano tutti a New York. Si sa che spesso i tennisti non sono modelli di coerenza. Se si accorgono che alcuni vanno e magari possono fare incetta di punti preziosi per il ranking (ancor più che soldi) e vanno di corsa anche loro.

j) In quel caso ecco che si tratterebbe di dover rassicurare tutti gli sponsor che quegli stessi giocatori, campionissimi compresi, verrebbero poi anche a Madrid a spron battuto. Ma come?

k) Ma se poi – ecco un altro caso che non è impossibile da escludere ma è impossibile da prevedere e circoscrivere – invece qualche tennista si ammalasse di coronavirus a New York e tutto venisse sospeso nell’imminenza del torneo di Madrid, con già un altro pacco di milioni di spese affrontate? Ad oggi le spese per la mancata effettuazione del torneo – cioè quanto già anticipato da un anno a questa parta, il personale impiegato, la promozione – non dovrebbero superare i 5-6 milioni di euro. Ma sono però i guadagni messi a budget – cifre molto più pesanti – che verrebbero a mancare. Proprio quei soldi che verrebbero a mancare, più o meno, alla FIT come lamenta da noi il super angosciato Binaghi ogni piè sospinto.   

l) Ecco perché con un Roland Garros slittato al 27 settembre, nella prima settimana post US open (ovvero dal 14 settembre) Madrid preferirebbe lasciare spazio a un altro torneo. Quello di Amburgo?

m) In quest’ultimo caso resterebbe dunque una sola altra settimana “giocabile” per un Masters 1000 prima del Roland Garros.

n) Madrid ha estrema fiducia che ATP e WTA, dovendo scegliere fra Madrid e Roma, scelgano Madrid. Il perché è stra-evidente per la WTA: Madrid, come i quattro Slam, Indian Wells e Miami, è il solo altro combined con un montepremi non “discriminante”: uomini e donne prendono gli stessi soldi (salvo errori, omissioni o cifre irrisorie legate a quisquilie varie).

Karolina Pliskova, campionessa in carica a Roma

o) Ma è evidente che anche per l’ATP, l’effettuazione del torneo di Madrid comporta maggiori introiti rispetto a Roma: il montepremi complessivo di Roma è 9.243.818 euro, così suddivisi: 5.791.280 per gli uomini e 3.452.538 per le donne. Quello complessivo di Madrid è 13.072.320€, diviso esattamente a metà tra uomini e donne, che si spartiscono 6.536.160€ a torneo. Oltre alla cospicua differenza in campo femminile, Madrid offrirebbe quindi più soldi anche agli uomini – 744.880 euro in più rispetto a Roma, non proprio briciole.

p) Si aggiunga, come se ciò non bastasse, che le recenti dichiarazioni di Andrea Gaudenzi e di tanti altri addetti ai lavori, fanno pensare che si stia lavorando per cercare di assemblare il più possibile, se non proprio di unificare, le situazioni disuguali fra ATP e WTA. Sebbene Gaudenzi e Calvelli siano italiani – e anzi, a contrario, proprio per evitare possibili accuse di… sciovinismo – sembra assai improbabile che nel caso in cui si fosse obbligati a scegliere un solo Masters 1000 fra Madrid e Roma per via di quell’unica settimana disponibile, l’ATP sposi Roma anziché Madrid.

q) In conclusione, se si giocherà l’US Open è tutt’altro che da escludere che Roma possa doversi accontentare di ospitare un torneo con minor appeal dopo il Roland Garros. Insomma, il sogno di Binaghi di riuscire a vedere gli Internazionali d’Italia prima del Roland Garros – e Dio sa quanto vorrei sbagliarmi! Non sarebbe certo interesse di Ubitennis – potrebbe svanire.

r) Se questo fosse il caso a Binaghi e alla FIT (le cui casse sarebbero in forte sofferenza se il torneo non si giocasse: 36 milioni di fatturato su 58 di bilancio annuo sono budgettati grazie al torneo) certo converrebbe di più che saltasse tutto il circuito nord-americano sul cemento, ivi compreso l’US Open. Converrebbe di meno, semmai, agli appassionati e a Ubitennis che dalla disputa di due Slam di 15 giorni hanno più da vedere e guadagnare. Ma senza US Open si potrebbe recuperare gran parte del circuito europeo sulla terra battuta e si potrebbe giocare sia il torneo di Madrid che quello di Roma. Questo, del resto, al momento è l’obiettivo dichiarato dell’ATP nel corso dell’ultimo meeting settimanale con tutti i direttori dei tornei: “Cerchiamo di far disputare entrambi i Masters 1000”. Probabilmente è anche questa dichiarazione di volontà espressa dall’ATP ad aver ispirato ottimismo a Binaghi. L’ATP ha ufficialmente sempre dichiarato che la disputa degli Slam è per il Board assolutamente prioritaria e i giocatori (256 fra uomini e donne, più quelli che aspirano a entrare dalle “quali”) hanno sempre detto di pensarla allo stesso modo. Però l’US Open è un torneo dello Slam, gestito dall’USTA. Dalla federazione americana. Non dall’ATP.

s) Ci sarebbe poi da vedere che cosa accadrebbe a Parigi-Bercy: se il Roland Garros si concludesse l’11 ottobre, ritrovare tutti gli stessi top player soltanto tre settimane dopo nella stessa città, il 2 novembre, quando tante altre città europee avrebbero invece perso il proprio torneo… avrebbe davvero un senso logico? E se fosse quella di Bercy, più che quella dell’ATP Next Gen, la settimana attraverso cui l’ATP potrebbe cercare di compensare la FIT per una eventuale mancata disputa a Roma degli Internazionali d’Italia? Ma dove però? Quale stadio italiano indoor sarebbe eventualmente disponibile? Anche in questo caso tornerebbero in auge Torino e Milano. Ma non Roma, perchè a novembre sarebbe un rischio troppo grosso pensare di giocare all’aperto.

Allianz Cloud di Milano – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

P. S. Molti hanno osservato che forse anche i Masters 1000, che piangono miseria per i mancati incassi, potevano anche pensare ad assicurarsi contro la mancata effettuazione del torneo. Come ha fatto Wimbledon. Ma è senno di poi. In 52 anni di tennis open (e cospicui incassi) non era mai piombata sul tennis una pandemia terribile come questa. Wimbledon è un torneo che non ha la stessa logica di business: è quasi un no-profit, un charity a favore della LTA e di altri enti. Si può permettere di versare 200.000 euro l’anno ai LLoyds. Un imprenditore privato, un Tiriac, una private equity, non ci pensa neppure – anche in ragione di un volume d’affari inferiore rispetto a uno Slam. Tiriac non accettò di investire 150.000 euro di assicurazione neppure anni fa quando aleggiò su Madrid la minaccia del terrorismo, potete immaginare se avrebbe mai accettato l’idea di spendere molti più soldi per coprirsi da una previsione remota quale una pandemia.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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