Berrettini, Fognini, Fabbiano: tutti in ottavi? Due azzurri sono favoriti, il terzo può farcela

Editoriali del Direttore

Berrettini, Fognini, Fabbiano: tutti in ottavi? Due azzurri sono favoriti, il terzo può farcela

LONDRA – Già 3 al terzo turno c’erano stati solo nel 1949. Scoprite qui chi erano. In ottavi potrebbero trovare Federer, Querrey e Anderson

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Spazio sponsorizzato da Barilla

da Londra, il direttore

Oggi a Wimbledon mi sono sentito improvvisamente troppo giovane. Eh già, infatti non c’ero – sarei nato un paio di mesi dopo – nel 1949 quando 4 tennisti italiani si qualificarono per il terzo turno dei Championships. Come anche, per la prima volta nell’Era Open, Fabbiano, Fognini, Berrettini. In un momento di esagerata esaltazione potremmo, montandoci il capo, dire che anche noi abbiamo due Fab, anche se il primo lo è di cognome e il secondo di nome. Mentre il terzo è solo un Cap (little Cap).

 

Bando alle battute di scarso appeal… mi duole dirlo, tre di quei quattro tennisti che raggiunsero contemporaneamente il terzo turno li ho conosciuti e li ho perfino visti giocare a tennis. Mi manca, nelle mie personali figurine Panini, Gianni Cucelli (in realtà Kucel, quando Istria e Dalmazia erano ancora italiane, e meno male perché sennò anche Orlando Sirola nato a Fiume, Rjeka oggi, ce lo saremmo perso, insieme al suo trionfo al Roland Garros in doppio con Pietrangeli, alla finale di Wimbledon, a decine di vittorie in Coppa Davis dove i due, soprattutto in Europa, erano praticamente imbattibili).

Poiché pochi sapranno come arrivarono al terzo turno i nostri quattro moschettieri di allora, ve lo dico io. Anche se temo proprio che alla grande parte dei lettori di Ubitennis i nomi dei loro avversari diranno poco o nulla. Poi però vi dirò qualcosa sui nostri eroi di allora. Lo anticipo sperando di incuriosirvi almeno un poco.

Dunque: Marcello Del Bello vinse per W/O su Skonecki (dal quale avrebbe probabilmente perso) e poi su Stolpa 6-1 al quinto, prima di cedere a Cockburn troppo più forte, 6-0 6-2 6-3. Rolando Del Bello, il fratello più giovane, Salo e Vad in 4 set ma poi cedette all’indiano Kumar (cui avrei fatto da raccattapalle a Firenze ed era un personaggio fantastico). Marcello era più singolarista, Rolando più doppista. Non si somigliavano per niente. Marcello, pochissimi capelli quando l’ho conosciuto, era magrissimo, di carnagione scurissima, forse anche perché stava ore e ore sul campo, era un formidabile corridore, remava in fondo al campo e dovevi fargli il punto dieci volte. Rolando era più biondastro, anche qualche ricciolo, ben più rotondo, carnagione così chiara che ti domandavi come potessero essere fratelli, più incline a scherzi e sorrisi, decisamente più pigro, ma molto più dotato di tocco, soprattutto a rete dove eccelleva.

Cucelli, che forse era un turno indietro in aspettito, battè Huber, Motram e Peten prima di perdere dal sudafricano Eric Sturgess (classe 1920) che, finalista in tre finali di Slam e in altrettante semifinali, era di un’altra categoria.

Infine Vanni Canepele batté in tre set Reeve e Butler (mai sentito nominare quest’ultimo? Vi dice nulla la Coppa Butler a Montecarlo? Il tradizionale Player Party rilanciato da Anna Galoppo e Cecilia Ghe nacque grazie a sua moglie) e perse in tre da Frank Sedgman, il grande campione australiano che avrebbe vinto soltanto 22 titoli dello Slam fra singolari e doppi. In singolare ha vinto gli Australian Championship 1949 e 1950; gli U.S. Championship nel 1951 e nel 1952 e il Torneo di Wimbledon 1952. In quell’anno giunse in finale anche agli Australian Championships e al Roland Garros.

Ecco di Vanni Canepele, anzi dell’avvocato Canepele, autore di tantissimi scritti giuridici legati alle discipline sportive potrei raccontare mille aneddoti singolari, avendoci giocato il doppio a fianco al circolo tennis Firenze, città dove lui bolognese si era trasferito per aver sposato una marchesa fiorentina, Mimì Rosselli del Turco, dopo che aveva vinto gli Assoluti italiani sia nel ’39 sia nel ’49. Quando furono ripresi dopo la seconda guerra. Sarebbe stato anche il mio relatore per la mia tesi di laurea in diritto penale, molti anni dopo.

Nel primo doppio che giocammo insieme, sul campo davanti alla club house delle Cascine, gli avversari a un certo punto giocarono un lob mal riuscito, assai corto, che rimbalzò vicino alla rete. Io stavo per avventarmici, lui mi precedette e fermò la palla in aria con la mano: “Troppo facile!”. Si girò e andò a servire per il punto successivo, lasciando gli amici avversari interdetti.

D’estate, al Tennis Roma della famiglia Taddei e del maestro Bertolucci, Gino, il papà di Paolo che insegnava il più bel rovescio del mondo in pantaloni lunghi di flanella beige, tutte le sere giocavamo due, tre ore di doppi a girare. Cinque o sei amici. Compreso mio padre, Fausto Gardini, Lea Pericoli, Paolo Galgani, Loris Ciardi, Lapo Focosi, Mario Isidori, l’avvocato Canepele, il “Pomero” De Stefani, Eugenio Migone, Guccio Bichi Ruspoli, Fabio Rossi e chi altri c’era purché fosse o prima, o seconda categoria o un forte terza.

Ogni set vinto da una coppia che poteva godere anche di un vantaggio, un game, un 15 in alcuni game, valeva 1000 lire. Ma non era chic parlare di soldi, c’erano anche tante signore che venivano a vedere. E allora le volgari 1000 lire erano state ribattezzate in un… più elegante caffè. A fine di ogni serata chi aveva vinto 1 set più di quelli persi aveva vinto un caffè, se ne aveva vinti due erano due caffè.

L’avvocato Canepele, personaggio tanto spiritoso quanto tirchio, era un pessimo pagatore. Così quando una sera io vinsi alla fine di 3 set vinti e 2 persi il famoso caffè, tutti mi dissero di andare a “riscuotere il caffè” da Canepele ben sapendo quanto fosse difficile. Deferente per il gap anagrafico e il ben diverso CV, mi rivolsi a lui con un “scusi avvocato, ma lei mi dovrebbe un caffè…”. “Umorista!” replicò immediatamente con quella esse bolognese strisciante che 20 anni di frequentazioni fiorentine non avevano intaccato. “Avvocato non si preoccupi, se non può darmele oggi, me le darà domani…” dissi con una certa timidezza. “Ottimista!” ribatte subito, lasciandomi senza parole.

Senza parole rimase anche il collega della Nazione Carlino Mantovani, appassionatissima tennista della domenica. Giocò alcuni palleggi sotto gli occhi dell’avvocato e poi gli chiese: “Avvocato, mi scusi, ma che dovrei per migliorare il mio rovescio?”. E Canepele: “Man-to-va- ni… – disse scandendo benissimo tutte le sillabe prima di una pausa – si riposi per sei mesi…”, e giù un’altra pausa. “E poi avvocato… e poi?”. “E poi… smetta definitivamente!” sempre con la esse sibilante.

Racconterò l’ultima anche se ne avrei tantissime ancora. Canepele, capitano di Coppa Davis quando l’Italia vinse sull’erba di Perth contro gli Stati Uniti la semifinale interzone grazie a una prodigiosa rimonta di Orlando Sirola su Barry MacKay (perse oppure gli sfilarono l’orologio nella calca del trionfo e perorò presso il presidente federale di allora, Luigi Orsini perché “anziché la solita medaglia a ricordo dell’impresa per la conquista della prima finale di Davis contro l’Australia, molto meglio un bell’orologio ricordo!”) fu eletto per la prima volta nel consiglio federale, allora composto da 8 membri.

Vigeva consuetudine che il neoeletto offrisse il pranzo a tutti gli altri consiglieri anziani. Al momento del conto il presidente Orsini fece un segno al cameriere perché lo portasse a Canepele. Tutti si scambiarono un segno d’intesa. Canepele non fece una piega. Aprì con voluta lentezza il foglio ripiegato del conto e… ”sedicimila, perfettamente divissssciibile!”. Strappò l’ilarità generale e, indenne, se la cavò anche quella volta.

Vabbè, spero di non avervi stufato. Vero che oggi certi personaggi non ci sono più. Si attaccano alle poltrone come sanguisughe e non ti fanno sorridere neppure una volta per sbaglio.

Parliamo invece di Berrettini e Fognini, visto che di Fabbiano abbiamo già parlato a lungo per le sue virtù di “Giant-Killer” così poco gradite a Opelka e Karlovic e anche perché sta per uscire un eccellente articolo di Roberto Ferri sugli attuali top-ten degli “under 1 metro e 80” con una brillante storia su un campione di un metro e mezzo (o poco più… stiamo verificando l’esatto numero dei centimetri) capace di centrare – udite udite – due quarti di finale a Parigi, tre terzi turni a Wimbledon, quattro ottavi ai Campionati degli Stati Uniti, quando ovviamente non erano ancora Open. Vi voglio sadicamente lasciare con la curiosità di scoprire chi fosse.

Allora non starò a ripetere le eccellenti, dettagliate cronache dei due match vinti da Berretto e Fogna (oh, io non mi sarei permesso, dati anche i rapporti non idilliaci con il secondo, di ribattezzarli così, ma se lui per primo e i suoi amici non ci trovano nulla di disdicevole, io non capisco – come diceva Ferrini, comico nel team di Arbore – ma mi adeguo).

Certo è che Berrettini è sembrato tennista di altra epoca rispetto al pur glorioso (e ieri commosso e commovente) Baghdatis al canto del cigno. Ha rischiato di rimetterlo un attimo in corsa sul finire del secondo set quando si è distratto al momento di servire per il secondo set – subendo l’unico break e ritrovandosi a un tiebreak che era più prudente evitare – ma per il resto è stato sempre talmente in controllo che non c’è mai più stato un momento nel quale si potesse temere per lui.

Tutto il contrario per Fognini, dal quale non sai mai cosa attenderti. Pause e regali quando c’è lui non sono mai pochi, così come i colpi strappa-applausi capaci di suscitare mini-orgasmi nei veri intenditori del bel gioco.

Fabio Fognini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Doveva vincere il primo set e lo ha perso. Era avanti di due set a uno e ha perso male il quarto. Era avanti di un break e si è fatto raggiungere sul 3 pari. Lì, con una discreta angoscia nel cuore, sono dovuto scappar via a malincuore dalla sala stampa, per assistere ad una delle più vivaci conferenze stampa degli ultimi tempi, quella di Kyrgios che ne ha dette di tutti i colori sul conto dell’arbitro francese ma non è stato tenero neppure con Nadal che evidentemente non sopporta. Antipatia del resto reciproca che avrebbe immediatamente percepito anche il non addetto ai lavori che avesse visto anche soltanto la stretta di mano finale fra i due, senza che i loro occhi si incrociassero per un nano secondo. Mentre Kyrgios si toglieva tutti i sassolini dalle scarpe vedevo sul monitor che Fognini vinceva gli ultimi tre game, break all’ottavo gioco e ultimo servizio tenuto agevolmente.

Beh, avrebbe potuto fare la metà della fatica per arrivare per la quinta volta al terzo turno, ma alla fine l’importante è che ce l’abbia fatta. E forse che anche il suo prossimo avversario, Sandgren, da lui battuto due volte su due ma sulla superficie più amata e dopo 2 battaglie poco rassicuranti nel 2018 – 4-6 6-4 7-6(6) a Rio in ottavi, 7-6 7-6 nei quarti a Ginevra – ha dovuto soffrire per 3 ore e tre quarti per aver ragione di Simon, il francese che con Fognini vantava ben diverso record: 5 vittorie a zero! “Ma io l’ho battuto a Montecarlo…” scherzava Fabio che al Country Cub approfittò di un virus intestinale occorso al francese bestia nera.

Insomma, Sandgren serve bene, è vero, e Fognini quache break lo subisce sempre, però al terzo di turno di Wimbledon non ti può capitare tanto di meglio. Dopo 5 terzi turni, questo sembra la volta buona per raggiungere gli ottavi e la seconda settimana per la prima volta. In fondo questo 2019 fin qui ha girato bene. E, anche se guai a anche solo ipotizzare più di un passo alla volta quando gioca Fabio, se superasse Sandgren per raggiungere i quarti non si troverebbe di fronte una testa di serie, ma Millman o più probabilmente Querrey (che certo su questi campi una testa di serie la vale…).

Vedo francamente con più chances di arrivare al quarto turno lui che non Fabbiano oggi con quella vecchia volpe di Verdasco il quale sembra talvolta accusare qualche dolorino – ora la schiena… si è ritirato dal doppio, secondo me per precauzione – ma poi prima di mollare si farebbe crocifiggere. Sta giocando il 65mo Slam di fila… insomma non si può davvero dire che la salute lo abbia mai davvero abbandonato. Sei volte in carriera ha vinto match risalendo da 2 set a zero. Soltanto cinque tennisti in attività sono riusciti in un numero maggiore di remuntade. Era sotto due set anche contro Kyle Edmund (e tutto il Regno Unito) l’altro giorno, eppure ha vinto il terzo al tiebreak e poi quarto e quinto 6-3 6-4 alla faccia dei 36 anni che compirà a novembre.

È mancino Fernando e i mancini a Wimbledon, più che altrove, sarebbe sempre meglio poterli evitare. Se qua, in 16 precedenti apparizioni, il madrileno è arrivato 5 volte negli ottavi (e nel 2013 nei quarti, perse da Murray dopo essere stato avanti 2 set a zero), beh, non può essere un caso. Unica statistica a conforto delle speranze di Fabbiano: negli ultimi 3 anni qui Verdasco aveva sempre perso al primo turno. Insomma o ha preso lo stesso elisir di giovinezza del suo concittadino Feliciano Lopez ed è tornato a nuova vita quando nessuno più se lo aspettava, oppure le avvisaglie di un suo declino avevano un senso.

Ho lasciato per ultimo Matteo Berrettini, forse perché dei 3 è quello che a mio avviso e sulla carta ha più chances di diventare il quinto italiano dell’Era Open a raggiungere gli ottavi dopo Adriano Panatta nel ’79, Davide Sanguinetti nel ’98, Gianluca Pozzi nel 2000, Andreas Seppi nel 2013.

Le sue caratteristiche tecniche, servizio in particolare, la sua continuità sull’erba depongono a suo favore nei confronti del Peque, del piccolo Schwartzman che peraltro gli ha fatto un doloroso sgambetto agli ultimi Internazionali d’Italia. Ma insomma, sebbene si sottolinei spesso l’importanza degli appoggi bassi e dei colpi piatti sull’erba dell’argentino che ha fin qui dominato nei precedenti due turni (Ebden e Koepfer), secondo me il Berrettini di oggi è talmente sereno e convinto dei suoi mezzi che lo vedo vincente. E quindi avversario del suo idolo Federer (che avrà prima in Pouille il primo avversario di una certa consistenza) che… gli è sfuggito due volte. A Roma quando Matteo fu fermato dal norvegese Ruud, a Halle quando lo stop gli fu imposto dal belga Goffin. Speriamo che qui non valga la regola del due senza tre.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Dirò, a questo punto, di più: se tutti e tre gli azzurri approdassero agli ottavi mi stupirei forse per la triplice circostanza concomitante, ma non per ciascun singolo successo. Questo 2019 sembra l’anno buono perché accadano vicende inconsuete. Perché non sperarci? Due su tre, Berrettini e Fognini, sono favoriti anche in termine di classifica, per quel che conta, e quanto a Fabbiano il modo in cui ha giocato sia con Tsitsipas n.6 del mondo sia con Karlovic, consente di essere fiduciosi in un’altra sua brillante prestazione. Insomma, fatemi sognare un bel tre a zero Italia, che vorrebbe dire tutti e tre in seconda settimana. Questo sì che sarebbe un risultato degno di entrare a vele spiegate nella storia del nostro tennis.

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Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

NEW YORK – O Federer trionfa all’Australian Open, oppure Nadal pareggerà i 20 Slam al Roland Garros. A 33 anni corre per cinque ore come un ragazzino. Medvedev è più numero 4 di Thiem. Otto “provocazioni” finali

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Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Avrà sicuramente dormito benissimo Rafa Nadal, se qualche dolorino articolare a seguito dell’emozionante maratona durata poco meno di cinque ore non si è fatto sentire. Prima della finale Rafa aveva detto: “Se non dovessi vincere ora lo Slam n.19 (un Australian Open, 12 Roland Garros, 2 Wimbledon, 4 US Open), non perderò comunque il sonno”. Tuttavia quel numero un certo effetto glielo ha fatto, perché quando lo ha visto comparire sul mega schermo luminoso dell’Arthur Ashe Stadium, il 19 a caratteri cubitali accanto al suo nome, il “duro” Rafa non è riuscito a non commuoversi e a trattenere le lacrime, quasi che fosse stato contagiato da Roger Federer. “Si invecchia, ci si commuove più facilmente” si sarebbe schermito, con un sorriso, Rafa in sala stampa.

Di certo la vittoria sofferta, soffertissima, dopo che per due set e mezzo Rafa era in pieno controllo del match – 7-5 6-3 e 3-2 con un break di vantaggio dopo 2 ore e un quarto di gioco, ha contribuito a farlo temere una rimonta che in uno Slam era riuscita soltanto al nostro Fognini, ma in un secondo turno, non in una finale! La cronaca l’ha già pubblicata con l’abituale tempestività Vanni Gibertini, ma varrà la pena di ricordare che nel secondo game del quinto set, quando erano già trascorse 3 ore e 57 minuti, e Medvedev aveva tenuto il primo game a 15, il ragazzo russo ha avuto ben tre palle break per portarsi sul 2-0. Fosse riuscito a sfruttarne una… chi può sapere come sarebbe finito il match? Ma lì Rafa serve bene, fa male con il dritto sulla prima, pressa sulla seconda, approfitta di due brutte volée di Daniil e salva la pelle.

Gol sbagliato, gol subìto si dice nel calcio, ma stavolta i… gol subiti da Medvedev sono stati addirittura due, come i break patiti sul 2 pari e anche sul 2-4. Match finito? Manco per niente, con il contributo a mio avviso eccessivamente fiscale dell’arbitro americano Ali Nili che – dopo aver inflitto un primo più che legittimo warning nel primissimo game del match come non avevo mai visto accadere (ma, su questo niente da eccepire, probabilmente serviva da monito e non era sbagliato far capire subito che avrebbe voluto applicare subito il regolamento) e poi un secondo dopo che Medvedev si era lamentato: “Ogni volta che batto devo sempre aspettare, ogni volta!”sulla palla break per il 3-5 ha inflitto una terza ammonizione a Nadal costringendolo a servire soltanto una battuta.

Doppio fallo e break, con il pubblico che dopo essere stato tutto per Nadal all’inizio è diventato in gran parte per Medvedev, sia perché avrebbe voluto che l’aspro combattimento non finisse mai, sia perché il giovane russo si era meritato l’apprezzamento generale ed entusiasta per come – alla sua prima finale di Slam contro uno che ne giocava la n.27 – il giovane russo che pure aveva perso in carriera cinque match al quinto set su cinque, aveva reagito, con grande coraggio e non minor intelligenza.

Trascurando la cronaca, già edita dei due match point annullati alla grande da Medvedev e poi la palla break del 5 pari che avrebbe potuto riaprire tutto, ma che Nadal ha salvato prima di chiudere il match sul 6-4 dopo 4 h e 51 minuti (tre meno di quanti ne servirono nel 2012 a Murray per battere Djokovic, la più lunga di sempre a New York. È inoltre la terza finale vinta al quinto set da Nadal in uno Slam dopo quelle contro Federer a Wimbledon 2008 e Australian Open 2009), mi concedo qualche piccola osservazione finale.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

LA PRIMA – Questa finale è stata elettrizzante quasi quanto quella di Wimbledon vinta da Djokovic su Federer. Ok, lì c’era stato un tiebreak sul 12 pari, e in una finale non si era mai visto. C’erano anche stati i due match point non sfruttati da Roger. E quando un giocatore vince una finale annullando match point fa già storia e leggenda. Ma c’erano stati anche set centrali non particolarmente emozionanti se si considera che da due super campioni un grande spettacolo lo si poteva dare quasi per scontato. Qui a New York invece non lo era. I pronostici si dividevano fra un Nadal in grado di vincere in tre set e un Medvedev capace di vincerne al massimo uno. E quando era sotto due set a zero e un break… manco quello.

LA SECONDA – Nei suoi primi cinque anni all’US Open Rafa non era mai giunto neppure alle semifinali. Anche se avrebbe vinto due volte sull’erba di Wimbledon, vox populi era – allora – che Rafa era sì l’indiscutibile re della terra battuta, ma sul cemento – dove si giocano ormai la maggior parte dei tornei – non valeva gli altri Fab (forse neppure Murray, che dei quattro è sempre stato considerato il meno forte). Stanotte Rafa ha conquistato il suo quarto US Open, uno più di Djokovic. E Roger Federer, che qui aveva vinto per cinque anni consecutivi, negli ultimi dieci anni – dopo aver perso la finale con del Potro – non ha raggiunto che una sola finale, perdendola con Djokovic. Si può ancora considerare Rafa Nadal soltanto il re della terra battuta o gli va dato atto dei suoi straordinari progressi anche sulle altre superfici?

Lui ha vinto quattro US Open dal 2010 in anni in cui Roger ha fatto (oltre alla succitata finale del 2015) tre semifinali, tre quarti con quest’anno e due ottavi. Nadal può ancora essere considerato inferiore a Federer sul cemento? Su quello americano – che qui a New York peraltro curiosamente in tanti anni non li ha mai visti di fronte – mi pare corretto ritenere che il dubbio ci sia tutto (anche se magari l’Australia, sia pure con quella vittoria recuperata da Roger sull’1-3 nel quinto, o i Masters 1000 americani possono negarlo). Tenete presente che in questi dieci anni Nadal ha saltato per infortunio due edizioni e in una terza è stato costretto al ritiro. In tutto ha saltato otto Slam. Federer tre (più due Roland Garros per scelta). Djokovic uno.

LA TERZA – Che poi lui sia davvero l’indiscusso re della terra battuta resta vero, nessuno ne dubita. Anzi oggi Murphy Jensen, il doppista che con il fratello Luke ha anche vinto uno Slam (il Roland Garros ’93, più tre tornei), diceva a Steve Flink: “Sebbene quando Pete Sampras conquistò lo Slam n.14 tanti ritenessero che potesse trattarsi di un record imbattibile… io sono quasi certo che Nadal centrerà almeno 14 Slam soltanto al Roland Garros!”. C’è chi si sente di scommettere contro?

LA QUARTA – Ricordo di aver letto tantissimi commenti su questo sito, ma anche ad opera di tanti colleghi, secondo cui Rafa Nadal con il tennis dispendioso, violento che ha sempre praticato, sarebbe rimasto competitivo al massimo a 30 anni. Non come Federer che non suda nemmeno e che grazie alla naturalezza e alla fluidità del suo gioco avrebbe potuto giocare vita natural durante ai massimi livelli. Beh, smentiti tutti! Rafa corre e tira ancora come fosse un ragazzino, con la forza (la garra e l’entusiasmo) di un venticinquenne. C’è stato uno scambio nel secondo punto dell’ottavo game del quinto set in cui Rafa si è prodotto in un recupero multiplo da restare a bocca aperta! Stava giocando da 4h e 30m con un Medvedev che, abbandonando il suo tennis iniziale da puro incontrista (con vari cambi di ritmo per nulla banali e improvvisati), giocava accelerazioni di dritto e rovescio impressionanti e entusiasmanti.

LA QUINTA – Già che parlo di Medvedev e della sua straordinaria progressione estiva di cui si è scritto in tutte le salse, due finali perse, trionfo a Cincinnati, 49 vittorie nell’anno (più di chiunque altro), a prescindere dal fatto che abbia anche due anni di meno e quindi più margini di progresso, merita certamente di aver strappato la quarta posizione ATP a Dominic Thiem. L’austriaco è solidissimo sulla terra battuta, come dimostrano due finali consecutive (e prima due semifinali: quattro anni eccellenti) al Roland Garros e in atri tornei sul “rosso” (Madrid etcetera). Ma è decisamente meno completo di Medvedev. E anche meno forte di carattere.

LA SESTA – Tre anni, 12 Slam, tutti vinti dai Big 3. Ultimo non Big 3 Stan Wawrinka, che vinse nel 2016 l’US Open. Rafa ha detto: “È inevitabile che questa Era, o cosiddetta tale, debba avere un termine. Roger ha 38 anni, io 33, Nole 32…”. Ineccepibile. Però per ora i Big 3 reggono alla grande. Inevitabile che a turno qualcuno di loro tre, o anche due su tre, accusino i malanni dell’età, la spalla, la schiena o altro. Ma basta che uno dei tre resti in piedi perché il torneo, lo Slam, lo vinca lui. Anche al prossimo Australian Open sarà così. Il favorito sarà uno dei tre, anche se Medvedev sarà ancora più agguerrito e ci saranno anche altri Next-Gen temibili. Ma è significativo quel che ha detto Medvedev in francese (che parla benissimo, in due anni lo parla meglio di tanti francesi… è intelligenza anche questa. Di russi così dotati per le lingue non ne ho conosciuti tanti).

“Ero nella stessa metà di Djokovic e Federer… speravo di arrivare ai quarti, se mi avessero detto che sarei arrivato in finale e avrei lottato per cinque set con Nadal avrei firmato subito!. Un ragionamento che avrebbe fatto qualsiasi altro tennista “non Big 3”. A dimostrazione che anche fra i giovani rampanti, la sensazione è sempre quella: gli anni passano, ma i “big 3 sono sempre i più forti… se non accusano qualche acciacco per via dell’età”. E la dichiarazione di Roger Federer (“Se sarò senza dolori probabilmente potrei giocare fino a 40 anni”) al mondo del tennis fa sicuramente gran piacere. Ai giovani avversari forse un po’ meno.

LA SETTIMA – Una piccola soddisfazione statistica, dopo il grande exploit di Berrettini con la prima semifinale italiana dopo 42 anni all’US Open: Fabio Fognini è rimasto il solo giocatore capace di rimontare due set di handicap a Rafa Nadal in uno Slam.

LA OTTAVA – Così come il record dei 14 Slam di Sampras era ritenuto a lungo quasi irraggiungibile, lo stesso si può dire di quello di Federer. Ma oggi non lo crede quasi più nessuno. Fino a un paio d’anni fa si riteneva che sarebbe semmai stato Djokovic quello che aveva più chances di eguagliarlo e superarlo. Ora, con Nole indietro di quattro Slam rispetto a Roger e di tre rispetto a Rafa, cui sembra quasi impossibile negargli il ruolo di favorito n.1 al prossimo Roland Garros, beh, il maggior candidato a raggiungere per primo Roger è proprio Rafa. A meno che Roger vinca a Melbourne. Ma non sarà, se in buone condizioni fisiche, Djokovic il favorito là dove ha già vinto sette volte? Ergo a 20 dovrebbe arrivare – anche se al momento sono previsioni da bar, mancano quattro mesi all’Australian Open e nove mesi al Roland Garros.

E ora basta, detto che sono curioso di vedere se Berrettini farà bene nel trittico San Petersburg, Pechino e Shanghai perché nono nella Race a soli 20 punti da Nishikori che – non glielo auguro ma è quasi sempre rotto a fine anno – e a 190 da Bautista Agut, mi pare di aver messo fin troppa carne al fuoco per favorire le vostre discussioni. Mi raccomando: civili!

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Editoriali del Direttore

US Open: Serena Williams KO, ma non è finita. Andreescu: è solo il primo Slam

NEW YORK – Rispetto alle tre precedenti finali Slam Serena ha giocato meglio, ma non come può. La ragazza canadese ha tutto per diventare numero 1. Lei e Osaka saranno le regine dei prossimi anni

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Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Mi rendo conto che l’inizio è dei più banali: “È nata una stella”. Ma quando a 19 anni una ragazza che all’inizio dell’anno non era neppure nella WTA Media Guide perché era n.152, vince uno Slam battendo una Serena Williams che non era così malmessa come quando aveva perso da Kerber e Halep a Wimbledon e da Osaka qui, che altro si può pensare? Oggi la ragazza canadese che aveva vinto l’Orange Bowl under 16 nel 2014 – l’anno in cui un’altra canadese, Bouchard, aveva raggiunto la finale a Wimbledon – ma poi aveva avuto diversi infortuni che le avevano impedito di giocare con la dovuta continuità, ha battuto Serena giocando con le sue stesse armi.

Quella della gioventù quasi incosciente, infatti è la più giovane campionessa dacché Serena vinse il suo primo Slam qui nel ’99 alla stessa età. Quella dell’aggressività all’ennesima potenza, colpi dirompenti da fondocampo, sia dritto sia rovescio, velocità media di battuta intorno ai 170 km orari ma anche servizi poco sotto i 180. Quella di una personalità davvero notevole che le ha consentito di non farsi intimidire da 20.000 tifosi urlanti in un modo che non mi era mai capitato di sentire, da tapparsi le orecchie e a confronto del quale – anche perché l’Arthur Ashe Stadium è semicoperto e tutto rimbomba – un derby di San Siro fra Inter e Milan parrebbe silenzioso come una messa nemmeno cantata. Erano tutti per Serena e si sono scatenati soprattutto quando la CatWoman ha annullato con un dritto bomba incrociato il match point sull’1-5 ed è risalita fino al 5 pari.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Altri giocatori, e giocatrici, avrebbero rischiato lo svenimento. Lei ha ammesso di aver dubitato “perché l’ho vista risalire tante volte da 5-0, da 5-1, da 5-2, so di che cosa è capace insomma… mi sono detta di restare sul mio piano tattico (muoverla il più possibile, farle giocare più scambi…). Lei aveva cominciato a giocare molto meglio, poi la folla l’ha senz’altro aiutata”, ma alla fin fine non ha fatto una piega. E ha portato a casa, alla sua prima finale di Slam, il titolo che aveva sempre sognato, insieme a 3 milioni e 850.000 dollari. Not bad! “Dacché vinsi l’Orange Bowl credevo che avrei potuto farcela… quasi ogni giorno me lo immaginavo, è pazzesco, ma mi sa che a furia di immaginarmele queste fantasie sono diventate realtà. Hanno funzionato…”.

 

Abbiamo avuto tante altre vincitrici di Slam negli ultimi anni, quando Serena ha lasciato un po’ il passo. Ma insieme a Naomi Osaka, anche lei giovanissima, anche lei figlia di emigranti, Bianca sembra avere le carte in regola per diventare una vera numero 1. Sinceramente assai più che Barty, che pure ha un bel tennis ma non sembra avere la stessa grinta, la stessa solidità. Come Osaka anche Andreescu crede nella meditazione, lo fa tutti i giorni. “A questo livello tutte sanno come si gioca a tennis. La cosa che separa le migliori dalle altre è solo l’aspetto mentale.

Di sicuro concorderà con Bianca e Naomi il nostro Berrettini, che da sei anni si fa seguire da un coach mentale, del quale abbiamo parlato più di una volta nei giorni scorsi. Da marzo a oggi Bianca non aveva perso un solo match completato. A Indian Wells aveva fatto vedere, dopo aver già impressionato chi l’aveva vista in Nuova Zelanda e in Australia, di che panni si vestisse. Un anno fa qui aveva perso nelle qualificazioni. Ma a 18/19 anni le cose cambiano in fretta.

E nel caso di Bianca Andreescu non ho dubbi che se cambieranno sarà sempre in meglio. È venuta fuori da diverse partite dure, un set perso con Townsend, un altro con Mertens, due set durissimi con Bencic, questa finale con Serena Williams che non era davvero quella che aveva perso le altre tre finali di Slam dopo la maternità, anche se certo ha servito sotto al 50% di prime e sbagliato molto più di quando era ancora signorina.

A 38 anni Serena è finita? Io non credo, per ancora un altro anno penso che possa essere competitiva. L’orgoglio della campionessa che non si vuole arrendere è sempre lì. Bisognerà fare ancora i conti con lei.

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Editoriali del Direttore

Berrettini, maledetto tiebreak. Ha top 10 e finali ATP a tiro

US OPEN – È n.13 ATP. Tre anni d’anticipo su Fognini 2013. Su dodici tennisti che lo precedono (Monfils, Fabio, Bautista Agut di un niente), sei sono over 31 anni. Nuovo siparietto fra Nadal e il direttore Scanagatta

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Un primo set da stropicciarsi gli occhi. Sì, Rafa Nadal fino al tiebreak stava vincendo ai punti, 6 a 0 nel computo delle palle break, ma Matteo Berrettini non era quel timido tennista visto a Wimbledon contro Federer, tutt’altro. Giocava con grandissima personalità, servendo alla grande, lasciando esplodere le solite fucilate di dritto, reggendo perfino con il rovescio le diagonali mancine predilette da Rafa. E quando c’era da annullare una palla break, nessuna paura. Matteo la annullava perentoriamente. Nadal non poteva rimproverarsi nulla. Era Matteo che si guadagnava quei punti, non Rafa che sbagliava.

Nel mezzo c’erano stati cinque drop-shot letali, cinque punti e il pubblico, quasi incredulo, che si eccitava sempre di più in una di quelle solite serate elettriche che si vivono soltanto a New York. Finché si è arrivati a quel tiebreak che sarebbe durato 13 minuti e 14 punti e che Matteo (e non solo lui) non dimenticherà tanto facilmente.

 

I 20.000 che avevano seguito con tiepido interesse la prima semifinale, senza scaldarsi né per Medvedev né per Dimitrov (con il bulgaro che, come Berretto, rimpiangerà di non aver portato a casa il tiebreak del primo set nel quale ha avuto un set point), si sono invece entusiasmati alla grande per il duello all’ultimo sangue ingaggiato dal nostro Django unchained con l’implacabile torero di Manacor. Dopo certi drittoni sparati da Matteo, come per le prime cinque smorzate di dritto delicate come morbide carezze e tutte vincenti, gli americani che all’inizio avevano accolto con un boato Nadal, troppo più noto, e con minor enfasi l’ancora poco conosciuto Matteo, scoprivano pian piano le grandi qualità tecniche e la personalità di Berretto. E tanti tifosi di Nadal della prima ora cambiavano via via idea e iniziavano a tifare per Matteo, anche perché significava tifare per la partita.

Rafa Nadal e Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Luca Baldissera ha già fatto un’eccellente cronaca del match, in tempo reale, cinque minuti dopo la conclusione del match era già online (mentre Vanni Gibertini faceva altrettanto nella nostra home inglese, Ubitennis.net per chi non lo ricordasse), ma il tiebreak è certamente la fase che ha determinato il seguito e l’esito del match (e questo non significa, attenzione, che contro il “leone della giungla” Nadal un set vinto avrebbe significato batterlo. Non sia mai!). Quindi lo ripercorro brevemente, perché secondo me (e secondo Rafa: leggete il transcript dell’intervista) Matteo non lo ha perso tanto quando non è riuscito a trasformare i due set point, ma quando sul 4-1 ha ciccato malamente un dritto per lui abbastanza comodo da posizione iper favorevole.

Ma tornando proprio all’inizio… Nadal stavolta ci metteva del suo per aggiungere adrenalina a tutto l’ambiente esordendo con un doppio fallo e Matteo, dopo aver tenuto i due punti grazie principalmente al servizio, giocava aggressivo e d’anticipo a sulla seconda palla di servizio di Rafa: la sua era una risposta straordinaria incrociata di rovescio. Una delle perle più belle, e più insolite, della serata. Applausi scroscianti.

Leggete allora cosa avrebbe raccontato poi Nadal sul prosieguo del tiebreak e soprattutto cosa deve aver pensato, con grande lucidità, mentre era in campo in quella situazione per nulla invidiabile con il pubblico che ruggiva come ai tempi di Jimbo Connors: “Indietro 4-0 non ho pensato che il set fosse perso. Il mio obiettivo era vincere il punto dell’1-4 con il mio servizio. Avessi infatti subito un altro mini-break, il tiebreak e il set sarebbero stati inevitabilmente compromessi… Poi, raggiunto l’1-4 l’altro obiettivo era farne uno dei successivi due per arrivare almeno al 2-5 e poi, anche se sarebbe stata una situazione comunque dura, cercare di portarsi sul 4-5 sfruttando i miei due punti con il servizio. Così è stato. So bene che l’avversario ha due servizi a disposizione per vincere il set, ma da 4-0 a 5-4 la prospettiva è completamente diversa, perché ora anche lui avverte la pressione. Quello era il mio obiettivo. 6-4, e lì sono stato fortunato su quel punto…” (il net ha rallentato e accomodato un colpo di Berrettini favorendo la conclusione di Nadal).

Il Maiorchino sul 5-6 ha potuto usufruire di nuovo del servizio e, al termine di uno scambio prolungato e durissimo, per la prima volta Matteo ha visto abortire un suo tentativo di palla corta (la prima azzardata con il rovescio). L’idea non era sbagliata, l’esecuzione purtroppo sì. Mentre Nadal non domandava altro e figurarsi se non si caricava ulteriormente giocando un gran punto per il 7-6, Matteo pativa il trauma di quella rimonta e cacciava un dritto super gratuito sul set point per Nadal.

Lì è praticamente finita ogni incertezza sull’esito finale, anche se Matteo non si è mai arreso. Ma a rimontare Nadal sono riusciti in pochissimi, solo grandi campioni più Fognini. È stato tutto uno stillicidio di palle break, due nel primo game, una terza nel terzo e un coraggiosissimo, indomito Matteo a salvarle tutte, fino a capitolare sul 3 pari davanti alla decima palla break per Rafa (che non ne avrebbe concesso neppure una in tutto il match e, se avrete pazienza di leggermi fino in fondo, farà di questo evento statistico – zero palle break – l’ennesimo siparietto divertente con il sottoscritto).

Per un’ora e 48 minuti Matteo era riuscito a difendere, con le unghie e con i denti il proprio servizio. Ma con Nadal che serviva a quel modo non ci sarebbe stato più nulla da fare. “Pochi parlano del suo servizio che è invece il suo colpo più sottovalutatoavrebbe poi detto Matteo –. OK che il suo dritto è pesantissimo, che il suo rovescio ti arriva velocissimo, ma è una battuta mancina difficilissima da contrastare, anche perché il suo primo colpo dopo il servizio fa molto male. Non ci avevo mai giocato, neppure in allenamento, sono sicuro che già la prossima volta saprò fare meglio. D’altra parte Umberto (Rianna) mi diceva: ‘Queste situazioni le puoi provare soltanto in gara, non c’è allenamento che possa fartele vivere’”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Come si diceva con Luca, se Rafa (nel secondo set) cede appena quattro punti sulla battuta mentre Matteo 14… la differenza è tutta lì. Rafa negherà, rispondendo a una delle mie domande che hanno chiuso la conferenza stampa, che la risposta di rovescio sia la deficienza più accentuata del tennis attuale di Berrettini, ma Matteo invece qualche minuto più tardi rispondeva sinceramente: “Non è una novità che la risposta devo migliorarla”. Non ho dubbi che ci lavorerà su fino a migliorarla tanto, tantissimo. Perché i progressi che ha fatto in questi mesi con il suo colpo più debole, il rovescio, dicono che lui ha una grande facilità di apprendimento.

Perfino quando ero piccolo io i maestri dicevano che era più facile migliorare il rovescio con il tempo e l’età, piuttosto che il dritto che è un colpo più personale e che se non l’hai incisivo fin da ragazzino è difficile migliorarlo. Del resto vi ricordate com’era il rovescio di Nadal 10 anni fa? E quello di Federer non è forse migliorato tremendamente sotto la cura Ljubicic pochissimi anni fa? Roger prima ne giocava coperti uno su cinque, e gli altri quattro slice, oggi ne gioca quattro su cinque e uno solo slice o bloccando l’avambraccio.

Insomma pur perdendo in tre set, e finendo schiacciato sotto il trattore Nadal nel terzo set, con Rafa che ha ceduto un punto in tre turni di servizio, secondo me Berrettini ha vinto pur perdendo. Ha fatto cioè capire di avere la stoffa per diventare un grande. Ha solo 23 anni, non dimentichiamolo. Ed è già – da lunedì – numero 13 del mondo, a 210 punti da Monfils, a 230 da Fognini, a 330 da Bautista Agut. Punticini. Matteo è poi anche n.9 nella Race. Insomma, le finali ATP di Londra non sono un miraggio. E potrebbero essere raggiunte se Matteo farà abbastanza bene, anche senza fare sfracelli, a San Pietroburgo, a Pechino e a Shanghai. Tutte prove del nove, una dopo l’altra. Non facili. Ma la testa Matteo ce l’ha sulle spalle e il suo team lo aiuterà. E lui si farà aiutare. Aiutati che il… team ti aiuta!

Aggiungo due osservazioni, anzi tre. La prima: Fabio Fognini era arrivato al best ranking di n.13 (lo stesso di Matteo ora) nel luglio del 2013 quando vinse Amburgo e Stoccarda e fece finale a Umago. Aveva 26 anni. Lasciamo perdere perché non conta il fatto che per cinque anni Fabio non poi è riuscito a mantenersi fra i primi 15, ma Matteo oggi di anni ne ha 23 ed è quindi tre anni avanti rispetto a Fognini che, abbiamo visto, sei anni dopo, a 32, è salito tra i top-ten arrivando a n.9.

La seconda: Matteo, come Cecchinato un anno fa, ha avuto la ventura (e non è fortuna, se l’è guadagnata, così come Marco un anno fa), di fare tanti punti grazie ad exploit ottenuti in successione in uno Slam che distribuisce tanti più punti, e questa ventura invece Fognini non l’ha mai avuta. Più di un quarto di finale nel 2011 a Parigi (quando batté Montanes annullando match point in modo rocambolesco) negli Slam non ha fatto. Ma se Matteo riuscisse a giocare bene in Russia e in Asia il sorpasso a spese di Monfils, di Fognini che ha purtroppo una caviglia ballerina, e di Bautista Agut sono alla sua portata. Incredibile dictu qualche mese fa, ma il muro dei top-ten per lui è già valicabile.

La terza: non dovesse già farcela quest’anno, beh credo che possa essere soltanto questione di tempo, anche se non è detto che da dietro a lui non possa spuntare qualcuno in grado di superarlo. Ma… ci avete fatto caso che sei dei dodici tennisti che oggi lo precedono hanno più di 31/32 anni? In ordine di classifica: Djokovic 32, Nadal 33, Federer 38, Bautista Agut 31, Fognini 32, Monfils 33. (Nishikori, spesso rotto, ne compierà 30 a dicembre). Quanti di questi tennisti saranno ancora in attività e nel pieno delle forze e del rendimento a fine 2021 quando le finali ATP si giocheranno a Torino? Non aggiungo altro… se non che a quell’epoca un Berrettini venticinquenne potrebbe anche non essere il solo italiano in grado di competere ad alti livelli.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E qui mi fermo su Matteo, ma devo accennare alla straordinaria estate che continua ad avere Medvedev, n.4 del mondo e vittorioso in tre set su Dimitrov (che come Berrettini si domanderà: “E come sarebbe andata a finire se avessi vinto il primo set al tiebreak?”, che è quello nel quale ha avuto un setpoint). Io credo però che Nadal, alla sua quinta finale all’US Open e alla n.27 negli Slam, batterà il giovane russo, 23 anni come Berrettini, e conquistando lo Slam n.19 si porterà a una sola lunghezza da Roger Federer. Il quale farà meglio a cercare di vincere il prossimo Open d’Australia, perché altrimenti Nadal al Roland Garros avrà grandissime chances – certo più di Roger – di arrivare anche lui a quota 20.

Contro Berrettini, Rafa mi ha impressionato anche per la tenuta atletica, per i soliti recuperi pazzeschi, come quello nel finale, quando scavalcato da un lob è corso all’indietro come un ragazzino di 20 anni e con la schiena alla rete ha lasciato partire un missile di dritto nell’angolo destro di Berrettini che ha lasciato di sasso il nostro tennista (guardate negli highlights completi qui sotto al minuto 1 e 55 secondi lo scambio in questione). Mostro!

Non si può mai sapere cosa accadrà in una partita di tennis, ma se mi aspetto che Rafa la vinca, penso anche che non la vincerà con Medvedev come a Montreal (6-3 6-0) in una finale semi-rovinata dal vento… ma che a Nadal evidentemente non dette lo stesso fastidio. Il vento c’era per tutti e due, come si dice sempre, ma lui non teme alcun avversario, neppure il meteo. Consiglio a chi capisce l’inglese di guardare oltre al video con il mio commento che trovate a inizio articolo, anche quello fatto assieme a Steve Flink sulla home page di ubitennis.net (grazie a Steve sono di qualità migliore, lo penso davvero e non lo dico per falsa modestia) perché il mio grande amico e collega entrato nella Hall of Fame del tennis a Newport come due soli italiani, Gianni Clerici e Nicola Pietrangeli, mi ha sorpreso con le sue considerazioni e il pronostico concernenti la finale femminile fra Serena Williams, alla caccia del fatidico 24esimo Slam, e la giovane rivelazione di questo 2019, Bianca Andreescu.

Dopo di che chiudo con il preannunciato siparietto con Nadal (anche qui il video è più divertente di come io possa rendere il tutto scrivendolo, lo trovate più in basso). Il moderatore-conduttore degli interventi in conferenza stampa Gary Sussman, mi ha in chiara simpatia, ma ormai ha preso il vizio di farmi fare il mio “intervento-domanda” per ultimo a chiusura della conferenza, anche se io mi prenoto fra i primi. Qualche volta mi torna comodo che faccia così, altre volte no, ma non posso farci niente. E temo che prima o poi la cosa potrebbe venire a noia ai colleghi. Ma non è colpa mia. Stavolta, comunque, direi che è andata bene così.

Per capire però quale sia stato lo spunto che ha dato origine al tutto, occorre che sappiate che l’altra sera, quando Nadal aveva battuto Schwartzman nonostante avesse perso ben quattro volte il servizio, io gli avevo chiesto – giusto per provocarlo un po’, perché so benissimo che Schwartzman risponde molto meglio di Berrettini anche se serve peggio – se non temesse l’eventualità di poterne perdere altrettanti anche con Berrettini, dal momento che non è facile strappare la battuta all’azzurro. Nemmeno a un Nadal…

Ubs: “Complimenti innanzitutto”.
Rafa: “Per non aver subito break vero?”.
Ubs: “Sì, stavo proprio per dirti questo”.
Rafa: Nessun break oggi, Ubaldo. Eri preoccupato per me qualche giorno fa! (ride lui e gli fa eco la sala stampa).
Ubs: “Ma non pensi che sia accaduto anche perché Berrettini ha nella risposta il suo punto debole?.
Rafa: “No non ho fronteggiato nessuna palla break nemmeno contro Chung…”. Nadal scorge che a quella frase io alzo un attimo le sopracciglia (come per dire che Chung di questo periodo non è un fenomeno) e allora reagisce: “Che cosa (vuoi dire, sottinteso)? Forse Chung non è un buon ribattitore? Certi giorni le cose vanno in un modo, altri in un altro. Naturalmente oggi avevo una motivazione extra per servire meglio, dopo quello che avevi detto l’altro giorno (ride lui, ride tutta la sala).

Ubs: “Mi piace stimolarti ogni volta… ma onestamente se tu pensi che lui abbia un gran servizio, un gran dritto, non ritieni che la sua risposta sia invece un po’ il suo punto debole?.
Rafa: No, non lo penso”.
Ubs: Qual è allora il suo punto più debole secondo te?”.
Rafa: “Credo naturalmente che lui possa migliorare un po’ il rovescio. Ma nel resto è bravo. Per essere così alto non si muove male… Ha un gran bel talento (tocco) nelle mani. È abile sottorete, e ha un bel rovescio slice. È vero che lo slice contro di me… beh, a me piace giocare contro chi fa il rovescio slice (come il primo Federer, n.d.UBS). Forse il suo rovescio slice contro di me non funziona altrettanto bene che contro altri giocatori. Non mi sembra un cattivo ribattitore, no… credo che gli siano riusciti diversi break nel corso del torneo”.

Ma il problema in risposta rimane ed è grosso: nel secondo set Matteo ha fatto quattro punti sul servizio avversario, Rafa 14, la differenza è tutta lì. Per concludere questo commento desidero fare i miei complimenti a Matteo Berrettini e a tutto il suo team. Sono stati grandi. Matteo è già entrato nella storia del tennis. Lui e il suo team ci hanno fatto vivere due settimane straordinarie, bellissime e non possiamo che ringraziarli sentitamente. Augurandoci, ma ne siamo abbastanza sicuri, che la sua ascesa nelle classifiche mondiali, ATP Ranking e Race, prosegua con gli stessi ritmi di questi ultimi mesi. E che sia di stimolo, con effetto traino, anche per tutti gli altri azzurri, giovani rampanti (Sinner, Musetti, Zeppieri e altri ivi incluso l’amico coetaneo Sonego nei confronti del quale ho molta fiducia) e vecchi leoni che non mollano, Paolo Lorenzi in primis (un vero esempio da imitare per tutti, sotto tutti i punti di vista, in campo e fuori), ma con lui tutti, Fognini, Cecchinato, Seppi, Fabbiano, nessuno escluso.

Chiudo con un aneddoto curioso capitatomi fra le una e le due di notte tornando da Flushing Meadows, bus più taxi: sul minischermo del taxi, infestato di pubblicità e che di solito spengo, mi è apparso all’improvviso il bel viso di uno statuario, bellissimo Berrettini che promuoveva l’Olio Colavita! Mai visto prima quello spot, curioso vederlo proprio stanotte e sul taxi. Allora ho chiamato via Whatsapp Santopadre per raccontargli il curioso episodio e lui ha whatsappato in replica: “Coincidenza!!! Siamo al solito ristorante nell’East Village (il Via della Pace del tifoso laziale Giovanni Bartocci, intervistato su Ubitennis un giorno fa) con Corrado Tschabushnig e… proprio Giovanni Colavita!”. Avranno condito bene l’insalata, in questa città dove a volte la condirebbero con la Shell o la Exxon.

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