Berrettini, Fognini, Fabbiano: tutti in ottavi? Due azzurri sono favoriti, il terzo può farcela

Editoriali del Direttore

Berrettini, Fognini, Fabbiano: tutti in ottavi? Due azzurri sono favoriti, il terzo può farcela

LONDRA – Già 3 al terzo turno c’erano stati solo nel 1949. Scoprite qui chi erano. In ottavi potrebbero trovare Federer, Querrey e Anderson

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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da Londra, il direttore

Oggi a Wimbledon mi sono sentito improvvisamente troppo giovane. Eh già, infatti non c’ero – sarei nato un paio di mesi dopo – nel 1949 quando 4 tennisti italiani si qualificarono per il terzo turno dei Championships. Come anche, per la prima volta nell’Era Open, Fabbiano, Fognini, Berrettini. In un momento di esagerata esaltazione potremmo, montandoci il capo, dire che anche noi abbiamo due Fab, anche se il primo lo è di cognome e il secondo di nome. Mentre il terzo è solo un Cap (little Cap).

 

Bando alle battute di scarso appeal… mi duole dirlo, tre di quei quattro tennisti che raggiunsero contemporaneamente il terzo turno li ho conosciuti e li ho perfino visti giocare a tennis. Mi manca, nelle mie personali figurine Panini, Gianni Cucelli (in realtà Kucel, quando Istria e Dalmazia erano ancora italiane, e meno male perché sennò anche Orlando Sirola nato a Fiume, Rjeka oggi, ce lo saremmo perso, insieme al suo trionfo al Roland Garros in doppio con Pietrangeli, alla finale di Wimbledon, a decine di vittorie in Coppa Davis dove i due, soprattutto in Europa, erano praticamente imbattibili).

Poiché pochi sapranno come arrivarono al terzo turno i nostri quattro moschettieri di allora, ve lo dico io. Anche se temo proprio che alla grande parte dei lettori di Ubitennis i nomi dei loro avversari diranno poco o nulla. Poi però vi dirò qualcosa sui nostri eroi di allora. Lo anticipo sperando di incuriosirvi almeno un poco.

Dunque: Marcello Del Bello vinse per W/O su Skonecki (dal quale avrebbe probabilmente perso) e poi su Stolpa 6-1 al quinto, prima di cedere a Cockburn troppo più forte, 6-0 6-2 6-3. Rolando Del Bello, il fratello più giovane, Salo e Vad in 4 set ma poi cedette all’indiano Kumar (cui avrei fatto da raccattapalle a Firenze ed era un personaggio fantastico). Marcello era più singolarista, Rolando più doppista. Non si somigliavano per niente. Marcello, pochissimi capelli quando l’ho conosciuto, era magrissimo, di carnagione scurissima, forse anche perché stava ore e ore sul campo, era un formidabile corridore, remava in fondo al campo e dovevi fargli il punto dieci volte. Rolando era più biondastro, anche qualche ricciolo, ben più rotondo, carnagione così chiara che ti domandavi come potessero essere fratelli, più incline a scherzi e sorrisi, decisamente più pigro, ma molto più dotato di tocco, soprattutto a rete dove eccelleva.

Cucelli, che forse era un turno indietro in aspettito, battè Huber, Motram e Peten prima di perdere dal sudafricano Eric Sturgess (classe 1920) che, finalista in tre finali di Slam e in altrettante semifinali, era di un’altra categoria.

Infine Vanni Canepele batté in tre set Reeve e Butler (mai sentito nominare quest’ultimo? Vi dice nulla la Coppa Butler a Montecarlo? Il tradizionale Player Party rilanciato da Anna Galoppo e Cecilia Ghe nacque grazie a sua moglie) e perse in tre da Frank Sedgman, il grande campione australiano che avrebbe vinto soltanto 22 titoli dello Slam fra singolari e doppi. In singolare ha vinto gli Australian Championship 1949 e 1950; gli U.S. Championship nel 1951 e nel 1952 e il Torneo di Wimbledon 1952. In quell’anno giunse in finale anche agli Australian Championships e al Roland Garros.

Ecco di Vanni Canepele, anzi dell’avvocato Canepele, autore di tantissimi scritti giuridici legati alle discipline sportive potrei raccontare mille aneddoti singolari, avendoci giocato il doppio a fianco al circolo tennis Firenze, città dove lui bolognese si era trasferito per aver sposato una marchesa fiorentina, Mimì Rosselli del Turco, dopo che aveva vinto gli Assoluti italiani sia nel ’39 sia nel ’49. Quando furono ripresi dopo la seconda guerra. Sarebbe stato anche il mio relatore per la mia tesi di laurea in diritto penale, molti anni dopo.

Nel primo doppio che giocammo insieme, sul campo davanti alla club house delle Cascine, gli avversari a un certo punto giocarono un lob mal riuscito, assai corto, che rimbalzò vicino alla rete. Io stavo per avventarmici, lui mi precedette e fermò la palla in aria con la mano: “Troppo facile!”. Si girò e andò a servire per il punto successivo, lasciando gli amici avversari interdetti.

D’estate, al Tennis Roma della famiglia Taddei e del maestro Bertolucci, Gino, il papà di Paolo che insegnava il più bel rovescio del mondo in pantaloni lunghi di flanella beige, tutte le sere giocavamo due, tre ore di doppi a girare. Cinque o sei amici. Compreso mio padre, Fausto Gardini, Lea Pericoli, Paolo Galgani, Loris Ciardi, Lapo Focosi, Mario Isidori, l’avvocato Canepele, il “Pomero” De Stefani, Eugenio Migone, Guccio Bichi Ruspoli, Fabio Rossi e chi altri c’era purché fosse o prima, o seconda categoria o un forte terza.

Ogni set vinto da una coppia che poteva godere anche di un vantaggio, un game, un 15 in alcuni game, valeva 1000 lire. Ma non era chic parlare di soldi, c’erano anche tante signore che venivano a vedere. E allora le volgari 1000 lire erano state ribattezzate in un… più elegante caffè. A fine di ogni serata chi aveva vinto 1 set più di quelli persi aveva vinto un caffè, se ne aveva vinti due erano due caffè.

L’avvocato Canepele, personaggio tanto spiritoso quanto tirchio, era un pessimo pagatore. Così quando una sera io vinsi alla fine di 3 set vinti e 2 persi il famoso caffè, tutti mi dissero di andare a “riscuotere il caffè” da Canepele ben sapendo quanto fosse difficile. Deferente per il gap anagrafico e il ben diverso CV, mi rivolsi a lui con un “scusi avvocato, ma lei mi dovrebbe un caffè…”. “Umorista!” replicò immediatamente con quella esse bolognese strisciante che 20 anni di frequentazioni fiorentine non avevano intaccato. “Avvocato non si preoccupi, se non può darmele oggi, me le darà domani…” dissi con una certa timidezza. “Ottimista!” ribatte subito, lasciandomi senza parole.

Senza parole rimase anche il collega della Nazione Carlino Mantovani, appassionatissima tennista della domenica. Giocò alcuni palleggi sotto gli occhi dell’avvocato e poi gli chiese: “Avvocato, mi scusi, ma che dovrei per migliorare il mio rovescio?”. E Canepele: “Man-to-va- ni… – disse scandendo benissimo tutte le sillabe prima di una pausa – si riposi per sei mesi…”, e giù un’altra pausa. “E poi avvocato… e poi?”. “E poi… smetta definitivamente!” sempre con la esse sibilante.

Racconterò l’ultima anche se ne avrei tantissime ancora. Canepele, capitano di Coppa Davis quando l’Italia vinse sull’erba di Perth contro gli Stati Uniti la semifinale interzone grazie a una prodigiosa rimonta di Orlando Sirola su Barry MacKay (perse oppure gli sfilarono l’orologio nella calca del trionfo e perorò presso il presidente federale di allora, Luigi Orsini perché “anziché la solita medaglia a ricordo dell’impresa per la conquista della prima finale di Davis contro l’Australia, molto meglio un bell’orologio ricordo!”) fu eletto per la prima volta nel consiglio federale, allora composto da 8 membri.

Vigeva consuetudine che il neoeletto offrisse il pranzo a tutti gli altri consiglieri anziani. Al momento del conto il presidente Orsini fece un segno al cameriere perché lo portasse a Canepele. Tutti si scambiarono un segno d’intesa. Canepele non fece una piega. Aprì con voluta lentezza il foglio ripiegato del conto e… ”sedicimila, perfettamente divissssciibile!”. Strappò l’ilarità generale e, indenne, se la cavò anche quella volta.

Vabbè, spero di non avervi stufato. Vero che oggi certi personaggi non ci sono più. Si attaccano alle poltrone come sanguisughe e non ti fanno sorridere neppure una volta per sbaglio.

Parliamo invece di Berrettini e Fognini, visto che di Fabbiano abbiamo già parlato a lungo per le sue virtù di “Giant-Killer” così poco gradite a Opelka e Karlovic e anche perché sta per uscire un eccellente articolo di Roberto Ferri sugli attuali top-ten degli “under 1 metro e 80” con una brillante storia su un campione di un metro e mezzo (o poco più… stiamo verificando l’esatto numero dei centimetri) capace di centrare – udite udite – due quarti di finale a Parigi, tre terzi turni a Wimbledon, quattro ottavi ai Campionati degli Stati Uniti, quando ovviamente non erano ancora Open. Vi voglio sadicamente lasciare con la curiosità di scoprire chi fosse.

Allora non starò a ripetere le eccellenti, dettagliate cronache dei due match vinti da Berretto e Fogna (oh, io non mi sarei permesso, dati anche i rapporti non idilliaci con il secondo, di ribattezzarli così, ma se lui per primo e i suoi amici non ci trovano nulla di disdicevole, io non capisco – come diceva Ferrini, comico nel team di Arbore – ma mi adeguo).

Certo è che Berrettini è sembrato tennista di altra epoca rispetto al pur glorioso (e ieri commosso e commovente) Baghdatis al canto del cigno. Ha rischiato di rimetterlo un attimo in corsa sul finire del secondo set quando si è distratto al momento di servire per il secondo set – subendo l’unico break e ritrovandosi a un tiebreak che era più prudente evitare – ma per il resto è stato sempre talmente in controllo che non c’è mai più stato un momento nel quale si potesse temere per lui.

Tutto il contrario per Fognini, dal quale non sai mai cosa attenderti. Pause e regali quando c’è lui non sono mai pochi, così come i colpi strappa-applausi capaci di suscitare mini-orgasmi nei veri intenditori del bel gioco.

Fabio Fognini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Doveva vincere il primo set e lo ha perso. Era avanti di due set a uno e ha perso male il quarto. Era avanti di un break e si è fatto raggiungere sul 3 pari. Lì, con una discreta angoscia nel cuore, sono dovuto scappar via a malincuore dalla sala stampa, per assistere ad una delle più vivaci conferenze stampa degli ultimi tempi, quella di Kyrgios che ne ha dette di tutti i colori sul conto dell’arbitro francese ma non è stato tenero neppure con Nadal che evidentemente non sopporta. Antipatia del resto reciproca che avrebbe immediatamente percepito anche il non addetto ai lavori che avesse visto anche soltanto la stretta di mano finale fra i due, senza che i loro occhi si incrociassero per un nano secondo. Mentre Kyrgios si toglieva tutti i sassolini dalle scarpe vedevo sul monitor che Fognini vinceva gli ultimi tre game, break all’ottavo gioco e ultimo servizio tenuto agevolmente.

Beh, avrebbe potuto fare la metà della fatica per arrivare per la quinta volta al terzo turno, ma alla fine l’importante è che ce l’abbia fatta. E forse che anche il suo prossimo avversario, Sandgren, da lui battuto due volte su due ma sulla superficie più amata e dopo 2 battaglie poco rassicuranti nel 2018 – 4-6 6-4 7-6(6) a Rio in ottavi, 7-6 7-6 nei quarti a Ginevra – ha dovuto soffrire per 3 ore e tre quarti per aver ragione di Simon, il francese che con Fognini vantava ben diverso record: 5 vittorie a zero! “Ma io l’ho battuto a Montecarlo…” scherzava Fabio che al Country Cub approfittò di un virus intestinale occorso al francese bestia nera.

Insomma, Sandgren serve bene, è vero, e Fognini quache break lo subisce sempre, però al terzo di turno di Wimbledon non ti può capitare tanto di meglio. Dopo 5 terzi turni, questo sembra la volta buona per raggiungere gli ottavi e la seconda settimana per la prima volta. In fondo questo 2019 fin qui ha girato bene. E, anche se guai a anche solo ipotizzare più di un passo alla volta quando gioca Fabio, se superasse Sandgren per raggiungere i quarti non si troverebbe di fronte una testa di serie, ma Millman o più probabilmente Querrey (che certo su questi campi una testa di serie la vale…).

Vedo francamente con più chances di arrivare al quarto turno lui che non Fabbiano oggi con quella vecchia volpe di Verdasco il quale sembra talvolta accusare qualche dolorino – ora la schiena… si è ritirato dal doppio, secondo me per precauzione – ma poi prima di mollare si farebbe crocifiggere. Sta giocando il 65mo Slam di fila… insomma non si può davvero dire che la salute lo abbia mai davvero abbandonato. Sei volte in carriera ha vinto match risalendo da 2 set a zero. Soltanto cinque tennisti in attività sono riusciti in un numero maggiore di remuntade. Era sotto due set anche contro Kyle Edmund (e tutto il Regno Unito) l’altro giorno, eppure ha vinto il terzo al tiebreak e poi quarto e quinto 6-3 6-4 alla faccia dei 36 anni che compirà a novembre.

È mancino Fernando e i mancini a Wimbledon, più che altrove, sarebbe sempre meglio poterli evitare. Se qua, in 16 precedenti apparizioni, il madrileno è arrivato 5 volte negli ottavi (e nel 2013 nei quarti, perse da Murray dopo essere stato avanti 2 set a zero), beh, non può essere un caso. Unica statistica a conforto delle speranze di Fabbiano: negli ultimi 3 anni qui Verdasco aveva sempre perso al primo turno. Insomma o ha preso lo stesso elisir di giovinezza del suo concittadino Feliciano Lopez ed è tornato a nuova vita quando nessuno più se lo aspettava, oppure le avvisaglie di un suo declino avevano un senso.

Ho lasciato per ultimo Matteo Berrettini, forse perché dei 3 è quello che a mio avviso e sulla carta ha più chances di diventare il quinto italiano dell’Era Open a raggiungere gli ottavi dopo Adriano Panatta nel ’79, Davide Sanguinetti nel ’98, Gianluca Pozzi nel 2000, Andreas Seppi nel 2013.

Le sue caratteristiche tecniche, servizio in particolare, la sua continuità sull’erba depongono a suo favore nei confronti del Peque, del piccolo Schwartzman che peraltro gli ha fatto un doloroso sgambetto agli ultimi Internazionali d’Italia. Ma insomma, sebbene si sottolinei spesso l’importanza degli appoggi bassi e dei colpi piatti sull’erba dell’argentino che ha fin qui dominato nei precedenti due turni (Ebden e Koepfer), secondo me il Berrettini di oggi è talmente sereno e convinto dei suoi mezzi che lo vedo vincente. E quindi avversario del suo idolo Federer (che avrà prima in Pouille il primo avversario di una certa consistenza) che… gli è sfuggito due volte. A Roma quando Matteo fu fermato dal norvegese Ruud, a Halle quando lo stop gli fu imposto dal belga Goffin. Speriamo che qui non valga la regola del due senza tre.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Dirò, a questo punto, di più: se tutti e tre gli azzurri approdassero agli ottavi mi stupirei forse per la triplice circostanza concomitante, ma non per ciascun singolo successo. Questo 2019 sembra l’anno buono perché accadano vicende inconsuete. Perché non sperarci? Due su tre, Berrettini e Fognini, sono favoriti anche in termine di classifica, per quel che conta, e quanto a Fabbiano il modo in cui ha giocato sia con Tsitsipas n.6 del mondo sia con Karlovic, consente di essere fiduciosi in un’altra sua brillante prestazione. Insomma, fatemi sognare un bel tre a zero Italia, che vorrebbe dire tutti e tre in seconda settimana. Questo sì che sarebbe un risultato degno di entrare a vele spiegate nella storia del nostro tennis.

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Editoriali del Direttore

Non sarà che Federer vince perché è felice mentre Nadal è triste?

LONDRA – Nell’eterna sfida fra i due rivali, un grande Federer e un Nadal poco brillante. Da tempo, fuorché sul “rosso”, Rafa perde con i due Fab. La chiave del successo? I due rovesci. Djokovic resta il favorito numero 1

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

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da Londra, il direttore

Tutta la storia di Federer-Nadal in 40 foto

 

È stato un grande spettacolo e una bella partita, ma non una partita paragonabile a quella del 2008 che è stata ed è ancora in lizza con alcune altre per il titolo “simbolico” e certo soggettivo per la “partita più bella di sempre”. Ma è stata comunque notevole, emozionante soprattutto nel finale, con scambi di straordinaria intensità e grande bellezza, nonché ricchi di suspense quando Roger Federer non riusciva a chiudere il match e Rafa Nadal non pareva disposto ad arrendersi. Formidabile atmosfera.

Hai voglia a negarlo, a sostenere che Wimbledon è un torneo anacronistico perché è l’unico torneo che davvero conta sull’erba in una stagione che dura un mese, ma l’atmosfera che si vive qui non la si vive da nessun altra parte e giustifica le code, l’irreperibilità dei biglietti, i prezzi esosi di quelli e del resto. Chi è stato a Wimbledon lo sa, lo ha percepito, non farebbe a cambio con nessun biglietto di nessun altro torneo. Vi sfido a trovare chi sostenga il contrario. È il tempio del tennis e spettacoli come quelli visti ieri, anche il match Djokovic-Bautista Agut per due set e mezzo, ti lasciano senza fiato.

Roger sarebbe riuscito a fare suo il match e a conquistare la dodicesima finale qui (!) soltanto al quinto matchpoint dopo che Rafa Nadal si era conquistato una palla per il 5 pari che, se trasformata, avrebbe forse potuto riaprire un duello nel quale il miglior duellante fino a quel punto era stato certo Federer. È finita in modo diverso rispetto al 2008, quando Nadal aveva vinto 9-7 al quinto, dopo aver perso le finali delle due precedenti edizioni, in quattro e in cinque set, smentendo le previsioni e le quote dei bookmakers che pagavano la vittoria di Rafa a 1,72 e quella di Roger a 2,10.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Così saranno Federer e Djokovic a contendersi il titolo più prestigioso e agognato. Sarebbe il nono per Roger (e lo Slam n.21) e il quinto per Novak (e lo Slam n.16). Se sarà il primo a centrare l’obiettivo eguaglierà i nove trionfi di Martina Navratilova. Intanto, per quel che conta, è il finalista più anziano con i suoi 37 anni e 11 mesi, dal 1974 – l’anno del mio primo Wimbledon – quando Jimbo Connors demolì la debole resistenza del trentanovenne Ken Rosewall. Se sarà invece il secondo eguaglierà quelli di Borg, anche se i suoi non saranno consecutivi come quelli dello svedese. Ma lo svedese poi smise praticamente di giocare, mentre Novak Djokovic non ne ha la minima intenzione.

Fra i due finalisti ci sono più head to head, 47, che in ogni altra rivalità maschile ad eccezione di Djokovic-Nadal (54 sfide). Il record all time però appartiene a Martina Navratilova e Chris Evert, che si sono sfidate ben 80 volte! E 43 a 37 è il bilancio favorevole a Martina. Novak ha battuto Roger 25 volte, ci ha perso dunque 22, ma forse è più significativo ricordare che Federer non ha più sconfitto Novak dal 2015 e che ci ha perso due dei tre duelli qui a Wimbledon, cioè le finali del 2014 e del 2015. Insomma il favorito dei bookmaker sarà Djokovic. Ma, come constatato, anche i bookmaker sbagliano.

Il Federer visto ieri è stato però uno dei più brillanti visti negli ultimi anni, secondo me migliore perfino di quello che vinse qui nel 2017, dopo cinque anni di digiuno. D’altra parte anche un Nadal meno vivo e reattivo dei giorni precedenti e delle sue migliori giornate, soprattutto con rovescio e servizio, è comunque capace di costringere Federer a giocare meglio di quanto potesse fare due anni fa un Cilic che ebbe anche problemi di natura fisica.

Rafa aveva annullato, sul 3-5 del quarto, due matchpoint con due grandi servizi, ma il modo in cui ha annullato terzo e quarto sul 4-5 e servizio Federer è stato da supercampione qual è e resta a dispetto della sconfitta: il primo dopo uno scambio pazzesco di 24 punti al termine del quale è riuscito a prendere l’iniziativa e chiudere il punto con un dritto lungolinea, il secondo con un coraggiosissimo rovescio incrociato vincente. Uno dei pochi, per la verità.

Poi Rafa ha avuto quella pallabreak per il 5 pari cui ho già accennato dopo che Federer aveva steccato clamorosamente un “pallonetto campanile” per nulla facile da “smecciare” – avevo pronosticato al mio vicino Steve Flink che era più facile sbagliarlo che chiuderlo – dopo uno straordinario recupero difensivo di Nadal. Ma Federer ha scampato la pericolosissima pallabreak con una rasoiata di rovescio che Rafa non è riuscito a tirar su per oltrepassare la rete.

Quel punto, con un diverso esito, avrebbe potuto avere notevoli ripercussioni psicologiche dopo i 4 matchpoint non trasformati. Il miglior Rafa avrebbe potuto farlo difendersi meglio. Ma come già detto – e senza nulla togliere ai meriti di Roger che ha giocato benissimo sia in risposta, sia di rovescio, sia al servizio – quello di ieri non era il miglior Rafa. Anche sul quinto matchpoint, quello decisivo, l’errore di rovescio – lungo – di Rafa è stato sì provocato da Roger, ma fin dalla risposta Rafa non era stato impeccabile.

Insomma onore a Roger che è sembrato in possesso di una condizione fisica invidiabile, da 25enne e non quasi 38enne, in un match che ha oltrepassato di 3 minuti le tre ore. Ma, forse anche perché un tantino influenzato dal mio vicino di tribuna stampa e hall of famer Steve Flink – il celebre collega americano con il quale ripercorro quotidianamente le giornate degli Slam nel sito inglese www.ubitennis.net (a mio avviso sono riassunti e puntualizzazioni migliori giornalisticamente di quelli che faccio in italiano per lo più da solo) – ho notato troppe volte un Nadal che giocava corto, che rispondeva poco, che subiva anziché aggredire come di consueto per aprirsi il campo.

Alla fine tutti e due hanno fatte circa 3 km di corsa (3046 metri Roger e 2994 Rafa), e Rafa di solito ne fa più del suo avversario perchè tende a coprire la maggior parte del campo con il dritto, ma il maiorchino avrebbe dovuto far correre ancora di più lo svizzero che invece lo ha sorpreso non arretrando mai, giocando sempre con i piedi sulla riga di fondo per anticipare tutti i colpi, arrivando a giocare stupendi rovesci coperti da fondo come fossero demivolée. Fluide a vedersi, difficilissime a farsi e anche a pensarle. Prodigi che possono riuscire soltanto a campioni del suo calibro.

E di nuovo, per la millesima volta, va dato atto a Ivan Ljubicic di averlo spinto a migliorare fin dalla risposta il rovescio, rendendolo aggressivo. Quando a Federer funziona il rovescio, per gli avversari, tutti gli avversari, sono dolori. E in semifinale ha funzionato alla grande. Non ha sofferto minimamente i servizi a uscire di Rafa, né quelle roncolate di dritto che anni fa lo facevano tanto tribolare. Ha risposto invece colpo su colpo, rovescio contro dritto, tagliandoli il minimo indispensabile, giusto per variare effetti e rimbalzi, e giocandoli a tutto braccio senza mai dare la sensazione di vivere gli antichi affanni, le vecchie angosce. Formidabile. Se sarà in grado di replicare tutto ciò anche contro Djokovic assisteremo ad una grande finale. Ma non garantisce che la vincerà.

Di fatto Roger ha risposto quasi sempre alla battuta di Rafa, dopo un primo set di assaggio in cui i due hanno ingaggiato una inconsueta battaglia di servizi. Niente a che vedere con il duello del 2008, che era stato soprattutto un duello di grandi scambi, di lunghi palleggi. Fino al tiebreak che lo ha deciso, infatti, non c’era stata che una sola palla break, quella salvata sul 4-3 per Federer da Nadal al termine di un fantastico scambio simil-match 2008.

Federer aveva perso solo 5 punti in 6 turni di servizio, e Nadal 9. Perché, come dicevo, Federer rispondeva meglio. L’aspetto abbastanza curioso del tiebreak è stato che nei primi 7 punti del tiebreak ci sono stati 6 minibreak. Rafa era avanti 3-2 con minibreak, poi ha perso 5 punti di fila: in tutto il tiebreak ha fatto un solo punto sul proprio servizio. Bravo Roger, ma non tanto bravo lui. Giusto il tempo di osservare a quel punto che su 7 tiebreak giocati su quel centre court dai due grandi rivali, ben sei se li era aggiudicati Federer.

Poi c’è stato, a confondere le idee, quell’ingannevole 6-1 per Nadal, dopo che sull’1 a 1, Federer si era conquistato due pallebreak consecutive. La seconda se la poteva giocare decisamente meglio. Dopo un’ora e 28 minuti, ma soprattutto dopo che Roger aveva perso 5 games di fila e 18 degli ultimi 21 punti, attorno a me non vedevo nessuno convinto che Federer si sarebbe ripreso come ha invece fatto.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Rafa ha subito una mazzata psicologica non da poco quando, subito il break nel quarto gioco a 30 dopo due punti strepitosi di Federer che da soli sarebbero valsi il prezzo del biglietto (magari non quello da 9.000 sterline che si poteva acquistare via Internet, ma quello da 185 face value direi anche di sì), ha avuto 3 pallebreak per il controbreak, ma lì Federer ha servito tre volte benissimo e c’è stato poco da fare per lui. Negli ultimi due turni di battuta Roger ha perso un punto, quindi dopo 2h e 06 minuti, era avanti due set a uno e in gran fiducia. Cosa che Rafa invece non mostrava avere più.

Sembrava Roger il più giovane e Rafa il più stanco. Lo sguardo era semi-spento, negativo. Sentiva che la partita non era nelle sue mani. Non riusciva a cambiarne il corso. Federer, salvo che in quel game in cui aveva concesso le 3 pallebreak, aveva dominato tutti i suoi servizi: 3 a zero e uno a 15. Rafa aveva dovuto soffrire su tutti gli ultimi tre turni di battuta su quattro. Come poteva essere ottimista? E l’inizio del quarto ha confermato il terzo. Nei primi 4 turni di servizio Roger ha ceduto 4 punti, uno solo nei primi due, mentre Rafa ha subito il break che non sarebbe più riuscito a recuperare, l’unico del quarto set, sull’1 a 1. A 30. E, come detto all’inizio, avrebbe salvato due breakpoint che erano anche due matchpoint sul 3-5. Il resto lo sapete.

Insomma, super Roger, ma Rafa sotto tono. Non ne ha fatto mistero a fine partita, se avete letto la sua intervista (qui invece trovate quella di di Federer) cui si è presentato con la stessa faccia scura di quando è uscito dal campo. La mia sensazione è che Rafa soffra di più il suo stato di campione di tennis che deve vincere e forza per dare un senso alla sua vita, rispetto a Roger che invece fra moglie, gemellini e tutto il resto, sembra più sereno, meno angosciato. Se vinco bene, se perdo pazienza, ho vinto talmente tanto e sto bene lo stesso, non devo dimostrare più niente a nessuno, nemmeno a me stesso, tanto più che ho già quasi 38 anni e secondo molti avrei dovuto già ritirarmi da un pezzo.

Rafa, anche se ha 5 anni di meno, potrebbe fare esattamente gli stessi discorsi, e ogni tanto anche qui a Wimbledon, li ha pure fatti. Ma a me talvolta – che non ho l’opportunità di vederlo mentre va a pesca nella sua Maiorca, né ho mai capito perchè abbia prolungato così tanto il suo fidanzamento con la sua eterna girlfriend che sposerà finalmente quest’annopare invece un ragazzo un po’ triste. Non mi aspetto che ce lo dica, anzi so che se glielo chiedessi direbbe che non è vero, però sul campo l’attitudine di Roger è talmente diversa che a me pare si veda.

Rafa invece ricorda un pochino il Djokovic di un annetto fa, quello che non sorrideva più. Sulla terra rossa è talmente più forte di tutti gli altri che può permettersi di non sorridere più. Sulle altre superfici, se si va a vedere i suoi risultati da 3 anni a questa parte con i due rivali più agguerriti, Djokovic e Federer, si vedrà che di motivi per sorridere sul campo non ne ha avuti. Battere tutti gli altri non gli basta. Non gli è mai bastato.

Rafa, Roger e Nole, campioni anche nelle gag

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Editoriali del Direttore

Chi ha fatto più progressi negli anni, Federer o Nadal?

LONDRA – Il difficile pronostico per il Fedal n.40, la semifinale più nobile e vecchia di sempre, 70 anni in due come Serena Williams e Strycova. L'”imbucato” Bautista Agut tenta il terzo sgambetto annuo a Djokovic

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019, Middle Sunday (foto via Twitter, @Wimbledon)

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L’unico “imbucato” al tavolo delle semifinali è Bautista Agut di cui la gente, per via del doppio cognome che prende spazio, fatica a ricordare anche il nome di battesimo. È Roberto, è testa di serie n.23 e prima di perdere un set con Pella, ma dopo averne vinti due, non ne aveva lasciato neppure uno per strada, unico fra i quattro superstiti. I quali, per inciso, fanno tutti insieme 134 anni sommando i 37 di Roger, i 33 di Rafa, i 32 di Novak, i 31 di Roberto che… siccome è il più giovane non può essere che, a questi chiari di luna, il meno favorito! Di certo a questi livelli, e non perché è il più giovane eh, è il meno esperto.

Roberto (voglio proprio chiamare per nome anche lui, sennò non è giusto…) ha battuto quest’anno – non dieci anni fa – due volte Novak Djokovic, a Doha e Miami. Proprio Djokovic sarà il suo avversario in semifinale, quella che per forza di cose verrà definita la semifinale meno nobile per il semplice fatto che l’altra la giocano per l’appunto Roger Federer e Rafa Nadal, al quarantesimo duello, al quarto sull’erba quando – dettaglio non indifferente – le altre tre partite erbose sono state tutte finali di Wimbledon. Capito? O finali o nulla! Come potrebbe dunque non essere la semifinale più nobile?

 

I due Extraterrestri che hanno dato vita alla rivalità più incredibile del terzo millennio, cominciata perfino prima di quelle tre finali consecutive in Church Road nel triennio 2006-2008 – e quindi rivalità iniziata quando ancora Djokovic sogna di diventare forte: Nole ci sarebbe riuscito sul serio quando conquistò il primo dei suoi 15 Slam in Australia nel gennaio 2008 – si ritrovano di fronte 11 anni dopo quella memorabile finale, una delle più belle ed emozionanti partite che io abbia mai visto. Finì 9-7 al quinto per Rafa, che aveva perso le due precedenti in quattro e in cinque set. Tre show spettacolari. Indimenticabili. Anche se l’ultima è quella che resta più impressa nella memoria di chi le ha viste tutte. Come chi scrive.

Di Bautista Agut, se avrete letto i giornali di oggi, sono sicuro non parlerà quasi nessuno. O comunque poco, molto poco. Lui è abituato da sempre, a 31 anni compiuti, a correre sempre sotto traccia perché quando si parla di tennisti spagnoli gli stessi spagnoli parlano solo di Rafa Nadal. Quante volte ho visto i colleghi iberici, che sono seduti nel nostro stesso settore qui nella sala stampa di Wimbledon, vuotare i loro scanni e partire verso casa appena Rafa perdeva, anche se magari c’era un Feliciano Lopez, un Fernando Verdasco, un David Ferrer, un Tommy Robredo ancora in lizza.

Lui, Roberto Bautista Agut, poi, è uno spagnolo atipico. Si è mai visto uno spagnolo che gioca meglio sui terreni veloci piuttosto che sulla terra battuta (fatta eccezione per Feliciano Lopez)? Uno spagnolo che centra la sua prima semifinale di Slam sull’erba di Wimbledon? Uno spagnolo che, a questo punto, merita di entrare comunque nella storia del tennis del suo Paese perché fino a quest’anno non era mai successo che gli spagnoli in semifinale fossero due. Eppure già nel ’65 Manolo Santana vinceva i Championships di Church Road. E poi la Spagna ha avuto, al contrario dell’Italia, fior di campioni, n.1 del mondo, top-5, Orantes, Bruguera, Ferrero, Moya, Corretja, Albert Costa.

Nessuno sembra pensare oggi che il modesto (nell’attitudine e non nel gioco) Bautista Agut possa fare il terzo sgambetto dell’anno – e il quarto in 11 sfide – a un Djokovic che ha vinto questo torneo 4 volte. Il tennista di Belgrado ha legittime ambizioni di vincerlo per la quinta volta dopo – ha detto lui – “aver giocato davvero bene queste ultime due partite”. Ha infatti lasciato 8 games al giovane francese Humbert (cui forse la H all’inizio del cognome ha finito per sottrarne un’altra all’inizio del nome, Ugo) e dopo essersi preso un mini-spavento con Goffin per aver inopinatamente ceduto un game di servizio sul 3-3 ha infilato 10 game di fila, 15 degli ultimi 17.

Insomma, io per primo ho accennato prima alla semifinale meno nobile, sapendo che tanto vi interessava più sapere – forse eh – il mio pensiero sulla seconda che è la semifinale più anziana mai giocata a Wimbledon nel torneo che non è quello dei senior, ma quasi potrebbe esserlo. I due grandi duellanti fanno 70 anni in due, proprio come curiosamente fanno anche Serena Williams, 37 come Roger, e Barbora Strycova, 33 come Rafa.

Solo che mentre Serena, a dispetto di una condizione atletica ancora insufficiente sebbene sia un po’ dimagrita, è nettamente favorita con l’avversaria che ha già battuto 3 volte su 3, invece Roger non lo è. Conta poco o nulla il bilancio degli head to head favorevole a Rafa, 24 a 15, come contano poco i duelli di 11-12 e 13 anni fa qui. Oggi come oggi contano pochino, ma qualcosa tuttavia contano, gli 8 trionfi di Roger a Wimbledon contro i soli due di Rafa (2008 contro Roger e 2010 su Berdych). Però diverse volte Rafa si è presentato a Wimbledon in condizioni davvero approssimative, senza nulla togliere a chi l’ha battuto. Due, tre, quattro? Fra il 2012 e il 2015 Rafa ha perso due volte al secondo turno, una al primo, una nei quarti prima di saltare l’edizione del 2016. Risultati non da lui. Rafa aveva saltato anche l’edizione del 2009, dopo che a Parigi si era arreso a Robin Soderling. Quello fu l’anno in cui Federer conquistò il suo unico Roland Garros, dopo 3 finali consecutive perse con Nadal.

Uno dei record più impressionanti di Federer – che ieri intanto ha vinto il match n.100 qui – almeno a mio modo di vedere, è quello delle semifinali consecutive raggiunte. Ne fece 23, da Wimbledon 2004 all’Australian Open 2010. Il che comporta a) avere avuto una straordinaria continuità di risultati su tutte le superfici, impresa possibile soltanto a un campione dallo smisurato talento b) avere avuto una condizione fisica spettacolare e una salute di ferro.

Di Rafa Nadal molti discutono perfino lo smisurato talento, semplicemente perché il suo tennis è apparso sempre più costruito che del tutto naturale – basti pensare che era un destro e che zio Toni lo impostò genialmente come mancino senza che lui lo fosse (ma questo non è talento? A voi riuscirebbe mettere un solo servizio nel rettangolo di gioco con la mano che non è la vostra naturale?), ma di certo rispetto a Federer è stato molto meno fortunato con la salute. Roger non è mai stato costretto al ritiro in 1484 match disputati nel tour! Questo dato non verrà mai citato fra i suoi record più prestigiosi, però è invece assai significativo. A Roma quest’anno Roger non è sceso in campo contro Tsitsipas nei quarti per via di quelle maledette righe che non si sa perché non venivano asciugate dopo essere state annaffiate a fine di ogni set, sebbene lui avesse denunciato quell’inefficienza più volte a Carlos Bernardes e non solo a lui  prima di scivolarci su e farsi male. Una genialata di cui nessuno si è naturalmente mai scusato.

Il fatto che per la prima volta ora Rafa sia riuscito a infilare una serie di sei semifinali consecutive (6 e non 23), non fa che sottolineare una condizione fisica diversamente cagionevole, precaria, fossero le ginocchia, le braccia, le caviglie a tradirlo. Probabili conseguenze di sollecitazioni fisiche più brusche e forzate, meno fluide e naturali di quelle di cui si è invece avvalso Federer.

Nadal e Federer – Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

COME FINIRÀ – Chiedermi un pronostico dopo quanto accadutomi con quello espresso per Berrettini mi parrebbe sadico da parte vostra. Osservo soltanto che fra i colleghi italiani in sala stampa qui c’è un sostanziale equilibrio. Un equilibrio che davvero non c’era alla vigilia della recente semifinale del Roland Garros fra gli stessi due protagonisti, quando io fui comunque il solo, se non ricordo male, a pronosticare un 3 set a zero per Nadal e…ogni tanto, per sbaglio, mi capita di azzeccarci.

Un giovane collega svizzero che gioca benino a tennis e che considero assai preparato, Mathieu Aeschmann che scrive in francese per Le Matin, ieri durante la conferenza stampa di Roger Federer ha fatto un’osservazione, seguita da una domanda, molto puntuale e intelligente: “Tutti non fanno che parlare dei grandi progressi di Rafa Nadal in tutti questi anni, rispetto ai tempi delle vostre finali qui sull’erba, il servizio, la risposta, il rovescio, il gioco a rete, ma non sarà mica progredito solo lui. Devi essere progredito anche te. In cosa?

E Roger gli ha risposto, in francese e quindi non lo troverete nei transcripts: “Sono probabilmente migliorato nella percentuale delle prime di servizio, nella continuità su certi ritmi di gioco, nella tendenza a prendere maggiormente l’iniziativa… vedo che lo fanno anche le donne. Si cerca tutti di essere più aggressivi, meno attendisti, a volte si esagera perfino un po’, siamo eccessivamente “hectic” quando si potrebbe essere anche più pazienti, ma il rovescio tagliato non è quasi più soprattutto difensivo…”.

Roger non ha accennato specificatamente a un grosso progresso, tecnico e tattico coinciso con l’arrivo in “panchina” di coach Ljubicic: il rovescio coperto che prima in risposta non giocava quasi mai, preferendo bloccare la risposta piuttosto che anticipare e aggredire, ma forse l’aveva pensato quando aveva appunto fatto presente la sua maggiore intraprendenza rispetto a 10 anni fa (e anche 5).

Sulla scia di quella domanda dell’amico svizzero ho fatto poi io a Nadal la stessa: “Tutti dicono e scrivono che tu Rafa sei migliorato tanto sull’erba, ma invece non lo si dice per Roger… che ha 37 anni e gioca in modo incredibile“.

La sua prima risposta è stata: “No, io non credo che siamo migliorati molto. Abbiamo aggiunto qualcosa perché ne abbiamo perse altre. Siamo stati costretti dall’età. La sola ragione per la quale siamo dove siamo è perché amiamo questo gioco e abbiamo molto rispetto per questo sport”.

La sua mi era parsa una risposta che accennava qualcosa, ma eludeva un po’ quel che volevo sapere. E ho allora insistito: “Ma il tuo servizio è migliore, la tua risposta è migliore, c’mon (in fiorentino sarebbe “Suvvia!” oppure “Dai retta!”) se li paragoni con dieci anni fa. Quindi anche Roger fa qualcosa meglio, e ti sto chiedendo cosa…”.

Rafa Nadal: “E ti do una risposta chiara. Io corro meno per cui ho bisogno di servire meglio. Probabilmente non posso più giocare 20 settimane all’anno, per cui ho bisogno di programmarmi diversamente per migliorare tutto quel che posso per essere competitivo ogni volta che scendo in campo. Naturalmente sì che servo meglio. Sì che gioco meglio il rovescio. Forse gioco meglio le volée, lo slice, ma anche così non so se il mio livello oggi batterebbe il mio livello di anni addietro. In termini di miglioramento non so… in termini di riadattamento del mio gioco, riadattare il nostro gioco, parlando di me e di Roger, di sicuro ci sono molte cose che cerchiamo per restare fra i migliori del mondo”.

Come avrete certo notato tutti e due i giocatori hanno preferito parlare di loro stessi e dei loro progressi piuttosto che di quelli dell’altro. Perché? Perché, ragazzi, i due campioni sono anche molto intelligenti fuori dal campo.

Ho preso tempo prima di espormi al pubblico ludibrio. Vi giuro che chiunque vincesse non mi coglierebbe davvero di sorpresa. A un mini-referendum interno lanciato da Luca Marianantoni ho buttato lì: vittoria di Nadal in 5 set. Quindi tutti coloro che mi hanno preso in giro per il mio pronostico su Berrettini si sentiranno in dovere di credere che probabilmente vincerà invece Federer. Non farò tifo a protezione del mio pronostico, non sono fatto così. Al Roland Garros, dove pure avevo dato favorito Nadal, mi sarebbe piaciuta la storia di un Federer che vinceva. Qua le storie sono belle entrambe, vinca l’uno oppure l’altro. Poi magari sarà Djokovic a mettere tutti d’accordo e quella, giornalisticamente – non fraintendete! (anche se so che c’è chi lo farà vi diffido ugualmente) – sarebbe una storia meno eccitante, salvo che ne venga fuori una finale pazzesca. Ma una cosa alla volta. Intanto auguriamoci una grande semifinale, magari due, Djokovci permettendo …a Bautista Agut. Però lì mi auguro ugualmente che vinca Djokovic, perché pur con tutto il rispetto per Bautista Agut lui in finale contro Nadal (no, per favore no, una finale tutta spagnola no!) e anche contro Federer mi toglierebbe gran parte del buon sapore per il quale ho già l’acquolina in bocca.  

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Chiudo con le donne. Non vedo la Strycova nei panni di Roberta Vinci, in una riedizione della semifinale US Open 2015. Fra Halep e Svitolina non so davvero che pesci pigliare. Secondo me la miglior Halep è più forte della miglior Svitolina ovunque. Ma questa superficie è più infida, traditrice. Quindi può accadere di tutto. Dipende da che parte del letto, e su quale piede, scendono tutte e due.

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Editoriali del Direttore

Berrettini ha deluso ma la top 10 non gli è preclusa

LONDRA – Ha solo 23 anni e migliorerà. Il campione di Wimbledon 1973 Jan Kodes fa a gara con Ubaldo Scanagatta. E la Strycova con Roberta Vinci. Serena a un passo e mezzo dallo Slam n.24 e Margaret Court

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Londra, il direttore

Se qualcuno mi chiede ancora se Matteo Berrettini è quello visto contro Federer, rispondo di no. Se qualcuno mi chiede se arriverà a essere un top 10 non mi faccio influenzare dal match perso malamente con un grande Federer e rispondo: non lo so. Se qualcuno mi chiede se lo escludo, una sorta di follow-up alla questione precedente, dico: non mi sento di escluderlo perché ho visto troppi “late-bloomer” nella mia carriera, cioè giocatori che hanno dato il meglio dopo una certa età. Perché non Berrettini allora? La consapevolezza dei propri limiti è uno straordinario stimolo a lavorare per superarli. Si fosse sentito già un “quasi arrivato”, come è successo a tanti giocatori più presuntuosi di lui, allora sarei stato negativo sul suo futuro. Ma Matteo e il suo clan hanno la testa sulle spalle. Il pericolo costituito dall’imborghesimento che ti fa adagiare sugli allori non mi pare abbia ragion d’essere.

Ciò dico anche se – mi rendo conto – è ben diverso progredire da n.60 a n.3 rispetto a passare da n.20 a top 10. Però ci sono stati giocatori che sono arrivati a essere top 10 dopo molti anni di onorata carriera. E non erano tutti fenomeni. Ci torno più giù.

 

Fra gli uomini, e potrei citare giocatori italiani che non godevano di grande credito ma che hanno fatto grandi progressi dopo i 27 anni, i primi che mi vengono in mente senza sforzarmi troppo sono Sanguinetti, Pozzi e Seppi.

Senza fare grandi ricerche, se a Fognini è riuscito a diventare per la prima volta top ten (a giugno 10 e forse 9 a luglio) a 32 anni, idem a Isner anche lui n.9 a 32, idem a Melzer e Fish intorno ai 30, perché non dovrebbe riuscirci Matteo Berrettini entro qualche anno visto che, oltretutto, rispetto ai contemporanei avrà il grande vantaggio – nel giro di pochi anni – di non avere più tre poltrone occupate in modo permanente dai tre “marziani”  Federer, Nadal e Djokovic? Non ci fossero stati quei tre – anzi, c’era pure il quarto Fab Four Murray –  Fognini sarebbe stato n.10 già nel 2013.

Prendo pari pari un commento dell’ottimo Alex Irene, che ho invano pregato più volte di mettersi in contatto con noi su direttaubitennis@gmail.com per vedere se potevamo persuaderlo a collaborare con Ubitennis: “Nessun italiano forte a mia memoria ha giocato con tale autorevolezza la sua prima finale (si riferisce a Berrettini quando a Gstaad vinse il torneo battendo Bautista Agut): Camporese Cancellotti e Furlan persero netto da Perez Roldan a San Marino, da Arias a Firenze e da Oncins a Bologna giocando al di sotto delle proprie possibilità; Canè Gaudenzi Starace Volandri Seppi Fognini lottarono, ma senza fortuna, contro Jaite a Bologna, Berasategui a Stoccarda, Almagro a Valencia, Moya a Umago, Mathieu a Gstaad e Simon a Bucarest”.

Ora, nel ringraziare Alex per il suo contributo, sfido chiunque a non considerare una sorta di finale quella che Berrettini si è trovato ad affrontare sul centre court di Wimbledon contro Sua Maestà Roger Federer.

Insomma di alibi per giustificare la pesante sconfitta ce ne sarebbero a bizzeffe. Da ultimo faccio presente l’età degli otto quartofinalisti di questo Wimbledon partendo dal più anziano: Federer 37, Nadal 33, Djokovic 32, Bautista Agut 31 (e sono i più probabili semifinalisti, anche se Guido Pella ha clamorosamente mandato a casa gli ultimi due finalisti di Wimbledon, Anderson e Raonic, che fanno tre con il Cilic eliminato lo scorso anno), Querrey 31, Nishikori 29, Pella 29, Goffin 28. Insomma, Matteo ha almeno cinque anni per… mettersi in pari con il più giovane del lotto, Goffin, che è stato top-ten, sia pure per breve tempo.

Chi è sicuro che non possa arrivarci è un vero pessimista. Come ho già scritto altre volte, nelle retrovie dei top 10 sono arrivati anche giocatori che non erano tecnicamente formidabili, che non avevano limiti meno evidenti di quelli manifestati dal nostro a 23 anni. Diamo tempo al tempo, confidiamo nella serietà del lavoro che faranno Berrettini, Santopadre e Rianna, e poi vedremo, con più cognizione di causa, quando Matteo avrà 27 anni.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Io non mi sbilancerà più su Matteo per un po’, dopo aver ciccato clamorosamente quella profezia secondo cui non avrebbe mai potuto perdere da Federer 61 62 62. Il video con la conferenza stampa e il siparietto scherzoso con Roger Federer sta diventando virale, soprattutto in Svizzera ha fatto il giro di tutti i Cantoni.

Però voglio dirvi che stamani quando ho raccontato al campione di Wimbledon 1973 Jan Kodes la mia disavventura lui si è messo a ridere, prima di raccontarmi cosa è successo a lui: “L’altro giorno c’erano ben quattro ceche in ottavi di finale e uno era un derby: Pliskova-Muchova. Poi c’erano Kvitova contro Konta, Strycova contro Mertens. I giornalisti cechi mi hanno intervistato e io ho detto quel che avrebbe pensato chiunque: ‘Quelle che faranno più strada dovrebbero essere Pliskova e Kvitova”.  Well, Pliskova e Kvitova hanno perso, Muchova e Strycova sono andate invece avanti (poi in semifinale ci è arrivata solo Strycova). Così stamani sul giornale di Praga ci si interrogava: “Ma Kodes capisce di tennis?”. Che consolazione! Se sbaglia Kodes che ha vinto Wimbledon non posso sbagliare io… che ho vinto il torneo al Golf Club dell’Ugolino?

Fra le donne mi è ancora più facile – e in questo caso si parla invece di raggiungere posizioni di notevole preminenza – sottolineare come non si debba essere necessariamente enfant-prodige per salire ai vertici delle classifiche mondiali. Tre delle nostre Top-Ten, Schiavone che ha vinto Parigi da over 30, Pennetta e Vinci che hanno fatto la famosa finale dell’US Open e l’ingresso fra le top 10 anch’esse in età matura (Pennetta ci era riuscita già nel 2009 a 27 anni, Vinci a 33), sono la testimonianza di quanto affermo. Silvia Farina non ce l’ha fatta per un pelo a lasciarsi la posizione n.11 alle spalle, ma se non erro quando c’è stata più vicina aveva anche lei superato i 30.

Fra le donne è indubbiamente meno difficile, c’è minor competizione, ma certo mi fa effetto vedere che qui a Wimbledon ha raggiunto la sua prima semifinale di Slam una ragazza di 33 anni, Barbora Strycova. Batte il record che apparteneva a Robertina Vinci, prima volta semifinalista all’US Open a 32 anni.

Se penso che ho visto Strycova perdere contro Sara Errani al torneo olimpico di Rio de Janeiro solo tre anni fa (62 62, mentre quando perse la finale di Dubai fu addirittura un 60 62), mi prende sconforto e tristezza. Strycova aveva già 30 anni, non era una bambina. Non so quale dei miei prossimi quesiti possa ritenersi il più giustificato. Cosa è scattato, quale clic, nella Strycova a 30 anni, se a 29 era n.41 a fine anno, a 28 n.26, a 27 n.92, a 26 ancora n.92, a 25 n.44 e in una vita da tennista aveva vinto solo 2 tornei minori, Linz e Quebec City? Cosa è successo a Sara Errani a 29 anni dopo che in carriera aveva invece vinto la bellezza di 9 tornei, fra cui il Premier di Dubai, ma figurano anche nel suo palmares le finali del Roland Garros, del Foro Italico, le semifinali a Parigi e New York, più i quarti in Australia? Possibile che l’amara e angosciosa vicenda del tortellino l’abbia condizionata a tal punto che non sia più capace di battere altro che da sotto?

Accadono cose che davvero non si si spiegano facilmente. Confesso che un po’ mi dispiace in questo frangente tirar fuori l’argomento dello spaventoso declino di Sara che – sono certo –  avrebbe fatto volentieri a meno di ritrovarsi per colpa mia sotto i riflettori. Non ho né avevo nessuna intenzione di infierire, ma quando mi sono ricordato di questi confronti diretti fra Barbora e Sara, ho pensato alla ragazza che ha raggiunto la quinta posizione mondiale e ora non riesce nemmeno a rientrare tra le prime cento. Com’è che ce la siamo persa per strada quando avrebbe dovuto essere ancora competitiva…

Fra l’altro ho visto che proprio ieri Sara ha perso a Baastad contro Vikhanyantseva (n.105 WTA) 60 63. Mi dispiace. Non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel. L’importante sarebbe che la vedesse lei. Ma la vede?

Tornando a scrivere di Wimbledon credo che a Serena Williams non sia proprio dispiaciuta la vittoria della Strycova su Johanna Konta, letteralmente massacrata dalla stampa britannica che non le ha mai perdonato i suoi rifiuti di concedersi al gruppo dei giornalisti Brit sulla falsariga di quanto fanno Federer, Nadal e Djokovic i quali, esaurite le conferenze stampa con i giornalisti di tutto il mondo, concedono ai connazionali qualche minuto in più. Battere Konta in Inghilterra pone più problemi, per via del tifo che anche nel tempio del tennis non è per nulla timido.

A Serena mancano due successi per raggiungere i 24 titoli conquistati da Margaret Court Smith. Secondo me ha già un piede in finale. Lì però dovrà farsi valere e giocare meglio che con la generosa Riske, capace di commettere un doppio fallo nelle due palle break che ha dovuto affrontare nel terzo set.

Per i quarti maschili di oggi, vi lascio alle previsioni dei miei validissimi collaboratori, dopo che il secondo anno di fila e per la quinta volta in totale i Big 3 Djokovic, Federer e Nadal, si trovano tutti insieme appassionatamente nei quarti. Vero che soltanto nel 2007 riuscirono tutti e tre ad approdare alle semifinali (Nadal battè Djokovic e perse da Federer in finale), ma io credo che quest’anno sarà la seconda volta. Negli ottavi hanno perso zero set e 19 game fra tutti: 8 Djokovic con Humbert, 5 Federer con Berrettini, 6 Nadal con Sousa. Che possano perdere con Goffin, Nishikori e Querrey mi sembra altamente improbabile (anche se ci sarebbe un dato statistico da considerare). Ma chi si sbilancia più dopo la gaffe Berrettini?

David Goffin – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

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