WTA Finals: ombre cinesi

Al femminile

WTA Finals: ombre cinesi

Ashleigh Barty ha confermato il primato nel ranking vincendo il Masters 2019, ma l’organizzazione WTA non è stata all’altezza dell’importanza del torneo

Pubblicato

il

Elina Svitolina e Ashleigh Barty - WTA FInals 2019 Shenzhen

Si annunciava un Masters 2019 molto interessante, ricco di protagoniste con stili di gioco differenti e con nuove rivalità capaci di accrescere l’attenzione degli appassionati. Invece, alla prova dei fatti, la grande attesa si è risolta in un torneo zoppicante. Le prime due favorite, Andreescu e Osaka, non hanno nemmeno concluso il round robin per problemi fisici; si sono alzate parecchie lamentale per le caratteristiche del campo; e a conti fatti ci sono state addirittura quattro rinunce, tra forfait e ritiri. Insomma, il primo Masters cinese ha avuto più ombre che luci (che comunque non sono mancate). Cominciamo dalle condizioni di gioco, che hanno fatto discutere come non mai.

La “velocità” del campo
Dopo l’esperienza delle Finals 2018, caratterizzate dal lentissimo campo di Singapore (vedi nel dettaglio QUI), era inevitabile che si volesse sapere il prima possibile quali fossero le condizioni di gioco nella Arena di Shenzhen. Intervistate dopo gli allenamenti preparatori, le giocatrici hanno definito le condizioni di gioco “lente”. È stato l’inizio di un dibattito che è proseguito per tutta la settimana.

La questione è tornata ripetutamente nelle domande dei giornalisti presenti sul posto, negli articoli di chi ha scritto le cronache dei match, ma anche sui social media e sui forum di appassionati, inclusi quelli di Ubitennis. È del tutto comprensibile, perché si tratta di un tema importante, con significative conseguenze sul torneo. Penso però che per affrontarlo sia necessario cercare di essere più precisi e dettagliati, anche se alcuni passaggi risulteranno noiosi. Ma sono indispensabili per capirsi.

 

Parlare genericamente di velocità del campo, infatti, non è sufficiente per individuare il problema di Shenzhen e arrivare a una conclusione ragionevole e condivisa. Procediamo per gradi.

Punto primo. Quando si parla sinteticamente di “velocità” dei campi, in realtà si intende l’insieme delle condizioni di gioco, che comprendono quindi anche le palline, la qualità dell’aria (temperatura, umidità, densità etc) e perfino l’architettura dell’impianto. La gran parte di questi aspetti sono misurabili oggettivamente, e per questo alla fine si traducono in un valore che definisce la velocità del campo.

Punto secondo. Per quanto riguarda il cemento, si possono realizzare campi in cemento velocissimi come campi lentissimi. Sia chiaro: se sono così assertivo è perché queste non sono idee mie, pareri opinabili, ma dati di fatto certificati e misurati dalla Federazione Internazionale Tennis.

– Punto terzo. È la parte fondamentale per quanto riguarda Shenzhen. La tabella di riferimento ITF spiega come siano due i fattori fondamentali che determinano la velocità di una superficie: il coefficiente di frizione (attrito) e il coefficiente di restituzione (elasticità). È la loro combinazione che definisce la autentica velocità di un campo (Court Pace Rating):

Non conta quindi solo la velocità della palla dopo il contatto con il terreno, ma anche l’altezza del suo rimbalzo.

Spesso si è abituati ad associare automaticamente lentezza della palla a rimbalzo alto. Vale a dire: un campo “lento” ha rimbalzi più alti, mentre uno “veloce” rimbalzi più bassi. Ma è una semplificazione non corretta.
Si possono avere campi veloci con rimbalzi alti ma anche campi lenti con rimbalzi bassi: questi ultimi non saranno i più lenti in assoluto, ma rientreranno comunque nella categoria di quelli lenti. E con questo concetto chiudo la parte indiscutibile, perché legata ad aspetti oggettivi.

Arriviamo dunque alla mia personale interpretazione. Secondo me, le condizioni di gioco di Shenzhen appartenevano a quella poco frequente tipologia citata sopra: campo lento a rimbalzo basso. Per questa conclusione non faccio molto affidamento sulle riprese TV (basta spostare l’angolo della telecamera principale per essere ingannati su parabole e rimbalzi); lo deduco da una serie di altri indizi.

Innanzitutto le dichiarazioni delle protagoniste. Osaka, Pliskova e Kvitova hanno genericamente parlato di campo “lento”. Ma altre tenniste hanno detto di più. Ashleigh Barty dopo i primi allenamenti ha descritto il campo di Shenzhen come simile ad alcuni di Fed Cup, con una sottostruttura che produce rimbalzi più bassi del solito e non sempre prevedibili. “It’s a little bit of a similar surface to an indoor Fed Cup surface, where it’s on boards, a little bit lower bouncing at times, can be a little bit unpredictable with how it reacts to spin”.

Mentre Belinda Bencic ha usato la sabbia come paragone: ”I think these courts are, like, terrible for movement of players and for the muscles because it’s like sand”.

Forse chi si è dilungata di più sulle specificità è Simona Halep, che, giorno dopo giorno, ha cercato di descrivere sempre meglio le sue sensazioni a Shenzhen. Martedì 29 ottobre, dopo il match con Andreescu: “Il campo non è veloce ma allo stesso tempo non è lento” (“The court is not fast but not slow in the same time”). Sembra una dichiarazione senza senso, ma si spiega con le caratteristiche particolari che ho ipotizzato. Cioè alto attrito (classico riferimento dei campi lenti) “is not fast”; ma anche rimbalzo basso (classico riferimento dei campi veloci) “but not slow”.

Sempre Halep, mercoledì 30 ottobre dopo il match con Svitolina: Questo campo non fa per me. In un certo senso è molto morbido. (…) La palla a volte non ti “viene incontro”, a volte non rimbalza. È davvero difficile trovare il ritmo. Ecco perché in certi casi ho cominciato a picchiare troppo e ho finito per stancarmi”. (“This court is not great for me, for my game. It’s very soft in a way. (…) The ball doesn’t really come to you sometimes, sometimes doesn’t bounce. It’s really tough to find a rhythm. That’s why sometimes I start to overhit, and then I get tired”).

Queste le parole di alcune protagoniste. L’altro indizio fondamentale sono le partite, il modo in cui sono state condotte, gli schemi attuati, quelli che hanno reso oppure no. E da questi aspetti si possono dedurre anche le differenze con il campo del Masters dello scorso anno.

A mio avviso a Singapore 2018 il campo era del tipo lento a rimbalzo alto. Assorbiva energia e restituiva una palla senza peso ma facilmente gestibile. Queste condizioni erano così estreme da stravolgere i normali schemi di gioco: la palla rallentava e saliva in aria, in attesa di essere rimandata senza regalare potenza “gratis” a chi colpiva. Il tennis di pura rimessa era estremamente avvantaggiato, visto che ogni parabola era quasi sempre recuperabile; tanto che colpire lungolinea era diventato controproducente, perché si traduceva in un rischio senza ricompensa. Quasi aboliti anche i contropiede: nessuna giocatrice in difesa si muoveva prima, perché non era necessario anticipare le scelte dell’avversaria.

Non è stato così a Shenzhen. Campo lento ma con rimbalzo basso. Il rimbalzo basso ha invece reso difficili i recuperi sui cambi di geometrie, restituendo, se non altro, il vantaggio a chi rischiava i lungolinea. Altro aspetto che è diventato molto producente: lo slice. Come accade sull’erba classica, dove i back rimbalzano poco e rendono molto difficile e faticosa la loro gestione, sul campo di Shenzhen gli slice erano particolarmente efficaci. Mentre per ottenere un vincente in topspin occorreva potenza superiore (e questo spiega la fatica di Halep citata prima).

Malgrado simili problemi, il campo di Shenzhen consentiva quindi diverse tattiche di gioco vincenti, a differenza delle caratteristiche assolutamente monodimensionali privilegiate a Singapore. Resta comunque il fatto che nessuno dei 15 match disputati a Shenzhen si è concluso con entrambe le giocatrici con saldo positivo tra vincenti ed errori non forzati.

Teniamo presente tutto questo e analizziamo le qualità fisico-tecniche delle protagoniste. A mio avviso questo campo era il più adatto per due di loro: Ashleigh Barty e Kiki Bertens. Entrambe dotate di un ottimo servizio e di un dritto di potenza superiore, in grado di andare oltre la lentezza del campo. E con in più, rispetto alle altre, l’arma dello slice di rovescio, un colpo naturale che eseguono a regola d’arte. Un colpo in grado di incidere sulle avversarie nello scambio interlocutorio, tanto da far sentire loro la stanchezza in misura maggiore a fine match. Infatti contro Barty hanno ceduto alla distanza sia Bencic (5-7, 6-1, 6-2) che Pliskova (4-6, 6-2, 6-3).

Bertens è stata l’unica a sconfiggere Barty nello scontro diretto (3-6, 6-3, 6-4) e penso che se non fosse subentrata a girone iniziato (al posto di Osaka) avrebbe quasi sicuramente battuto Kvitova; mentre non sappiamo come sarebbero andate le cose con Bencic (7-5, 1-0 ritiro) se non avesse avuto un malessere, probabilmente dovuto al troppo tennis dell’ultimo periodo (nessuna ha giocato quanto lei dopo gli US Open).

a pagina 2: Gli infortuni

Pagine: 1 2 3 4

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

US Open 2020, scontro generazionale

Naomi Osaka e Jennifer Brady da una parte, Victoria Azarenka e Serena Williams dall’altra. A New York la gioventù ha prevalso sull’esperienza

Pubblicato

il

By

Naomi Osaka - Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Una conferma e una smentita: il primo Slam giocato nell’epoca del Covid ci ha consegnato un risultato che può essere interpretato in modi diversi. La conferma: nel tennis femminile prosegue la regola che vede il successo negli Slam delle giocatrici giovani. È stata infatti la ventiduenne Naomi Osaka a conquistare il titolo; Osaka è nata il 16 ottobre 1997, e quindi non ha ancora compiuto 23 anni. Dallo US Open 2018 abbiamo sempre avuto vincitrici sotto i 24 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019.

La smentita: questa volta non abbiamo aggiunto un nome nuovo alla lista di vincitrici di Major, come era accaduto di recente (Kenin, Andreescu, Barty). Osaka, infatti è già al suo terzo titolo “pesante”, e ancora giovanissima sta costruendosi un palmarès degno di nota, capace di non sfigurare anche nei raffronti storici con le grandi giocatrici del passato di pari età.

Rimane da definire il valore assoluto del torneo, il contenuto tecnico di una competizione che non aveva al via sei delle prime otto giocatrici del ranking (Barty, Halep, Svitolina, Andreescu, Bertens, Bencic), e con in più l’anomalia della assenza di pubblico a sottolineare l’eccezionalità della situazione. Come ho già scritto in sede di presentazione, penso che solo i tempi della storia stabiliranno la definitiva percezione di questo torneo. Oggi noi possiamo però provare a definire la qualità delle partite giocate.

 

La caduta delle prime due teste di serie
Come detto, delle prime otto giocatrici del mondo, ne erano presenti solo due: Karolina Pliskova (tds 1, numero 3 del ranking WTA) e Sofia Kenin (tds 2, numero 4 del ranking WTA) campionessa in carica dell’Australian Open 2020.

A conti fatti nessuna delle due è risultata protagonista del torneo. Pliskova è stata eliminata al secondo turno da una “nobile decaduta” come Caroline Garcia; oggi fuori dalle teste di serie, ma ex numero 4 del ranking. Credo che per molti aspetti la situazione di Pliskova possa essere considerata esemplare di quanto accaduto a molte giocatrici in questo periodo.

Come si era già capito dalla sua prestazione nel Premier di NewYork/Cincinnati (quando era stata eliminata all’esordio da Kudermetova), Pliskova non era in forma. Credo che per le giocatrici non sia stato semplice gestire preparazione e allenamenti in un contesto del tutto inedito, con un calendario incerto e in continuo divenire. Sbagliare qualcosa nella tempistica era molto facile, e inevitabilmente qualcuna ne ha pagato le conseguenze.

Alla precaria condizione fisico-tecnica, probabilmente Karolina ha aggiunto nello Slam una ulteriore incertezza mentale, causata dalla brutta sconfitta nella settimana precedente. Di fatto il match perso contro Kudermetova aveva certificato la sua scarsa competitività, e sono convinto che la consapevolezza di essere giù di forma non l’abbia aiutata a giocare tranquilla contro Garcia. Chissà, forse se fosse scesa in campo con un atteggiamento più ottimista sarebbe riuscita a recuperare un match nel quale era partita male, ma che nel secondo set poteva ancora essere raddrizzato (6-1, 7-6). Sta di fatto che il tennis funziona con un meccanismo drastico e crudele: un solo passo falso e sei fuori dalla competizione, e questa Pliskova non era pronta per superare le trappole che il tabellone le aveva proposto.

Situazione un po’ diversa per Sofia Kenin, che si è spinta sino agli ottavi di finale. Kenin stava trovando la condizione match dopo match, migliorando progressivamente il rendimento. Lo aveva dimostrato al terzo turno quando aveva sconfitto una giocatrice in ascesa e dal gioco brillante come Ons Jabeur: dopo aver sofferto nel primo set, Sofia aveva finito per prevalere alla distanza grazie alla maggiore continuità mentale (7-6, 6-3).

Poi però nel match degli ottavi di finale, Kenin ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa il cambiamento di status determinato dalla vittoria all’Australian Open. In pratica a New York ha dovuto affrontare la classica situazione di una fresca campionessa Slam: le avversarie ti considerano un “target”, un bersaglio grosso a cui mirare per affermarsi. E se sono di ranking inferiore, giocano contro di te avendo poco da perdere. La responsabilità e il rischio del fallimento ce l’hai tu, che hai vinto a Melbourne e sei chiamata a confermarti a quei livelli. Psicologicamente la peggiore situazione possibile.

Kenin ha trovato di fronte a sé una Elise Mertens in giornata di grazia. Soprattutto il primo set di Mertens è stato eccezionale: Elise ha sfiorato la perfezione, visto che ha commesso appena 4 errori non forzati (e nessuno nei primi sei game) a fronte di 12 vincenti, ottenuti tenendo costantemente in mano la situazione. Vincenti raccolti in ogni modo: 3 ace, 3 dritti, 4 rovesci, 2 volèe. Mai avevo visto una Mertens tanto ispirata, esprimersi così sicura e a braccio libero. In conferenza stampa ha detto: “Oggi ha funzionato tutto”. E davvero non ha esagerato.

Kenin, di fronte a un’avversaria in tale condizione, ha percepito il rischio della sconfitta come un peso sempre più grande, sino a diventare insostenibile. A dispetto del punteggio, (6-3, 6-3), in realtà i due set sono stati piuttosto differenti. Dopo avere provato ad arginare in modo razionale la situazione nel primo set, nel secondo Sofia è andata in crisi anche sul piano mentale. Normalmente è una giocatrice molto carica sul piano agonistico, che però riesce a mantenersi tatticamente sempre lucida. Non è stato così in questo match.

Nel secondo set una volta che si è trovata sotto di un break, Kenin ha cominciato a cercare il vincente su ogni palla: non era più il suo solito tennis, ma una specie di scommessa alla va o la spacca. In questo modo ha sì aumentato il numero di vincenti, ma anche quello degli errori non forzati. Con questo atteggiamento, di fatto Sofia si è consegnata alla avversaria, che ha raccolto tutto il possibile commettendo appena 3 gratuiti.

Alla fine il saldo tra vincenti ed errori non forzati ha restituito la differenza di rendimento in modo evidente: +13 Mertens (20/7), -3 Kenin (23/26). Insomma, un conto è vincere un grande torneo partendo a fari spenti, un altro confermarsi con tutte le responsabilità e le attenzioni riservate alle prime del ranking. Kenin sta affrontando il tipico percorso che tocca inevitabilmente a ogni nuova vincitrice Slam.

a pagina 2: Serena Williams

Continua a leggere

Al femminile

Verso lo US Open più indecifrabile di sempre

Si torna finalmente a giocare uno Slam, ma senza reali certezze tecniche e con molte incognite. Saprà Serena Williams confermare il ruolo da favorita?

Pubblicato

il

By

Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Nella settimana che precede l’inizio di uno Slam questa rubrica è dedicata alla presentazione del grande evento in arrivo. Sarà così anche questa volta, anche se ci troviamo in una situazione anomala, del tutto diversa da un normale vigilia pre-Major.

I motivi sono ormai arcinoti: lo svolgimento del torneo all’interno della “bolla”, la mancanza di pubblico, i pochissimi match di preparazione disputati e l’assoluta incognita sulle condizioni di forma delle tenniste di vertice. Se possibile la sensazione di incertezza è ulteriormente aumentata in queste ore, dato che le prime due teste di serie sono state sconfitte all’esordio nel Premier di preparazione (normalmente svolto a Cincinnati ma quest’anno ospitato nell’impianto di Flushing Meadows). La testa di serie numero 1 Karolina Pliskova è stata infatti eliminata da Veronika Kudermetova per 7-5 6-4, mentre Sofia Kenin è stata estromessa da Alizè Cornet per 6-1, 7-6 (dopo aver rischiato di perdere ancora peggio, visto che ha salvato due match point sul 6-1, 5-2).

Insomma, al momento la situazione in vista dello Slam è questa: le condizioni di forma della giocatrici presenti sono ancora tutte da capire, mentre già sappiamo che ci saranno assenze di rilievo. Il campo di partecipazione delle Top 10 è infatti menomato, tanto che ci si chiede: in una situazione del genere quanto varrà il prossimo US Open? Andrà considerato come uno Slam “vero” oppure no? Per esempio Marion Bartoli lo ha già ridimensionato in partenza. Lo ha fatto ricorrendo a una iperbole (“Mancheranno 20 dei migliori 32 al mondo”), ma se invece che numeri generici avesse citato il dato reale, forse non avrebbe fatto meno impressione: infatti mancheranno sei delle prime otto giocatrici del mondo. Ecco l’elenco delle Top 10 assenti:

 

1 Ashleigh Barty
2 Simona Halep
5 Elina Svitolina
6 Bianca Andreescu
7 Kiki Bertens
8 Belinda Bencic

In pratica se non fosse per la presenza di Pliskova e Kenin (numero 3 e 4 del ranking), avremmo come prime teste di serie le giocatrici che di solito scendono in campo nel “masterino” di Zhuhai, che prevede come partecipanti proprio chi ha la classifica dal numero 9 in poi. In più sappiamo che mancheranno altre tenniste attualmente di classifica inferiore come Wang Qiang, Pavlyuchenkova, Strycova, Kuznetsova, Zheng, Goerges, Ferro, Zhu, Wang Yafan, Potapova, Bogdan, Stosur (che ha vinto lo US Open 2011, mentre Kuznetsova è la campionessa del 2004).

E quindi? Quanto il prestigio intrinseco dello Slam riuscirà a mascherare le assenze? Penso che la risposta dipenderà in parte dalla qualità di gioco offerta. Se molte partite saranno deludenti e si sentirà la mancanza di tante giocatrici di vertice, sarà un ulteriore colpo al torneo. Se invece avremo parecchi match di qualità (le tenniste presenti potrebbero comunque essere in grado di offrirli), sarà un punto a favore della credibilità.

Ma al di là di tutto, indipendentemente dalle singole e personali interpretazioni di ciascuno di noi (commentatori, giornalisti, appassionati), credo che la risposta definitiva ce la darà la storia. Mi spiego: se in futuro si consoliderà l’abitudine di ricordare i risultati di questo US Open citandoli sempre con un virtuale asterisco accanto, sottolineando che il torneo ha avuto un lotto di partecipanti falcidiato, inevitabilmente lo Slam risulterà sminuito.

Se invece prevarrà la tendenza e parlarne senza particolari connotazioni negative, a lungo andare finirà “digerito” all’incirca come uno Slam normale. Ma per scoprire come andranno le cose occorreranno anni, quelli necessari a valutare il tutto con una prospettiva storica. Mentre per il futuro prossimo immagino le diatribe tra tifosi quando si dicuterà della giocatrice che uscirà vincente dallo US Open 2020: “Eh sì, bella forza vincere uno Slam del genere”.

Magari sbaglio, ma forse un solo esito metterebbe subito in secondo piano la questione: se a vincere fosse Serena Williams. Innanzitutto perché in senso assoluto il curriculum di Serena rimarrebbe comunque inattaccabile. Mentre per quanto riguarda il traguardo storico che eguaglierebbe, cioè i 24 Major di Margaret Smith Court, nessuno potrebbe avere granché da obiettare, visto che Smith Court vanta nel proprio palmarès 11 Slam australiani, alcuni dei quali vinti di fronte a una concorrenza non irresistibile.

Guardate per esempio il tabellone degli Australian Championships 1961 (vedi QUI) con meno di 50 tenniste al via, tutte australiane a parte la britannica Cox. O quello del 1964, che per essere vinto richiese a Court appena quattro match. Sono dati come questi che permetterebbero a Williams di assommare il prossimo US Open ai suoi attuali 23 senza particolari discussioni o diminutio; perché, in sostanza, il record con cui si misura Serena non è esente da obiezioni tecniche anche più gravi.

Sicuramente ci sarà occasione di tornare sul tema a torneo concluso. Al momento la speranza è che non si debba rinunciare in extremis ad altre partecipanti, perché ci potrebbero essere altri forfait non causati da scelte prudenziali ma da più usuali infortuni sportivi. Ricordo che la campionessa in carica Bianca Andreescu molto probabilmente non sarebbe stata al via anche in un torneo “normale”, visto che non gioca dell’ottobre 2019, quando si è infortunata al ginocchio al Masters di Shenzhen; da allora è passata di forfait in forfait, senza più affrontare match ufficiali.

Oggi qualche dubbio c’è anche su Muguruza, che ha rinunciato al Premier in corso per problemi a una caviglia. Infine potrebbero esserci assenze che potrebbero dipendere da positività al virus di chi è all’interno della bolla predisposta dagli organizzatori.

a pagina 2: I dati delle prime teste di serie

Continua a leggere

Al femminile

Quattro temi (e mezzo) da Lexington

Da Jennifer Brady a Serena Williams, passando (in parte) per Jil Teichmann: in vista dello US Open il circuito WTA è tornato a giocare sul cemento, proponendo spunti interessanti

Pubblicato

il

By

Jennifer Brady - Brisbane 2020 (via Twitter, @BrisbaneTennis)

Se consideriamo i due tornei della scorsa settimana (Praga e Lexington) in prospettiva US Open, tutto sommato l’International di Praga ci ha dato meno informazioni utili. Poteva essere interessante scoprire la condizione di Simona Halep, ma la sua rinuncia alla trasferta americana ha reso poco significativo il suo successo. A scanso di equivoci: bene per lei, che da testa di serie numero 1 ha confermato le gerarchie di partenza, ma di questa prestazione si terrà conto semmai quando (e se) si giocherà il Roland Garros. Più spunti interessanti sono invece arrivati dal torneo giocato sul cemento di Lexington.

1. Jennifer Brady
A 25 anni compiuti Jennifer Brady ha finalmente vinto il suo primo torneo WTA, battendo in finale a Lexington Jil Teichmann. Per parlare di Brady prendo le cose un po’ alla lontana. Jennifer si era messa in luce per la prima volta all’inizio del 2017 quando, da numero 118 del ranking, partendo dalle qualificazioni era riuscita ad approdare al quarto turno dell’Australian Open. Era poi stata eliminata da Mirjana Lucic (che sarebbe arrivata fino alla semifinale), ma lungo il suo cammino aveva sconfitto giocatrici come Townsend, Watson e Vesnina. Ricordo che quella Vesnina era una giocatrice in piena forma: dopo un ottimo 2016 (vittoria a Charleston, semifinale a WImbledon), nel marzo 2017 avrebbe addirittura vinto Indian Wells.

 

Le armi che avevano permesso a Brady l’exploit a Melbourne sono quasi le stesse che abbiamo ammirato la settimana scorsa a Lexington: un gran dritto, di potenza quasi maschile, e un servizio efficace e vario, visto che contempla un ottimo kick da alternare alle soluzioni tese. Personalmente ero rimasto piuttosto colpito dalle prestazioni in quello Slam australiano, tanto che alla vigilia di ogni stagione mi domandavo se includerla nella rosa di giocatrici che avrebbero potuto migliorare la propria classifica nei mesi successivi (per capirci: mi riferisco a questo tipo di articolo, che scrivo ormai da alcuni anni).

Nell’articolo di “previsione” sul 2018, al momento di scegliere i nomi definitivi avevo però deciso di escluderla, perché dopo quell’ottimo Major aveva faticato a ripetersi. La scarsa fiducia si era rivelata corretta; non solo quell’anno, ma anche in quelli seguenti, non erano arrivati progressi solidi. E il ranking lo testimoniava: oscillazioni a ridosso del centesimo posto, con una classifica ben lontana dal livello mostrato in quello Slam, che diventava sempre più remoto.

Del resto quando l’avevo vista giocare in altri tornei, avevo avuto l’impressione di seguire la versione “gemella scarsa” di quella ammirata a Melbourne: parecchi gratuiti di dritto, un rovescio insicuro (non è mai stato il suo punto forte, ma non poteva trasformarsi in una zavorra) e una mobilità non all’altezza. Forse il problema principale era proprio quello della mobilità; non che fosse particolarmente lenta, ma lo era in rapporto a quanto aveva in mente di fare.

Cerco di spiegarmi meglio: spesso dava l’impressione di non avere l’anticipo sufficiente per la dose di aggressività che avrebbe voluto scaricare sulla palla. Le conseguenze erano inevitabili: colpi organizzati in extremis, perdendo il controllo del movimento; e questo anche dalla parte del dritto, che avrebbe dovuto essere l’architrave del suo tennis. Va sottolineato che lo swing di dritto che utilizza non è molto consueto (QUI la spiegazione in dettaglio) e richiede tempi di preparazione ed esecuzione adeguati.

Fatto sta che passavano le stagioni e la conferma dello Slam australiano non arrivava mai. Qualcosa però è cambiato alla fine del 2019. Brady ha scelto un nuovo allenatore, Michael Geserer, nella preseason si è trasferita in Germania, si è asciugata fisicamente, e i risultati si sono immediatamente visti. Nel 2020 Jennifer ha esordito a Brisbane con il botto: dopo aver superato le qualificazioni ha sconfitto Maria Sharapova (anche se l’ultima Sharapova aveva mille problemi fisici), e poi la numero 1 del mondo Ashleigh Barty, prima di perdere nei quarti, al sesto match in pochi giorni, da Kvitova.

Dopo un paio di sorteggi sfortunati, che le sono costati eliminazioni al primo turno (Halep a Melbourne e Kuznetsova a S. Pietrburgo), Brady ha cominciato a vincere con regolarità. Partendo dalle qualificazioni ha raggiunto la semifinale a Dubai: fermata da Halep ma dopo aver eliminato giocatrici importanti come Hsieh, Vondrousova, Svitolina e Muguruza. Mentre a Doha ha superato un’altra Top 20 come Riske prima di perdere 7-6 al terzo da una ispiratissima Jabeur.

Insomma, Brady sembra davvero maturata. Il suo tennis è diventato più concreto: è più attenta nel modo di muoversi in campo, più precisa nella preparazione dei colpi. Tutto questo le ha permesso di ridurre gli errori non forzati, diventando contemporaneamente più incisiva nei suoi colpi migliori.

Dopo Doha e Dubai, non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto nel marzo americano di Indian Wells e Miami; ma Jennifer sembrava davvero in rampa di lancio e ci si è messa la pandemia a stravolgere i suoi piani, oltre che quelli di tutto il tennis. Nel suo caso, però, sembra essere stata in grado di riallacciare i fili del discorso esattamente da dove erano stati interrotti: al primo torneo WTA ufficiale, a Lexington, ha messo in fila cinque vittorie senza perdere nemmeno un set. 6-2, 6-1 a Watson, 6-2, 6-3 a Linette, 6-1, 6-2 a Bouzkova nei quarti (e Bouzkova non è una avversaria facile). Poi in semifinale 6-2, 6-4 a Gauff, per concludere in finale con il 6-3, 6-4 a Teichmann, in un match nel quale non ha mai subito break.

In tutto il torneo ha perso solo tre turni di servizio (una volta contro Gauff, una contro Bouzkova e una contro Linette), a conferma di una superiorità in battuta degna di giocatrici di livello superiore. Ora ha l’occasione di confermarsi nei prossimi tornei americani, ben più importanti (il premier di Cincinnati/New York e lo Slam USA). Tornei nei quali sicuramente sarà messa alla prova anche sul piano mentale, perché aumentando le aspettative aumenterà anche la pressione. Nella finale di domenica contro Teichmann durante il secondo set ha lasciato intravedere un po’ di braccino: ma si trattava del suo primo titolo in carriera a livello WTA. Qualche titubanza è più che comprensibile.

a pagina 2: Jil Teichmann e Serena Williams

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement