WTA Finals: ombre cinesi

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WTA Finals: ombre cinesi

Ashleigh Barty ha confermato il primato nel ranking vincendo il Masters 2019, ma l’organizzazione WTA non è stata all’altezza dell’importanza del torneo

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Elina Svitolina e Ashleigh Barty - WTA FInals 2019 Shenzhen

Si annunciava un Masters 2019 molto interessante, ricco di protagoniste con stili di gioco differenti e con nuove rivalità capaci di accrescere l’attenzione degli appassionati. Invece, alla prova dei fatti, la grande attesa si è risolta in un torneo zoppicante. Le prime due favorite, Andreescu e Osaka, non hanno nemmeno concluso il round robin per problemi fisici; si sono alzate parecchie lamentale per le caratteristiche del campo; e a conti fatti ci sono state addirittura quattro rinunce, tra forfait e ritiri. Insomma, il primo Masters cinese ha avuto più ombre che luci (che comunque non sono mancate). Cominciamo dalle condizioni di gioco, che hanno fatto discutere come non mai.

La “velocità” del campo
Dopo l’esperienza delle Finals 2018, caratterizzate dal lentissimo campo di Singapore (vedi nel dettaglio QUI), era inevitabile che si volesse sapere il prima possibile quali fossero le condizioni di gioco nella Arena di Shenzhen. Intervistate dopo gli allenamenti preparatori, le giocatrici hanno definito le condizioni di gioco “lente”. È stato l’inizio di un dibattito che è proseguito per tutta la settimana.

La questione è tornata ripetutamente nelle domande dei giornalisti presenti sul posto, negli articoli di chi ha scritto le cronache dei match, ma anche sui social media e sui forum di appassionati, inclusi quelli di Ubitennis. È del tutto comprensibile, perché si tratta di un tema importante, con significative conseguenze sul torneo. Penso però che per affrontarlo sia necessario cercare di essere più precisi e dettagliati, anche se alcuni passaggi risulteranno noiosi. Ma sono indispensabili per capirsi.

 

Parlare genericamente di velocità del campo, infatti, non è sufficiente per individuare il problema di Shenzhen e arrivare a una conclusione ragionevole e condivisa. Procediamo per gradi.

Punto primo. Quando si parla sinteticamente di “velocità” dei campi, in realtà si intende l’insieme delle condizioni di gioco, che comprendono quindi anche le palline, la qualità dell’aria (temperatura, umidità, densità etc) e perfino l’architettura dell’impianto. La gran parte di questi aspetti sono misurabili oggettivamente, e per questo alla fine si traducono in un valore che definisce la velocità del campo.

Punto secondo. Per quanto riguarda il cemento, si possono realizzare campi in cemento velocissimi come campi lentissimi. Sia chiaro: se sono così assertivo è perché queste non sono idee mie, pareri opinabili, ma dati di fatto certificati e misurati dalla Federazione Internazionale Tennis.

– Punto terzo. È la parte fondamentale per quanto riguarda Shenzhen. La tabella di riferimento ITF spiega come siano due i fattori fondamentali che determinano la velocità di una superficie: il coefficiente di frizione (attrito) e il coefficiente di restituzione (elasticità). È la loro combinazione che definisce la autentica velocità di un campo (Court Pace Rating):

Non conta quindi solo la velocità della palla dopo il contatto con il terreno, ma anche l’altezza del suo rimbalzo.

Spesso si è abituati ad associare automaticamente lentezza della palla a rimbalzo alto. Vale a dire: un campo “lento” ha rimbalzi più alti, mentre uno “veloce” rimbalzi più bassi. Ma è una semplificazione non corretta.
Si possono avere campi veloci con rimbalzi alti ma anche campi lenti con rimbalzi bassi: questi ultimi non saranno i più lenti in assoluto, ma rientreranno comunque nella categoria di quelli lenti. E con questo concetto chiudo la parte indiscutibile, perché legata ad aspetti oggettivi.

Arriviamo dunque alla mia personale interpretazione. Secondo me, le condizioni di gioco di Shenzhen appartenevano a quella poco frequente tipologia citata sopra: campo lento a rimbalzo basso. Per questa conclusione non faccio molto affidamento sulle riprese TV (basta spostare l’angolo della telecamera principale per essere ingannati su parabole e rimbalzi); lo deduco da una serie di altri indizi.

Innanzitutto le dichiarazioni delle protagoniste. Osaka, Pliskova e Kvitova hanno genericamente parlato di campo “lento”. Ma altre tenniste hanno detto di più. Ashleigh Barty dopo i primi allenamenti ha descritto il campo di Shenzhen come simile ad alcuni di Fed Cup, con una sottostruttura che produce rimbalzi più bassi del solito e non sempre prevedibili. “It’s a little bit of a similar surface to an indoor Fed Cup surface, where it’s on boards, a little bit lower bouncing at times, can be a little bit unpredictable with how it reacts to spin”.

Mentre Belinda Bencic ha usato la sabbia come paragone: ”I think these courts are, like, terrible for movement of players and for the muscles because it’s like sand”.

Forse chi si è dilungata di più sulle specificità è Simona Halep, che, giorno dopo giorno, ha cercato di descrivere sempre meglio le sue sensazioni a Shenzhen. Martedì 29 ottobre, dopo il match con Andreescu: “Il campo non è veloce ma allo stesso tempo non è lento” (“The court is not fast but not slow in the same time”). Sembra una dichiarazione senza senso, ma si spiega con le caratteristiche particolari che ho ipotizzato. Cioè alto attrito (classico riferimento dei campi lenti) “is not fast”; ma anche rimbalzo basso (classico riferimento dei campi veloci) “but not slow”.

Sempre Halep, mercoledì 30 ottobre dopo il match con Svitolina: Questo campo non fa per me. In un certo senso è molto morbido. (…) La palla a volte non ti “viene incontro”, a volte non rimbalza. È davvero difficile trovare il ritmo. Ecco perché in certi casi ho cominciato a picchiare troppo e ho finito per stancarmi”. (“This court is not great for me, for my game. It’s very soft in a way. (…) The ball doesn’t really come to you sometimes, sometimes doesn’t bounce. It’s really tough to find a rhythm. That’s why sometimes I start to overhit, and then I get tired”).

Queste le parole di alcune protagoniste. L’altro indizio fondamentale sono le partite, il modo in cui sono state condotte, gli schemi attuati, quelli che hanno reso oppure no. E da questi aspetti si possono dedurre anche le differenze con il campo del Masters dello scorso anno.

A mio avviso a Singapore 2018 il campo era del tipo lento a rimbalzo alto. Assorbiva energia e restituiva una palla senza peso ma facilmente gestibile. Queste condizioni erano così estreme da stravolgere i normali schemi di gioco: la palla rallentava e saliva in aria, in attesa di essere rimandata senza regalare potenza “gratis” a chi colpiva. Il tennis di pura rimessa era estremamente avvantaggiato, visto che ogni parabola era quasi sempre recuperabile; tanto che colpire lungolinea era diventato controproducente, perché si traduceva in un rischio senza ricompensa. Quasi aboliti anche i contropiede: nessuna giocatrice in difesa si muoveva prima, perché non era necessario anticipare le scelte dell’avversaria.

Non è stato così a Shenzhen. Campo lento ma con rimbalzo basso. Il rimbalzo basso ha invece reso difficili i recuperi sui cambi di geometrie, restituendo, se non altro, il vantaggio a chi rischiava i lungolinea. Altro aspetto che è diventato molto producente: lo slice. Come accade sull’erba classica, dove i back rimbalzano poco e rendono molto difficile e faticosa la loro gestione, sul campo di Shenzhen gli slice erano particolarmente efficaci. Mentre per ottenere un vincente in topspin occorreva potenza superiore (e questo spiega la fatica di Halep citata prima).

Malgrado simili problemi, il campo di Shenzhen consentiva quindi diverse tattiche di gioco vincenti, a differenza delle caratteristiche assolutamente monodimensionali privilegiate a Singapore. Resta comunque il fatto che nessuno dei 15 match disputati a Shenzhen si è concluso con entrambe le giocatrici con saldo positivo tra vincenti ed errori non forzati.

Teniamo presente tutto questo e analizziamo le qualità fisico-tecniche delle protagoniste. A mio avviso questo campo era il più adatto per due di loro: Ashleigh Barty e Kiki Bertens. Entrambe dotate di un ottimo servizio e di un dritto di potenza superiore, in grado di andare oltre la lentezza del campo. E con in più, rispetto alle altre, l’arma dello slice di rovescio, un colpo naturale che eseguono a regola d’arte. Un colpo in grado di incidere sulle avversarie nello scambio interlocutorio, tanto da far sentire loro la stanchezza in misura maggiore a fine match. Infatti contro Barty hanno ceduto alla distanza sia Bencic (5-7, 6-1, 6-2) che Pliskova (4-6, 6-2, 6-3).

Bertens è stata l’unica a sconfiggere Barty nello scontro diretto (3-6, 6-3, 6-4) e penso che se non fosse subentrata a girone iniziato (al posto di Osaka) avrebbe quasi sicuramente battuto Kvitova; mentre non sappiamo come sarebbero andate le cose con Bencic (7-5, 1-0 ritiro) se non avesse avuto un malessere, probabilmente dovuto al troppo tennis dell’ultimo periodo (nessuna ha giocato quanto lei dopo gli US Open).

a pagina 2: Gli infortuni

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L’eredità di Caroline Wozniacki

Uno Slam, un Masters e altri 28 titoli WTA. Ma al di là dei numeri, che segno ha lasciato Wozniacki dopo il ritiro?

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Caroline Wozniacki - Australian Open 2020 (via Twitter)

Questa settimana concludo i temi collegati all’Australian Open 2020 con una notizia annunciata: il ritiro di Caroline Wozniacki. Giocando per l’ultima volta nello Slam vinto nel 2018, Wozniacki ha messo fine a una carriera davvero importante, che ha caratterizzato tutti gli anni ’10 del circuito femminile (vedi QUI).

Ho deciso di affrontare il tema seguendo la traccia proposta da Fede, che in un post di due settimane fa aveva avanzato questa domanda: “Wozniacki si è ritirata, giocando nemmeno così male (ha eliminato Yastremska e contro Jabeur avrebbe anche potuto farcela). Qual è la sua eredità nel tennis?”. L’articolo è esattamente il tentativo di rispondere al quesito di Fede.

Wozniacki in campo
Qualche dato in sintesi. Wozniacki è nata l’11 luglio 1990 e ha avuto due picchi di carriera: il primo fra il 2009 e il 2011, il secondo (leggermente inferiore per continuità e forse anche per livello di gioco) nel biennio 2017-18.

 

Caroline è stata numero 1 del mondo al termine delle stagioni 2010 e 2011. Dunque ha raggiunto i vertici del ranking WTA quando aveva appena 20 e 21 anni. La critica che l’ha inseguita in quel periodo era che il suo primato fosse quasi usurpato, perché vinceva i tornei di livello medio-alto, ma “falliva” negli Slam. Affrontiamo subito la questione, così poi si può andare oltre, e fare un ragionamento più ampio sulle sue caratteristiche di giocatrice.

Innanzitutto né Wimbledon nè il Roland Garros erano adatti a lei. Wimbledon era troppo favorevole alle attaccanti, e infatti a Londra non è mai riuscita ad andare oltre il quarto turno. Mentre la terra le è sempre rimasta parzialmente indigesta, molto probabilmente perché lontana dal suo imprinting tecnico, che non è quello delle tenniste latine abituate fin da piccole a misurarsi con il rosso. Almeno, questa è la mia spiegazione, perché forse la terra avrebbe potuto anche esaltare le sue doti di resistenza e tenuta mentale, ma i risultati hanno dimostrato che il Roland Garros non faceva per lei (al massimo due quarti di finale).

Rimangono quindi i due Major sul cemento. Ma nel periodo migliore di Wozniacki c’erano alcune giocatrici in grado di offrire un tennis di qualità altissima sul duro: Serena Williams, Victoria Azarenka, Li Na e Kim Clijsters. E infatti a batterla a Melbourne e New York nei suoi anni di picco sono state proprio Williams, Clijsters e Li. Il maggior rimpianto potrebbe forse essere legato alla eliminazione nella semifinale degli US Open 2010 contro Vera Zvonareva, che era comunque nella migliore stagione della carriera (non per niente era reduce anche dalla finale di Wimbledon).

Naturalmente queste sono valutazioni che solo la distanza storica ci consente di stabilire con chiarezza: allora i valori non erano così evidenti e definiti, per cui le argomentazioni dei suoi accusatori suonavano più motivate di quanto non risultino oggi. Sia come sia, in quegli anni le tante critiche avevano inciso sulla considerazione di molti appassionati, e forse anche sul carattere e la psicologia di Caroline.

Come è noto, Wozniacki cancella lo zero alla casella degli Slam soltanto nel 2018, quando vince a Melbourne. Probabilmente la concorrenza in quel torneo era un po’ meno qualificata rispetto al 2009-2011, visto che si stava vivendo una fase di transizione generazionale. E non dico questo per sminuirla, quanto piuttosto per sottolineare che quando ha avuto una occasione concreta per vincere lo Slam, Caroline ha saputo coglierla, oltretutto battendo in finale la allora numero 1 Simona Halep.

In più Wozniacki vince il torneo da campionessa in carica del Masters (Singapore 2017), titolo che ha ulteriormente impreziosito il suo palmares. In sostanza le vittorie nel 2017-18 sono state inferiori di numero rispetto alla prima fase di carriera, ma più rilevanti come prestigio.

Wozniacki si toglie il rovello più grande affermandosi in Australia, ma di sicuro lo Slam in cui mediamente si è espressa meglio è quello americano. A New York vanta tre semifinali (2010, 2011, 2016) e due finali, battuta da Clijsters nel 2009 e da Serena nel 2014.

Tolto di mezzo l’argomento Slam, arriva il tema più interessante: la sua qualità di giocatrice. Sono convinto che il segno più profondo sul circuito Caroline lo abbia lasciato nel biennio 2010-2011, quello delle 67 settimane in cima al ranking. In quelle stagioni si impone grazie a un modo di stare in campo in cui emergono soprattutto queste doti: superiori qualità difensive, grande resistenza atletica, abilità nel leggere in anticipo le decisioni di gioco delle avversarie, e una eccezionale applicazione agonistica.

In quel periodo giocare contro di lei è davvero duro, sotto tutti gli aspetti: tecnici, tattici, fisici e mentali. L’unico modo per non soffrire è essere una grande attaccante in giornata di grazia, in grado di sfoderare vincenti a ripetizione. Altrimenti contro Caroline sono dolori. Ricordo molti suoi match in cui le avversarie dovevano dare tutto per fare partita pari, ma prima o poi sentivano la necessità di rifiatare, finendo per essere inesorabilmente sopraffatte da una Wozniacki che molto difficilmente andava incontro a cali di rendimento.

Nel suo momento d’oro, Caroline dà veramente la sensazione di essere una iron-woman, non solo perché con quel modo di giocare è durissima da battere, ma anche perché è in grado di sostenerlo per un eccezionale numero di partite stagionali. 80 match (59-21) nel 2008, addirittura 93 nel 2009 (68-25), 79 nel 2010 (62-17) e di nuovo 80 nel 2011 (63-17).

Ecco, a mio avviso la principale eredità strettamente tennistica che lascia Wozniacki al circuito femminile è legata al suo modo di stare in campo con impressionante continuità fisica. Sulla scorta dei risultati di Caroline, diventa sempre più evidente a un vasto numero di giocatrici che per esprimersi ad alto livello è indispensabile una estrema cura nella preparazione atletica. E sono convinto che molte sconfitte subite contro di lei si siano trasformate in uno stimolo per affrontare con più professionalità il lavoro sul fisico con i fitness trainer.

In sostanza penso che Wozniacki abbia davvero contribuito a far alzare la qualità atletica media di tutto il circuito WTA. Può piacere o meno, ma il tennis si è evoluto nel tempo da “gioco” a “sport”, e Caroline ha avuto un ruolo non marginale in questa evoluzione.

Insomma Wozniacki è stato un modello di riferimento, anche se probabilmente in poche potevano pensare di eguagliarla, perché lei partiva da qualità naturali superiori. Lo ha dimostrato quando ha affrontato la maratona di New York senza specifica esperienza sulle corse lunghe, e l’ha conclusa sotto le 3 ore e 30 minuti (3 ore, 26 minuti, 33 secondi).

a pagina 2: Wozniacki tra campo e fuori campo

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Australian Open 2020: delusioni e sorprese

Da Osaka a Jabeur, da Williams a Swiatek, protagoniste in positivo e in negativo dello Slam di gennaio. E per concludere una teoria sulle ultime vincitrici dei Major

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Coco Gauff e Naomi Osaka - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dopo avere celebrato la scorsa settimana le imprese delle finaliste Kenin e Muguruza, per completare la riflessione sull’Australian Open 2020 è il momento di ragionare sulle giocatrici uscite da Melbourne deluse per aver ottenuto risultati al di sotto delle aspettative. Ma nella seconda parte dell’articolo ci sarà spazio anche per riflessioni di altro genere. Cominciamo con le due semifinaliste sconfitte.

1. Ashleigh Barty e Simona Halep
Simona Halep è stata la numero 1 WTA al termine delle stagioni 2017 e 2018; Ashleigh Barty l’ha sostituita concludendo al primo posto nel 2019. Non stiamo quindi parlando di giocatrici qualsiasi, ma di due tenniste che hanno dimostrato di possedere notevole consistenza, tanto da raggiungere il traguardo che più premia la continuità ad alti livelli.

In vista del torneo australiano, per i bookmaker erano appaiate come terze possibili vincitrici (quotate a 9), alle spalle di Williams e Osaka. Logico quindi che una volta arrivate in semifinale fossero considerate favorite contro Kenin e Muguruza. In realtà entrambe sono state sconfitte in due match terminati con un punteggio identico: 7-6, 7-5.

 

Barty era la leader della parte alta del tabellone, e nel torneo ha dovuto percorrere un cammino in cui non ha avuto sconti. Per Halep, testa di serie numero 3, sorteggiata nella parte bassa del draw, le cose sono state un po’ più semplici, almeno fino al match contro Muguruza.

Ashleigh Barty
Superati i due primi turni, Barty ha trovato nei match intermedi tutti i maggiori ostacoli possibili: la tds 29 Rybakina, la 19 Riske, la 7 Kvitova. Ed è riuscita a venirne a capo malgrado le insidie non fossero trascurabili.

Alison Riske l’aveva battuta nei precedenti scontri diretti, e anche nel match di Melbourne ha dimostrato di possedere le armi adatte a far soffrire Ashleigh. Innanzitutto una notevole qualità in risposta, e poi la capacità di gestire con abilità la differenza dei due colpi da fondo campo di Barty. Da una parte Alison sa appoggiarsi alla potenza del dritto della avversaria per ricavare un surplus di accelerazioni che di suo altrimenti non possiederebbe, visto che non è una giocatrice superpotente. Dall’altra contro i rimbalzi bassi dello slice di rovescio di Barty, Riske ha una volta di più dimostrato perché si trova così bene sull’erba: sa scendere alla perfezione con le gambe e gestire con sicurezza le parabole a rimbalzo sfuggente. Il 6-3, 1-6, 6-4 conclusivo restituisce l’equilibrio che ha regnato nei cento minuti del loro match.

Superato lo scoglio degli ottavi, Barty ha dovuto misurarsi con la finalista dello scorso anno Petra Kvitova, che nel torneo 2019 l’aveva eliminata proprio a livello di quarti di finale. Ma questa volta a prevalere è stata lei (7-6, 6-2), dimostrando che negli ultimi dodici mesi è sicuramente cresciuta nella maturità agonistica. Nel primo set, estremamente equilibrato, Kvitova non ha saputo convertire le tante occasioni di break (ne ha mancate 8 su 9) e nemmeno un set point raggiunto nel tie-break. Perso il primo set, Petra non ha avuto la forza, fisica e psicologica, di risalire in un match in cui fino a quel momento aveva speso tanto, raccogliendo nulla.

Oltre alla differente solidità mentale, rispetto allo scorso anno ha forse inciso anche la inferiore velocità delle condizioni di gioco. La relativa lentezza dei campi 2020 a mio avviso ha favorito il tennis di Barty: in un paio di punti importanti del primo set, ad Ashleigh sono riusciti dei fantastici recuperi difensivi che con i campi versione 2019 probabilmente non sarebbero stati possibili.

Dopo il successo contro la finalista uscente Kvitova, Barty sembrava la candidata più autorevole alla finale della parte alta di tabellone, a maggior ragione dopo le cadute premature nel secondo quarto di draw, quello di Osaka e Williams.

Invece, come sappiamo, Sofia Kenin ha sovvertito i pronostici della vigilia. Ho già parlato della semifinale nell’articolo della scorsa settimana. Qui sottolineo un paio di temi esclusivamente orientati su Ashleigh. Uno negativo e uno positivo. Negativo: si è avuta la conferma che il rovescio può rivelarsi un punto debole del suo gioco: nella partita contro Sofia la tensione non solo le ha fatto compiere tanti errori, ma anche quando non sbagliava la palla viaggiava troppo poco incisiva per creare seri problemi all’avversaria. Avevo notato quanto la tensione possa influire sulla qualità del suo slice in un match che avevo seguito dal vivo a Wimbledon due anni fa (contro Kasatkina, vedi QUI), e mi pare che a Melbourne la situazione si sia ripetuta.

Ma credo che questa sconfitta si presti anche a una chiave di lettura positiva. In semifinale Barty è scesa in campo quasi paralizzata dalla tensione, con un grave problema al rovescio e con il servizio che è calato in incisività (8 ace nel primo set, nessuno nel secondo). Eppure, malgrado tutti questi handicap, è arrivata ad avere due set point sia nel primo che nel secondo parziale. Per me significa che il suo tennis è davvero efficace. Così efficace da permetterle anche in una giornata ampiamente deficitaria di giocarsela contro la futura campionessa del torneo. Cosa sarebbe successo se fosse stata giusto un pochino più consistente?

Simona Halep
Rispetto a Barty, Halep si è confrontata contro giocatrici un po’ meno complicate soprattutto per questioni di “matchup”: vale a dire avversarie con caratteristiche meno insidiose per il suo tipo di tennis. Elise Mertens (sconfitta negli ottavi) propone un gioco simile a quello di Simona, ma con meno creatività geometrica e meno qualità negli spostamenti e nella copertura difensiva. Per questo, se entrambe sono in buone condizioni, penso che Simona sia destinata ad avere la meglio. E il 6-4, 6.4 lo ha confermato.

Anett Kontaveit (sconfitta nei quarti) ha un tennis più aggressivo rispetto a Mertens, ma non ha la potenza sufficiente per incidere davvero sulle difese di Halep. E visto che sul piano del puro palleggio non ha la solidità di Simona, nella partita di Melbourne è stata inevitabilmente obbligata a provare a spingere, il più delle volte finendo fuori giri. In pratica Anett si è ritrovata in una condizione di impotenza. Per questo non mi è sembrato così notevole il 6-1, 6-1 conclusivo, perché fra le attuali Top 30 Kontaveit è forse la migliore avversaria possibile per esaltare le qualità di Halep.

Ho già raccontato la scorsa settimana il match contro Muguruza: quanto vicine siano state le due giocatrici, e quanto ha pesato su alcuni punti cruciali la diversa attitudine all’avanzamento verso la rete. Chissà se anche nel team di Halep interpreteranno in questo modo le cause della sconfitta.

Se fosse così, questa semifinale potrebbe rivelarsi una occasione di crescita, per provare ad affrontare alcune situazioni di gioco in modo più verticale e incisivo. A 28 anni compiuti è difficile cambiare certi istinti, ma credo che per rimanere ad alti livelli uno dei segreti sia proprio quello di cercare di migliorarsi, sempre.

a pagina 2: Naomi Osaka e Serena Williams

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Kenin e Muguruza: sorprese, rinascite e incognite dell’ultimo Slam

Doveva essere l’Australian Open di Williams, Osaka o Barty e invece la finale di Melbourne ha proposto due protagoniste inattese

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Garbiñe Muguruza e Sofia Kenin - Australian Open 2020

E così anche il primo Slam del 2020 ha confermato la tendenza degli ultimi Major: ancora una volta a prevalere è stata una giocatrice giovane. Grazie al successo a Melbourne, ad appena 21 anni Sofia Kenin si aggiunge al gruppo di nuove vincitrici: Naomi Osaka, Ashleigh Barty e Bianca Andreescu. Dallo US Open 2018 solo Wimbledon 2019 (con Simona Halep), è sfuggito alla giovane generazione, che può vantare cinque vittorie negli ultimi sei Slam. In ordine cronologico: Osaka, Osaka, Barty, Halep, Andreescu, Kenin.

Non ho lo spazio per affrontare in un solo articolo tutti gli spunti che l’Australian Open ha proposto. Questa volta mi concentro sulle due finaliste, la prossima settimana allargherò lo sguardo verso altri temi offerti dal torneo.

1. La rinascita di Garbiñe Muguruza
Ecco cosa avevo scritto a proposito di Muguruza nell’articolo uscito lo scorso 7 gennaio (WTA, chi migliorerà nel 2020?): “Nel luglio 2019 ha lasciato dopo quattro anni lo storico coach Sam Sumyk ed è tornata con Conchita Martinez, che era al suo angolo in occasione del successo a Wimbledon 2017. Credo che Martinez avrà soprattutto due obiettivi: sistemare l’esecuzione del dritto, che con il passare del tempo si è involuto, e aiutare Garbiñe a recuperare fiducia in se stessa. Se raggiungerà questi due traguardi, sono ancora profondamente, testardamente, convinto che Muguruza possa tornare ai piani alti del ranking”.

 

Per me non è quindi una sorpresa ritrovare Garbiñe protagonista in un grande torneo. Semmai era il contrario: non riuscivo ad accettare come una giocatrice che aveva mostrato di cosa fosse capace nel triennio 2015-2017 (tre finali Slam, due vinte) potesse sembrare definitivamente persa a soli 26 anni. Dato che non aveva dovuto affrontare seri infortuni, prima o poi mi sembrava quasi inevitabile che tornasse a far sentire la sua presenza. A Melbourne dopo molti anni affrontava uno Slam senza essere testa di serie (non accadeva dal Roland Garros 2014), ma si è presa ugualmente uno spazio significativo.

Eppure le cose non erano cominciate bene: al primo turno Muguruza aveva “pescato” Shelby Rogers. Una qualificata, ma di quelle da non sottovalutare. Penso fossero due le qualificate più insidiose, che sarebbe stato meglio evitare: Greet Minnen e, appunto, Shelby Rogers. E infatti contro Rogers (ex Top 50, quarti di finale al Roland Garros 2016, poi a lungo ferma per problemi fisici) Garbiñe ha avuto un avvio choc: addirittura 0-6, poi però rimediato al terzo set (0-6, 6-1, 6-0).

Anche al secondo turno Garbiñe ha avuto bisogno di tre set per eliminare Tomljanovic. Ma quando sono arrivate le avversarie più qualificate ha invece viaggiato spedita: 6-1 6-2 alla testa di serie numero 5 Svitolina e 6-3 6-3 alla numero 9 Bertens. Due Top 10 superate nei primi quattro turni, così come due set le sono bastati per sconfiggere la (relativa) sorpresa Pavlyuchenkova (tds 30) nei quarti di finale.

Match dopo match abbiamo finalmente rivisto una Muguruza di alto livello, vicina a quella capace di vincere gli Slam: la giocatrice che spinge la palla con continuità, che ama condurre lo scambio e che ama avanzare, sottrarre spazio all’avversaria per concludere il punto soffocandola attraverso la contrazione dei tempi di gioco.

Prima di analizzare gli impegni contro Halep e Kenin, occorre chiarire in estrema sintesi alcuni aspetti del suo tennis; almeno per come li interpreto io. Garbiñe è potente, ma la sua palla non è di sicuro la più veloce del circuito: altre giocatrici (per esempio Keys, Ostapenko, Kvitova, Osaka) vantano velocità medie superiori nella conduzione del palleggio. Muguruza non possiede nemmeno quella speciale abilità tecnica che consente ad alcune giocatrici di “allargare” improvvisamente il campo durante lo scambio da fondo, eseguendo parabole con angoli particolarmente stretti, che aiutano a destabilizzare le difese avversarie.

Per chiudere il punto, nel gioco di Muguruza è invece fondamentale la naturale attitudine verso l’avanzamento. E fa niente se non è la miglior volleatrice del circuito: la capacità di pressare l’avversaria mettendo sempre più i piedi nel campo durante lo scambio, e la determinazione con cui aggredisce le palle meno profonde (al rimbalzo o di volo), la mettono spesso nella condizione di governare la partita, diventando la prima artefice dell’esito dei match.

Nelle passate stagioni di crisi abbiamo però anche imparato a conoscere i suoi punti deboli. Il primo è tecnico: l’insicurezza nel dritto, che aleggia latente sui suoi match, e si materializza quando Garbiñe perde sicurezza: l’indecisione si risolve in esecuzioni rattrappite, causate da un timing approssimativo che non le permette di imprimere la giusta energia alla palla.

Il secondo punto debole è tattico-mentale: in alcuni frangenti subentra il timore di sbagliare, e allora ecco la tendenza ad aspettare con passività le scelte dell’avversaria, confidando nelle proprie doti difensive. Doti difensive che sono sorprendenti per una giocatrice della sua stazza, ma non così straordinarie da poter diventare il cardine delle vittorie nei grandi match.

a pagina 2: Muguruza, semifinale e finale a Melbourne

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