Australian Open, Sinner verso l'esordio: "Sono uno normale"

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Australian Open, Sinner verso l’esordio: “Sono uno normale”

Si allena con Roger e Rafa, McEnroe lo vede in top ten, ma lui assicura: “Non ho ancora vinto niente, solo le Next Gen Finals”. Inizierà il suo secondo Slam contro il qualificato Purcell

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Jannik Sinner - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Dopo aver iniziato a far parlare di sé il grande pubblico nemmeno un anno fa con il trionfo al Challenger di Bergamo, si appresta ad affrontare la sua seconda apparizione nel tabellone principale di uno Slam nonché l’esordio assoluto in quel di Melbourne. Parliamo naturalmente di Jannik Sinner, l’ultima promessa azzurra a divenire già realtà con quell’attuale 79° posto del ranking, inimmaginabile (almeno) fino a metà della scorsa stagione ma che alcuni considerano già troppo stretto. Si spiega così la necessità sentita da coach Piatti di replicare a qualche critica levatasi dopo le due sconfitte incassate dal suo pupillo in altrettanti match di inizio di 2020, questa settimana a Auckland da un Benoit Paire in grande spolvero e prima ancora a Bendigo dalla speranza finlandese Emil Ruusuvuori, ventenne ormai prossimo all’ingresso in top 100 che, tuttavia, non sarà tra i 128 al via questo lunedì, inaspettatamente eliminato nel torneo di qualificazione.

Due sconfitte che spiegano l’autoironica risposta del diciottenne altoatesino, nel corso dell’intervista a Stefano Semeraro per il Secolo XIX, a proposito dell’obiettivo che si prefigge all’Australian Open: “Beh, vincere una partita quest’anno già sarebbe qualcosa” è la battuta spontanea a cui fa subito seguire una riflessione più attenta, pur senza caricarla di aspettative: “Scherzi a parte, vediamo come me la cavo al meglio dei cinque set, se riuscissi a fare due o tre match di fila. Mi sento pronto. O forse no…”.

CHIAMALI SPARRING PARTNER – Certo non possiamo essere noi a fornire certezze al riguardo ma, di sicuro, i nomi di coloro che in questi giorni si sono dati il cambio dall’altra parte della rete per allenarsi con il nostro testimoniano come il talento e i mezzi di Jannik siano già conosciuti (e riconosciuti) nel circuito: nientemeno che Roger Federer e Rafa Nadal, nell’attesa di una sessione domenicale con Novak Djokovic. Tanto da rendere quasi superfluo citarne un quarto, il numero 7 del mondo Sascha Zverev. Al riguardo, Sinner conferma che “è una fortuna giocare con loro perché imparo tante cose. Magari mi capitasse anche nel torneo”. Non ci si può che associare a questa speranza, anche perché significherebbe raggiungere almeno gli ottavi, turno di teorico incrocio con Federer.

 

PARACADUTE – Ogni cosa a suo tempo, però: prima di un’eventuale, interessantissima sfida al secondo turno con Denis Shapovalov, si comincia affrontando il qualificato australiano Max Purcell, 21 anni e numero 216 del mondo, contro il quale Jannik metterà in campo i progressi che stanno alla base della sua principale aspettativa per questa stagione, vale a dire “di migliorare sempre. Ho lavorato sul servizio, mi sono irrobustito, con il dritto ora riesco a fare più gioco, mentre prima manovravo soprattutto con il rovescio. Devo giocare almeno sessanta partite. E prepararmi ai giorni difficili, che verranno”. Una consapevolezza indispensabile e tutt’altro che scontata per chi ha sperimentato una rapidissima progressione nella passata stagione e ha scavato un solco di oltre 200 posizioni tra sé e il secondo coetaneo più forte, il taiwanese Chun-hsin Tseng, n. 304 ATP dalla data di nascita impegnativa (quell’8 agosto di Federer già rivendicato da Felix Auger-Aliassime). Non a caso, gli viene chiesto se è preoccupato dal fenomeno tipicamente nostrano per cui il passaggio da eroi a falliti è particolarmente rapido. “No, è normale per uno sportivo”, risponde Sinner. “Te ne devi fregare. Anche quando ti dicono che diventerai numero 1”.

NATURALE – Tra i genitori che sono rimasti nel loro ruolo (“ogni tanto mi arriva un messaggio di mio padre, ‘tutto bene?'”), due o tre amici con cui sta bene e può rientrare nei panni del ragazzo che ancora è (“a Natale siamo andati a sciare, ci siamo mangiati una pizza, abbiamo giocato alla playstation”), un coach con cui c’è grande intesa (“iniziamo a discutere su una cosa e poi scopriamo di pensarla allo stesso modo”), il compagno di doppio ideale (“Paolo Lorenzi, ci capiamo al volo e ci divertiamo un sacco”) e un “no comment” sull’eventuale presenza di una fidanzata, Jannik dimostra di trovarsi a suo agio nelle più disparate occasioni. Come nel programma di Fabio Fazio: “Macché imbarazzo” assicura a proposito dell’apparizione in prima serata, “è stato divertente. Fa più paura giocare sul centrale di uno Slam che parlare dieci minuti in TV”. Oppure nel video natalizio con Sharapova: “Maria fa tutto meglio: cantare, ballare, vestire” ammette con grande ammirazione, pur con un piccolo appunto, “a tennis almeno me la gioco”.

DAVIS MA NON SUBITO –Non convocato per le Finali alla Caja Mágica e non iscritto all’ATP Cup, ci si interroga su quando sarà il momento della sua prima con la maglia azzurra in vista del turno di qualificazione di Coppa Davis, con l’Italia che giocherà a Cagliari il 6 e il 7 marzo. “Non devo avere fretta di giocarla. Ho diciotto anni, c’è tempo. Poi, magari, se ci sarà un match importante…”. E pare che nessuno consideri tale l’impegno con la Corea del Sud. Per non parlare delle condizioni (temporali, ambientali, geografiche) che caratterizzano l’appuntamento. “Si gioca sulla terra la settimana prima del cemento di Indian Wells, fai un viaggio lungo e magari devi giocare subito su una superficie diversa. Sto ancora crescendo, devo stare attento”.

FUTURO, IPOTESI E UMILTÀ – Il 2020 è da più parti annunciato come l’anno in cui i giovani finalmente sorpasseranno i Big 3 – previsione non certo nuova. Il campione next gen in carica è possibilista, anche se, più che a un sorpasso dei primi, sembra alludere a una freccia a destra verso l’uscita dei secondi. “Può essere, anche i tre grandi prima o poi dovranno andarsene, no?”. Il suo favorito per la vittoria Slam tra coloro a cui è rimasta attaccata la targhetta ‘next gen’ è… “Medvedev. Tsitsipas ci può andare vicino. O magari Berrettini. I nomi sono tanti, il bello del tennis è che tutto o quasi può cambiare in qualsiasi momento. Ancora chiamato a ipotesi futuribili, per le ATP Finals 2021, le prime che si disputeranno a Torino, Jannik ipotizza la presenza di “Berrettini, Medvedev, Tsitsipas, Thiem, Djokovic, De Minaur, Shapovalov e Nadal” tenendo sé stesso come riserva. Considerando che mancano ancora due stagioni piene, che un mese fa ha ricevuto il premio come giocatore più migliorato e che per John McEnroe è “un talento raro, dategli 2-3 anni e sarà nella top 10”, non sembra che la risposta si distacchi troppo dall’abituale umiltà. Ma è davvero così o fa solo finta? “Perché me la dovrei tirare?” ribatte con decisione. “Non ho ancora vinto niente, solo le Next Gen Finals. Sono uno normale”.

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Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

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Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

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Brandon Nakashima: “Amo Federer ma il mio tennis è simile a quello di Djokovic” (intervista esclusiva) 

Il suo ricordo più vivo è l’allenamento con Rafa Nadal a Wimbledon. I duelli con Musetti e Tseng Chun-Hsin, la stima per Sebastian Korda e Hugo Gaston. “Non amo le discoteche”. Cosa gli dice il nuovo coach Pat Cash

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Brandon Nakashima - ATP Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Brandon Nakashima, nato il 3 agosto 2001, ha 18 anni. Il suo nickname è B-Nak. È nato 13 giorni prima di Jannik Sinner. Numero 220 ATP (best ranking di 218) è secondo solo all’altoatesino nel ranking dei 18enni. Il cognome è giapponese, ma il nonno con il quale ha cominciato a giocare a tennis all’età di poco più di tre anni era quello materno, vietnamita. Alto 1.85×78 kg, i tratti fisici sono orientali, ma lui è nato a San Diego e anche il padre Wesley è nato in California, mentre la madre è nata in Vietnam ma a cinque anni si è trasferita in California. I genitori sono entrambi farmacisti.

Ha giocato per il college dell’University of Virginia ed è stato dichiarato freshman (matricola) dell’anno nel 2019 della Atlantic Coast Conference, per poi passare professionista. Dal torneo di Delray Beach di quest’anno è allenato da Pat Cash e lì subito ha raggiunto i quarti battendo quattro Top 100. Il colpo migliore è il rovescio, l’idolo è Roger Federer. Poderoso atleta, è considerato uno dei migliori talenti statunitensi. Si considera timido ma non appare poi troppo in questa intervista, una volta sbloccatosi. Va matto per il sushi ma, confessa, anche per i dolci. Nell’intervista dice quali siano già state le vittime di maggior prestigio, il prestigio delle quali fa pensare che il suo attuale ranking sia bugiardo.

IL VIDEO DELL’INTERVISTA

 

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

Minuto 00:00: Introduzione con annesso elenco dei suoi scalpi di maggior prestigio: Sam Querrey, Cameron Norrie, Jiri Vesely, Marcos Giron, Salvatore Caruso, Yuichi Sugita.

03:40: Come si è comportato durante la pandemia: “Indosso sempre la mascherina in pubblico, cerco di stare attento quando esco”. È grato della possibilità che ha avuto di allenarsi su campi privati, così da poter continuare a lavorare e giocare match con avversari di livello.

05:07: Il rapporto speciale con il nonno materno: “È originario del Vietnam, ed è stato lui a portarmi in campo a tre anni e mezzo. Abbiamo iniziando sui campi pubblici, e da allora ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni”.

06:45: Come sta andando con il suo nuovo coach, Pat Cash, e come è cambiato il loro legame durante la pandemia? “Ci siamo visti per la prima volta dopo il mio match d’esordio a Delray Beach. Da lì abbiamo iniziato con qualche sessione d’allenamento qui in California, e soprattutto nell’ultimo periodo è diventato sempre più presente. Siamo entrambi contenti di star creando un legame sempre più stretto”.

07:38: Cash ha detto di aver subito notato la straordinaria manualità del ragazzo – pensa anche lui che sia la sua qualità migliore? “Ho sempre avuto una buona mano, e infatti da piccolo ero bravo in tanti sport diversi. Da quando lavoro con Pat ho continuato a migliorare sotto questo aspetto, perciò sì, credo che la manualità sia probabilmente la mia qualità migliore”.

08:42: Il loro primo incontro: “Avevamo un paio di amici comuni al tempo del mio ingresso fra i pro, e io stavo cercando un buon allenatore. Pat mi è stato consigliato da più parti, così ci siamo sentiti al telefono per conoscerci meglio. A Delray Beach era un periodo di prova, ma dopo un paio di settimane abbiamo deciso di proseguire a tempo pieno sul tour”.

11:53: Chi sono i suoi idoli d’infanzia? “Mi è sempre piaciuto veder giocare Federer, ma penso che il mio gioco sia più simile a quello di Djokovic”.

12:40: Com’è stato allenarsi con Nadal? “Un paio d’anni fa stavo giocando Wimbledon juniores, e ho conosciuto Rafa mentre si scaldava per uno dei suoi match. È stata una grande esperienza; lui era ovviamente focalizzato sull’incontro, ma è stato veramente carino e rispettoso nei miei confronti. Prima di allora non avevo mai giocato con nessuno che avesse colpi tanto arrotati sia sul dritto che sul rovescio!

14:36: Chi sono i migliori talenti del tennis europeo? “Nel 2018 ho giocato le ITF Junior Finals in Cina, quindi ho affrontato I sette migliori altri junior. Ho giocato contro gente come Musetti e Tseng Chun-Hsin, e penso che avranno tutti un grande avvenire. Hugo Gaston è un altro giocatore di grande talento, e si muove bene”. Per quanto riguarda gli USA, la sua scelta ricade su Sebastian Korda, con cui gioca spesso nel Challenger Tour.

17:20: Brandon ci parla della transizione dai junior ai professionisti: “Per me è stato fondamentale andare all’università [a Virginia, ndr] per una stagione a 17 anni, ha aiutato tantissimo il mio gioco e mi ha fatto maturare come persona. Consiglierei a un sacco di giocatori di provare l’esperienza universitaria, perché è un modo per verificare se si è pronti o meno a passare pro. In autunno ho deciso di provare a giocare dei Challenger e ho ottenuto dei buoni risultati; ho capito che il mio gioco era pronto per il tour professionistico e che ero abbastanza maturo da provarci, e così ho deciso di fare il salto”.

19:45: Un breve riassunto dei suoi migliori risultati negli Slam juniors: “Il primo anno [2018, ndr] ho fatto i quarti a Parigi e New York, mentre la scorsa stagione sono arrivato in semifinale a Flushing Meadows”.

21:25: Come si sta sviluppando il suo gioco con Pat Cash? “Durante gli allenamenti qui in California abbiamo deciso di lavorare tanto sul gioco in avanzamento e su quello a rete, così da poter variare maggiormente gli schemi. Ovviamente Pat era uno dei migliori giocatori di serve-and-volley, quindi sto solo cercando di imparare da lui e dalla sua competenza”.

Pat Cash, Brandon Nakashima e Angel Lopez (via Twitter, @angelprotennis)

23:55: Quali sono i suoi piani sul breve termine? “Ora come ora è difficile programmare, visto che non sappiamo quando e se si inizierà a giocare, ma stiamo lavorando come se lo US Open si dovesse disputare normalmente [l’intervista è avvenuta prima dell’annuncio della USTA di mercoledì scorso sullo Slam americano, ndr]. Mi sto preparando dal punto di vista fisico, anche se il mio ranking non è abbastanza alto da entrare direttamente in tabellone, e non sono sicuro che ci saranno le qualificazioni [in seguito all’annuncio di cui sopra, le qualificazioni sono infatti state cancellate, ndr], quindi la mia unica opzione è chiedere una wildcard”.

25:35: Come la pensa sul tennis a porte chiuse: “Sarà interessante, siamo tutti abituati ad avere persone che ci guardano mentre giochiamo, quindi credo che per molti sarà un po’ strano all’inizio. Per quanto mi riguarda non sarà una questione importante, mi sto concentrando sul mio gioco e credo di poter fare bene con o senza di loro”.

26:47: La vita fuori dal campo: “Cerco di rilassarmi e divertirmi. Mi piace giocare ad altri sport, quindi nei giorni liberi gioco a golf con gli amici o sto a casa a guardare la TV, cerco di distrarmi dal tennis. Non mi piace andare in discoteca, non è mai stata la mia idea di uscita – preferisco le serate tranquille con gli amici”.

30:04: Quanto ne sa di storia del tennis? “Non molto, in realtà. Mi piace però guardare partite del passato, incontri di decenni fa, per notare le differenze con il gioco attuale. Il loro stile era completamente diverso, tutto serve-and-volley, si cercava di prendere rapidamente la rete. È interessante vedere quanto il gioco sia cambiato, quanto i giocatori siano cambiati”.  

31:30: Le prospettive di Brandon per il 2022/2023: “L’obiettivo è di migliorare a livello di risultati e di classifica. Forse per allora sarò riuscito a raggiungere la Top 10”.

33:20: Dopo i Big Three, chi diventerà il nuovo N.1? “Fra i Top 10 attuali, credo che Medvedev e Tsitsipas abbiano le chance migliori di vincere degli Slam. Fra noi giovani, invece, i NextGen, trovo che Shapovalov abbia un buon gioco, e anche Auger-Aliassime ha buone possibilità di fare bene”.

36:10: I consigli più frequenti di Pat Cash: “Devo migliorare il footwork, soprattutto nell’ottica dei match al meglio dei cinque, e devo lavorare sulla condizione atletica. Il dritto e il senso del campo devono salire di livello. Pat mi dice spesso anche di variare il gioco e di offrire palle diverse all’avversario, cose che credo potranno aiutarmi a vincere tante partite e a non essere troppo prevedibile. Imparare ad avanzare verso la rete mi aiuterà anche a variare di più da fondocampo”.   

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