I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche

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I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche

Undicesima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Da Pliskova a Williams, da Garcia a Martic: chi possiede gli ‘overhead’ più efficaci del circuito?

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Ashley Barty - Roland Garros 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il quarto e ultimo tema relativo al gioco di rete: gli overhead. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all’articolo uscito martedì 5 maggio. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
– Overhead

 

Gli overhead
Come ho spiegato nell’articolo del 5 maggio, ho deciso di riunire nella classifica di questa settimana i colpi di volo eseguiti al di sopra della testa (appunto, over head in inglese). Mi riferisco agli smash, alle veroniche (volée alte dorsali di rovescio), ai ganci, e a tutto questo genere di soluzioni affini.

La decisione di riunire tali colpi in una sola classifica è basata su diversi motivi. Il primo è che, pur essendo esecuzioni anche molto lontane tra loro, possono presentarsi come alternative differenti su parabole simili. Il secondo motivo è che tutti questi colpi richiedono alcune doti comuni che di solito non sono richieste dalle altre esecuzioni, a partire dalla capacità di muoversi per il campo guardando verso l’alto. Potrebbe sembrare una cosa banale, ma in realtà significa riuscire a spostarsi senza perdere l’equilibrio atletico e il senso della posizione.

Ci sono giocatrici capaci di discrete volée che faticano sugli smash perché tendono a perdere il senso dello spazio una volta che sono obbligate a guardare verso l’alto, senza avere più sott’occhio gli abituali riferimenti del campo. Per esempio Peng Shuai (che in doppio è stata anche numero 1 del mondo) in singolare ha dato prova di cavarsela sulle volée classiche, ma di combinare disastri sui lob da colpire in movimento, proprio per la sua difficoltà nel mantenere la corretta percezione dello spazio mentre si sposta guardando verso l’alto.

Ma questa è appena una parte del problema. Giocare bene uno smash non significa solo eseguire il gesto nel modo corretto; è qualcosa di più complesso, perché richiede innanzitutto una valutazione tattica, e solamente in seguito la sua realizzazione tecnica. Per prima cosa significa infatti stabilire se colpire quella specifica palla a parabola alta con uno smash al volo oppure in altri modi. Perché ci sono strade alternative per rimandare oltre la rete un pallonetto. Una opzione è lo smash, un’altra lo smash al rimbalzo, un’altra ancora lasciare scendere un po’ di più la parabola per colpirla con una volée o con uno schiaffo al volo. Ma si può perfino decidere di lasciar perdere, e attendere il rimbalzo e la successiva ricaduta della palla per gestirla con un “normale” dritto o rovescio al rimbalzo.

Le variabili da considerare sono molte: la profondità del lob, il tipo di curva che propone, la sua velocità, la posizione di chi deve colpire e quella di chi deve difendere. Sono decisioni tecnico-tattiche complesse da prendere però in una frazione di secondo. E tantissimo dipende anche dalla sicurezza che un tennista sente di avere nei confronti del colpo.

Di recente per esempio si è discusso sulla solidità esecutiva di Novak Djokovic negli smash. Ecco cosa ha detto Boris Becker durante la telecronaca della semifinale di Wimbledon 2018, poi vinta da Nole contro Nadal: “Ogni giocatore ha una debolezza. Posso dirti che la debolezza di Djokovic è il suo smash. Se prendi i primi 100 del mondo, lui è il peggiore. E lo dico io (che l’ho allenato)”. “Niente ha funzionato (per migliorarlo). Abbiamo provato di tutto”.

Evidentemente da telecronista Becker ama le iperboli, ma forse avere delle incertezze nei confronti degli smash è un tratto dei grandissimi campioni, visto che un grosso rimpianto legato a questo colpo deve averlo avuto Venus Williams. Lo dico perché probabilmente l’ultimo treno in carriera per vincere uno Slam, Venus se l’è visto sfuggire in occasione della semifinale dello US Open 2017, persa in volata contro Sloane Stephens (6-1, 0-6, 7-5). Ricordo che in finale Stephens avrebbe facilmente vinto il titolo contro Madison Keys, una Keys bloccata dalle paure e forse anche da problemi fisici a una gamba.

Ebbene, nella semifinale Williams – Stephens, uno dei punti fondamentali era stato determinato anche da un mancato smash di Venus, che decidendo di colpire un lob con un più prudente dritto al volo aveva contribuito a mantenere in gioco la sua avversaria; a fine scambio Sloane l’avrebbe addirittura scavalcata con un secondo lob. Ecco lo scambio in questione:

Un pallonetto interpretato male, costato carissimo a Venus. Perché perdere scambi del genere pur trovandosi in chiara situazione di vantaggio può pesare molto sull’equilibrio di un match, visto che si possono innescare dinamiche psicologiche che incidono anche sui punti successivi. Dal 5-5 terzo set, Venus perse quel punto e poi anche il game (di battuta) e infine il match, con un parziale di 8 punti a 1. E lo Slam lo vinse Sloane Stephens.

Forse non c’è nessun altro colpo che pesa tanto sul piano mentale quanto lo smash, perché nasconde una insidia profonda. Mi spiego. Visto che quasi sempre è un colpo che si esegue in condizioni di vantaggio, chiuderlo a proprio favore sembra quasi obbligatorio. Ecco perché quando lo si sbaglia rimane nella mente del giocatore (e anche degli spettatori) come una specie di fallimento. La logica dovrebbe suggerirci che si tratta solo di un quindici, e invece sbagliare uno smash suona quasi come una piccola, pubblica umiliazione. Anche se non esiste tennista che non l’abbia provata almeno una volta, dal più scarso dei dilettanti al più forte dei professionisti.

Insomma, smashare non è poi così facile, e anche per questo sono stati adottati colpi alternativi, con l’obiettivo di trovare la soluzione più efficace ai diversi tipi di traiettoria. Il gancio, per esempio, è un modo di gestire le palle alte che stanno per scavalcare il giocatore, ed è una “invenzione” attribuita a Jimmy Connors, probabilmente il primo a utilizzarlo con regolarità. Quando poi si è passati a utilizzare con regolarità anche lo schiaffo al volo, logicamente si è sviluppata anche la versione alta.

Infine va considerata un’ultima variabile. Sui colpi sopra la testa influiscono più che mai le condizioni atmosferiche. Smashare contro sole, per esempio, può diventare improbo, così come tenere sotto controllo la traiettoria di un lob nelle giornate di forte vento, o peggio ancora quando il vento soffia incostante, a folate. In questi casi il coefficiente esecutivo sale in modo esponenziale, probabilmente più che per qualsiasi altro colpo.

Ecco per esempio una terribile situazione di luce (si tratta della nuova sede del torneo di Miami) che di fatto obbliga anche una giocatrice super-esperta come Serena Williams a rinunciare allo smash, finendo poi per perdere il punto:

Veniamo alla classifica di questa settimana. Per stabilirla in piccola parte mi sono basato su uno studio di Jeff Sackmann della fine 2017 pubblicato da TennisAbstract, che proponeva un interessante approccio per valutare l’efficacia delle diverse giocatrici di fronte alle opportunità di smash. Vale a dire: quando decidevano di colpire con uno smash e quando no, e con quale percentuale di riuscita. Rimando alla traduzione italiana (vedi QUI) per chi fosse interessato ad approfondire la questione.

Ma visto che la nostra classifica è stabilita sul rendimento 2019-20, ho in gran parte dovuto fare ricorso alle mie sensazioni, perché non dispongo di numeri aggiornati. Per questo suggerisco di interpretare la classifica senza dare troppa importanza alla sua graduatoria interna. Ritengo tutto sommato più attendibile la scelta dei dieci nomi, consapevole che sono comunque rimaste fuori alcune giocatrici che potrebbero a buona ragione reclamare un posto.

Questa volta però il nome che più mi spiace sia rimasto escluso è quello di Anna Lena Friedsam, non eleggibile perché attualmente è fuori dalle prime 100 (numero 106 per l’ultimo ranking). Friedsam (finalista in marzo a Lione) è stata a lungo ferma per problemi fisici, ma rimane a mio avviso una delle più efficaci nel colpire sopra la testa, grazie al superiore controllo del corpo in questi frangenti. Ecco comunque quali sono i 10 nomi scelti:

a pagina 2: La posizioni dalla 10 alla 6

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I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche

Penultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Kvitova a Serena Williams, da Yastremska a Mertens e Andreescu: quale giocatrice riesce a mettere in campo il meglio di sé nelle occasioni più importanti?

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Sofia Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco


Con questo articolo si conclude l’analisi per parti delle qualità delle diverse giocatrici dell’attuale circuito WTA. Martedì prossimo è previsto ancora un articolo conclusivo che proverà a tirare le fila dei singoli temi.

Questa volta è il momento di affrontare l’aspetto agonistico, la tenuta mentale nei frangenti importanti. Ricordo che tutte le classifiche, inclusa questa, sono riservate alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo uscito il 31 marzo.

 

Le qualità agonistiche
Lo abbiamo sperimentato tutti, sia in prima persona come tennisti (più o meno dotati), sia come spettatori di match altrui: per quanto si possa giocare bene sul piano tecnico, per quanto si possa essere preparati sul piano fisico, per quanto si possa essere intelligenti e strateghi nell’interpretare il gioco, la vittoria rimarrà comunque un miraggio se “al dunque” ci si farà prendere dall’ansia e dal timore di vincere.

Questo problema nel tennis è così significativo che è stato coniato un termine onnicomprensivo: “braccino”, definizione che è diventata proverbiale anche in altri contesti. Ma se il riferimento è nato nel tennis è perché forse in nessun altro sport ci sono situazioni nelle quali diventa psicologicamente così difficile portare a termine la vittoria. E davvero “non è finita fino a che non è finita”.

La storia è piena di rimonte clamorose, di partite perse dopo match point non sfruttati, di errori incredibili compiuti nel momento più importante. E nessuno, neppure il più grande campione, è stato del tutto immune da attacchi di braccino: altrimenti non si sarebbe umani. Stabilito questo, si potrebbe dire che per la classifica di questa settimana ho provato a identificare i nomi tra chi, secondo me, tende a gestire meglio l’ansia che pervade nei frangenti decisivi dei match. Tenendo anche presente che la stessa giocatrice nel tempo può drasticamente cambiare le proprie condizioni agonistiche.

Nel 2017 Jelena Ostapenko aveva vinto il Roland Garros sbaragliando la concorrenza grazie a un atteggiamento spavaldo che sembrava non contemplare la paura: Ostapenko vinse quel titolo grazie a cinque successi in tre set e al termine di una finale (contro Simona Halep) conquistata recuperando break di ritardo sia nel secondo sia terzo set. In quella edizione Simona aveva tutto da perdere, mentre Jelena niente: e finì per vincere lo Slam da numero 47 del ranking.

L’anno successivo, da campionessa in carica, e con tutto il conseguente carico di attesa e responsabilità, Ostapenko sarebbe uscita al primo turno, battuta in due set dalla numero 67 del ranking Kateryna Kozlova.

La vicenda di Ostapenko è la dimostrazione che ogni giocatrice attraversa fasi di carriera differenti, e in linea generale è più facile affrontare i match da ragazzina, senza troppe aspettative e obblighi di vittoria. Ha scritto per esempio Agnieszka Radwanska a proposito del suo primo periodo in WTA: “Ripensando a quei momenti, mi meraviglio di come giocassi senza alcuna pressione. Semplicemente colpivo. Anche scendere in campo negli stadi principali non era un vero problema, e così all’inizio ho migliorato la mia classifica molto velocemente”.

Le difficoltà psicologiche crescono invece nel periodo successivo, quando si è salite in classifica e si devono confermare i traguardi raggiunti. Lo stesso meccanismo del ranking, con i punti che scadono settimanalmente, contribuisce ad aumentare lo stress. Ecco perché la fase della prima conferma è particolarmente impegnativa, e attende al varco qualsiasi giocatrice (ne avevo parlato QUI, definendola “Sindrome del Sophomore”).

Partendo dalla convinzione che ci sono situazioni psicologiche differenti a seconda del diverso status delle giocatrici, ho preferito suddividere la classifica in tre categorie differenti. La prima categoria comprende le tenniste esperte (vicino ai 30 anni e oltre), con alle spalle tanti anni di attività, che sono state in grado di rimanere sulla breccia malgrado i molti incontri macinati, e le vicende alterne inevitabili in ogni carriera. Tutte hanno vinto almeno due Slam, hanno affrontato anche l’esperienza della sconfitta in una finale Major, ma penso che vadano comunque segnalate per il rendimento agonistico complessivamente positivo nelle ultime stagioni.

La seconda categoria comprende tenniste che meritano di essere ricordate soprattutto per alcune prestazioni al di fuori delle partite decisive degli Slam. Non sono state le prime protagoniste nei tornei più prestigiosi, ma hanno lasciato una traccia con la loro personalità in diversi tornei del circuito WTA.

La terza categoria è quella delle giovani già in grado di vincere Slam. Per loro vale in gran parte il discorso fatto per Ostapenko: al momento i risultati sono tali da rendere “obbligatoria” la presenza in questa classifica, ma in realtà solo il tempo potrà dirci se la loro natura caratteriale è davvero vincente. Lasciamo passare qualche stagione, e capiremo se sono agonisticamente sopra la media o se stanno semplicemente vivendo la fase più entusiasmante e psicologicamente meno complessa di ogni carriera.

Prima di arrivare ai nomi, il solito capitolo riservato alle escluse. Tra le esperte che non hanno trovato posto, cito Garbiñe Muguruza. Finalista a Melbourne 2020, e in recupero dopo un lungo periodo di difficoltà. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo con questa esclusione considerando i tre nomi che le ho preferito; ma non si tratta di una scienza esatta, e quindi trovo perfettamente legittimo avere posizioni differenti.

Ricordo anche Barbora Strycova, semifinalista a Wimbledon a coronamento di una carriera spesso caratterizzata da grande combattività. Altre protagoniste che potevano meritare un posto sono Rebecca Peterson e soprattutto Jil Teichmann. Entrambe con un un record di 2 finali vinte e zero perse lo scorso anno, oltre che imbattute in carriera nelle finali. Malgrado l‘en plein del 2019, non ho ritenuto le loro prestazioni tali da scalzare qualcuna delle dieci elette.

a pagina 2: Le giocatrici più titolate ed esperte

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I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco

Tredicesima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Bencic ad Andreescu, da Kenin a Barty: quale giocatrice li interpreta e sviluppa meglio nel circuito attuale?

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Hsieh Su-Wei, Dubai 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità


Questo articolo prosegue il tentativo di integrazione della serie dedicata ai migliori colpi in WTA, secondo l’indirizzo spiegato sette giorni fa (vedi QUI). Dopo il pezzo incentrato sull’importanza del movimento, questa settimana l’attenzione si sposta su un aspetto immateriale: le scelte tattiche e strategiche. Così come prima di eseguire un colpo ci si deve spostare e raggiungere la traiettoria da rimandare oltre la rete, ugualmente prima di colpire qualsiasi palla si deve decidere cosa farne: dove indirizzarla e in che modo.

In sostanza a monte di ogni esecuzione c’è sempre un piano di gioco, anche il più scarno ed elementare possibile, concepito con l’obiettivo di valorizzare le proprie qualità e limitare quella della avversaria. Ma anche con l’obiettivo di minimizzare le proprie debolezze e ingigantire quelle altrui.

 

Naturalmente non esiste una strategia definitiva, capace di garantire il successo a priori. Questo perché gli aspetti di cui tenere conto sono sempre diversi: le caratteristiche fisico-tecniche di chi concepisce il piano di gioco, le caratteristiche fisico-tecniche della avversaria, la superficie su cui si compete, ma perfino le condizioni di forma di quel preciso giorno; si tratta di elementi in costante evoluzione che possono generare dinamiche e sviluppi differenti.

La capacità di interpretare al meglio la combinazione di tutte queste variabili, ed eventualmente anche di modificare in corsa le proprie strategie, può diventare un fattore determinante ai fini del successo. Nel titolo dell’articolo (“Lettura e costruzione del gioco”) ho indicato di due temi differenti, che concorrono a determinare le decisioni in campo:
1. La lettura del gioco avversario
2. La costruzione del proprio gioco

1. La lettura del gioco avversario
Per lettura del gioco intendo la capacità di interpretare (e se possibile prevedere) le scelte della avversaria. Direi che una buona lettura del gioco avversario è il risultato di due elementi molto diversi. Il primo elemento è legato alla conoscenza specifica, “storica”, della giocatrice che si fronteggia; il secondo elemento invece dipende da una dote in gran parte istintiva, che difficilmente si può sviluppare e migliorare a tavolino.

Punto primo: la conoscenza storica della avversaria. Ogni giocatrice ha colpi forti e colpi deboli nel proprio arsenale, e per questo tende a privilegiare alcuni schemi rispetto ad altri. Ci sono casi in cui le preferenze sono molto evidenti. Ad esempio Caroline Wozniacki puntava a colpire la maggior parte delle volte di rovescio, cercando di limitare i colpi di dritto (più debole del rovescio). Per questo quando doveva utilizzare il dritto molto spesso privilegiava il lungolinea, con l’obiettivo di “invitare” l’avversaria a cambiare diagonale (ne ho parlato QUI).

Altro esempio. Da sempre Angelique Kerber cerca il vincente (sia con il dritto che con il rovescio) con una netta prevalenza verso l’angolo del dritto avversario. Avere la consapevolezza di questa predilezione aumenta la probabilità di una copertura efficace nelle fasi difensive (vedi QUI per l’analisi).

Queste conoscenze sono il risultato di studi sui match del passato che ogni coach analizza insieme alla propria giocatrice. Ma poi c’è il secondo punto: la capacità istintiva di capire in anticipo da che parte tirerà l’avversaria in quel singolo, specifico frangente; perfino in controtendenza con gli schemi abituali.

Significa, per esempio, presagire da che parte spostarsi per una difesa in extremis; oppure essere in grado di percepire se l’avversaria opterà per il contropiede invece del colpo indirizzato verso la parte di campo meno protetta. Caroline Wozniacki è stata forse la giocatrice più brava nell’intuire quasi infallibilmente le intenzioni di chi aveva di fronte: molto raramente sbagliava la parte di campo da privilegiare. E oggi, chi merita di essere citata?

Dato che si tratta di una dote particolarmente difficile da mettere a fuoco, ho deciso di non costruire una classifica vera e propria, ma ho semplicemente individuato cinque nomi, che a mio avviso hanno dimostrato di sapere interpretare con più efficacia le intenzioni avversarie. In ordine alfabetico: Victoria Azarenka, Belinda Bencic, Sofia Kenin, Elise Mertens, Alison Riske.

Naturalmente non è affatto detto che abbia ragione sui nomi, considerato che si tratta di una qualità molto sfuggente. Però una cosa è certa: nel determinare il valore di una giocatrice, concorrono anche questi aspetti impossibili da misurare o quantificare.

a pagina 2: La costruzione del proprio gioco

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I migliori colpi in WTA: la mobilità

Dodicesima puntata della serie dedicata all’analisi dei singoli colpi in WTA. Ma prima di colpire si deve raggiungere la palla: da Svitolina a Stephens, da Kerber ad Halep, chi si muove meglio nell’attuale circuito?

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Sloane Stephens - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche


Con il capitolo della scorsa settimana avrei dovuto concludere la serie dei migliori colpi in WTA. Altri colpi da descrivere non ne avevo previsti e, di conseguenza, il tema poteva dirsi esaurito.

Ho già spiegato che questa serie è nata come iniziativa per continuare a parlare di tennis giocato in un momento nel quale di tennis giocato non ce n’era. E mi riferisco al tennis attuale, di oggi, tanto è vero che le scelte sono state fatte a partire dal rendimento delle giocatrici in attività nell’ultimo periodo, le stagioni 2019 e 2020.

 

Ma poi, man mano che scrivevo gli articoli, mi sono accorto che qualcosa non funzionava nella impostazione generale. Sono partito pensando che presentare tutti i colpi in modo analitico potesse aiutare a farsi una idea più chiara e approfondita delle protagoniste del tennis di oggi. Ma durante lo sviluppo del lavoro mi sono reso conto che emergeva un problema sempre più grande: più sezionavo il gioco per parti, più si perdeva di vista il quadro di insieme, al punto da distorcere la realtà.

E così questa serie si è rivelata un tipico caso di eterogenesi dei fini. O, per dirla in parole povere, non sempre le cose vanno come vorremmo. Arrivato al termine dell’impegno così come è stato impostato, mi ritrovo con tante, troppe perplessità. E dunque, cosa fare? Tornare alla casella di partenza e rifare il percorso in modo diverso non è più possibile; al momento posso solo cercare di aggiustare la situazione provando a integrare la serie per riequilibrare le cose. Certo, adesso il titolo della serie suona male nel momento in cui non si parla più direttamente di colpi. Ma è il prezzo che devo pagare all’errore di partenza; spero mi perdonerete.

(Ricordo che tutte le classifiche, inclusa questa, sono riservate alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo uscito il 31 marzo).

La mobilità
Con il tema di questa settimana, la mobilità, provo a sottolineare un aspetto che mi sembra fondamentale: nel momento in cui consideriamo una giocatrice per segmenti, invece che seguire la sua racchetta e la palla, per una volta proviamo a guardare altro; invece che studiare soprattutto il movimento dell’attrezzo che colpisce la palla, proviamo a concentrarci sulle gambe della giocatrice stessa.

Scopriremo non solo che ogni tennista è diversa dalle altre, ma soprattutto che sono le gambe a determinare l’efficienza di tutto il resto. Nessuno swing può prescindere dalla sua preparazione; prima di colpire la palla bisogna raggiungerla, e sistemare il corpo nel modo giusto per eseguire il movimento del braccio. Insomma, tra un colpo e l’altro c’è un mondo di gesti e di spostamenti davvero in grado di fare la differenza. Come insegna ogni buon maestro di tennis, tutto parte dalle gambe.

Per il tipo di spostamenti richiesti in un match di tennis, sono fondamentali rapidità, agilità, scatto, equilibrio. Insomma, le caratteristiche tipiche di un fisico non troppo alto. D’altra parte per colpire la palla con potenza, ma anche per essere più efficienti al servizio e per agganciare le traiettorie lontane, disporre di leve lunghe e di una altezza superiore alla media può essere un vantaggio.

Si tratta quindi di caratteristiche differenti in contraddizione fra loro. Di conseguenza chi nasce più bassa probabilmente dovrà accettare qualche limitazione in termini di di allungo e di potenza (o quanto meno nella facilità a generarla), ma potrà contare su un vantaggio nelle fasi intermedie di spostamento. Viceversa le giocatrici più alte soffriranno per raggiungere la palla, ma se saranno in grado di agganciarla potranno poi più facilmente colpirla con pesantezza.

Gli ultimi anni di tennis WTA ci hanno detto che possono affermarsi ad alti livelli giocatrici fisicamente molto diverse. Oggi numero 1 è Ashleigh Barty, relativamente piccola e compatta. Ma prima di lei numero 1 è stata Naomi Osaka, che appartiene più al versante delle giocatrici alte e potenti. Osaka aveva sostituito Simona Halep, che invece si può apparentare a Barty. E prima di Barty avevamo avuto al vertice altre tenniste alte, come Muguruza e Pliskova.

Il bello del tennis femminile, a mio avviso, sta anche in questo: a differenza di altri sport, permette il successo di atlete con strutture fisiche molto varie, e queste strutture fisiche si ripercuotono sugli stili di gioco. In sostanza, al contrario di quanto raccontano gli osservatori superficiali, nella attuale WTA possono affermarsi modi diversi di giocare a tennis. Schematizzando (un po’ brutalmente), se paragoniamo Pliskova ad Halep avremo forse i due poli del nostro discorso: da una parte la massima efficienza del braccio, dall’altra la massima qualità delle gambe.

Naturalmente per l’argomento di oggi saranno privilegiate le giocatrici con caratteristiche più vicine a Simona Halep, anche se credo sia giusto ricordare che fra i due poli ci sono infinite situazioni intermedie. Per esempio Caroline Wozniacki (numero 1 del mondo due anni fa) sfiorava il metro e 80 ma aveva un punto forte nella mobilità. Non era super-scattante, ma era davvero resistente e con in più un talento notevole nella lettura del gioco avversario, una dote che le permetteva di anticipare le mosse di chi aveva di fronte, spostandosi con quell’attimo di anticipo che poteva fare la differenza.

Personalmente sono anche curioso di scoprire come evolverà la carriera di Elena Rybakina, che pur essendo davvero alta (attorno all’1,85) sembra non soffrire di quelle difficoltà che a volte emergono negli spostamenti più estremi in tenniste come Pliskova o Kvitova. Significa che Rybakina è nata con una duttilità fisica piuttosto rara, una duttilità che in futuro potrebbe fare la differenza, sempre che la parte mentale e gli infortuni non interferiscano con il suo processo di crescita. Ma questo, naturalmente, è un altro discorso, che ci porterebbe fuori tema.

Prima di arrivare alla scelta dei nomi, un esempio opposto. Parlo di Camila Giorgi. Sapete cosa mi convince meno della sua impostazione, cioè della impostazione che le ha dato il padre Sergio? Non tanto quella di essere votata all’attacco; secondo me quello è una aspetto del suo gioco che funziona piuttosto bene. No, quello che non mi convince di Camila è che, pur essendo dotata di piedi rapidissimi e di una reattività eccezionale (anche di gambe), non sia riuscita nel tempo a costruirsi un repertorio di colpi difensivi all’altezza delle potenzialità fisiche.

Chissà, forse se negli anni della formazione ci fosse stata più attenzione verso le fasi di contenimento (intendo sul piano tecnico, prima che su quello tattico) poi una volta in WTA si sarebbe ritrovata con un arsenale di colpi più completo. In fondo è quello che caratterizzava la migliore Serena Williams: per impostazione di base puntava a dominare il gioco, ma quando capitava la necessità di difendere era perfettamente in grado di sostenere uno scambio attraverso i colpi di contenimento; e siccome spesso il tennis si decide su pochi quindici, saper vincere una percentuale anche limitata di punti in difesa, alla fine può davvero fare la differenza. Ecco, se penso alle potenzialità fisiche di Giorgi (che da bambina è stata anche ginnasta), concludo che aveva condizioni di partenza per difendere a livelli migliori. Parere personale, naturalmente.

Prima di presentare i dieci nomi scelti, il solito capitolo dedicato alle esclusioni. Prima di rinunciare, sono stato incerto se citare qualche giocatrice non esattamente super veloce di gambe, ma molto abile nella lettura delle intenzioni avversarie, e quindi nell’anticipo: penso per esempio a Sofia Kenin, Belinda Bencic, Elise Mertens.

Ma sono rimaste escluse anche tenniste molto giovani che vorrei valutare nel tempo, come Coco Gauff e Iga Swiatek. E infine non ho potuto inserire due nomi, perché attualmente sono fuori dalla Top 100, ma che in passato hanno dimostrato di avere mobilità di primissimo livello: mi riferisco ad Aleksandra Krunic e Monica Niculescu. Krunic è terribilmente rapida. Niculescu, detto in estrema sintesi, più che due gambe possiede due molle; vedere per credere:

a pagina 2: Le posizioni dalla 10 alla 6

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