I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche

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I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche

Undicesima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Da Pliskova a Williams, da Garcia a Martic: chi possiede gli ‘overhead’ più efficaci del circuito?

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Ashley Barty - Roland Garros 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il quarto e ultimo tema relativo al gioco di rete: gli overhead. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all’articolo uscito martedì 5 maggio. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
– Overhead

 

Gli overhead
Come ho spiegato nell’articolo del 5 maggio, ho deciso di riunire nella classifica di questa settimana i colpi di volo eseguiti al di sopra della testa (appunto, over head in inglese). Mi riferisco agli smash, alle veroniche (volée alte dorsali di rovescio), ai ganci, e a tutto questo genere di soluzioni affini.

La decisione di riunire tali colpi in una sola classifica è basata su diversi motivi. Il primo è che, pur essendo esecuzioni anche molto lontane tra loro, possono presentarsi come alternative differenti su parabole simili. Il secondo motivo è che tutti questi colpi richiedono alcune doti comuni che di solito non sono richieste dalle altre esecuzioni, a partire dalla capacità di muoversi per il campo guardando verso l’alto. Potrebbe sembrare una cosa banale, ma in realtà significa riuscire a spostarsi senza perdere l’equilibrio atletico e il senso della posizione.

Ci sono giocatrici capaci di discrete volée che faticano sugli smash perché tendono a perdere il senso dello spazio una volta che sono obbligate a guardare verso l’alto, senza avere più sott’occhio gli abituali riferimenti del campo. Per esempio Peng Shuai (che in doppio è stata anche numero 1 del mondo) in singolare ha dato prova di cavarsela sulle volée classiche, ma di combinare disastri sui lob da colpire in movimento, proprio per la sua difficoltà nel mantenere la corretta percezione dello spazio mentre si sposta guardando verso l’alto.

Ma questa è appena una parte del problema. Giocare bene uno smash non significa solo eseguire il gesto nel modo corretto; è qualcosa di più complesso, perché richiede innanzitutto una valutazione tattica, e solamente in seguito la sua realizzazione tecnica. Per prima cosa significa infatti stabilire se colpire quella specifica palla a parabola alta con uno smash al volo oppure in altri modi. Perché ci sono strade alternative per rimandare oltre la rete un pallonetto. Una opzione è lo smash, un’altra lo smash al rimbalzo, un’altra ancora lasciare scendere un po’ di più la parabola per colpirla con una volée o con uno schiaffo al volo. Ma si può perfino decidere di lasciar perdere, e attendere il rimbalzo e la successiva ricaduta della palla per gestirla con un “normale” dritto o rovescio al rimbalzo.

Le variabili da considerare sono molte: la profondità del lob, il tipo di curva che propone, la sua velocità, la posizione di chi deve colpire e quella di chi deve difendere. Sono decisioni tecnico-tattiche complesse da prendere però in una frazione di secondo. E tantissimo dipende anche dalla sicurezza che un tennista sente di avere nei confronti del colpo.

Di recente per esempio si è discusso sulla solidità esecutiva di Novak Djokovic negli smash. Ecco cosa ha detto Boris Becker durante la telecronaca della semifinale di Wimbledon 2018, poi vinta da Nole contro Nadal: “Ogni giocatore ha una debolezza. Posso dirti che la debolezza di Djokovic è il suo smash. Se prendi i primi 100 del mondo, lui è il peggiore. E lo dico io (che l’ho allenato)”. “Niente ha funzionato (per migliorarlo). Abbiamo provato di tutto”.

Evidentemente da telecronista Becker ama le iperboli, ma forse avere delle incertezze nei confronti degli smash è un tratto dei grandissimi campioni, visto che un grosso rimpianto legato a questo colpo deve averlo avuto Venus Williams. Lo dico perché probabilmente l’ultimo treno in carriera per vincere uno Slam, Venus se l’è visto sfuggire in occasione della semifinale dello US Open 2017, persa in volata contro Sloane Stephens (6-1, 0-6, 7-5). Ricordo che in finale Stephens avrebbe facilmente vinto il titolo contro Madison Keys, una Keys bloccata dalle paure e forse anche da problemi fisici a una gamba.

Ebbene, nella semifinale Williams – Stephens, uno dei punti fondamentali era stato determinato anche da un mancato smash di Venus, che decidendo di colpire un lob con un più prudente dritto al volo aveva contribuito a mantenere in gioco la sua avversaria; a fine scambio Sloane l’avrebbe addirittura scavalcata con un secondo lob. Ecco lo scambio in questione:

Un pallonetto interpretato male, costato carissimo a Venus. Perché perdere scambi del genere pur trovandosi in chiara situazione di vantaggio può pesare molto sull’equilibrio di un match, visto che si possono innescare dinamiche psicologiche che incidono anche sui punti successivi. Dal 5-5 terzo set, Venus perse quel punto e poi anche il game (di battuta) e infine il match, con un parziale di 8 punti a 1. E lo Slam lo vinse Sloane Stephens.

Forse non c’è nessun altro colpo che pesa tanto sul piano mentale quanto lo smash, perché nasconde una insidia profonda. Mi spiego. Visto che quasi sempre è un colpo che si esegue in condizioni di vantaggio, chiuderlo a proprio favore sembra quasi obbligatorio. Ecco perché quando lo si sbaglia rimane nella mente del giocatore (e anche degli spettatori) come una specie di fallimento. La logica dovrebbe suggerirci che si tratta solo di un quindici, e invece sbagliare uno smash suona quasi come una piccola, pubblica umiliazione. Anche se non esiste tennista che non l’abbia provata almeno una volta, dal più scarso dei dilettanti al più forte dei professionisti.

Insomma, smashare non è poi così facile, e anche per questo sono stati adottati colpi alternativi, con l’obiettivo di trovare la soluzione più efficace ai diversi tipi di traiettoria. Il gancio, per esempio, è un modo di gestire le palle alte che stanno per scavalcare il giocatore, ed è una “invenzione” attribuita a Jimmy Connors, probabilmente il primo a utilizzarlo con regolarità. Quando poi si è passati a utilizzare con regolarità anche lo schiaffo al volo, logicamente si è sviluppata anche la versione alta.

Infine va considerata un’ultima variabile. Sui colpi sopra la testa influiscono più che mai le condizioni atmosferiche. Smashare contro sole, per esempio, può diventare improbo, così come tenere sotto controllo la traiettoria di un lob nelle giornate di forte vento, o peggio ancora quando il vento soffia incostante, a folate. In questi casi il coefficiente esecutivo sale in modo esponenziale, probabilmente più che per qualsiasi altro colpo.

Ecco per esempio una terribile situazione di luce (si tratta della nuova sede del torneo di Miami) che di fatto obbliga anche una giocatrice super-esperta come Serena Williams a rinunciare allo smash, finendo poi per perdere il punto:

Veniamo alla classifica di questa settimana. Per stabilirla in piccola parte mi sono basato su uno studio di Jeff Sackmann della fine 2017 pubblicato da TennisAbstract, che proponeva un interessante approccio per valutare l’efficacia delle diverse giocatrici di fronte alle opportunità di smash. Vale a dire: quando decidevano di colpire con uno smash e quando no, e con quale percentuale di riuscita. Rimando alla traduzione italiana (vedi QUI) per chi fosse interessato ad approfondire la questione.

Ma visto che la nostra classifica è stabilita sul rendimento 2019-20, ho in gran parte dovuto fare ricorso alle mie sensazioni, perché non dispongo di numeri aggiornati. Per questo suggerisco di interpretare la classifica senza dare troppa importanza alla sua graduatoria interna. Ritengo tutto sommato più attendibile la scelta dei dieci nomi, consapevole che sono comunque rimaste fuori alcune giocatrici che potrebbero a buona ragione reclamare un posto.

Questa volta però il nome che più mi spiace sia rimasto escluso è quello di Anna Lena Friedsam, non eleggibile perché attualmente è fuori dalle prime 100 (numero 106 per l’ultimo ranking). Friedsam (finalista in marzo a Lione) è stata a lungo ferma per problemi fisici, ma rimane a mio avviso una delle più efficaci nel colpire sopra la testa, grazie al superiore controllo del corpo in questi frangenti. Ecco comunque quali sono i 10 nomi scelti:

a pagina 2: La posizioni dalla 10 alla 6

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Da Konjuh a Barty, otto protagoniste di Miami

I differenti problemi di Venus Williams e Bianca Andreescu, le soddisfazioni parziali di Elina Svitolina e Maria Sakkari e altro ancora nel secondo WTA 1000 della stagione 2021

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Bianca Andreescu e Ashleigh Barty - Miami 2021

Malgrado la finale sotto tono, compromessa dalle condizioni fisiche precarie di Bianca Andreescu, e vinta da Ashleigh Barty per ritiro, il WTA 1000 di Miami ha offerto diverse partite di alto livello e parecchi spunti interessanti. Ho scelto otto giocatrici che mi sembrano adatte per parlare del torneo da punti di vista differenti.

Venus Williams
Venus Williams ha perso al primo turno, sconfitta 6-2, 7-6 da Zarina Diyas, attuale numero 89 della classifica WTA. A 41 anni da compiere fra due mesi (il 17 giugno), Venus è reduce da un periodo di risultati poco incoraggianti e oggi è scesa alla posizione 90 del ranking.

Nel 2020 aveva disputato 9 partite, perdendone 8. L’unica vittoria era arrivata contro Victoria Azarenka a Lexington, ma va ricordato che Vika era al primo match dopo il lockdown, e dall’agosto 2019 era scesa in campo una sola volta (nel marzo 2020), dopo avere anche pensato al ritiro; quindi era comprensibilmente arrugginita.




 

Rispetto al bilancio di 1/8 del 2020, nel 2021 per Williams le cose sono andate un po’ meglio: 2 vittorie e 3 sconfitte. Al momento è riuscita a superare Arantxa Rus (attuale numero 74 WTA) e Kirsten Flipkens (numero 90). Il successo contro Flipkens le era valso il secondo turno all’Australian Open, dove poi aveva incrociato Sara Errani. Nel primo set contro Sara, Venus aveva avuto un problema al ginocchio ma aveva deciso comunque di non ritirarsi, finendo per perdere 6-1 6-0, giocando praticamente da ferma.

È sempre molto difficile, e anche presuntuoso, giudicare queste situazioni da fuori. Naturalmente il primo pensiero che viene, è associare il calo di rendimento all’età. Perché se è vero che i progressi della medicina e dei sistemi di preparazione atletica hanno allungato la carriera di molti sportivi, a un certo punto la carta di identità reclama comunque i propri diritti. Nel caso di Venus va aggiunto il problema determinato dalla sindrome di Sjögren, che le era stata diagnosticata dieci anni fa e che le aveva procurato un calo di rendimento per alcune stagioni, prima che riuscisse a trovare le contromisure adeguate (farmacologiche e dietetiche).

Chissà cosa pensa Venus del proprio futuro sportivo, soprattutto in una stagione nella quale ogni programmazione è messa a rischio dalle incertezze causate dalla pandemia. Per una grandissima campionessa, capace di raggiungere ancora nel 2017 due finali Slam (Australian Open e Wimbledon) e una semifinale (US Open), non deve essere facile decidere di smettere, quando farlo e come farlo. Mettiamo che abbia in mente di ritirarsi a Wimbledon, lo Slam che ha vinto ben cinque volte in carriera. Nel 2020 non si è svolto per pandemia, e la sicurezza assoluta che si giochi nel 2021 non possiamo averla. E se si disputasse senza pubblico, che saluto sarebbe di fronte a uno stadio vuoto? D’altra parte, varrebbe la pena continuare a giocare ed allenarsi, affrontando oltretutto le diverse quarantene, se i risultati continuano a latitare?

Per come la vedo io, i grandi atleti degli sport individuali hanno però una fortuna: rispetto a chi pratica sport di squadra, non hanno compagni da penalizzare in caso di calo di rendimento. Nel tennis gli alti e bassi si vivono interamente sulla propria pelle, e questo dà ai giocatori il diritto di decidere in piena autonomia come, e quando, dire basta.

Ana Konjuh
Ho quasi timore a dirlo, ma sembra davvero che Ana Konjuh sia di nuovo nella condizione di poter giocare a tennis ad alti livelli. Dopo quattro operazioni al gomito, distribuite nell’arco di cinque anni (dal 2014 al 2019, trovate QUI le date precise), e praticamente tre stagioni intere perse per problemi fisici, Konjuh è tornata a far parlare di sé per i risultati sul campo.

È ancora sulla strada del pieno recupero atletico, con il peso forma da ritrovare, ma il talento tecnico è già emerso evidentissimo. Numero 338 del ranking, presente a Miami da wild card, ha sconfitto all’esordio la numero 70 Siniakova. Vittoria non impossibile, considerando che Siniakova non è in un buon momento. Ma poi ha superato in due set Madison Keys (che sul cemento americano è comunque una avversaria tosta), numero 19 del ranking, e quindi in tre set Iga Swiatek, numero 16 WTA sottostimata per i meccanismi di salvaguardia della classifica introdotti la scorsa stagione.

Purtroppo del match contro Keys ho visto solo gli highlights, ma ho seguito la prestazione contro Swiatek: 6-4, 2-6, 6-2 con un saldo finale di +22 (40 vincenti/18 errori non forzati). Una partita eccezionale, ai livelli delle due disputate contro Radwanska nel 2016: una vinta allo US Open (6-4 6-4), una persa a Wimbledon, anche a causa di un infortunio alla caviglia nei game finali (6-2 4-6 9-7).

Delle cinque giocatrici nate nel 1997 e capaci tutte di entrare in Top 50 WTA ad appena 18 anni (Bencic, Ostapenko, Kasatkina, Osaka, Konjuh), Ana era la più giovane (è nata il 27 dicembre) e la più precoce: numero 1 del mondo da Junior ad appena 15 anni, e con due titoli Slam vinti. Di Konjuh stupiva la straordinaria facilità nel coordinarsi: elastica nei movimenti, sempre in controllo del corpo, era capace di colpire in controbalzo o slice con la stessa facilità con cui eseguiva i suoi due ottimi colpi base, dritto e rovescio in topspin.

Rispetto a quella giocatrice, a me sembra che oggi abbia modificato il movimento del dritto, forse per salvaguardare il gomito. Ma non sono sicuro che questo sia un limite, anzi potrebbe risolversi in un progresso. A questo proposito racconto un piccolo retroscena, relativo a Wimbledon 2017. Ero sul posto come inviato insieme a Luca Baldissera. Siccome non mi convinceva del tutto lo swing di Konjuh dalla parte del dritto (particolarmente ampio, forse un po’ troppo), e volevo un parere di Luca, lo avevo strappato ai suoi impegni e trascinato per qualche game sul Court 12. Era il match ideale nello stadio ideale: contro una avversaria forte come Dominika Cibulkova (quarti di finale a Wimbledon nel 2016 e 2018) e con i posti stampa a bordo campo, dunque perfetti per vedere da vicino i singoli gesti atletici. Quel giorno Konjuh avrebbe finito per vincere (7-6, 3-6, 6-4), dimostrando che, al di là dei miei dubbi, il suo dritto era comunque efficace.

Oggi Ana non gioca più il dritto con quel movimento: tende a colpire la palla più vicina al corpo, con il gomito meno disteso. La mia impressione è che ci abbia guadagnato in termini di stabilità e omogeneità nello swing. A Miami 2021 la sua avventura si è conclusa contro Anastasija Sevastova, più che per la forza dell’avversaria (non proprio nel suo momento migliore) per i problemi alla schiena emersi durante il match, che l’hanno menomata al servizio (6-1, 7-5). Probabilmente un guaio determinato dalla desuetudine nell’affrontare più match di alto livello nell’arco di pochi giorni.

Dopo questo sorprendente torneo in Florida, Konjuh è risalita di 98 posizioni in classifica: numero 240. Al di là del ranking, però, non si può che ripetere la cosa più ovvia: ciò che conta davvero è che si mantenga in salute, e i frutti del suo talento arriveranno di sicuro.

a pagina 2: Sara Sorribes Tormo e Maria Sakkari

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Naomi Osaka e le superfici

Ad appena 23 anni Osaka vanta già quattro titoli Slam, vinti però solo sul cemento. Riuscirà a conquistare successi importanti anche su erba e terra?

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Naomi Osaka - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Con il successo all’Australian Open 2021 Naomi Osaka non ha solo vinto il quarto titolo Slam della carriera ma, per quanto riguarda i Major raccolti, si è staccata da tutte le tenniste in attività, ad eccezione delle sorelle Williams e Kim Clijsters (se consideriamo Kim ancora attiva). Non solo. Nel tennis degli anni Duemila, facendo riferimento a tutti gli Slam assegnati, solo quattro tenniste hanno vinto più Major di Naomi: Serena e Venus, Henin e Sharapova. A quattro titoli la affianca Clijsters.

Ricordo che Osaka ha solo 23 anni (è nata nell’ottobre 1997), e quindi non è affatto escluso che possa aumentare il numero di successi. Se ragioniamo in termini di età in rapporto al quarto titolo, ancora una volta, solo le sorelle Williams l’hanno chiaramente sopravanzata, mentre Henin le è davanti di pochissimo, e Sharapova dietro. Infatti, se non ho sbagliato i conti, questa è l’età nella quale sono arrivate al quarto Slam le protagoniste citate: Serena quarto titolo a 20 anni e 11 mesi, Venus a 21 anni e 4 mesi, Henin a 23 anni esatti. Poi c’è Osaka (23 anni e 5 mesi). Sharapova ha raggiunto il quarto Slam a 25 anni e 1 mese, mentre Clijsters a 27 anni e 8 mesi.

Insomma, Osaka si sta costruendo una carriera eccezionale, anche se con alcuni limiti da considerare. Il primo è che a dispetto dei quattro grandi trofei già conquistati, negli altri tornei del circuito WTA è arrivata ad “appena” tre titoli: Indian Wells 2018, Pechino 2019 (entrambi Premier Mandatory), Tokio 2019 (torneo Premier). Anche per questo sino a oggi ha comandato la classifica mondiale per poche settimane, 25 in totale. In sostanza Osaka si è dimostrata più capace di notevoli picchi di gioco, ma limitati nel tempo, che di continuità nell’arco di tutta la stagione. Con una frase fatta si potrebbe dire: più qualità che quantità.




 

Ma il dato tecnicamente più interessante, a mio avviso, riguarda la distribuzione delle superfici sulle quali ha vinto: esclusivamente sul cemento. E anche prendendo in considerazione i tornei nei quali è arrivata in finale senza vincere (Tokio 2016, Tokio 2018, NewYork/Cincinnati 2020) il responso è sempre lo stesso: cemento.

Abbiamo ancora dubbi? Verifichiamo allora un dato più ampio, quello della percentuale di vittorie sul circuito maggiore (tornei WTA, Slam, Fed Cup). Osaka ha vinto 173 partite e ne ha perse 88, così distribuite:

69,4% sul cemento (136 vinte / 60 perse)
59,5% sulla terra (rossa e verde) (25/17)
52,2% sull’erba (12/11)

In sostanza, da qualsiasi punto la si osservi, la situazione appare chiara e univoca: il rendimento di Naomi cambia, e di parecchio, in rapporto alle superfici. Come mai?

Visto che questa tendenza è emersa ormai da anni, la spiegazione che mi ero dato già da alcune stagioni è legata alla sua formazione da ragazzina. Osaka infatti non ha compiuto la classica trafila da junior di successo, che viaggia per il mondo con un calendario che, almeno per gli Slam, ricalca quello delle professioniste. No, Naomi è cresciuta senza disputare tornei junior, affrontando direttamente gli ITF; quelli americani soprattutto. Questo significa che rispetto alla concorrenza non si è costruita un sufficiente bagaglio di esperienza sull’erba e sulla terra rossa.

Qualche settimana fa ha confermato lei stessa questa tesi, nella conferenza stampa tenuta al termine della vittoria all’Australian Open. Le viene chiesto: “Hai vinto quattro Slam solo sul cemento. Quale sarà il primo al di fuori, terra o erba?” Inizialmente Naomi risponde con una battuta: ”Spero sulla terra, perché arriva prima” (il Roland Garros 2021 precede Wimbledon in calendario). Poi però tratta più estesamente della propria formazione:

E qui ci dice che nel 2019 aveva cominciato a sentirsi meglio sulla terra, mentre ritiene di avere pochissima esperienza sull’erba. I numeri lo confermano, anche se da giovanissima ha giocato un paio di ITF sull’erba in Giappone (non ho verificato nel dettaglio, ma non escludo si trattasse di erba sintetica); mentre nel 2015 era arrivata in finale nell’ITF 50K di Surbiton (hinterland londinese), perdendo contro Diatchenko, in un tabellone che vedeva al via, fra le altre, Hsieh, Kontaveit, Cetkovska, Minella, Paszek, Buzarnescu.

In ogni caso stiamo parlando di pochi match, che avvalorano le parole di Naomi. Stabilito questo, è inevitabile chiedersi se Osaka sarà capace di superare le difficoltà su terra ed erba per trasformarsi in una giocatrice più completa. Magari così completa da essere in grado di vincere gli Slam europei. Prima di affrontare il tema, penso sia utile considerare qualche precedente di giocatrici con situazioni simili, e valutare come sono andate le cose.

a pagine 2: I precedenti nel tennis recente

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Tennis e pandemia: le sfortune di Muguruza e le fortune di Krejcikova

In finale nel WTA 1000 di Dubai si sono affrontate due giocatrici per cui la pandemia ha probabilmente influito in modo opposto sulla carriera

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Garbiñe Muguruza – Dubai 2021 (via Twitter DubaiTennisChamps)

Con il successo nel WTA 1000 di Dubai, Garbiñe Muguruza è tornata a vincere un titolo a distanza di due anni. L’ultima vittoria nel Tour di Muguruza risaliva infatti all’International di Monterrey 2019 (finale su Azarenka). Se però cerchiamo nel suo palmarès una affermazione davvero importante, occorre addirittura risalire al 2017, al Premier5 di Cincinnati, dell’agosto 2017: sono passati quasi quattro anni.

Nel 2017, qualche settimana dopo la vittoria in Ohio, Muguruza sarebbe diventata numero 1 del mondo a 23 anni ancora da compiere (è nata l’8 ottobre 1994) Tutti pensavano stesse entrando nel periodo migliore della carriera; Garbiñe era la campionessa in carica di Wimbledon e si presentava come una giocatrice in grado di vincere su tutte le superfici: la terra del Roland Garros 2016, l’erba di Wimbledon 2017, il cemento di Cincinnati 2017. Invece nel 2018 sarebbe cominciato un lungo periodo di crisi.

Scaduti i punti di Wimbledon e Cincinnati, infatti, Muguruza sarebbe uscita dalla Top 10, e nel corso del 2019 avrebbe perso anche il diritto alle teste di serie negli Slam, visto che era uscita anche dalle prime 30 del ranking. Si trattava di un processo di involuzione del tutto inatteso, proprio perché coinciso con l’età che normalmente si considera la migliore per una atleta, tra i 24 e i 25 anni.

Anche per questo il recente successo di Dubai assume un valore simbolico importante. Se però prendiamo in considerazione soltanto i tornei vinti, rischiamo di sbagliare prospettiva. Muguruza non è improvvisamente risorta la scorsa settimana negli Emirati, ma era già tornata protagonista sin dal gennaio 2020, con la finale raggiunta all’Australian Open, persa in tre set contro Sofia Kenin.

Analizzare il 2020-2021 di Muguruza non è per nulla semplice, perché vanno considerati diversi elementi anche molto lontani fra loro, che non sempre coincidono temporalmente, e che non si prestano a un racconto lineare. Cambi di allenatore, questioni tecniche, aspetti agonistici, fortuna e sfortuna nei tabelloni, qualità delle avversarie, lo stop della pandemia, la variabile inattesa del nuovo ranking: forse per spiegare tutti gli elementi che hanno influito sull’ultimo biennio di Muguruza sarebbe più adeguato utilizzare un ipertesto, perché un normale articolo rischia di sfilacciarsi in tante direzioni differenti, difficili da tenere insieme. Ma visto che questo abbiamo a disposizione, facciamo un tentativo.

Luglio 2019: Muguruza è in piena crisi di risultati, e fatica a recuperare la solidità dei tempi migliori. Ha poca fiducia nel proprio gioco e in particolare il dritto è diventato un colpo inaffidabile, che le procura errori in serie. Le avversarie lo sanno e insistono su quel punto debole, raccogliendo spesso punti determinanti, che a fine match fanno la differenza. Ma anche il servizio sta diventando meno sicuro e non può che causare altre conseguenze negative negli equilibri del suo tennis.

Di fronte a problemi così profondi, Garbiñe decide di chiudere il lungo e controverso capitolo con il coach Sam Sumyk, per tornare a collaborare in esclusiva con Conchita Martinez, che l’aveva già affiancata nel passato (in particolare durante le due settimane vincenti a Wimbledon).

Al di là del valore di un coach, a volte le collaborazioni diventano sterili anche semplicemente perché si logorano i rapporti personali, e questi influiscono sulla qualità del lavoro strettamente tecnico. Nella off season condotta con Martinez, evidentemente Muguruza lavora bene, e dall’inizio del 2020 si ripresenta una giocatrice di nuovo in grado di misurarsi con le più forti. All’Australian Open non è testa di serie, eppure sconfigge tre Top 10 (Bertens, Svitolina, Halep) e raggiunge la finale, dove perde in tre set contro Sofia Kenin.

L’Australian Open 2020 ci restituisce una giocatrice completamente ricostruita sul piano fisico-tecnico, ma con ancora progressi da compiere nei momenti cruciali delle grandi partite. Quello che manca a Garbiñe per tornare al livello della Muguruza del 2017, la numero 1 del mondo e campionessa di Wimbledon, è la sicurezza agonistica che le aveva permesso di vincere due Major. Magari sbaglio, ma non credo che quella giocatrice sarebbe arrivata al terzo set contro Kenin (nella finale poi persa 4-6, 6-2, 6-2): probabilmente non sarebbe calata di aggressività e di convinzione a partita in corso, e avrebbe vinto direttamente in due set, sulla scia del successo nel parziale di apertura.

Ma al di là della delusione contro Kenin, Garbiñe è comunque in chiaro recupero. Per questo quando arriva la pandemia a fermare il circuito, è una delle tenniste più danneggiate: fa parte di quel gruppo di giocatrici (come Kenin, Rybakina, Jabeur) che avrebbero potuto sfruttare il momento molto positivo per ottenere altri ottimi risultati. Risultati che avrebbero significato progressi in classifica, nei guadagni e nella autostima al momento di scendere in campo. E invece tutto si ferma.

a pagina 2: La prestazioni dopo lo stop per pandemia

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