I migliori colpi in WTA: le demivolée

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I migliori colpi in WTA: le demivolée

Decima puntata della serie dedicata alle giocatrici migliori nel singolo colpo. Da Kasatkina a Flipkens, da Swiatek a Jabeur: chi possiede le demivolée più efficaci del circuito?

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Ons Jabeur

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio


Per la serie dedicata ai migliori colpi in WTA, ecco l’articolo che affronta il terzo tema del gioco di rete: le demivolée di dritto e di rovescio. Ricordo che la classifica è riservata alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking.

Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo dedicato al dritto. Mentre per quanto riguarda le logiche che mi hanno portato alla suddivisione del gioco di rete in quattro temi, rimando all‘articolo di due settimane fa. In sintesi, le categorie previste sono queste:
– Volée e schiaffo al volo di dritto
– Volée e schiaffo al volo di rovescio
– Demivolée
– Overhead

 

Le demivolée
Ormai in questa serie di articoli l’ho scritto infinite volte: nel tennis contemporaneo il gioco di rete è diventato minoritario, poco praticato rispetto a periodi del passato ricchi di giocatrici che adottavano il serve&volley o che comunque cercavano la rete con insistenza. Di conseguenza anche la demivolée è diventata un colpo più raro; anzi forse il più raro di tutti, visto che si devono verificare situazioni particolari perché venga utilizzato in uno scambio.

D’altra parte, nel tennis di oggi, basato sulla aggressività del gioco da fondo, sono aumentate le occasioni nelle quali si colpisce di mezzo volo dalla linea di fondo. Una scelta compiuta per non perdere campo e non lasciare l’iniziativa alla avversaria.

Occorre quindi un chiarimento, perché il colpo di controbalzo da fondo campo e quello nei pressi della rete richiedono doti un po’ differenti. In quello effettuato da dietro, che normalmente è eseguito su palle molto veloci, è necessario soprattutto un grande timing; in quello eseguito in avanti, di solito eseguito su palle più lente, è richiesta soprattutto una grande “mano”. Questo non significa che non possa capitare di giocare anche da fondo colpi tecnicamente molto simili alle demivolée “da rete”, ma si tratta di situazioni molto meno frequenti.

Per rimanere nel tema prestabilito, noi qui ci interessiamo del colpo giocato in avanti. Destrezza, sensibilità, rapidità di pensiero, capacità da giocoliere, sono alcune delle doti che aiutano a diventare abili esecutrici di demivolée nei pressi della rete. Ma aggiungerei anche una questione mentale. Per primeggiare nella demivolée è indispensabile un atteggiamento deciso e sereno: per riuscire in questo genere di colpi si deve essere convinte che attraverso il movimento in avanti si sta mettendo la maggiore pressione possibile all’avversaria.

Se, al contrario, chi si trova a rete si sente indebolita, come se fosse uscita dalla trincea inerme di fronte all’artiglieria nemica, allora è molto probabile che al momento di eseguire una demivolée si farà prendere dall’ansia, e finirà per sbagliare il colpo. Di recente in una intervista rilasciata a Eurosoport, Simona Halep ha detto testualmente: “Mi spavento quando sono nei pressi della rete” (“I get scared when I am around the net”). Si capisce che con uno stato d’animo del genere tutto diventa più difficile.

Veniamo alla scelta dei nomi. Avessi scritto questo articolo un paio di anni fa, avrei segnalato innanzitutto due giocatrici, che purtroppo nel frattempo si sono ritirate: Agnieszka Radwanska e Magdalena Rybarikova. Radwanska racchiudeva in sé il meglio sul piano della improvvisazione e della delicatezza di mano; Rybarikova invece era una specie di giocoliera prestata al tennis: in diverse interviste aveva raccontato come sin da piccola eccellesse in qualsiasi attività di destrezza eseguita con la palla, ben al di là delle esigenze richieste dal suo sport professionistico.

Senza loro due in gara, la scelta è diventata più ardua. Anche perché sono così infrequenti le occasioni in cui si esegue una demivolée che risulta davvero difficile, almeno per me, stabilire una gerarchia precisa. Sinceramente faccio anche fatica a separare l’esecuzione di dritto da quella di rovescio, ed è la ragione per cui ho preferito definire una graduatoria comune.

In sostanza mi sono trovato a non avere certezze granitiche. Per cui se avrete da ridire su chi è stata esclusa e chi no, ammetto subito di non possedere argomenti davvero persuasivi per difendere le mie posizioni. Tra le escluse cito (in ordine alfabetico): Andreescu, Bertens, Garcia, Kontaveit, Kuznetsova, Kvitova, Mertens, Sevastova, Stephens, Townsend, Vekic, Vondrousova, Serena Williams, Zheng Saisai.

Per la stessa difficoltà a definire valori precisi, alla fine ho sì scelto dieci nomi, ma ho preferito rinunciare a una gerarchia di merito. Mi sono limitato all’ordine alfabetico. Se ne avrete voglia, lascio a voi stabilire chi dovrebbe occupare le posizioni più alte della classifica di questa settimana.

a pagina 2: I primi cinque nomi (dalla A alla L)

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Russia 2: Veronika Kudermetova

Il lungo percorso compiuto prima della affermazione ad alti livelli della attuale numero 2 di Russia Kudermetova, recente finalista del torneo di Abu Dhabi

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Veronika Kudermetova - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

In attesa che il Tour superi la tormentata quarantena australiana e torni a offrire tennis giocato, continuiamo l’analisi delle giocatrici impegnate nel primo torneo dell’anno, il WTA500 di Abu Dhabi. Dopo l’articolo di martedì scorso dedicato a Ekaterina Alexandrova, proseguo con la linea russa: è il momento di Veronika Kudermetova. Per Kudermetova quella negli Emirati è stata una settimana molto positiva, dato che per la prima volta in carriera è riuscita a raggiungere la finale di un WTA500 (nuova definizione dei Premier che assegnano 470 punti alla vincitrice).

Durante il torneo Kudermetova ha sconfitto Kontaveit, Turati, Badosa, Svitolina, Kostyuk, e ha perso soltanto da Aryna Sabalenka (che tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 vanta una striscia vincente aperta di 15 match). A conferma dell’ottimo momento di Veronika c’è il best ranking raggiunto proprio questa settimana (numero 36) e il primato nazionale mancato di poco: sarebbe diventata numero 1 di Russia (superando Alexandrova) se avesse vinto la finale.

Va sottolineato però che tutti i discorsi sul ranking sono ingessati dalle regole introdotte con la pandemia, regole che tendono a mantenere lo status quo, e di fatto sfavoriscono le tenniste in crescita come Kudermetova. Se per esempio nel 2020 si fossero conteggiati solo i risultati ottenuti nell’anno solare, Veronika avrebbe concluso la stagione al numero 29 invece che al 46. Tenendo poi conto della finale raggiunta negli Emirati Arabi mercoledì scorso, staremmo parlando di una giocatrice senza dubbio nelle prime 30 del mondo.

Potrebbe sembrare insensato continuare a riferirsi a un ranking virtuale, calcolato secondo i metodi precedenti, ma credo aiuti a individuare le giocatrici che stanno facendo meglio, pur nelle mille difficoltà che il periodo propone. Sappiamo infatti che si sta giocando meno del solito e questo rende più difficile la costruzione di quei momenti positivi che, grazie a condizioni di forma e di entusiasmo sopra la media, si traducono in significativi salti di qualità.

Per quanto riguarda Kudermetova, ci sono almeno due aspetti della sua carriera che, a mio avviso, la rendono particolarmente interessante: le difficoltà affrontate per finanziare la propria formazione nel periodo da teenager, e il confronto con le coetanee nate nel 1997, visto che che per il tennis femminile quella del 1997 è considerata una annata speciale. Veronika infatti è nata nello stesso anno di giocatrici di successo e precocissime come Bencic, Ostapeniko, Osaka, oltre che Konjuh (purtroppo fermata dagli infortuni) e Kasatkina, sua “gemella” russa con la quale ha condiviso i primi anni di carriera da junior. Cominciamo proprio da quegli anni.

a pagina 2: I primi anni di Veronika Kudermetova

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Quale futuro per Ekaterina Alexandrova?

La vicenda anomala di una tennista russa che si è perfezionata nella Repubblica Ceca e che è arrivata a un momento cruciale della carriera

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Ekaterina Aleznadrova dopo la vittoria nel torneo International di Shenzhen 2020

Tennis professionistico e pandemia: nel 2021 si prova faticosamente a tornare a giocare, ma rimangono alcuni effetti collaterali determinati dalla situazione anomala. Una delle conseguenze la stiamo sperimentando nel torneo di Abu Dhabi: primo turno a metà settimana e finale sette giorni dopo, di mercoledì; non esattamente l’ideale per una rubrica che esce di martedì. Per fortuna questo non impedisce di trovare comunque spunti di discussione, perché anche il tennis giocato nei primi turni negli Emirati è stato interessante.

Per esempio il match fra Elina Svitolina ed Ekaterina Alexandrova. Una partita estremamente combattuta, durata 2 ore e 35 minuti e terminata per 6-2, 6-7, 7-6. Il tiebreak del terzo set, vinto dalla numero 5 del mondo Svitolina si è concluso addirittura 10-8, dopo che Alexandrova ha mancato due match point sul 6-5 e sul 7-6 a proprio favore.

Il punteggio descrive una partita di grande equilibrio, eppure mentre la seguivo in diretta, perfino durante i match point contro, ero piuttosto convinto che Svitolina avrebbe finito per prevalere. E non lo dico per presunzione, o perché possiedo speciali doti predittive, ma perché era una di quelle classiche situazioni nelle quali una delle contendenti cambiava troppo di rendimento in base al punteggio. Nella seconda parte del match, infatti, Alexandrova sembrava avere qualcosa in più sul piano fisico-tecnico, ma soffriva oltre misura la pressione dello score: quando doveva risalire la corrente, i colpi filavano via puliti e incisivi; ma quando invece arrivava il momento di raccogliere i frutti della supremazia, il braccio si rattrappiva e la palla viaggiava a fatica.

Ekaterina aveva dato il meglio di sé nel finale di secondo set (al momento di pareggiare i conti) e anche all’inizio del terzo, portandosi in vantaggio di un break. Sul 4-2 avrebbe potuto ulteriormente allungare, ma non è riuscita ad approfittare di altre tre palle break. Mancato il colpo del quasi KO, è cominciato il riflusso: turno di battuta decisivo sul 5-4 non convertito, e poi sconfitta nel tiebreak decisivo, dopo 18 punti giocati.

Mentre seguivo la partita, di fronte agli struggimenti agonistici di Ekaterina, mi domandavo fino a che punto avrebbe potuto spingersi nel prossimo futuro. A 26 anni compiuti, Alexandrova si trova in un momento cruciale della carriera: è da un paio di stagioni che sta giocando piuttosto bene, e questo le ha consentito di entrare fra le prime 30 del mondo, con conseguente diritto alla testa di serie negli Slam; ora però si tratta di scoprire se saprà valorizzare il privilegio che si è conquistata, con qualche risultato davvero importante.

Non è facile rispondere, e in fondo il suo futuro poco delineato rappresenta, in piccolo, l’incertezza che sta vivendo in queste ultime stagioni tutto il tennis russo. Un movimento esploso nel primo decennio del duemila, che oggi fatica a mantenersi sui quei livelli di assoluta eccellenza, e che si interroga su chi potrebbe raccogliere l’eredità di Sharapova, Kuznetsova, Dementieva & Co. Questa settimana Alexandrova, con il numero 33 del ranking, è ancora la numero 1 di Russia, eppure rappresenta un caso particolare, perché tennisticamente è maturata in un’altra nazione. Vediamo come è andata.

a pagina 2: Gli inizi e il trasferimento da Mosca a Praga

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A proposito di Karolina Pliskova e Sascha Bajin

Cosa possiamo dire, oggi, del nuovo team tecnico formato dalla tennista ceca? I precedenti di Carlos Rodriguez con Henin, Li Na e Anisimova, di Tomasz Wiktorowski con Radwanska, e le molte collaborazioni di Wim Fissette

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Karolina Pliskova con il preparatore atletico Azuz Simcich e Sascha Bajin (via Twitter, @KaPliskova)

Lo scorso novembre Karolina Pliskova ha comunicato, attraverso un sintetico tweet (“Team Pliskova 2021”) di avere iniziato una nuova collaborazione tecnica con Sascha Bajin, ex allenatore di Osaka, Mladenovic e Yastremska. Si tratta di una delle notizie più interessanti di questi ultimi mesi trascorsi senza tennis giocato e per questo avrei voluto parlarne prima; ma ogni volta che provavo a scriverne avevo difficoltà a trovare la chiave di lettura appropriata. E così, settimana dopo settimana, ho rimandato l’articolo sino a oggi.

Ho riflettuto sulle difficoltà che mi spingevano a rinviare, e alla fine mi sono reso conto che più passano gli anni, più fatico a parlare dei coach nel tennis. Intendiamoci, sono sempre convinto che abbiano un ruolo fondamentale nella vita e nella carriera di ogni giocatrice, ma resta in gran parte un ruolo svolto dietro le quinte, estremamente difficile da valutare per quanto si percepisce dall’esterno.

Per come si è evoluto il tennis professionistico negli ultimi anni, il coach è probabilmente la figura che passa più tempo insieme a un giocatore/giocatrice di tennis. E non parlo solo di tempo dedicato alla professione, ma in senso assoluto. Dieci-undici mesi l’anno di tornei e allenamenti, composti da settimane di competizione alternate ad altre di sola preparazione. Ma che si disputi un match oppure no, tutto sommato la sostanza cambia poco: sempre in giro per il mondo, con la vita trascorsa fra campi, palestre, aerei e alberghi, a formare un team che si trasforma in una specie di famiglia alternativa a quella di nascita.

Per questo, anche se è una formula che cerco di evitare, spesso quando tennista e coach si separano si parla di “divorzio”. E si capisce perché è impossibile che una collaborazione tecnica possa funzionare se non si costruisce anche una relazione umana al di fuori della pura professione; se non proprio per vivere in totale armonia, quanto meno per riuscire a reggere senza troppi attriti durante l’enorme quantità di tempo trascorso insieme.

Oltre alle questioni tecniche e alle questioni umane, va tenuto conto che nel rapporto fra giocatrice e allenatore rientrano gli aspetti economici: i successi e gli insuccessi ottenuti durante la stagione si trasformano in denaro, in più o in meno, per entrambi. Non solo. C’è un tema più sottile e speciale che va considerato nella dinamica dei rapporti fra tennista e coach: sul piano economico è la giocatrice che paga il coach (sotto forma di stipendi fissi e/o di percentuale sui guadagni) ed è a tutti gli effetti “il boss” della situazione. Ma sul campo, al momento di decidere gli indirizzi tecnici da prendere, la relazione si rovescia: l’ultima parola su come sviluppare il lavoro si suppone spetti al coach, che viene assunto proprio per le sue competenze in quest’ambito.

È una condizione anomala, del tutto particolare, che non si verifica negli sport di squadra, e che rende il rapporto ancora più intricato. Per esempio: per un allenatore è un esercizio sul filo del precipizio comportarsi in modo duro e intransigente (se lo ritiene necessario) nei confronti di colei che è anche la sua datrice di lavoro. Ma anche l’atteggiamento opposto, giocoso e amichevole, potrebbe risultare meno spontaneo e convincente agli occhi di chi, a conti fatti, gli paga lo stipendio.

Questioni tecniche, questioni umane, questioni economiche. Davvero complicato.

Quando la collaborazione non regge, e giocatrice e coach si separano, di solito le vere ragioni rimangono inespresse, ma sui social si scatena la caccia al retroscena. Se sono coinvolti nomi di primo piano, non mancano mai di circolare voci incontrollate degne dei classici settimanali di gossip. E dunque a chi punta tutto sulle divergenze tecniche c’è chi replica parlando di gelosie o di amori non corrisposti, e chi invece insinua di mancati accordi sulle spettanze economiche, perché la giocatrice Tizia è tirchia oppure l’allenatore Caio è molto avido.

La maggior parte delle volte, in queste situazioni, i protagonisti rimangono nel vago (giustamente, direi: non si capisce perché vicende private dovrebbero essere sbandierate ai quattro venti), e per questo sono convinto che la posizione più ragionevole sia quella di astenersi dal prendere posizione, semplicemente prendendo atto che le cose non hanno funzionato.

Quella tra tennista e coach è dunque una relazione particolarmente complessa, piena di sfumature e di aspetti di cui non siamo a conoscenza, che sarebbero fondamentali per definire il giudizio. Eppure, malgrado tutto il “non detto”, rimane interessante provare a capire almeno questo: come la collaborazione si riverbera sul campo, non solo in termini di puri risultati, ma anche sul modo di giocare delle protagoniste quando finalmente affrontano le partite. Facciamo qualche nome e qualche esempio, anche solo per rendersi conto di come possano essere differenti le situazioni che si sviluppano.

a pagina 2: Rodriguez/Henin/Anisimova e Wiktorowski/Radwanska

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