I migliori colpi in WTA: capitolo finale - Pagina 3 di 4

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I migliori colpi in WTA: capitolo finale

Quindicesima e ultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Serena Williams a Bianca Andreescu, da Simona Halep ad Ashleigh Barty, ecco la classifica definitiva con il “meglio del meglio”

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Simona Halep - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Volée e schiaffo di dritto
1. Karolina Muchova
2. Taylor Townsend
3. Ashleigh Barty

Volée e schiaffo di rovescio
1. Karolina Muchova
2. Ashleigh Barty
3. Petra Martic

 

Demivolée
1. Ons Jabeur
2. Kirsten Flipkens
3. Iga Swiatek

Smash, ganci, veroniche
1. Petra Martic
2. Karolina Muchova
3. Taylor Townsend

Lettura del gioco avversario
1. Belinda Bencic
2. Sofia Kenin
3. Elise Mertens

Costruzione del proprio gioco
1. Ashleigh Barty
2. Hsieh Su-Wei
3. Sofia Kenin

Mobilità
1. Simona Halep
2. Sloane Stephens
3. Ashleigh Barty

Qualità agonistiche
1. Bianca Andreescu
2. Sofia Kenin
3. Alison Riske

a pagina 4: Anteprima di Wimbledon 2020 virtuale

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Classifica ATP: l’ipotesi ‘algoritmo’ potrebbe essere favorevole a Nadal

Se si dovesse scalare una quota fissa per ogni settimana (ma fino a quando?), lo spagnolo rischierebbe molto meno rispetto ai 5360 punti in ballo in sette settimane. E potrebbe scegliere più a cuor leggero dove giocare

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Rafael Nadal con il trofeo del numero 1 - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Penso che bisognerà riflettere a lungo e con attenzione su come gestire i punti del ranking“. Il monito in vista della ripresa arriva da Andy Murray, tornato in campo nei giorni scorsi nella Battle of The Brits. L’ATP ha annunciato il dove e il quando della ripartenza, non ancora come riprendere il filo delle classifiche la cui logica è stata chiaramente stravolta dal lungo stop.

Primo appuntamento della “nuova” stagione a Washington (che Murray ha messo nel mirino), per poi spostare tutto a New York e rinchiudersi nella bolla Cincinnati-US Open. Immediatamente dopo l’Europa: Madrid, Roma e il Roland Garros. “Non si potrà fare tutto, bisognerà scegliere dove andare a giocare“, ha spiegato lo scozzese, sottintendendo come la conoscenza del criterio applicato per i punti potrebbe indirizzare le agende. Un ragionamento di interesse generale e non personale, considerando il suo tormentato 2019. “Non sarebbe sicuro per la salute di chi dovesse arrivare anche solo ai quarti o in semifinale allo US Open spostarsi subito in Europa – spiega il tre volte campione Slam -, ritrovandosi in altura a Madrid e sulla terra dopo tanti mesi passati senza giocarci“.

IDEA BIENNALE – La proposta – non lontana da quella già avanzata da Nadal – è di ragionare sull’ipotesi di un ranking biennale. “In questo modo – ha spiegato – chi ha fatto bene nel 2019 e non può difendere i punti in modo ottimale non verrebbe penalizzato. Se si potessero mantenere i punti conquistati nella passata stagione, le classifiche risulterebbero meno alterate“. C’è da dire – lo ha fatto qualche giorno fa il direttore Scanagatta, in un’analisi più ampia – che non sembra questa l’ipotesi più calda. La controindicazione più evidente sarebbe l’ostacolare la peculiare fluidità del ranking, andando ad ampliare il gap tra chi è avanti adesso in classifica (e magari ha fatto incetta di Slam nel biennio precedente) e chi vedrebbe ridursi al minimo le speranze di sorpasso. Discorso valido per le posizioni di vertice, ma anche per le possibilità di accedere alla top 100.

 

ALGORITMO – In realtà, secondo quanto riportato da Marca, il tennis potrebbe optare per un calcolo che sembra mettere d’accordo ATP e WTA. I punti attuali di ciascun giocatore verrebbero divisi per le 52 settimane di cui si compone la stagione, il risultato verrebbe poi scalato ogni sette giorni. Non risulta al momento chiaro per quante settimane. Si potrebbe concedere un anno di tempo per il riallineamento, andando però a toccare così una stagione, la prossima, che ci si augura possa tendere alla normalità.

Il caso Nadal aiuta a orientarsi meglio nell’immediato, anche perché il maiorchino sarebbe il primo beneficiario di questa soluzione algebrica. Secondo la tabella di marcia diffusa dall’ATP, infatti, si ritroverebbe a difendere in sole sette settimane ben 5360 punti. In ordine decrescente: i titoli di US Open (2000) e Roland Garros (2000), quello di Roma (1.000) e la semifinale di Madrid (360). Proprio quella spagnola sembrerebbe la tappa maggiormente pregiudicata, come sostenuto da Murray: per chi dovesse arrivare in fondo allo US Open, catapultarsi alla Caja Magica diventerebbe proibitivo. Allo stesso modo anche gli Internazionali, successivi a Madrid e subito prima del Roland Garros, potrebbero essere sacrificati da chi volesse decidere di arrivare in anticipo a Parigi.

Ma vale anche un altro discorso: mettendo a rischio, quantomeno nel breve, un totale di 1325 punti (189 per sette settimane) invece che di 5360, il numero due del mondo potrebbe rinunciare allo US Open più a cuor leggero per buttarsi anima e corpo in Europa, con la priorità di Parigi. Resterebbe aperta una questione di opportunità: con quali motivazioni ufficiali il campione in carica potrebbe annunciare il suo forfait a Flushing Meadows?

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La storia di Norah Gordon Cleather, la donna che tenne in piedi Wimbledon durante la guerra

Ora che Sally Bolton sta per prendere in mano le redini di Wimbledon, Ubitennis vi propone il racconto del Guardian sulla prima donna a dirigere il torneo più antico del mondo a cavallo fra le due guerre

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Il Centre Court di Wimbledon, colpito da una bomba l'11 ottobre 1940

[Nota introduttiva: sebbene Wimbledon 2020 sia stato cancellato, il 12 luglio (data della fu finale maschile) segnerà comunque il passaggio di consegne fra Richard Lewis e Sally Bolton nel ruolo di CEO, come già annunciato lo scorso dicembre. Bolton sarà la prima chief executive donna da quando la carica è stata creata, ed è una figura di spicco nell’ambiente dell’organizzazione di eventi sportivi nel Regno Unito. Ha iniziato nel 1996 come CEO per due squadre di rugby, sia league che union, facendosi strada fino a diventare la responsabile per la pianificazione dei Mondiali di Rugby League del 2013; è poi stata a capo, per un biennio, del comitato organizzatore dei mondiali londinesi di atletica del 2017.

La sua carriera all’interno dell’All England Club è iniziata l’anno precedente, quando è stata nominata head of corporate affairs, venendo poi promossa all’incarico di strategic planning and operations director – in sostanza è passata dalla gestione del rapporto con il pubblico alla progettazione strategica a lungo termine. In quest’ultima veste, le è stato riconosciuto un ruolo decisivo nell’acquisto dei limitrofi terreni del Wimbledon Park Golf Club, quasi triplicando l’area dove si disputano i Championships (da 42 a 115 acri) e permettendo così di spostare le qualificazioni da Roehampton ai campi dell’All England.

Sally Bolton, nuovo CEO di Wimbledon. (Credit: Wimbledon.com)

Nel contesto di questa staffetta, certamente storica, il Guardian ha trattato l’esperienza di Norah Gordon Cleather come “segretaria ad interim” durante la Seconda guerra mondiale. Di seguito vi proponiamo la traduzione dell’articolo, mentre l’originale si può trovare qui].

 

Norah Gordon Cleather avrebbe destato clamore entrando in qualsiasi stanza, in qualsiasi epoca. Un’altolocata londinese alla moda, si mescolava facilmente sia con i migliori tennisti del mondo sia con la nobiltà europea del periodo tra le due guerre, ma, come molte favole, la sua vicenda avrebbe preso una triste e inaspettata piega.

Il suo nome, a lungo dimenticato, è riemerso da quando Sally Bolton è stata nominata come la prima donna a ricoprire la carica amministratore delegato dell’All England Club, succedendo a Richard Lewis, un passaggio di consegne che ha avuto luogo nelle circostanze uniche di una quarantena, quando di norma il torneo si starebbe preparando per l’inaugurazione del 29 giugno. Tuttavia, Cleather può rivendicare il primato in una versione equivalente del ruolo che lei ricoprì 81 anni fa, in tempi altrettanto duri (come Bolton stessa sta scoprendo, visto che è impegnata nella lettura dell’autobiografia di Cleather, “Wimbledon Story”).

Stregata dal gioco e da Wimbledon fin dalla sua prima visita come scolaretta nel 1917, Norah si unì al piccolo staff di Wimbledon nel 1922, anno in cui il torneo si spostò da Worple Road a Church Road per accogliere lo straordinario interesse generato da Suzanne Lenglen, che diventò una sua amica di lungo corso.

Mentre lo sport raccoglieva sempre più consensi sulla scena internazionale, lei lavorava al fianco del direttore del torneo, il maggiore Dudley Larcombe, e prese il suo posto come “segretario ad interim” alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando lui si ritirò per motivi di salute – un percorso lavorativo che sembrava realizzare tutti i sogni giovanili di Norah.

Le bombe caddero e Wimbledon chiuse. Il parcheggio fu trasformato in una piccola fattoria e i reggimenti Gallesi e Irlandesi di Londra vi si trasferirono dentro. Come ricorda Cleather nella sua autobiografia: “Fu quando sentii per la prima volta la marcia metallica che passava fuori dall’All England Club… che capii che Wimbledon era andato in guerra”.

La sua pronipote Sarah Cleather – il cui nome d’attrice è Sarah Tullamore – dice: “Norah ha gestito Wimbledon durante la guerra quasi da sola, mentre gli uomini venivano arruolati. Anche lei finì col vivere lì, a fianco delle truppe, visto che il suo appartamento a Earl’s Court venne bombardato. Si aspettava di proseguire l’incarico dopo la guerra, e perché non avrebbe dovuto?”.

Tullamore è addolorata per il modo in cui la sua prozia è stata successivamente trattata e sta lavorando ad un dramma televisivo che spera possa mostrare quanto Cleather fosse una silenziosa pioniera.

Quando il tennis riprese nel giugno del 1945, i raccattapalle erano soldati in uniforme pronti a combattere; anche i giocatori erano agguerriti nel senso più letterale del termine e si entusiasmavano a giocare sul Campo N.1, mentre i lavori di ristrutturazione post-bellica continuavano sul Campo Centrale. Non fu classificato come un campionato ufficiale ma, come la Battle of the Brits che ha avuto luogo la scorsa settimana al National Tennis Centre, era quello che passava il convento.

Profeticamente, Cleather ha scritto: “Ho sempre pensato che in un’epoca in cui i più grandi giocatori del mondo sono tutti professionisti, tali regole sono pericolosamente superate. Ho già accennato alla sensazione sempre più diffusa ormai tra quasi tutti gli appassionati di tennis che una nuova e ben più flessibile concezione dello status dei giocatori sia attesa da tempo”.

La loro condizione sarebbe rimasta tale fino al 1968, quando Rod Laver e Billie Jean King vinsero i primi campionati dell’era Open. Nel 1945, il gioco non era pronto per alcun tipo di cambiamento.

Mentre le cose erano sul punto di ripartire”, dice Tullamore, “è stata informata che un manager maschio sarebbe venuto a lavorare con lei per gestire le cose. Dev’essere rimasta amareggiata, ma ha accettato la cosa. Tuttavia, quando ha scoperto che l’uomo in questione sarebbe stato pagato più di lei per lo stesso lavoro, naturalmente ha protestato chiedendo lo stesso stipendio – soprattutto perché aveva fatto il lavoro per 25 anni e aveva appena organizzato il primo torneo del dopoguerra da sola”.

Purtroppo – e questo è un segno dei tempi in cui viveva – le autorità di Wimbledon si rifiutarono di cedere. Così Norah, a malincuore, decise di andarsene – un’altra scelta pionieristica per l’epoca. È morta nel 1967, un paio d’anni prima che io nascessi, e purtroppo non l’ho mai incontrata. Ma sono sempre stata affascinata dalla sua vita e da ciò che ha ottenuto all’epoca, ed è per questo che vorrei che la gente la conoscesse“.

Ho la sensazione che alla stampa piacesse molto, dai ritagli che ho letto. Era una donna che lavorava sodo ma al contempo affascinante, e aveva fatto carriera. Sempre una signora, non ha mai detto il vero motivo del suo allontanamento, né alla stampa né nel suo libro, preferendo invece dire che ‘era ora di cambiare‘”.

Cleather aveva il cuore a pezzi in tutti i sensi. Quando si trasferì per lavorare a New York come segretaria di una delle sorellanze universitarie cattoliche, la sua partenza coincise con la fine della relazione con l’amore della sua vita, un americano di nome John Kelly, che si dice fosse in lacrime quando partecipò al suo funerale nel 1967.

Voleva un nuovo inizio“, dice Tullamore. “Tuttavia, dato che il suo lavoro a New York era molto meno affascinante di quello a Wimbledon e dato che era molto lontana, credo che la gente si sia semplicemente dimenticata di lei“.

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Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (prima parte)

La risposta breve è ‘sì’: il successo dei nuovi format in altri sport lo dimostra. Ben vengano Berrettini, Thiem e Tsitsipas da Mouratoglou. La risposta lunga è complessa, e l’ha spiegata molto bene Matthew Willis su ‘The Racquet’

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Dominic Thiem - Ultimate Tennis Showdown (via Twitter, @UTShowdown)

Lo sappiamo, qualcuno di voi sta già storcendo il naso: ancora questo affare di Mouratoglou? Non ne abbiamo parlato abbastanza? Nì. Ci siamo convinti che la soluzione migliore per affrontare il tema del rinnovamento del tennis fosse comprenderlo in una trattazione più ampia, che contemplasse un confronto con gli altri sport e un’analisi dei dati più raffinata di quella citata dallo stesso Mouratoglou. Volevamo proporvi un articolo completo, letto il quale chiunque di voi avrebbe dovuto avere le idee veramente più chiare su questa faccenda.

Cominciando la nostra ricerca ci siamo imbattuti in questo pezzo scritto da Matthew Willis, fondatore del blog ‘The Racquet‘. Dopo averlo letto e riletto, ci siamo resi conto che era tanto completo ed esaustivo che difficilmente saremmo riusciti a fare un lavoro migliore senza ripetere molti dei concetti da lui brillantemente espressi. Per questo abbiamo contatto l’autore del longform, che ha gentilmente acconsentito alla traduzione e alla pubblicazione su Ubitennis. L’articolo è molto lungo, per questo lo abbiamo diviso in due parti: nella prima è spiegato perché il tennis in realtà non è in crisi e perché, al contempo, non deve aver paura di sperimentare nuovi format (banalmente: negli altri sport funziona!). La seconda, che tira le conclusioni e vi introduce al concesso di ‘accessibilità’ di uno sport, sarà pubblicata sabato.


Patrick Mouratoglou, l’occasionalmente controverso coach di Serena Williams, ha lanciato il suo Ultimate Tennis Showdown e ha sfruttato l’occasione per fare alcune affermazioni piuttosto forti sullo stato del tennis: “Dieci anni fa l’età media degli appassionati era di 51 anni. Oggi è di 61, e fra dieci anni sarà di 71… Il tennis non sa ringiovanire la fanbase… Il mondo si è evoluto negli ultimi 10-20 anni, mentre il tennis non è mai cambiato. Il gioco è nei guai, e io voglio che sopravviva”.

 

Sono abbastanza sicuro che Mouratoglou volesse solamente destare clamore con le sue frasi, anche eccettuando l’errore nella citazione e una mancata comprensione delle curve statistiche. Sostenere che l’età media degli appassionati di tennis sia di 61 anni è quasi certamente insensato (e affermare che fra 40 anni la media sarà di 101 lo è ancora di più). Quel numero è arbitrariamente estrapolato da uno studio già di per sé molto ristretto sul pubblico del tennis (in chiaro e in pay-per-view) nei soli Stati Uniti. La ricerca ignora non soltanto i consumi degli altri Paesi, ma non include nemmeno le cifre legate allo streaming e al digitale, le piattaforme con un pubblico più giovane.

Per di più, non tiene in considerazione la demografia di coloro che fisicamente vanno a vedere i tornei: l’età media di queste persone sta apparentemente calando in Nord America, ed è sempre stata molto più bassa in mercati dalla rapida crescita come quello cinese (per esempio, il 70% degli spettatori a Pechino 2018 era sotto i 40 anni). Personalmente, i tornei a cui sono stato in Europa sembrano avere una buona distribuzione anagrafica a loro volta, e gli esponenti della Generazione Z o i Millennials non sono mai mancati.

Di conseguenza, “61” è una cifra inutilizzabile se si vuole fare una stima accurata dell’effettiva età media degli appassionati di tennis. Gli americani che guardano la TV con metodi tradizionali non stanno ringiovanendo, sfortunatamente per loro, e quindi non è una grossa sorpresa che il dato riguardanteli sia rimasto stabile nell’ultimo decennio, e che sia addirittura aumentato.

L’enclave tennistica di Twitter, quell’eccentrico nugolo di fan ossessivi che è rappresentativo del gioco quanto Twitter lo è del mondo (cioè poco), non è stata particolarmente felice delle parole ‘escatologiche’ di Mouratoglou. Immagino che le sue parole sarebbero state un po’ più digeribili se non fossero suonate come un epitaffio per il tennis e per i suoi tifosi più coinvolti, il cui feretro è ormai in procinto di essere trasportato presso il più vicino cimitero per sport che non vogliono cambiare, mentre Patrick lo scienziato pazzo fa spallucce e si propone, novello Frankenstein, di adescare i supposti giovani salvatori con il suo abominio mezzo tennis e mezzo Mario Kart.  

La domanda però rimane: al di là di tutti gli allarmismi, Mouratoglou ha ragione o no? Il tennis è nei guai?

“Nì”

La risposta breve, quanto meno per i massimi livelli del gioco, è no:

  • A livello globale, la audience televisiva dei tornei ATP (anche senza includere gli Slam) è quasi raddoppiata fra il 2008 e il 2018, passando da 464 a 919 milioni, e continua a crescere. I guadagni, nello stesso periodo, sono più che raddoppiati, da 61.3 a 143.4 milioni di dollari, stando al sito ATP.
  • Nella fascia d’età 18-49, Tennis Channel è il canale televisivo che è cresciuto di più del 2019 negli USA, aumentando il pubblico del 67%. La fascia 25-54 è a sua volta cresciuta del 44%, con un aumento del 40% per nucleo abitativo. Il canale ha visto aumentare lo share in 51 settimane su 52, e ha accresciuto il numero degli spettatori unici del 13%.
  • Su Tennis TV, il servizio in streaming dell’ATP, la visione delle repliche è arrivato a costituire fra il 25 e il 50% del minutaggio consumato sul sito, indicando una crescita nell’utilizzo abitudinario della app che può essere monetizzata. Tennis TV è stata uno dei primi, profetici esempi di un servizio in streaming lanciato da un’associazione sportiva stessa, essendo nato nel 2009.
  • Il Roland Garros del 2019 ha visto una crescita del 31% di spettatori unici su Eurosport Player e sulla app ufficiale del torneo. L’Australian Open del 2020 ha visto un aumento del 35% nella stessa metrica, mentre lo US Open è cresciuto del 22%.

Questo tipo di espansione digitale è trascinato dai fan più giovani, non da quelli più anziani – e si può tranquillamente affermare che il mitico, fantomatico tifoso di 61 anni non ne sia responsabile.

Per quanto riguarda gli spettatori sul posto, il 2019 ha fatto segnare la più grande affluenza di sempre per una stagione ATP, assestandosi a 4.82 milioni di spettatori paganti, cifra che ha superato i record del biennio precedente. In particolare, lo US Open, l’Australian Open e il Roland Garros hanno toccato vette mai raggiunte in precedenza, marcando un trend generale di crescita per gli eventi più importanti, come si può vedere dalla grafica:

Fonte: Infosys Knowledge Institute

Se si volesse isolare la performance WTA da quella ATP, nel circuito femminile la situazione fotografata è piuttosto simile:

La vetta del gioco sembra, dunque, godere di ottima salute. Per i più curiosi, le cifre dei due tour possono essere consultate qui per l’ATP e qui per la WTA. È presumibile che senza questa pandemia ammazza-sport il 2020 sarebbe stato un ulteriore mattoncino nella crescita recente del tennis, sia a livello digitale che di botteghino. Insomma, il gioco è molto lontano da un’imminente apocalisse.

“Ma”

Questo non significa che non ci siano minacce per il futuro del tennis, esogene ed endogene. Credere che non sia così sarebbe segno di auto-compiacimento, e quindi pericoloso. Il tennis è ben lungi dallo scomparire, ma non si può avere la certezza che continui a prosperare nel nuovo decennio e oltre. Questo è il motivo per cui le frasi di Mouratoglou potrebbero risultare contro-produttive: quello che ha detto non è sbagliato, ma la natura iperbolica delle sue parole rischia di far passare in secondo piano il concetto stesso, vale a dire che uno sport vecchio di 160 anni ha in effetti bisogno di un rimodernamento, e rischia di far passare in secondo piano i modi con cui farlo.

(Nota importante: la crescita dei livelli più bassi del tennis è in forte contrasto con quello che succede ai vertici. Negli ultimi anni, ATP e ITF hanno avuto problemi a trovare soluzioni condivise per migliorare il gioco alla base, e il risultato è che vengono regolarmente pubblicate storie di giocatori più o meno giovani che faticano a farsi strada, disillusi dal circolo vizioso che è la struttura elitista dei circuiti. In particolare, la distribuzione non qua del prize money fa sì che le abbondanti risorse economiche dei tornei non raggiungano i livelli più bassi. L’annuncio di questa settimana sullo US Open, e in particolare l’assenza del torneo di qualificazione (da sempre la migliore opportunità di guadagno economico e di classifica per i giocatori con un ranking basso), non hanno certo contribuito a far cambiare questa percezione. Questo argomento meriterebbe un saggio a parte, ma per ora basti sapere che il tennis ha numerosi problemi per quanto riguarda le fondamenta competitive del gioco. Per sua fortuna, l’iceberg è momentaneamente sommerso (almeno sul breve termine), risultando invisibile per l’appassionato medio, abituato com’è all’opulenza degli eventi del circuito maggiore).   

Quindi la domanda è: come accidenti si “modernizza” uno sport?

Opzione 1: cambiare o “perfezionare” il format

L’UTS di Mouratoglou fa chiaramente parte di questa categoria, uno sfrontato tentativo di accorciare e rendere più immediato un match. Nell’UTS, i giocatori possono usare delle carte, come una sorta di universo parallelo in cui gli appassionati di Magic escono di casa, e hanno la possibilità di fare cose come togliere la prima di servizio all’avversario o far valere triplo i propri vincenti. Al massimo 15 secondi possono intercorrere fra un punto e l’altro, e gli incontri sono suddivisi in quattro movimentati quarti da 10 minuti l’uno. Il format è pensato anche per far risaltare più del solito le “personalità” dei giocatori, con interviste a metà partita, discorsi d’incoraggiamento da parte dei coach e un aperto invito a mostrare le emozioni sul campo, presumibilmente in modi che siano in linea con i soprannomi stile wrestling che sono stati affibbiati a ciascun partecipante prima del torneo, come Stefanos “The Greek God” Tsitsipas o il vagamente offensivo (a noi non sembra così offensivo, semmai poco rappresentativo, ndr) David “The Wall” Goffin.

Finora è stato un esperimento interessante, un taglio netto rispetto al format tradizionale. Siccome l’UTS è un torneo d’esibizione che si disputa durante l’interruzione dei tour causata dal COVID-19, sembra l’ambiente perfetto per questo tipo di sperimentazioni. Va dato credito a Mouratoglou per aver pensato “outside the box”, anche se la prima bozza della sua visione potrebbe risultare un po’ contorta. A essere onesti, guardare i match dell’UTS ricorda un pochino questa scena di Futurama.

Breve cronistoria delle modifiche ai format nello sport

Il desiderio di ritoccare i format non riguarda solo il tennis. Dibattiti equivalenti impazzano in molti sport tradizionali, anch’essi impegnati nel tentativo di stare al passo con l’evoluzione dei consumi e delle piattaforme. All’interno di questi dibattiti, la dicotomia è più o meno sempre la stessa: da una parte gli appetiti dei fan casuali di recente acquisizione, dall’altra quelli dei puristi di lunga data.

CRICKET – Twenty20 (un format più breve) ha attirato elogi e critiche in egual misura, ma è generalmente visto come un passo avanti per il gioco. I fattori positivi riguardano soprattutto la capacità di attirare nuovi fan, la maggior facilità di consumo e la maggiore adattabilità alle esigenze di sponsor e TV. Gli scettici invece prendono di mira la svalutazione dei test match tradizionali (come The Ashes, la tradizionale serie fra Inghilterra e Australia) e l’impatto negativo che match più brevi avrebbe sullo sviluppo dei battitori.

RUGBY – La palla ovale ha inaugurato ha introdotto un format accorciato già nel diciannovesimo secolo, il Sevens (il mio tipo preferito di rugby). Il successo di questa variante ha spinto molti a chiedersi se finirà per entrare in diretta competizione con il tradizionale assetto a 15. Anni fa, in alcuni Paesi i giovani cominciavano giocando a sette per migliorare la corsa e i passaggi, ma oggi l’opinione diffusa è che siano due sport diversi, soprattutto per la maggior stazza richiesta dalla versione tradizionale.

FORMULA 1 – Nel 1989, le corse vennero uniformate alla lunghezza massima di 305 chilometri, mentre negli anni ’50 si poteva arrivare a 600. Già nel 1974, inoltre, era stato introdotto un limite di due ore, un cambiamento che ebbe un impatto positivo sia sugli ascolti che sulla sicurezza dei piloti.

GOLF – Si è provato a introdurre espedienti come il “Powerplay Golf”, ma anche una serie di modifiche più sottili e divertenti come gli “alternate shot” per le gare a quattro. La Ryder Cup, un clamoroso successo commerciale, ha a sua volta un format differente rispetto a quello di un torneo tradizionale. Infine, alcune delle branche golfistiche in più rapida espansione sono attività “off-course” come il Topgolf o il Driveshack, essenzialmente versioni più immediate e accattivanti di un driving range [campo dove si pratica lo swing, ndr] che costituiscono degli eccellenti punti d’accesso per i neofiti.

SCACCHI –Negli ultimi anni sono diventate molto popolari le versioni “Blitz” e “Rapid”, osteggiate però da puristi come Magnus Carlsen, Vladimir Kramnik e Bobby Fischer, che le vedono come forme di puro intrattenimento nonché dannose per la concentrazione nei match sulla lunga distanza.

Infine, il tennis stesso ha già accorciato il format, limitando il tre su cinque agli Slam. Fino a qualche anno fa, le partite potevano arrivare al quinto anche nelle finali 1000 (fino al 2007) [tecnicamente, non c’è mai stata una finale 1000 al quinto, all’epoca erano ancora chiamati Masters Series, ndr], in quelle olimpiche (fino al 2016), e in Coppa Davis (fino al 2018). Anche il quinto set a oltranza è stato sostanzialmente abolito in favore del tie-break [con l’eccezione di Parigi, ndr], principalmente a causa dell’abilità di John Isner di rimanere aggrappato al proprio servizio come un gatto al suo padrone quando questo vuole fargli fare un bagnetto. Nuove variazioni come il Fast4, il Tiebreak10 o l’UTS sono mere estremizzazioni di questi tentativi.

La tematica più comune quando si parla di format sperimentali era, ed è ancora oggi, l’effetto prosciugante che hanno sullo sport tradizionale, oppure la l’eccessiva timidezza – le modifiche avvenute nel tennis non fanno eccezione, come il caso Mouratoglou dimostra ampiamente.

Vale sicuramente la pena dibattere su quanto i nuovi format completino gli sport tradizionali o su quanto li distruggano. Il cricket, il rugby e gli scacchi hanno beneficiato di considerevoli boom economici grazie all’affiancamento dei format più rapidi a quelli tradizionali. Le nuove versioni attirano appassionati più giovani e un maggior numero di spettatori casuali. Ergo, nell’immediato ci sarà inevitabilmente una sorta di simbiosi fra il nuovo e il vecchio, e potenzialmente una cannibalizzazione a lungo termine. Questi dati potrebbero spingere il tennis a lavorare internamente su un nuovo format, per paura di essere fagocitato in futuro da un nuovo format (o un nuovo sport) nato al di fuori del proprio controllo istituzionale, come successo al Real Tennis, di cui si parlerà a breve.  

In ogni caso, il tennis differisce da quasi tutti gli altri sport maggiori in un aspetto fondamentale: nessuno dei suoi format ha un limite di tempo o di gioco. A causa del sistema di punteggio, non ci potrà mai essere certezza su quando una partita si concluderà, visto che in teoria potrebbe durare per sempre. Il Twenty20 del cricket ha un limite di “over”, il rugby ha un limite di tempo in tutte le sue versioni, la Formula 1 ha un limite di tempo e distanza, le versioni rapide degli scacchi sono, appunto, rapide, e via dicendo. Per molti puristi, il mistero legato alla durata di un match è una delle cose più belle del gioco, un generatore di eventi cauali che tessono dettagli complessi e imprevedibili nella storia di un incontro. Per altri, soprattutto coloro che si interessano all’ottimizzazione degli spazi televisivi e alla soglia d’attenzione degli spettatori, il “mistero” di cui sopra è visto come qualcosa di gratuitamente démodé per cui nessuno ha più tempo. Non è un caso che quasi tutti gli esperimenti più recenti includano il No-Ad e un focus maggiore sui tie-break, e/o dei serrati confini temporali.      

Il problema, almeno per gli iconoclasti, è che il format tradizionale va ancora alla grande ai livelli più alti del gioco. Nonostante l’immancabile tropo “i MiLleNniALs HanNo UNa SoGLIa dELl’AtTenZiOnE dI mERdA” [coprolalia nell’originale ma sentimento condivisibile, ndr], gli spettatori aumentano su tutte le piattaforme, come visto, e quindi non ci sono molti dati concreti a suggerire un disamore dei giovani per il tennis, una volta esposti al gioco (tema che verrà approfondito di seguito). Una delle poche ricerche in materia (nessuno di questi studi è granché, cosa che potrebbe essere parte di un problema più grande per il gioco) suggerisce che i giovani fan preferiscono lo score tradizionale con una maggioranza bulgara:

La morale della favola, quindi, è che il format del futuro sarà da qualche parte a metà fra la rivoluzione di Mouratoglou e l’intransigenza dei puristi. Sul fronte del coach francese, la corsa degli sport per l’attenzione dei fan (e il loro conseguente e furioso tentativo di rintuzzare i format) è un po’ come quella dei supermercati ad abbassare i prezzi, una corsa da cui nessuno emerge realmente vincitore. L’acquirente (tifoso) si trova in mano un prodotto di merda [vedi sopra, ndr] e insoddisfacente, e i supermercati (associazioni sportive) non guadagnano, finendo esclusivamente a lottare con competitor che sono la loro immagine sbiadita. Si può discutere finché si vuole della competizione fra sport e Netflix o fra sport e gaming, ma se il tennis si piegasse a una rivoluzione tanto radicale del format finirebbe forse per trovarsi a combattere guerre ancora più aspre con queste forme di intrattenimento generico – sarebbe il caso di prendere in considerazione l’idea che alcuni sport possano provare a differenziarsi e offrire esperienze più profonde.   

D’altra parte, però, sebbene il format del tennis non necessiti aggiustamenti al livello più alto, non c’è motivo per cui non bisognerebbe sperimentare come hanno fatto altri sport, di modo da renderlo più accessibile di quanto già sia. L’innovazione andrebbe provata nelle sfere più basse (dove i guadagni e la crescita non sono così cospicui), o in concomitanza con i tour. La Laver Cup è un buon esempio di cosa può essere fatto buttando un po’ della tradizione dalla finestra (La Laver Cup è una competizione a squadre e enfatizza l’interazione con la panchina e gli aspetti più ludici) ma al contempo mantenendo gli aspetti fondamentali dello sport (ad esempio il punteggio, ancorché in una versione parzialmente corretta). Un altro esempio è il World Team Tennis, che incorpora alcune modifiche del punteggio nelle sue sfide miste a squadre – è un campionato davvero divertente, seppur America-centrico al momento.  

Francamente, se una versione “rivale” del gioco dovesse crescere tanto in fretta da minacciare lo status del tennis tradizionale, quasi tutti vedrebbero questa competizione positivamente in retrospettiva (se si eccettuano i puristi, rumorosi e attualmente importanti). Dopo tutto, ci sono dei buoni motivi per la decadenza del Real Tennis a favore del Lawn Tennis. E non è difficile indovinare come la pensassero i puristi del primo in relazione al neonato rivale. In particolare, una frase dell’articolo linkato svetta per attualità: “Il Real Tennis si basa sul tocco, sulla tecnica e sulla capacità di fare aggiustamenti all’ultimo secondo, non sulla forza bruta [a differenza del Lawn Tennis]”.

La cosa divertente è che risulta sinistramente simile a ciò che alcuni, cocciuti fan del tennis su erba dicono a proposito della brutalità e della mancanza di raffinatezza dei match su cemento o terra se paragonato al gioco dei prati, puro e fondato sul talento. A volte mi chiedo se gli organizzatori di Wimbledon, che ci ricordano continuamente di quanto disperatamente e irrazionalmente siano aggrappati alla tradizione, sarebbero ancora così altezzosi se venisse ricordato loro che una volta era il loro torneo ad essere l’iconoclasta foriero di ‘volgare brutalità’.

La storia ci viene in aiuto, perché ci ricorda che all’inesorabile incedere del tempo non potrebbe fregare di meno delle nostre preziose e puriste tradizioni, specialmente in un arco di tempo sufficientemente lungo.

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