Tennis tedesco: fine di un'epoca?

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Tennis tedesco: fine di un’epoca?

Il ritiro di Julia Goerges, l’infortunio di Sabine Lisicki, il calo di Andrea Petkovic e le difficoltà di Angelique Kerber. Con pochi nomi nuovi all’orizzonte, per la Germania non sarà un futuro semplice

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La Germania di Fed Cup 2014: Petkovic, Groenefeld, Goerges, Rittner, Kerber, Lisicki

Nel giro di un paio di settimane sono uscite due notizie importanti legate a giocatrici tedesche. Alla fine di ottobre Julia Goerges ha annunciato il ritiro, mentre qualche giorno fa Sabine Lisicki durante un match di doppio ha subito un brutto infortunio, che sembra richiedere un lungo recupero.

I tempi nei quali il tennis tedesco lottava con le più forti nazioni del mondo per la vittoria in Fed Cup (finale del 2014 persa contro la Rep. Ceca) schierando un “dream team” composto da Kerber, Petkovic, Lisicki, Goerges, cominciano a essere piuttosto lontani, e queste ultime notizie inevitabilmente sollevano la domanda: un grande ciclo si è ormai concluso?

Per rispondere cominciamo con un breve excursus storico. Consideriamo solo l’era Open. Nella prima metà degli anni ’10 il tennis tedesco ha vissuto una seconda fioritura. Dopo un periodo di risultati non eccezionali, in Germania si era riformato un nucleo di tenniste che ha avvicinato quello sviluppato dagli anni ’80 in poi.

 

Della prima onda di giocatrici tedesche di solito si ricorda soprattutto Steffi Graf, ed è anche giusto così, visto quanto Graf ha vinto (per esempio nel 1988, tutti e quattro gli Slam, le Olimpiadi e altri sei tornei nella stessa stagione). Resta però un fatto che Steffi non era sola. Anche se si considerano soltanto le giocatrici capaci di entrare in Top 10, arriviamo a cinque nomi emersi nello stesso periodo: Sylvia Hanika (entrata in top 10 nel maggio 1981), Bettina Bunge (Top 10 dal novembre 1981), Claudia Kohde-Kilsch (entrata nel luglio 1984), Steffi Graf (ingresso nell’agosto 1985) e infine Anke Huber (Top 10 dal maggio 1992).

Però dopo la prima epoca d’oro c’era stata una fase di riflusso. Ritirate le giocatrici di quel nucleo storico, per ritrovare una Top 10 si era dovuto attendere il 2011 (8 agosto), grazie ad Andrea Petkovic, raggiunta dopo qualche mese anche da Angelique Kerber (Top 10 dal maggio 2012).

Il tennis tedesco si stava rimettendo in moto e, come spesso succede, aveva di nuovo avviato il tipico circolo virtuoso nel quale la fiducia e lo spirito di emulazione favoriscono la crescita contemporanea di più giocatrici della stessa nazione. Senza arrivare ai fasti di Steffi Graf, una “neue welle” era entrata da protagonista nel circuito WTA. Quello che non era riuscito ad Anna-Lena Groenefeld (numero 14 nel 2006, ma con una breve carriera da singolarista), capita invece attorno al nucleo di Petkovic and Co.

Se non ho fatto male i conti, negli ultimi dieci anni il movimento tedesco ha prodotto 12 giocatrici capaci di entrare fra le prime cento della classifica; e di queste dodici una è stata numero 1 al mondo (Kerber), altre due sono diventate Top 10 (Petkovic e Goerges), una quarta ci è andata vicino (Lisicki, numero 12 nel maggio 2012); infine altre due sono entrate fra le prime trenta del mondo: Barthel numero 23 nel maggio 2013 e Siegemund numero 27 nell’agosto 2016. Ma la maggior parte di questi traguardi comincia a essere un po’ datata. Vediamo come stanno le cose oggi.

Julia Goerges
Julia Goerges vince il primo torneo WTA nel 2010 (l’international di Bad Gadstein), ma il vero salto di qualità arriva con la vittoria dell‘aprile 2011 nel Premier di Stoccarda, evento indoor su terra battuta che vede sempre una partecipazione particolarmente qualificata grazie al montepremi molto invitante (a quello in denaro, cospicuo, si aggiunge l’automobile offerta dallo sponsor Porsche).

A 22 anni Julia sembra avviata a una carriera di alto livello (nel 2012 raggiunge la finale a Dubai e vince in Lussemburgo); in realtà le stagioni successive sono complicate da una profonda crisi di fiducia, che la porta a giocare con troppa ansia nei momenti importanti.

Nei passaggi chiave dei match lottati, e soprattutto nei grandi tornei, Goerges fatica a gestire la pressione, e l’efficacia del suo tennis scende drasticamente quando conta di più. Un paio di dati per illustrare il problema. Goerges era entrata in Top 15, ma non era mai riuscita a spingersi oltre il quarto turno in uno Slam. Un limite che sembrava assolutamente invalicabile: cinque sconfitte su cinque. Per diverse stagioni (2012-2016 all’incirca) sembra ineluttabile che nei grandi match, anche nelle situazioni di vantaggio, Julia finisca per perdere; e il più delle volte dando l’impressione di battersi da sola.

L’anno che segna l’inversione di tendenza è il 2017. È un processo per gradi. Prima raggiunge tre finali, e le perde, fino a che nell’ottobre a Mosca torna a rivincere un titolo. Si ripete poi in Cina, conquistando il “masterino” di Shenzhen e continuando con una striscia positiva di cinque finali vinte su sei.

Nel 2018 arrivano finalmente due traguardi molti importanti: l‘ingresso in Top 10 (5 febbraio) e la semifinale in uno Slam: a Wimbledon, persa contro Serena Williams. Visto che Julia è nata nel novembre 1988, ha dovuto attendere la soglia dei 30 anni per raccogliere le soddisfazioni che le si pronosticavano quando era ben più giovane.

Per raggiungere questi risultati, Goerges negli anni precedenti ha messo in discussione diversi aspetti del suo tennis: nel 2016 ha cambiato coach e città come sede di allenamento, e ha cominciato a praticare un gioco più diretto e rischioso; ha praticamente bandito i colpi interlocutori a favore di una estrema aggressività, con l’obiettivo di tenere sempre in mano l’iniziativa, limitando la componente riflessiva dello scambio. È stato un cammino lungo, impegnativo, ma alla fine ha pagato.

Nel 2019 il rendimento scende come testimonia il ranking di fine stagione: numero 28. A 32 anni compiuti è anche comprensibile che Julia abbia deciso di chiudere la carriera dopo avere finalmente espresso, se non tutte, almeno una parte significativa delle potenzialità che le si riconoscevano.

a pagina 2: Sabine Lisicki

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Bencic, Kasatkina, Ostapenko, Osaka, Konjuh: la generazione 1997 quattro anni dopo

Cinque giocatrici e quattro stagioni di tennis da ripercorrere per scoprire come sono andate davvero le cose rispetto alle previsioni

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Daria Kasatkina e Naomi Osaka - Indian Wells 2018

Ecco il secondo articolo di verifica storica, dopo quello della settimana scorsa dedicato alle giovani e gli Slam. Il tema di oggi riguarda le giocatrici nate nel 1997. La generazione del 1997 era apparsa subito come speciale per il tennis femminile recente, per la ricchezza di talenti che lasciavano presagire grandi risultati nelle stagioni a venire. Propongo quindi una rivisitazione dagli articoli che erano usciti a più riprese nel 2016. Erano questi:
Belinda Bencic, storia di una predestinata
Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Daria Kasatkina
Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Jelena Ostapenko
Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Naomi Osaka
Una diciottenne fra le prime 60 del mondo: Ana Konjuh

Ma soprattutto un sesto articolo di confronto collettivo dell’11 novembre 2016: WTA, da Bencic a Konjuh: le prospettive della generazione 1997. Partirò da quest’ultimo pezzo, pubblicato al termine della stagione 2016, per valutare il rendimento delle nostre cinque protagoniste nel periodo 2017-2020. Quattro anni dopo vediamo come sono andate davvero le cose, e quanto i fatti reali si avvicinano o si discostano dai giudizi espressi allora. Seguiremo il criterio della data di nascita: dalla più anziana alla più giovane:

10 marzo 1997 Belinda Bencic
7 maggio 1997 Daria Kasatkina
8 giugno 1997 Jelena Ostapenko
16 ottobre 1997 Naomi Osaka
27 dicembre 1997 Ana Konjuh

 

Belinda Bencic
Belinda Bencic è stata la più precoce del gruppo ’97: già nel 2015 aveva avuto una annata di grande crescita, culminata con la vittoria nel torneo di Toronto, dove aveva sconfitto addirittura quattro Top 10: Wozniacki, Ivanovic, Halep e Williams. Giusto per contestualizzare quel successo e darne la corretta dimensione: Serena Williams avrebbe concluso il 2015 con un bilancio di 53-3. Vale a dire con solo tre sconfitte in stagione: contro Kvitova a Madrid, contro Vinci allo US Open (nella storica partita che le avrebbe impedito il grande Slam) e appunto contro Bencic in Canada (3-6, 7-5, 6-4). A dimostrazione del fatto che Belinda aveva solidi argomenti per diventare una protagonista di primo livello del circuito WTA.

Sull’onda di una serie di ottimi risultati (due titoli e due finali), Bencic entra per la prima volta in Top 10, salendo fino al numero 7 (febbraio 2016). Poi però nella primavera del 2016 il fisico comincia a scricchiolare: rinuncia a tutta la stagione sul rosso, incluso il Roland Garros, per una problema alla schiena (lesione all’osso sacro).

Rientra per gli impegni sull’erba, ma si ritira durante il match di secondo turno a Wimbledon; questa volta per un dolore al polso sinistro. Attraversa una fase di incertezza, che si trasformerà in una lunga e profonda crisi. Per alcuni mesi Belinda scende in campo in condizioni precarie, e perde quasi sempre (4 vittorie e 10 sconfitte). Comincia la regressione in classifica: a fine 2016 è numero 43.

Nel 2017 la situazione non migliora, anzi. Quando compie 20 anni (marzo 2017) è appena uscita dalle prime cento del mondo. Con il fisico non a posto, gioca poco e male, e si allena ugualmente male, e questo le compromette il peso-forma. Nel mese di maggio decide per l’intervento chirurgico al polso, che continua a darle problemi. Le occorrono alcuni mesi per tornare a competere, dopo essere ormai scesa oltre la 300ma posizione del ranking.

La risalita non è semplice: è un recupero per fasi, che lei stessa decide di affrontare in progressione: prima i tornei ITF, poi la Hopman Cup (che vince accanto a Federer), infine anche i tornei WTA, disputati di nuovo con regolarità a partire dal 2018. Ma si tornerà a rivedere la miglior Bencic solo nel mese di ottobre (finale in Lussemburgo). E così per trovare una stagione paragonabile al 2015 occorre aspettare il 2019. Belinda vince due titoli (Dubai e Mosca) e raggiunge la finale a S. Pietroburgo, oltre alla semifinale dello US Open (persa contro la futura campionessa Andreescu in due set carichi di rimpianti: 7-6, 7-5).

E visto che nel 2020 ha saltato gli ultimi due Slam per un problema al braccio, si può dire che nella sua carriera recente Bencic ha davvero giocato in piena forma solo due anni: il 2015 e il 2019. Nei periodi migliori è sempre riuscita a entrare in Top 10, a dimostrazione di un potenziale molto alto. Dato che il ranking registra la prestazione sull’arco dei dodici mesi, il picco lo ha raggiunto nell’anno successivo: numero 7 nel febbraio 2016, e poi numero 4 nel febbraio 2020 (a oggi best ranking di carriera), a quattro anni esatti di distanza. Con però in mezzo un crollo oltre la trecentesima posizione (nel 2017)

Avevo scritto nell’articolo del 2016, pubblicato in uno dei momenti difficili che stava attraversando: “Ripensando alla Bencic dell’ultimo periodo, fuori peso e fuori forma, si fatica a ritrovare gli entusiasmi che aveva suscitato allora. Ma prima di ritenerla una meteora credo sia obbligatorio aspettare i prossimi mesi, per non dire i prossimi anni. Le crisi di crescita accadono spesso alle giocatrici che compiono importanti salti di qualità, figuriamoci poi se si verificano da minorenni. Belinda ha ancora tanto tempo davanti a sé, e le potenzialità per fare bene ci sono tutte”. A oggi però i due forfait negli Slam 2020 testimoniano che per Bencic non è semplice affrontare gli impegni del circuito WTA senza che il suo corpo vada in crisi. La continuità fisica non è ancora una certezza.

a pagina 2: Daria Kasatkina e Jelena Ostapenko

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Cinque anni dopo: chi ha davvero vinto lo Slam

Nel giugno 2015 era uscito un articolo che provava a identificare le giovani con più possibilità di vincere un Major. È il momento di controllare come sono andate le cose

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Madison Keys e Sloane Stephens - US Open 2017

Per concludere il calendario WTA 2020 manca un solo torneo, l’international di Linz, previsto per la prossima settimana. In attesa dell’ultimo scampolo di tennis giocato (salvo variazioni in extremis), ho deciso di preparare un paio di articoli di verifica storica. Sono infatti convinto che quando si scrive sulle giocatrici avanzando ipotesi sul futuro, si debba prima o poi renderne conto. E il modo migliore di farlo è uscire dall’onda emotiva del risultato del momento, per tracciare invece bilanci su un arco di tempo più esteso.

Ecco perché non apprezzo quel genere di giornalismo “istantaneo” che innalza all’inverosimile la vincitrice dell’ultimo grande torneo, salvo poi cambiare idea alla prima sconfitta. Un indirizzo che è stretto parente dei post di certi tifosi che si fanno forti dell’ultimo match per esaltare o affossare le giocatrici. Osaka conquista l’Australian Open 2019: “Ecco la nuova Serena Williams”. Osaka perde al primo turno di Wimbledon 2019: “È un bluff, non vincerà più nulla di importante”.

No, la verifica storica cerca di andare oltre: si tratta di recuperare analisi e ragionamenti compiuti diversi anni prima per valutare come sono andate davvero le cose stagione dopo stagione, e riconoscere se la realtà ha confermato o smentito le considerazioni di un tempo. Certo, l’ideale sarebbe attendere la conclusione delle carriere, ma per farlo si rischia di dover aspettare troppo: ci saranno ancora le condizioni per far uscire un articolo del genere su Ubitennis fra 10-15 anni? Chi lo sa. Come diceva KeynesSul lungo periodo siamo tutti morti”. Ecco perché cinque anni mi sembrano già una distanza interessante per sviluppare alcune considerazioni.

 

Una “comunicazione di servizio” prima di affrontare il tema di oggi. Anticipo che non farò il solito articolo di verifica delle previsioni di inizio stagione (vedi QUI), perché non considero adeguato il calendario 2020: troppe cancellazioni, troppe rinunce legate a questioni extratennistiche, con in più la revisione di calcolo del ranking che ha permesso programmazioni completamente differenti dal normale. Insomma, una annata tanto sfortunata quanto inattendibile.

L’analisi di questa settimana è dedicata a un pezzo uscito il 16 giugno 2015, intitolato “Le giovani e gli Slam: chi può vincere un Major?. L’articolo è stato scritto in un periodo del circuito WTA molto diverso dall’attuale. Si attraversava una fase nella quale le giovani tenniste non riuscivano ad arrivare al massimo traguardo, cioè la vittoria in uno Slam, che sembrava invece appannaggio esclusivo delle giocatrici mature. Quasi l’opposto di oggi. Qualche dato per contestualizzare.

Fino al 2015 una sola giocatrice nata negli anni ’90 era stata capace di vincere un Major: Petra Kvitova (nata nel marzo 1990); tutte le altre titolate erano più anziane. Serena Williams aveva vinto l’Australian Open 2015 (finale su Maria Sharapova, 27 anni) e poi anche il Roland Garros (finale su Lucie Safarova, 28 anni).

Dopo l’uscita dell’articolo, la tendenza sarebbe proseguita: Serena avrebbe vinto Wimbledon 2015 (finale su Muguruza) e poi avrebbe mancato il Grande Slam perdendo la famosa semifinale di Flushing Meadows contro Roberta Vinci. E anche la partita tutta italiana di New York confermava quel trend, visto che si trattava (almeno in quel momento) della più anziana finale Slam dell’era Open, fra la 33enne Pennetta e la 32enne Vinci.

Insomma, il tema delle giovani che non vincevano più Slam nasceva da situazioni concrete, avvalorate da numeri e dati, tanto che ormai da diverse stagioni ci si chiedeva chi, oltre a Kvitova (che aveva vinto il suo primo Wimbledon a 21 anni), sarebbe riuscita a conquistare un Major nella prima fase di carriera. Possibile che nessuna nuova leva fosse in grado di sfatare l’incantesimo?

In quel giugno di cinque anni fa ho allora deciso di sviluppare il tema con un criterio piuttosto semplice: ho individuato le giocatrici più giovani presenti in quel momento fra le prime 50 del ranking e ho provato a definire una gerarchia. A scanso di equivoci: una gerarchia specificatamente orientata alla vittoria Slam, non a un generico futuro di successo. Provavo cioè a rispondere alla precisa domanda: “Chi ha più possibilità di vincere un Major?”. Questo era il ranking di riferimento utilizzato (datato 15 giugno 2015). In verde sono evidenziate le 15 giocatrici più giovani, che sono poi diventate le protagoniste della previsione:

a pagina 2: La classifica ipotizzata e quella reale

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Grande Slam 2020, la classifica femminile

Da Kenin a Sabalenka, da Swiatek a Pliskova, chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei tornei più importanti del tennis? E chi invece ha deluso?

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Garbiñe Muguruza e Sofia Kenin - Australian Open 2020

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, costruita esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Più ancora che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.  Ecco perché, malgrado le tribolazioni che hanno profondamente alterato il calendario 2020, ho deciso di presentare ugualmente la classifica.

Naturalmente andrà considerata con cautela, a causa dei fattori esterni che hanno inciso sulle questioni tecniche: innanzitutto la cancellazione di Wimbledon, ma anche lo spostamento di data del Roland Garros, le assenze importanti che hanno caratterizzato lo Slam americano e, in parte, anche quello francese.

Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo l’attribuzione WTA. Questa è la ripartizione:
2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

 

Ecco dunque la Classifica Slam completa sino alla posizione numero 32, con in più le sette giocatrici, più arretrate, che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale:

In questa tabella nelle tre colonne a sinistra ci sono diverse graduatorie. La prima colonna a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam.

La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA, che nel 2020 ha visto congelare i punti in scadenza, con una logica inedita che ha prodotto situazioni anomale. Per esempio Bianca Andreescu mantiene la settima posizione senza avere disputato alcun match in tutto il 2020 (causa problemi fisici), mentre Ashleigh Barty conserva il primo posto malgrado non sia più scesa in campo dal 28 febbraio.

La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. La definizione “Race” in questa stagione è ufficiosa e non viene utilizzata da WTA, visto che le Finals non si disputeranno; questa graduatoria fa riferimento ai calcoli di questo sito, e spero siano esatti. Rimane comunque un dato molto interessante perché restituisce il rendimento stagionale, depurato dai risultati conquistati nel 2019.

a pagina 2: Le delusioni del 2020 negli Slam

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