Olimpiadi Tokyo 2020: Berrettini valeva la medaglia, aspettarlo non è stato un errore

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Olimpiadi Tokyo 2020: Berrettini valeva la medaglia, aspettarlo non è stato un errore

Il forfait di Matteo Berrettini è arrivato troppo tardi per consentire alla FIT e al CONI la sostituzione. Ma – al netto dell’infortunio – la sua ambizione olimpica è sembrata reale. E la scelta comprensibile, alla luce dei prossimi mesi

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Fino all’ultimo ho pensato di andare a Tokyo anche rotto“. Gli si può credere o no, ma Matteo Berrettini – nell’intervista concessa a ‘La Stampa’ – ha voluto che non si generassero equivoci sulla sua rinuncia olimpica. Buon senso prima che strategia. “Era un appuntamento che aspettavo da due anni, visto il rinvio – ha raccontato -, ma alla fine ho pensato che andarci così non avrebbe avuto senso, non sarei riuscito a fare quello che volevo cioè lottare per una medaglia. Inoltre rischiavo di peggiorare l’infortunio“. Non a cuor leggero, a quanto pare. La pasta del ragazzo, prima che del tennista, sembra genuina. Tutto lascia pensare che – al top (o qualcosa di simile) della forma – il fresco finalista di Wimbledon si sarebbe presentato all’Ariake Tennis Park insieme alla sorridente comitiva azzurra arrivata ieri a Tokyo.

Un gruppo affiatato – ultimi atterraggi quelli di Lorenzo Sonego e Filippo Volandri, nella notte – e in cui abbondano i sorrisi social, con Fognini e Musetti sempre più coppia fissa. Un quadretto in cui, onestamente, Berrettini ci sarebbe stato bene. Specie dopo l’ondata di popolarità generalista di cui ha beneficiato, finendo giustamente coinvolto nei festeggiamenti per la Nazionale campione d’Europa di Roberto Mancini. “Fin da piccolo vivere il villaggio olimpico era uno dei miei sogni. Altri la pensano diversamente, ma non giudico. Ora Parigi 2024 diventa un obiettivo ancora più importante“, ha concluso.

 

PROSPETTIVA – Il prossimo appuntamento a cinque cerchi tra “appena” tre anni è un altro elemento da considerare, in un’analisi più ampia. Saltare Tokyo, in un’edizione tutt’altro che comoda, è un dispiacere che a 25 anni può essere mitigato in proiezione di almeno un altro paio di Olimpiadi da qui a fine carriera, considerando che le prossime si disputeranno già tra tre anni.

Il problema muscolare che ha frenato Berrettini è lo stesso che l’ha costretto a giocare la finale contro Djokovic con la coscia sinistra fasciata. Si è riacutizzato quando ha ripreso ad allenarsi a Roma, spingendolo così a effettuare la risonanza che ha suggerito (non è stata comunicata la diagnosi) due settimane di stop. Quelle che hanno reso impossibile il decollo per Tokyo. La tempistica ha generato una polemica che teoricamente sta in piedi: sottoponendosi alla decisiva risonanza il 17 luglio, Berrettini ha impedito che la FIT proponesse al suo posto un sostituto. Il regolamento olimpico prevedeva infatti, dopo le 16.59 italiane del 16 luglio, la sostituzione di eventuali assenti con un tennista già presente a Tokyo per altre competizioni (quindi un doppista di altra nazionalità). Come sottolineato nell’analisi di Riccardo Bisti su Tennis Magazine, Gianluca Mager o Simone Bolelli (in ottica doppio, dove avremo una sola coppia) sarebbero potuti decollare sul volo olimpico se solo Berrettini avesse deciso 24 ore prima. La spedizione del tennis italiano non è così al completo: tre i ragazzi (Sonego oltre a Fognini e Musetti), tre le ragazze con Sara Errani che si è aggiunta in extremis a Camila Giorgi e Jasmine Paolini.

UNICITA’ – Berrettini, oggi, non è però considerabile uno come gli altri. Lo diciamo con la massima considerazione dei dieci top 100 italiani e di chi – magari – a Tokyo avrebbe avuto l’ultima occasione olimpica della vita. Per il CONI – che guarda a questa contabilità, come è giusto che sia – Matteo Berrettini era un serissimo candidato a una medaglia. Uno di quelli da aspettare anche fino all’ultimo giorno utile, perché di ogni spedizione olimpica rimane agli atti quanti siano riusciti a salire sul podio e non quanti fossero iscritti alle gare. La scelta di tenere il più possibile aperta la “pratica Berrettini” non la riteniamo quindi condannabile, contestualizzandola allo spessore del diretto interessato (e di chi gli sta intorno) e all’importanza che avrebbe un’eventuale medaglia che manca al tennis italiano dal 1924; il bronzo di Canè e Reggi nel 1984 a Los Angeles non ha validità ufficiale, poiché il torneo di tennis si disputò soltanto in forma di esibizione dopo 16 anni di assenza dal programma olimpico.

Chi pensa che snobbiamo l’Olimpiade per prepararci allo US Open fa un torto a Matteo“, ha tenuto a puntualizzare a caldo coach Vincenzo Santopadre. Snobbare è forse una parola forte, però risulta comprensibile la scelta di tutelare un fisico che si è già dimostrato fragile in vista di un vorticoso finale di stagione. In agenda uno Slam sul cemento in cui pochi partono, alla vigilia, davanti a Matteo, le Finals di Torino a cui ha la sostanziale certezza di partecipare e la Davis che l’Italia inizierà in casa.

IL CONTESTO – Le statistiche sui partecipanti ai tornei olimpici di singolare, maschile e femminile, non possono essere trascurate. Sono a Tokyo 23 top 50 ATP (dieci tra i migliori 20) e 33 top 50 WTA, un po’ perché l’amore tra il tennis e i cinque cerchi non è mai scoppiato (QUI ne parliamo in un podcast), un po’ per la particolarità di un’Olimpiade condizionata dal Covid-19.

Ogni rinuncia fa storia a sé. C’è chi ha fatto una scelta programmatica ben precisa – è il caso di Sinner – e chi l’ha data vinta all’usura (Federer) o alla necessità di gestire le energie fisiche (Nadal). Il forfait Berrettini è un po’ a metà strada tra quelli decisi (prima o dopo) a tavolino e quelli di chi – il pensiero va a Simona Halep – a Tokyo ci sarebbe andata anche con una gamba sola pur di portare in alto la bandiera della sua Romania. La scelta di Berrettini appare quindi sostenibile in prospettiva e razionale nelle motivazioni più immediate, anche nella lettura di chi dà all’appuntamento olimpico un’importanza superiore rispetto al tennista medio. A patto che Parigi 2024 – magari dopo aver messo qualche Slam in vetrina – non diventi un altro appuntamento disatteso.

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Australian Open

Adesso è ufficiale: obbligo vaccinale per partecipare all’Australian Open 2022

A dichiararlo è stato Daniel Andrews governatore dello stato del Victoria. Tsitsipas, Rublev e Thiem si vaccineranno, mentre è in dubbio la presenza di Djokovic

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Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Tanto tuonò che piovve. Lo stato australiano del Victoria non concederà deroghe o permetterà accordi speciali ad atleti non vaccinati per consentire loro di competere in eventi importanti. Lo ha dichiarato il premier dello stato Daniel Andrews, mettendo così in serio dubbio la difesa del titolo dell’Australian Open da parte di Novak Djokovic (che nei giorni scorsi si era espresso così tema dichiarando che non rivelerà il suo status vaccinale e che non ha ancora deciso se volare a Melbourne o meno) e di conseguenza la possibilità di riprovare a competere per il Grande Slam.

“Sulla questione della vaccinazione, abbiamo deciso di adottare la linea dura e coerente dello stato”, ha detto a un briefing con i media. “(Al virus) non importa quale sia la tua classifica tennistica o quanti Slam hai vinto. È completamente irrilevante. Devi essere vaccinato per proteggerti e per proteggere gli altri”.

Tennis Australia, che organizza il Grande Slam, ha rifiutato di commentare.

 

Lo stato del Victoria, che nelle prossime settimane dovrebbe uscire da un blocco di quasi tre mesi, ha dunque equiparato gli atleti professionisti agli altri milioni di “lavoratori autorizzati. Lo sport professionale non è un mondo a parte e quindi come tutti gli altri devono essere autorizzati e devono essere vaccinati con doppia dose”, ha affermato in conclusione Andrews.

Una notizia che non può cogliere di sorpresa nessuno, tennisti e addetti ai lavori in primis, tant’è che nei giorni scorsi stelle del circuito come Andrey Rublev, Dominic Thiem e Stefanos Tsitsipas hanno dichiarato che procederanno a ricevere l’inoculazione durante la off-season per non mancare l’appuntamento Down Under. Allo stesso tempo, però, qualche opacità legislativa era rimasta, tant’è che nei giorni scorsi Djokovic aveva dichiarato: “Se ho capito bene, il governo e Tennis Australia prenderanno le decisioni definitive tra due settimane. Quest’anno ci sono state tante restrizioni e so che Tennis Australia sta tentando di migliorare le condizioni di tutti i giocatori, vaccinati e non”.

Questa regola invece non lascia spazio a troppi dubbi interpretativi, e rappresenta una prima volta che potrebbe lasciare il proprio segno sulla storia del tennis, visto che attualmente (ancorché in via ufficiosa) si stima una percentuale di vaccinati del 50% circa fra i tennisti, anche se l’ATP e la WTA hanno riportato cifre superiori, rispettivamente del 65% e 60% circa.

In questo momento, pertanto, è possibile che l’Australian Open 2022 si disputi con un parco giocatori a dir poco rimaneggiato.   

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Orologi & Campioni: Rado al polso di Cameron Norrie

Il neo campione di Indian Wells indossava un Captain Cook High-Tech Ceramic durante la premiazione. Ne scopriamo insieme le caratteristiche

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Cameron Norrie - ATP Indian Wells 2021 (via Twitter, BNPPARIBASOPEN)

Un successo meritato quanto inaspettato ha travolto la vita agonistica di Cameron Norrie, fresco vincitore del 1000 di Indian Wells, una vita da “numero due” del tennis britannico, che ha finalmente rotto gli indugi e conquistato quell’obiettivo da molti ambito, da pochi raggiunto. E dire che c’era anche andato vicino quest’anno; è vero, ha vinto un torneo ma si trattava “soltanto” di un 250 a Los Cabos, nulla in confronto di ciò che poteva essere e non è stato (per fortuna nostra e di Matteo Berrettini) al Queen’s, proprio nel circolo che ha le stigmate reali nel nome e nell’atmosfera, entrambe so british. Ma quella di Norrie è stata un’ascesa graduale culminata nella vittoria del suo primo 1000 e che ha avuto nel tempo, nel giusto tempo, l’aspetto fondamentale. Un percorso in continua crescita, scandendo perfettamente il ritmo del suo tennis e dei suoi obiettivi.

E non è un caso che il tempo sia un aspetto fondamentale in questa storia. Cameron Norrie è, infatti, ambassador di Rado, azienda di orologeria svizzera, fondata nel 1917, la cui sede è a Lengnau, e che ha nel tennis uno dei propri spunti di collaborazione e sponsorizzazione. Nel circuito, infatti, da oltre 30 anni, è main sponsor di alcuni tra i più importanti tornei del circuito ATP, uno fra tutti: Basilea.

Tornando all’eroe del cemento californiano, la nostra attenzione è stata catturata dal polso destro del giocatore mancino (di racchetta), fotografato insieme al suo inseparabile “Captain Cook High-Tech Ceramic” che abbina molti anni di ricerca e sviluppo alla storia e alla tradizione del Rado Captain Cook. L’odierna evoluzione della gamma Captain Cook in ceramica hi-tech esprime il DNA di Rado nella sua forma più pura. Dispone di alcuni tra i più brillanti successi del marchio, come la rivoluzionaria cassa monoblocco in ceramica hi-tech di Rado o la ceramica hi-tech antigraffio e ipoallergenica, ed è azionato dal calibro Rado R734 di elevata qualità dotato di spirale Nivachron. L’innovativa spirale Nivachron offre un reale vantaggio nella vita quotidiana proteggendo l’orologio dai campi magnetici. L’orologio ha un movimento con riserva di ricarica di 80 ore, cassa in acciaio che misura 43 mm ed un’impermeabilità di 300m. Il segnatempo è proposto ad un prezzo di listino di 3950€.

 
Captain Cook High-Tech Ceramic – (via Twitter, Swatch Group)

In conclusione possiamo dire che si tratta di un prodotto molto bello da vedere con un calibro home made, chiamato Sistem 51, su cui l’azienda ha investito circa 90 milioni di euro in ricerca e sviluppo. Qualche dubbio sulla chiusura a pressione del fondello, quindi senza viti o avvitamento, il che lascia qualche dubbio sulla permeabilità dell’orologio che comunque, è giusto dirlo, vale il prezzo a cui è proposto e vale il polso che lo indossa. Soprattutto quello di un campione di 1000: su quei polsi ne abbiamo visti di peggio (di orologi, s’intenda…).  

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Emma Raducanu prova con Esteban Carril, vecchio coach di Johanna Konta

La campionessa dello US Open inaugura il casting per la panchina dopo il licenziamento di Andrew Richardson

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

L’apprezzato consigliere Tim Henman, protagonista di una parte non trascurabile nel suo successo a New York, stavolta è stato ascoltato a metà. “Raducanu avrà tutto il tempo di selezionare un nuovo allenatore durante la off season – aveva detto l’ex numero uno britannico in una recente intervista -, adesso non è il momento giusto per pensarci”. Invece, quando ancora alla fine della stagione manca un mesetto buono, Emma ha inaugurato il casting per la panchina, allo stesso tempo ambita e scottante.

Secondo Times e BBC la teenager nata a Toronto avrebbe assunto in prova il coach spagnolo Esteban Carril, famoso nell’ambiente in quanto artefice della scalata alla top 10 di Johanna Konta tra il 2015 e il 2016. Presa quando la tennista nata a Sydney si trovava ben fuori dalle prime cento della classifica, Carril ha condotto Konta nel gotha del tennis femminile, grazie a risultati straordinari quali la semifinale all’Australian Open 2016 e il primo titolo a livello di Tour maggiore guadagnato a Stanford nel luglio successivo. I due si separarono a sorpresa alla fine di quella stagione, e da allora Carril ha continuato a lavorare saltuariamente per la LTA, con apparizioni nei box di Katie Swan e Jay Clarke.

La campionessa dell’ultimo US Open, sempre in cerca di un coach di grande esperienza che possa coltivarne le notevolissime doti, sta sviluppando una problematica nomea di mangia-allenatori. Solo in questa stagione Emma ha già spedito la fatidica lettera a tre tecnici: Nigel Sears, licenziato dopo Wimbledon; Andrew Richardson, l’angelo custode nella pazza corsa newyorchese; e infine Jeremy Bates, accompagnatore nella brevissima comparsata a Indian Wells.

 

Intanto da oltremanica arriva un aneddoto interessante firmato Mark Petchey, ex tennista inglese nello staff di Raducanu per qualche mese nel corso del 2020. “Stavamo giocando un match del British Tour – ricorda Petchey -, e a un certo punto Emma mi ha detto sconsolata di non saper tirare un servizio kick decente. Alla fine della partita, per migliorare quel fondamentale, mi sono fatto dare una mano da Esteban Carril, e adesso il suo kick è pulito, incisivo, affidabile”. Poco più di un anno dopo, Carril verrà probabilmente convocato per sistemare anche le restanti questioni pendenti.

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