3. Djokovic può ancora rovinare i piani di tutti?
Ogni volta che il tennis prova a organizzarsi un futuro senza Novak Djokovic, Djokovic si presenta e rovina la scaletta. È successo quest’anno a Melbourne, quando tutto sembrava già apparecchiato per un altro capitolo della nuova rivalità dominante, nell’ennesima finale tra Sinner e Alcaraz, e invece il serbo ha battuto Sinner in cinque set, con una delle sue partite di resistenza, nervi e memoria agonistica. A quasi trentanove anni, ha ricordato a tutti che la storia, quando parla di lui, non si può permettere di utilizzare verbi al passato.
Poi è arrivata la terra, e lì il discorso si è fatto più fragile. Il Roland Garros non ha dato la sensazione di un Djokovic ancora capace di seminare panico per due settimane consecutive. I problemi fisici, la preparazione intermittente, la difficoltà a tenere sempre altissima l’intensità hanno lasciato qualche dubbio. Ma l’erba cambia tutto. Cambia il valore del servizio, cambia il peso della risposta, cambia il modo di muoversi, cambia soprattutto il modo di gestire i punti importanti. E se c’è una superficie sulla quale l’esperienza può diventare ancora un moltiplicatore tecnico, quella è proprio Wimbledon.
Djokovic cerca l’ottavo titolo ai Championships, quello che lo porterebbe ad agganciare Roger Federer in cima alla storia maschile del torneo. Ha sette titoli a Wimbledon, ventiquattro Slam complessivi e una familiarità con il Centre Court che nessun altro, oggi, può avvicinare. Anche quando non sembra il favorito, resta l’uomo che nessuno vorrebbe trovare troppo presto.
La domanda allora è semplice: è al tour d’addio, come una rock band che saluta il pubblico per l’ultima volta, o ha ancora una canzone nascosta in scaletta? La risposta, per ora, è nel dubbio. Ma sottovalutare Djokovic a Wimbledon sarebbe un errore tecnico, storico e quasi grammaticale. Perché lì dentro, tra il silenzio del Centrale e le ombre del tardo pomeriggio, il serbo sa ancora leggere cose che gli altri vedono un secondo dopo.
