PREMIUM Wimbledon, da Sinner a Djokovic: cinque domande in cerca di risposta

Il numero uno torna sull’erba dopo la ferita di Parigi e cerca il back to back ai Championships. Zverev arriva da campione Slam, Djokovic resta l’incognita eterna. Nel femminile occhi su Serena Williams e Jasmine Paolini

Di Carlo Galati
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Wimbledon Centre Court (foto Pxhere CC0 1.0 Universal)
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5. E Jasmine Paolini? Può ritrovarsi dove era diventata grande?

Poi c’è Jasmine Paolini. E qui il discorso diventa più delicato, vuoi perché l’ultima sconfitta di poche ore fa con Maria, nel primo turno di Eastbourne la costringe a uscire dalle prime 15 al mondo dopo quasi due anni di permanenza, e vuoi anche perché Wimbledon per lei non è soltanto un torneo dello Slam. È il luogo in cui, due anni fa, il suo salto di qualità diventò definitivamente immagine globale. La finale del 2024, dopo quella del Roland Garros, trasformò Jasmine in una delle storie più luminose del circuito: piccola di statura, enorme per energia, capace di portare dentro i match un misto raro di sorriso, aggressività, anticipo e coraggio.

Oggi la situazione è diversa. Paolini arriva da una fase complicata, con una classifica scivolata fuori dalle migliori e un 2026 che finora è stato non il migliore possibile. Sono numeri che non raccontano tutto, ma spiegano una parte del momento. Jasmine ha bisogno di rimettere insieme fiducia e automatismi, di ritrovare quella leggerezza feroce che l’aveva resa una giocatrice difficilissima da contenere.

La scelta di concentrarsi maggiormente su se stessa può aiutarla. Meno dispersione, meno stanchezza, meno rumore attorno. E forse anche un vantaggio sottile: arrivare a fari leggermente più spenti. Dopo due anni in cui le è stato chiesto di confermare ogni settimana la favola diventata realtà, Wimbledon può offrirle un’altra strada. Non quella dell’obbligo, ma quella della memoria positiva. Jasmine sa già che su questi campi può giocare. Sa già che può arrivare in fondo. Non deve immaginarselo perché tutto questo lo ha già vissuto.

Serve serenità nell’approccio, certo. Serve anche una convinzione diversa nei propri mezzi, quella che negli ultimi mesi è sembrata andare e venire, ma il tennis di Paolini è ancora lì. Dentro il sorriso, sì, ma anche oltre il sorriso: nella rapidità dei piedi, nella capacità di entrare dentro il campo, nella risposta, nella voglia di trasformare ogni scambio in una piccola battaglia di ritmo. Per questo la domanda finale non è se Jasmine possa tornare quella del 2024. È se possa usare Wimbledon per diventare la versione nuova di se stessa: meno sorpresa, più consapevole. 

E forse è proprio questo il filo che unisce le cinque domande, ovvero la consapevolezza di se stessi. Sull’erba, spesso, la risposta arriva prima con i piedi che con le parole, ma le domande, quest’anno, sono già parecchie. E molto importanti.