WTA: lo stato di salute finanziario
Il WTA/ATP di Pechino fa parte dei tornei combined ma con una particolarità: l’evento femminile è un 1000 che comincia il mercoledì (30 settembre) e termina la seconda domenica (11 ottobre). L’evento maschile è un 500 che comincia lo stesso giorno (30 settembre) ma finisce molto prima (martedì 6 ottobre).
I dati di presenze e incassi relativi al 2026 certificano un grande successo: 450mila ingressi totali (tra biglietti “ground”, stadi secondari e principali) e oltre 22 milioni di dollari di entrate a fronte di circa 13,5 di uscite, legate ai montepremi (9 milioni di dollari per le donne, 4,5 gli uomini). Il solo guadagno legato ai biglietti è stato sufficiente a coprire tutte le uscite. Rispetto allo scorso anno la crescita dei biglietti venduti è stata del 48%. Non sono note le spese di gestione dell’impianto, ma non sappiamo nemmeno quanto abbiano incassato con i diritti TV.
Da mercoledì in poi, quando in campo c’erano solo le ragazze, i numeri non sono scesi. Ovviamente la presenza sino alla finale di una giocatrice come Zheng è stata importante. Accade in tutte le nazioni del mondo, anche quelle con tradizione tennistica di lunga data: quando in campo c’è un protagonista di casa gli incassi crescono. Però testimonia anche che la Cina è un mercato che, nelle situazioni favorevoli, ha molto potenziale.
Di fronte a questi dati cinesi tutti positivi, stride la situazione relativa allo stato di salute finanziario della WTA. Il mese scorso il Telegraph ha pubblicato indiscrezioni relative al bilancio 2025 (al momento non ancora reso pubblico) che parlano di perdite operative previste di 23 milioni di dollari. La WTA non ha smentito i numeri e per questo si ritiene siano veritieri. I bilanci a grandi linee degli anni precedenti sono invece noti (per esempio si possono consultare QUI) e confermano la tendenza a chiudere le stagioni con il segno meno: dal 2020 in poi, solo il 2022 è terminato con un utile netto; tutte le altre annate hanno avuto il segno meno (anche se per cifre molto più basse rispetto alle indiscrezioni 2025).
Affrontare il tema con competenza è molto complicato, anche perché ci vuole una conoscenza specifica della materia che, per quanto mi riguarda, non possiedo. E mi scuso in anticipo per le mie eventuali imprecisioni terminologiche. Però due osservazioni, molto differenti, mi sento di farle. La prima è sullo stato attuale e futuro della WTA, la seconda sulle scelte del passato.
Per quanto riguarda lo stato attuale e futuro, penso sia giusto evidenziare un aspetto. Anche se non ci sono numeri nel dettaglio, non è stata smentita neanche la cifra che il Telegraph sostiene la WTA spenda per ottenere la parità tra uomini e donne nei montepremi dei tornei combined. Si parla di circa 30-32 milioni di dollari annui. In pratica l’uscita più pesante del bilancio WTA è una voce che potremmo definire auto-imposta. Si tratta anche di una cifra sempre superiore al segno meno totale di qualsiasi bilancio annuale si prenda in considerazione. Incluso il 2025.
Dunque parlare di possibile fallimento dell’Associazione mi sembra un po’ troppo allarmistico; un conto è avere un bilancio disastrato perché si hanno debiti verso terzi, un conto perché si decide di distribuire denari in eccesso ai propri associati. Esempio terra-terra: sta sicuramente meglio una famiglia che ha i conti in passivo perché offre una “paghetta” troppo alta ai figli rispetto a una famiglia che invece deve fare i debiti per comprarsi da mangiare o pagare l’affitto.
È evidente che, prima di arrivare al crollo, c’è la possibilità (neanche troppo difficile sul piano operativo) di limitare questa uscita per riportare in equilibrio i conti. È ovvio che sarebbe comunque un grande smacco per WTA, associazione nata sulla spinta delle rivendicazioni delle Original nine, e quindi anche con un intento “politico-sociale” che è sempre stato vivo e chiaro in tutte le gestioni. Che lo si condivida o meno, è quasi intrinseco alla natura della WTA lavorare per l’eguaglianza dei riconoscimenti nel tennis professionistico tra uomini e donne.
Veniamo invece alla seconda osservazione, relativa alle scelte del passato. Tra il 2006 e il 2015, quando CEO era Stacey Allaster, WTA aveva spinto molto verso Est: più tornei asiatici con l’obiettivo di aumentare le entrate grazie all’apertura di nuovi mercati in oriente. Il culmine di questo processo era stato l’accordo con Shenzhen (siglato nel 2018 quando il nuovo CEO era Steve Simon): a partire dal 2019 dieci edizioni di WTA Finals, il torneo che è la principale fonte di reddito per WTA, in Cina, con montepremi record e addirittura la costruzione di un nuovo stadio (da 450 milioni di dollari) appositamente dedicato all’evento.
Allora la scelta era sembrata rischiosa perché la salute dei bilanci dipendeva da una sola fonte di entrate. In realtà ci sono stati due fattori del tutto imprevedibili che hanno scombussolato il quadro della situazione: nel 2020 il Covid e poi nel 2021 il caso Peng Shuai, che hanno portato prima alla crisi e poi alla rottura dell’accordo con Shenzhen.
Sulla decisione della rottura dell’accordo con Shenzhen si può essere d’accordo o meno; ai tempi le voci parlavano di una WTA compatta (a partire da tutte le giocatrici) nell’intransigenza verso la Cina a causa delle mancate risposte sulla situazione di Peng. Si disse, in sostanza, che certi valori morali non potevano essere comprati dagli accordi commerciali.
Con il senno di poi, però, fatico a identificare una linea coerente ed efficace nelle scelte gestionali compiute da Simon. Innanzitutto questa intransigenza non ha portato, nei fatti, alcun vantaggio per Peng. Purtroppo non si hanno sue notizie da diversi anni e il rischio è che il caso finisca nel dimenticatoio senza ulteriori novità. Ma soprattutto va ricordato che due anni dopo la stessa WTA ha fatto retromarcia nei confronti della Cina, tornando a giocare nel 2023. Spiegazione ufficiale: “Quando una strategia non funziona, non si può continuare a fare la stessa cosa”.
Infine il primato dei valori morali su quelli economici è stato di nuovo disatteso con la firma dell’accordo per disputare le Finals in Arabia Saudita. Accordo che ai tempi aveva trovato contrarie diverse giocatrici in attività, oltre che l’opposizione di due figure dal grande peso carismatico come Martina Navratilova e Chris Evert.
In sintesi: se con le scelte compiute negli ultimi anni si dà l’impressione che prima vengono i soldi e i valori morali passano in secondo piano, diventa difficile non avere perplessità sul no a Shenzhen compiuto dalla gestione Steve Simon. E sorge il sospetto che il pienone di pubblico e i grandi incassi del torneo di Pechino 2026 abbiano accresciuto il rimpianto anche tra le attuali manager a capo di WTA (Valerie Camillo e Marina Storti).
